Eduardo Blasco Ferrer, se non è il migliore, sembra almeno il più dinamico tra i glottologi dell’Università di Cagliari: da tutti rispettato, da parecchi ammirato, da pochi invidiato. Lo ammirano specialmente i non-accademici, e attualmente, sull’onda della rinascente lingua sarda, è diventato – per dynamis interna, per carisma travolgente – il motore dei numerosi apporti non-accademici sulla lingua sarda attuale. Nell’isola i non-accademici, i non-titolati, hanno in lui la bussola e il metro. Nessuna ricerca non-accademica si stampa senza il suo imprimatur, cui molti ambiscono.
Il rigorismo dei suoi studi è tale, che nel libro Paleosardo (p. 53-54) si è sentito costretto a mettere all’erta tutta l’intellighentzia internazionale su certi signori dai metodi discutibili, che da tempo si sono intromessi per intorbidare la sorgente. «Circoscrivo la rassegna che segue agli studiosi più noti, trascurando ovviamente tutti i lavori prodotti da pseudo linguisti privi totalmente degli attrezzi della linguistica storica… Sono state adombrate (in lavori sardi) radici sumere, paleo semitiche, micenee e persino illiriche (!), e più recentemente (in Spagna) georgiane, naturalmente senza la benchè menoma ombra di competenza glottologica, con confusioni terminologiche, aberranti stravolgimenti storici e ricostruttivi e totale ignoranza dell’avanzamento della ricerca in ambito internazionale (ma nel contempo con estrema disinvoltura e persino audace arroganza). Credo che il silenzio e la conseguente damnatio memoriae inflitta a codesti lavori dalla Comunità scientifica internazionale sia il miglior deterrente per prevenire ulteriori operazioni di mercato». Blasco Ferrer, uomo dalla prosa consumata, tra il dire e il non-dire è riuscito a estendere la damnatio memoriae ai suoi colleghi Giulio Paulis e Massimo Pittau, dei quali nelle stesse pagine bolla i metodi.
Temerità accademica, se rivolta ai colleghi, verve paternale se rivolta agli altri, in quanto in Sardegna l’epiteto di «pseudo linguisti» e la «menoma ombra di competenza glottologica» sono meritabili da vari praticanti. Valida quindi l’esortazione affinchè ognuno faccia la propria parte (soltanto la propria!) nella ricerca scientifica, senza valicare i limiti della propria cultura. Occorre attenersi al senso della misura e del buon gusto; e non basta conclamare che il proprio livello di erudizione è stato alzato nel privato. Chi giudicherà quanto hai alzato l’asticella agonistica, se di due centimetri o di due metri? Gesù indirizzava i redenti al Tempio, per accertarne la guarigione. Chi studia in privato e pretende di pontificare, deve farsi giudicare dalla commissione di laurea. Solo in tal caso non accadrà più che un medico s’adonti a vedersi rubato il mestiere da un architetto, l’ingegnere s’adonti se un geometra pretende di sostituirlo nei calcoli di un ponte strallato, un chimico s’adonti a ricevere dall’avvocato lezioni di tecnologia dei polimeri. Sarebbe ora che i laureati in glottologia prendano le distanze da tanta gente spesso nemmeno laureata. Anche un laureato in Lettere Moderne diviene elemento spurio nelle indagini etimologiche, alle quali si può pervenire dopo durissimi esercizi sulle lingue morte, cui soltanto lo specifico corso universitario predispone, attraverso gli studi di storia antica, di archeologia, e specialmente attraverso interminabili traduzioni di libri di greco e di latino, e letture di tante altre lingue antiche. Mή ὀ σκῡτεύς ὐπέρ την κρηπῖδα.
Se la cultura personale fosse adeguata alla bisogna, non sarebbe cresciuto lo stuolo dei falsari che pretendono di aver tradotto la Stele di Nora. E poi vai a scoprire che la traduzione – in assenza di preparazione e persino in assenza del Dizionario Fenicio! – è stata condotta per vie fantastiche, in una specie di volo sciamanico.
Tutti sentenziano con albagia su questa Stele. L’unica passera solitaria è una professora di Epigrafia fenicia dotata di modestia monacale, insegnante alla Sapienza di Roma, invitata a Cagliari dall’amico Eduardo Blasco Ferrer a tenere una lectio magistralis sulla lingua fenicia: la sua scarsità accademica le porse il giusto metro per misurare la scala del sapere, e di affermare che la Stele di Nora è… intraducibile (sic!). Il risultato è il seguente: chi non può, vorrebbe realizzare, anzi millanta crediti, invece chi può si annulla e blocca l’avanzata del sapere.
Do pertanto man forte a Blasco Ferrer, poiché di linguistica scrivo anch’io, che sono dottore in Glottologia; e dopo numerosi lavori, dei quali do un saggio in questo sito, anch’io ho l’obbligo d’arginare il fango. Enimvero est modus in rebus. Nella presentazione di un elenco di toponomi chiamato “Logus”, EBF ha citato, senza nominarlo, un ricercatore di etimi, appellandolo “saltimbanco da Satyricon”. In virtù della damnatio memoriae, EBF ha taciuto il nome dell’impostore, ma sarebbe stato gustoso esporlo alla berlina, come esempio negativo. Gli incompetenti non possono giocare con le etimologie credendo di averne il salvacondotto. Ovviamente, quel rigore andrebbe esteso equamente ad ogni non-titolato, compresi quelli che Blasco Ferrer coccola ed esalta come aquile, mentre a me, detto con rispetto, paiono zanzare.
Quindi vorrei esortare EBF a sancire la damnatio memoriae soltanto contra homines paucis libris, rispettando chi ha titoli. Verso questi ultimi andrebbe meglio una sana disputa inter pares, condotta alla luce del sole. A che mira, infatti, la brutale dannazione, cancellare un nome (il colmo dell’umiliazione!), quando poi scopriamo che EBF si appropria delle idee del dannato? Faccio un esempio: nel suo recente libro “Paleosardo” (p. 84) egli si allinea a quanto vado scrivendo da sette anni sul fatto che l’antica lingua sarda era agglutinante. Ma si allinea senza citarmi. Ciò non è corretto, almeno se vogliamo tracciare la dovuta linearità nell’avanzamento della ricerca, senza che questa sia palesata a balzi, lasciando delle lacune inopportune e irrazionali.
Anche l’uso dello strumento dello strutturalismo (vedi “Paleosardo”) è un suo modo di adeguarsi al mio modo di procedere. E gliene sono grato. Però al riguardo metterei EBF sull’avviso: egli, per come lo si vede procedere nel suo libro, rischia di fare dello strutturalismo una prigione in cui le caselle vengono pre-disegnate secondo schemi intuitivi, che soltanto a tutta prima paiono affidabili. Un esercito predisposto alla battaglia, dev’essere in grado di cambiare tattica man mano che si scontra con casi specifici. Chi scende nel campo delle etimologie, come fa a prefigurare a priori degli schemi, aspettandosi idealisticamente che la realtà dei singoli lemmi corrisponda poi ai propri schemi? Le verifiche di questo tipo vanno fatte soltanto a posteriori, basandole sui lemmi reali messi a confronto, uno per uno, senza schemi inibitori, e senza il frequente sotterfugio dell’asterisco (*), del quale, a mio avviso, si abusa.
È a posteriori che si creano le basi granitiche di una teoria. Quindi il procedimento di segmentazione che EBF sbandiera (p. 64 e passim) non è scontato di fronte a una lingua agglutinante qual era l’antico sardo, nel senso che spesso a una segmentazione del tipo, poniamo, ab-cd-ef, altri lemmi sardi richiedono, singŭlārĭter, un taglio abc-de-f oppure a-bc-def, o abc-def, o ab-cdef, o a-b-cdef. Tutto ciò è maggiormente vero, a misura che uno assuma come certo che un tale lemma sardo abbia radici basche, mentre un altro studioso non le scorge affatto.
Va da sé che certe analisi distribuzionali possono concludersi in delusioni, specie nei casi frequenti in cui certi allomorfi (veri o presunti) si rivelano opachi a un’oculata analisi strutturale. Una legge fondamentale della segmentazione strutturale della lingua sarda è lo stato costrutto. Su ciò avverto l’Accademia (e indirettamente Blasco) da 7 anni, poiché senza lo stato costrutto certe teorie non stanno in piedi. Lo stato costrutto è la chiave indispensabile per capire e districare tutti i lemmi sardi che intuiamo essere degli antichi composti.
Per intuire nei composti sardi la sussistenza di antichi stati costrutti ci vuole pratica (coltivata con l’uso indispensabile delle grammatiche semitiche); ma per il principiante vale una regola fondamentale, che è quella di mettersi in guardia ogni qualvolta un lemma polisillabo contenga in posizione mediana una -i- (indice di sutura di due vocaboli). Il fenomeno è anche italiano, e pure latino. Da qui l’esigenza di mettersi a studiare senza paraocchi. L’influenza semitica nel Mediterraneo due, tre, quattro, cinque, sei millenni fa, fu amplissima. Comprendo l’imbarazzo di certi linguisti, i quali ancora affermano categoricamente che non di Semiti ma solo di Fenici si trattò, e che questi comparvero nel Mediterraneo dal 750 a.e.v., e che per giunta essi toccarono (tanto per restare in argomento) soltanto la Sardegna. Questo è uno degli errori fondamentali della ricerca.
Appo unu fizzu cambirussu e conchimannu… Ecco, siamo dentro lo stato costrutto. Nel primo elemento (che funge da complemento di relazione) è rilevante l’uscita fissa in -i-, costituente il morfema di giuntura, e nel secondo la variabilità dell’aggettivo secondo il genere e il numero. In italiano abbiamo tantissimi esempi, quale capinera, pettirosso; nell’italiano arcaico abbiamo capirotto, collicorto, collilungo… Tralascio i conii letterari quali occhicerulo, occhinero, occhisanguigno… In Toscana abbiamo vari esempi (codibianco…), e più ancora in Corsica (barbibiancu, bocchigrussu, capileggeri, cornirittu, nasitortu…). Nell’Italia meridionale: anchitortu, capirasu, capiddijancu, cudilonga, manilestu… Massiccia è la presenza di stati costrutti nelle aree romanze, soprattutto in Spagna: aliquebrado ‘con l’ala rotta’, barbirrubio ‘barbarossa’, boquiangosto ‘bocca stretta’, cabizbajo ‘a capo chino’, cari-redondo ‘di faccia tonda’, corniapretado ‘dalle corna ravvicinate’, cuellierguido ‘impettito’, dientimallado ‘coi denti cariati’, labihendido ‘dal labbro leporino’, lenguicorto ‘di poche parole’, lomienhiesto ‘alto di schiena’, ‘borioso’, maniabierto ‘prodigo’, ojinegro ‘’di occhi neri’, orejisano ‘con orecchie non marcate’, palmitieso ‘dallo zoccolo piano o convesso’, patituerto ‘a zampe storte’, pasilargo ‘a passo lungo’, pechiblanca ‘bianca di petto’, pelirojo ‘rosso di capelli’, piernitendido ‘a gamba tesa’, rabicorto ‘di coda corta’, teticiega ‘dal capezzolo ostruito’. A quanto so, formazioni di stato costrutto sono assenti nella lingua catalana, mentre appaiono nel guascone moderno: brassilounc ‘di braccia lunghe’, cabiort ‘forte di testa’, caminut ‘a gambe nude’ (SGR 85-89). Anche la lingua latina è piena di stati costrutti, prova di un arcaico linguaggio agglutinante: armiger, pontifex, accipiter (< akk. akki-pitru ‘furia delle steppe’), eccetera.
Lo stato costrutto è diffusissimo nel logudorese, nel sassarese, nel gallurese, sembra meno esteso in campidanese, ma soltanto perché qua s’usano altre forme di stato costrutto (sulle quali ora non indugio). E non si può certo dire che la Corsica, che ne è piena, abbia subito l’influenza dagli stati-costrutti spagnoli! No, per la contraddizion che nol consente. Lo stato costrutto sardo s’estende anche alle formazioni fitonimiche (es. fustialbu ‘pioppo’).
Manco a dirlo, il Meyer-Lübke e lo Spitzer avanzano l’ipotesi che tali forme abbiano modelli latini di origine dotta (es. oviparus). Wagner e Rohlfs propendono invece per una origine dal latino volgare. Ma sempre latino è! Quand’è che sortirà un linguista poco avvezzo a tollerare un Mediterraneo spaccato in due, che alzi la schiena e allunghi lo sguardo, facendolo spaziare per tutte le sponde del Mare Nostrum? Scoprirebbe che l’origine del fenomeno è accadica e riguarda tutte le lingue semitiche, quindi anche l’antico sardo.
Questo nuovo modo di scrutare le relazioni inter-mediterranee aiuterebbe parecchi linguisti a rimettersi in gioco e a non vedere certe equivalenze fono semantiche come esclusiva faccenda di due soli popoli. Ad esempio, quando Blasco Ferrer (P 24) scrive che «la presenza catalana in Sardegna è inderogabilmente testimoniata dagli oltre 2000 catalanismi presenti nel sardo neolatino» (ossia nel sardo attuale), egli sostiene una tesi forzatamente rinsecchita, poiché gli manca quella sana visione inter-mediterranea che lo porterebbe, se adottata, a vedere quei 2000 lemmi come sopravvivenza catalano-sarda (non catalano → sarda!) di un più antico linguaggio mediterraneo che prima e durante l’Impero romano legava parecchi popoli rivieraschi.
Sinora sono quasi 10.000 i lemmi della lingua sarda da me analizzati (ed etimologizzati). Con questa massa ingente spero di essere autorizzato a diffondere la scoperta che lo “zoccolo duro” del Paleosardo fu semitico. EBF, con 49 lemmi baschi, tenta di rovesciare (inconsapevolmente) le mie teorie, e non s’accorge della sproporzione. Una teoria si verifica scientificamente sulla massa, non su qualche eccezione. E poi, perché non scovare, a questo punto, pure le centinaia di vocaboli che la lingua basca condivide direttamente col sumero e con l’accadico? EBF forse non lo sa, ma ce ne sono!: basco aba ‘padre’ < bab. aba ‘padre’; basco iri ‘città’ < sum. iri ‘città’; basco logi ‘fango’ < sum. luḫum ‘fango’; basco obi ‘concavità naturali, gole, forre’ < sum. ub ‘foro, buco’; basco soro ‘campo libero o dissodato’ < sum. šurum ‘rifiuti del pasto, feci, lettiera di bestie’; basco ur ‘acqua < sum. uru ‘inondazione, diluvio’; basco korosti, gorosti ‘agrifoglio’ = sardo corosti, costike < sum. ḫuš ‘pianta’ + akk. ṭēḫ; basco txakur ‘cane’, zakur ‘cane grande’ < sum. zaḫ ‘spostare, traslocare, trascinare’ + ur ‘cane’, col significato di ‘cane da caccia’; basco mokor ‘picco, punta’, catal. ant. mugarón, moguró, muguró ‘capezzolo’ < akk. makurru, makkūru, maqurru ‘gibbosità, gobba della luna crescente’, sum. mu ‘crescere’ + kur ‘montagna’, col significato di ‘montagna che cresce’ (ossia, che è ancora piccola).
Ma ci sono parecchi altri lemmi baschi. Con un po’ di buona volontà, possiamo scovare almeno cinquecento equivalenze basco-sumeriche. Da cio dovremmo arguire che i Baschi conquistarono pure la terra di Sumer? Che autorità possiamo riconoscere a uno studioso che insiste nel vedere una “colonizzazione della Sardegna” nei 49 lemmi baschi condivisi col Vocabolario Sardo, a fronte dei 90.000 lemmi sardi non-condivisi? Che autorità merita uno studioso che propugna 49 lemmi baschi come “segno inequivocabile” di una colonizzazione basca della Sardegna? EBF non capisce che certi lemmi baschi, compresi quelli condivisi col sardo, sono relitti di una arcaica lingua comune euro-mediterranea.
Sono decine di migliaia gli attuali vocaboli europei, italici, sardi (alcuni pure baschi) radicati nell’arcaica Cenosi Linguistica Primaria, quella che io chiamo Paleolitico-Neolitica, le cui radici sono riscontrabili più che altro nel sumero e nell’accadico, lingue fortunatamente conservatesi sottoterra, intatte, dopo la repentina caduta di quegli imperi. Sono quelle lingue il vero Giardino dell’Eden da cui anche lo studio delle inesistenti relazioni basco-sarde riceve luce. Il mio maestro, Giovanni Semerano, aveva cominciato ad elencare la lunga trafila dei vocaboli tedeschi, alto-tedeschi, angli, sassoni, franchi, baschi, prima della morte. Io non ho la forza di continuare quell’immane lavoro, che è stato esteso alle lingue latina e greca, i cui vocaboli, per oltre la metà, hanno dimostrate origini semitiche. Egli per pudore non indagò le radici italiche, ed è toccato a me sollevare il lenzuolo della ricerca etimologica sulla lingua italiana. Io sono solo, non ho codazzo di allievi, e pertanto non ho le forze, nemmeno il tempo, per andare avanti; quindi aggiungo ogni tanto qualche raro mattone alle etimologie delle singole lingue indoeuropee e romanze, specie della lingua greca, latina, italica. E l’avere scoperto che pure l’antico italiano si basa in buona parte sul semitico, anziché sul latino, ha lacerato tutte le certezze che avevo sul Battaglia (Grande Dizionario della Lingua Italiana) e sul Dizionario Etimologico della Lingua Italiana di Zanichelli. Non voglio neppure esternare il giudizio sul Corominas a proposito delle etimologie della lingua castigliana.
Ebbene, il mio Maestro, che è stato il primo a denunciare lo stato miope della ricerca etimologica nel Mediterraneo, ha subìto anch’egli la damnatio memoriae da parte di tantissimi cattedratici; ciò non è stata una buona cosa; è stato vigliaccamente condannato con ira e astio da un branco di lupi-gregari, nonostante ch’egli fosse l’unico studioso italiano a collaborare al CAD (Chicago Assyrian Dictionary), un’opera di 30 volumi. E cominciò proprio col CAD la mia avventura. Lo cercai in tutte le migliori biblioteche sarde, ad iniziare da quella universitaria di Cagliari e da quella della Facoltà di Lettere. Scoprii che in tutta la Sardegna non esistevano volumi del genere, neppure i dizionari ebraici (non parlo di quelli egizi; e che dire di quello fenicio?), poiché nessun glottologo era interessato a tali studi. Li dovetti comprare per corrispondenza, assieme alle rispettive grammatiche e ad altri libri di storia e filologia, un alto prezzo per svincolare la mia cultura dalla camicia di forza dell’Indoeuropeo e della Linguistica romanza, entro la quale mi sono dibattuto per decenni, fino a 7 anni fa. E come un coatto della Neurodelirî il quale, in un barlume di lucidità, capisce l’atrocità delle cure subite, sono scappato dalle grinfie del professor Max Leopold Wagner e dei suoi seguaci tutt’ora vegeti.
So di non essere il solo ad aver scoperto come prioritarie le basi semitiche della lingua sarda. È inutile puntellarmi con lo Spano, uomo di grande sapere e di nessun metodo. Importa comunque dire che già nel 1863 Rudolf von Raumer e nel 1864 Graziadio Ascoli sostennero che l’Indoeuropeo e il Semitico erano correlati. A quei tempi le prove convincenti furono attese invano. Ci ritentò Hermann Möller, Semitisch und Indogermanisch. Ma per quanto splendido, il suo lavoro si limitò al confronto del sistema consonantico. Nel 1969 Linus Brummer pubblicò una dettagliata comparazione dei vocabolari semitici e indoeuropei, seguita nel 1980 da una più ampia comparazione di lingue intrapresa da Kalevi E. Koskinen. Nel mentre pure la Scuola Sovietica si era messa con grande impegno su questa strada.
Ma la fame di sapere non cessa mai. Da un secolo vanno avanti, baldanzosamente, gli studi sul Nostratico e sul Proto-Nostratico. Il conio del termine risale a Holger Pedersen, ma è piaciuto, e ormai sono numerosi gli studi che tentano di avviluppare in unico sistema quasi tutte le lingue Euro-Afro-Asiatiche, ivi compreso il Giapponese. Figurarsi se non ci hanno fatto entrare le lingue della Mezzaluna Fertile! Ma il solito tarlo impedisce a tali studiosi di scardinare certe teorie le quali tarpano le ali a qualsiasi volo.
Quegli studiosi, ad esempio, lasciano intatte tutte le teorie prevalenti circa le lingue romanze e circa la lingua sarda. E non s’accorgono che, così operando, sono degli homines dimidiati. Lo stesso Allan R. Bomhard (Reconstructing Proto-Nostratic: Comparative Phonology, Morphology, and Vocabulary, Brill, 2008) sostiene, con insostenibile leggerezza: «Finally, mention should be made of Sumerian, which I had investigated in previous works as a possible Nostratic daughter language. I now believe that Sumerian was not a Nostratic daughter language but that it is distantly related to Nostratic». E afferma ciò poichè, spossato dalle lunghe elencazioni-comparazioni tra tutte le lingue indoeuropee ed i loro sistemi flessivi, s’accorge sbigottito che le lingue semitiche non sono flessive, per quanto poi riconosca che pure il dravidico fu una lingua agglutinante, e suo malgrado degna di essere “nostratica”. Peraltro, Bomhard sostiene che sono soltanto i suffissi verbali e nominali ad essere meno compatibili tra Indoeuropeo e Semitico. Bella scoperta! E tace sull’enorme bagaglio di vocaboli che accomuna i due raggruppamenti (dico: enorme bagaglio di vocaboli).
Ecco, siamo arrivati al punto. L’inghippo che provoca il non-capirsi a vicenda degli studiosi, sta tutto quanto nelle sillabe sumeriche, che in quanto tali non potranno mai essere messe a confronto con i più evoluti vocaboli semitici a due sillabe e con i pari vocaboli bi-sillabi dell’Indoeuropeo. Quando la smetteranno certi studiosi di accamparsi su schemi primitivi, confettati nell’indolenza? Essi non tengono conto che un approccio corretto col sumerico ha stretto bisogno di work-in-progress. Mi spiego: è assurdo voler cercare nel sumerico il corrispettivo del sostantivo sardo nanu ‘nano’ (lat. nānus, gr. νᾶνος); la base è certamente sumerica, ma la possiamo dimostrare soltanto se, scrutando in quel Vocabolario fatto di semplici sillabe, operiamo noi stessi, e non altri, la dovuta agglutinazione tra na ‘uomo’ + nu ‘no, non’ (na-nu), dandogli così il significato di ‘non-uomo’. Così si fanno i raffronti col sumerico, lingua per lingua, vocabolo per vocabolo! Con lo stesso procedimento si dimostra pure il termine afgano burqa: basta operare l’agglutinazione di sumerico bur ‘vestito’ + ku ‘buco, cavità, tana’: bur-ku, che riceve il significato di ‘vestito-tana’ (tutto un programma).
Occorrerebbe più coraggio da parte delle Accademie per far convergere gli studi romanzi, indoeuropei, semitici in unico alveo. Se ciò avvenisse, non ci sarebbe scandalo ad affermare che il sostrato (vedi EBF Paleosardo, p. 1 e passim) in Sardegna non esiste.
Da 7 anni vado affermando che la lingua sarda è la più antica del mondo (o almeno la più antica del Mediterraneo-Eurasia: assieme all’ebraico e all’arabo). Dico la più antica, nel senso che ancora oggi quella che parliamo in Sardegna contiene uno zoccolo-duro-vivente di almeno il 60% di vocaboli sumero-semitici, termini che erano parlati nella Mezzaluna Fertile oltre 5000 anni fa, che là sono morti, e che invece sopravvivono da noi come niente fosse, con assoluta vitalità, dopo aver superato ogni tipo di stress linguistico ed essendosi conservati a volte intatti, a volte pressoché intatti, a volte in una forma facilmente riconducibile a radici note. Se quelle parole sono quasi identiche a se stesse, nella forma e nel significato, da oltre 5000 anni, come si può parlare di sostrato? Non sarebbe meglio, per la Sardegna, parlare di strato, e avere il coraggio di affermare – davanti a tutte le Accademie del mondo – che la lingua sarda non è neo-latina?
Tanto perché si fruisca di una comune base gnoseologica, vorrei parimenti ricondurre sui giusti binari un altro atteggiamento culturale dell’Accademia, ossia quello che le fa credere che la fase arcaica di una lingua (la paleo-lingua, come la chiama EBF) sia rintracciabile esclusivamente mediante la toponomastica. Questo è un colossale inganno. La paleo-lingua, se la si vuole veramente ricercare e studiare, è rintracciabile (almeno in Sardegna) mediante tutti i vocaboli che ancora conservano lo scibile del passato: nomi afferenti alla religione, ai cognomi, ai pani, alla flora, agli animali, alle malattie, all’economia, alla società, e pure ai toponimi. Ma i toponimi non possono giammai diventare un campo d’indagine privilegiato, tantomeno esclusivo. Così operando, si utilizza una minima parte dello scibile, peraltro proprio la parte più viscida, la più difficile da analizzare con metodo e competenza.
C’è gente che mi conosce come esperto di agricoltura e pastorizia. Altri mi conoscono come infaticabile camminatore delle montagne, come ex presidente sardo del Club Alpino Italiano. La laurea in Glottologia, questo bagaglio originario, mi ha comunque messo sempre nella condizione di capire che un toponimo è una bestia indomita. Chiunque (tra i titolati) interpelli un toponimo, sa che ne può uscire con le ossa rotte. I non-titolati, invece, agiscono sui toponimi come un uomo privo dell’amigdala, gente senza paura che può vilipendere un toponimo senza riceverne in cambio delle vulnerazioni. Beati loro!
Tutt’altra cosa è indagare (se si è titolati!) la flora, i pani, i cognomi, la religione, le malattie, la socio-economia, e tutto il restante scibile della Sardegna. Ma i toponimi, a me, fanno tremare le vene e i polsi.
Nel mio precedente volume “Toponomastica Sarda” ho precisato le qualità di cui un indagatore di toponimi dev’essere dotato, oltre alla necessaria laurea in glottologia e agli studi universitari in archeologia e storia antica. E sono: ottima cultura nella scienza geologica, di quella pedologica, sulla flora, sui sistemi paesaggistici. Non guasta avere buone nozioni di micro-storia e di socio-economia locali; ed occorre rigorosamente sapere se il territorio è gravato da usi civici. Principalmente occorre saper leggere il territorio nelle sue stratificazioni dell’uso, nel suo divenire diacronico, anche per capire il perché di quel tale monumento abbandonato, di quella strada nuragica, di quella via di transumanza, di quel villaggio, degli alti-pascoli nati lì e non altrove. E le strade antiche (le quali sono di otto generi) occorre saperle distinguere, perché nessuno lo verrà mai a specificare; e allora, una cosa è che tu le attribuisca ai nuragici, altra è che siano romane, altra è che siano giudicali, altra che siano marchionali, o minerarie, o pastorali, o carbonare, o venatorie. E se sbagli classificazione, hai sbagliato il toponimo. La Sardegna è una miniera: occorre saperne fare la stratigrafia linguistica. Un aiuto da parte di chi sa, è benvenuto. Fu con tale spirito che chiesi alla Sovrintendenza dei beni archeologici di Cagliari di lasciarmi visionare la rete delle strade romane in Sardegna. Risposta: non è stata mai redatta. Allora chiesi di conoscere almeno il tracciato della strada romana collegante Bosa al Logudoro, poiché avevo il sospetto che Piero Meloni nella sua Sardegna Romana, avesse sbagliato. Non conoscevano il tracciato. Bene, con gli scarponi dovetti verificare passo-passo la questione, dimostrando che Meloni ha fatto degli errori madornali. Ancora oggi quell’antichissima strada è intatta. L’ho scoperta io. L’ho descritta in un libro.
Ora, fa meraviglia che nel volume Paleosardo EBF scriva genericamente di “scisti” a Monte Genziana, mentre si tratta di filladi quarzifere del Postgotlandiano (cosa un po’ diversa); mi meraviglia che si parli delle domus de janas costruite normalmente in “calcari, graniti e basalti”, mentre era meglio spiegare che le domus de janas furono costruite entro un solo calcare: quello miocenico (i calcari appartengono a tre Ere, sono abissalmente diversi da era ad era, e la durezza è diversa pure tra calcari coevi: come dire, che la Sardegna ha decine di tipi di calcare). Quanto ai graniti e basalti, non sono affatto sede di alcuna domus de janas: i basalti sono praticamente inattaccabili dagli strumenti dell’epoca, mentre i graniti accolgono qualche rarissima domus de janas, a parte certe domus create tra le putrescenze dovute all’accelerazione dei processi anisotropici. Fatto imbarazzante, in Paleosardo non si scrive che le domus de janas costruite in zone vulcaniche stanno esclusivamente nelle trachiti, nelle trachi-andesiti, nelle fonoliti, nei tufi, mai nei basalti. Questo un cercatore di toponimi deve saperlo.
Alla storia geologica è legato pure il problema della genetica. Sembra, ma non è, risolutivo il fatto di aver notato dei legami tra il genoma dei montanari sardi e quello degli antichi Iberi e “Protobaschi”. Al riguardo va messo saldamente nel conto il fatto che la genetica procede ancora tra ambagi e ripieghi inqualificabili (sono esemplari gli impresentabili studi genetici sinora condotti sugli Ebrei). Ed è grave che EBF abbia dedotto che la colonizzazione della Sardegna da parte iberica cominciò nel Paleolitico, e «che durante tutto il Neolitico non ci sono stati flussi migratori diversi da quelli provenienti dall’antica Iberia. La formula España en Cerdeña è già valida per la Sardegna neolitica» (Paleosardo 46-47; e leggi pure il rush finale del volume).
Ma intanto vien da chiedere a EBF a cosa si sia ridotta la lingua catalana in Sardegna dopo 700 anni, a datare dalla nota invasione del 1323. EBF a p. 24 sostiene che in Sardegna sopravvivono 2000 catalanismi. Esagerato! Essi equivarrebbero al 10% del sardo parlato; ma intanto EBF non calcola che in essi dobbiamo inglobare il castigliano. Nei miei libri spiego poi abbondantemente che quel complessivo 10% è solo in minima parte catalano-castigliano (i quali in realtà scendono all’1-2%), mentre il resto è condiviso (sardo-catalano-castigliano) sulla base della Cenosi Linguistica Sumero-Semitica (o Nostratica) alla quale l’intero Mediterraneo soggiacque prima dei Romani.
Quanto alla geologia, non dicono niente le glaciazioni? Quella Würm cessò 10.000 anni fa, ossia nell’8000 a.e.v. E cosa facevano i popoli del nord e quelli pirenaici, in piena glaciazione, se non cercare “un posto al sole”? La Sardegna, che non subìva le glaciazioni, era la “Terra Promessa”, è ovvio. La propinqua Corsica no, essendo tutta montagna, e perché subì anch’essa la sua piccola glaciazione. Ma i Sardi (i Paleosardi) hanno sempre assorbito (ossia fatto sparire) ogni genere di apporto linguistico (ammesso e non concesso che quelle popolazioni “glaciali” stessero originariamente al difuori della Grande Cenosi Linguistica Paleo-Neolitica – ossia il Nostratico – e che la loro lingua non fosse comparabile col sumero-accadico).
Occorre prendere atto che la Sardegna, se condivide coi Baschi poche decine di lemmi, ne condivide altrettanti con parecchi popoli europei, senza che ciò possa autorizzare a leggere in filigrana delle invasioni di Germani, o di Celti, o di Venetici, o di Normanni.
Io inviterei blandamente EBF a tener conto di questo fenomeno. E per quanto attiene alle sue ricerche sul campo, lo inviterei a escludere anzitutto gli aiutanti che non hanno una laurea in glottologia; in secundis, lo inviterei a non fidarsi mai della trascrizione-traduzione dei toponimi da parte di un aiutante, per quanto letterato possa essere. Con tutta modestia, avverto che senza aver percorso tutta la Sardegna a piedi, se la si è percorsa senza un carico di nozioni del tipo di quelle su elencate, i risultati non sono apprezzabili. Altrimenti ci si riduce ad accettare la traduzione di Serramanna (paese al centro del piattissimo Campidano) come ‘grande giogo montano’, com’è stato scritto nel Dizionario di Toponomastica, Utet, p. 619, su suggerimento del Paulis. E non bisogna fidarsi nemmeno se uno viene a dire che il toponimo Su ‘e Nicola significa ‘il predio di Nicola’. Occorre controllare: se c’è una foresta di Quercus ilex, e se il territorio è ad uso civico, allora è certo che il toponimo è corruzione + ipercorrettismo di un antico Su elicòne ‘il bosco di elci’. Questo esempio informa quanto valga, nelle etimologie, pure la ricerca extra-linguistica, quella ambientale. Infatti laddove ci furono delle proprietà o dei possessi (quindi fuori dalle aree ad uso civico), prevale nettamente il nome-cognome del proprietario o possessore, es. Antiógu Bòe, senza quel tipico “su”, che oltre ad essere articolo, è un pronome dimostrativo identico, pure nella funzione, al corrispettivo assiro-babilonese šu.
E non ammetto, a proposito di Su Elicòne, la possibile obiezione che il bosco di elci potrebbe essere sparito da secoli, dando luogo a garighe, quindi rendendo il sito inintelligibile. Obiezione metodologicamente irricevibile. Infatti, chi sa “leggere” un territorio, chi lo sa “sezionare” diacronicamente, sa pure scrutare il paesaggio e il terreno, e s’accorge all’istante, da vari aspetti, principalmente dai bonsai che spuntano tra i cardi dappertutto, alti due-tre centimetri, quale fosse la composizione floreale di cento-cinquecento anni addietro. Poiché i bonsai resistono alla barbarie del fuoco e del sovrapascolamento attraverso i secoli, e dànno informazioni preziose sulla vera natura del soprassuolo nel passato.
Nella ricerca toponomastica occorre diffidare pure di certi “saggi” locali, le cui profezie sembrano fiammeggiare dal roveto del Sinai, mentre poi sono esilaranti come quelle di Nostràdamus. Ecco alcuni “distillati” del territorio di Balláo: Arcu de genna ‘e amori ‘il passo della porta dell’amore’, Accu bedida ‘la valle benedetta’, Arcu de pesu ‘il passo del carico’, Atziada de cagamiddoi ‘l’erta dove me la faccio sotto’, Baccu de luxi ‘la forra di luce’, Baccu marcasua ‘la forra della terra della sua sorte’, Bau orbaxi ‘il guado di orbace’, Bolla pirastu ‘voglia di perastro’, Braca ‘barca’, Cadeddus ‘i cagnolini’.
Ma a parte tutto ciò, dicevo che i toponimi, almeno a me, fanno tremare le vene e i polsi, nonostante che anch’io possegga degli ottimi dizionari di lingua basca, oltre a tutti i dizionari mediterranei, antichi e recenti. Persino i toponimi barbaricini mi fanno tremare, nonostante che il loro candore arcaico li appalesi come fossili a cui basti una spolverata per essere svelati. Svelati, poi, sulla scorta di che? Sulla scorta di una manciata di radicali baschi? E chi sarebbe il destinatario di tale guasconata? In Sardegna nessun intellettuale è attrezzato per familiarizzare con simili assurdità.
Non ho ancora fatto osservare che EBF, entro la sua “testa di ponte” di 49 lemmi, coi quali intende dimostrare la colonizzazione basca della Sardegna, ha conglobato pure parecchi lemmi asteriscati (*), ossia lemmi la cui esistenza è supposta, ma non è registrata da alcun Vocabolario. Con uno di questi intende dimostrare l’etimologia di Càgliari da *KAR(R)A ‘roccia’ (P 14).
E allora, eccomi costretto a entrare nell’agone predisposto da EBF, allo scopo d’indicargli un metodo di ricerca più scientifico.
Anticamente Cágliari fu Káralis/Karales. Anche nell’antica Panfilia esisteva la cittadina Κάραλις, Κάραλλις. Il toponimo è ripetuto almeno altre tre volte nel centro-Sardegna (Aùstis, Sorradìle e altrove). La forma Karále si trova ad esempio ad Aùstis, in area à maquis. Ma c’è forte differenza nell’etimologia dei due toponimi (vedi Dizionario Etimologico).
Al lemma Karalis s’addice un etimo affascinante perché riporta alla semantica di Ólbia (greco ’Όλβια: ‘felice, fortunata’). Esso proviene dal bab. karallu ‘gioiello’, ma anzitutto ‘felicità’. Questo stesso toponimo è riportato pure nella carta tolemaica (Kαραλλι), col suffisso plasmato su quello greco in -i. Karallu è la stessa etimologia del termine corallo, che i linguisti sinora avevano lasciato nel vago. E ciò fa riflettere. È nota l’enorme importanza delle barriere di corallo rosso che cingevano pressoché tutta la Sardegna e che attirarono in ogni epoca flotte di urinatōres.
Il fatto che il toponimo apparso alla storia prima del Kαραλλι tolemaico sia stato Karalis, con una sola -l- e il suffisso -is, è spia di un’antichissima tendenza dei Sardi meridionali al raddoppio delle consonanti, opportunamente rilevata dai Romani che credettero pure Karallu un vezzo fonetico locale, da loro semplificato per ipercorrettismo.
Un’annosa suggestione a catena coinvolge vari linguisti, inducendoli a ipotizzare per Cágliari (v. Paleosardo 14, 70, 124) che le «imponenti masse di rocce calcaree del Castello e del Monte di Sant’Elia, evidenti da qualsiasi parte del Golfo, convogliano unanimemente al riconoscimento della base *KAR(R)A ‘roccia’, che ritroviamo anche in Nuraghe Carale ad Austis e Carallai presso Sorradile, nonché in un vasto campionario di toponimi dispersi per tutto il bacino mediterraneo, sempre con riferimento esplicito all’aspetto roccioso dei luoghi (da Carrara a Caraglio in Corsica a Caralis in Panfilia)». Non so se siano stati verificati i siti rocciosi evocati, poiché, almeno in Sardegna, essi non esistono (tranne che a Cágliari). Per esempio, ad Austis il sito di Carále (non l’inesistente Nuraghe Carale) sta in luogo pianeggiante, pastorale, non-roccioso, che segna il confine tra il territorio di Austis e quello di Teti.
Peraltro il solito patetico asterisco (*) è una prova della sconfitta degli etimologisti che si riducono esclusivamente a supposte radici indoeuropee, il loro “salvacondotto” (nel caso del libro Paleosardo, ci si riduce pure a supposte radici “paleobasche”), dalle quali il più delle volte non riescono a distillare altro che fantasie. Lascio al lettore il piacere di degustare le pagine 124-125 di Paleosardo, dove s’include *KAR(R)A tra le radici di «origine incerta o ignota», procedendo in modo ambiguo ma soave, mentre per via subliminale si capovolge l’assunto e s’induce a credere che la radice sia storicamente accertata e significhi ‘sasso, roccia, massicciata’.
Oddio, non è che – con un po’ di buona volontà – non si possa dare una (mezza) ragione a EBF. Ma ciò è possibile solo capovolgendo l’indagine ed espungendo quel delizioso asterisco, ed a condizione di fare accettare kar (senza asterisco!) come vocabolo sumero-accadico significante ‘porto’, ‘molo’ (e, per traslato, ‘parete ripida’, ‘precipizio’).
A questo proposito,
sembra un mistero (ma non lo è) che la certissima radice kar
sia diventata l’incerta *KAR(R)A, tramandata ex cathedra da
un accademico all’altro. Tale forma asteriscata ha ubriacato parecchia
gente; e chissà da quanto dura; a molti accademici sembra interessare
poco il disvelamento di questo busillis, poiché eis
non licet vitia in aliqua re
vidēre. Tra di essi, anche i misteri conservano un fascino profondo
e… veritiero: l’importante è che siano tramandati da professore
a professore, in circuito chiuso, nei silenzi sepolcrali, in un sapere
muto come quello dei Misteri Eleusini. E che vengano rigorosamente attribuiti
al campo indoeuropeo-occidentale-
Transeamus! Andando ad altro, adesso vorrei riproporre la mia regola della segmentazione variabile dei vocaboli (ab-cd-ef, abc-de-f, a-bc-def, abc-def, ab-cdef, a-b-cdef…), per affrontare il radicale ipotetico *KUK (Paleosardo 125), cui EBF dà arbitrariamente il “valore univoco” di ‘altura, cima’, assumendolo a totem di pretese radici sparse in Sardegna, in Francia, tra le lingue dravidiche. In realtà le cose stanno diversamente: ognuno dei lemmi citati (kukku, kúkkuru, kúkkuru nieddu, Cuga, Cugui, Riu Cugada, Mela Kugada, Mela Kuka, Monquq, Cuq, Le Cuq, Cumont, Juxue, Jokoberro), esclusi gli evidenti derivati, ha un radicale peculiare (peraltro segmentabile diversamente), non condivisibile dagli altri lemmi citati. Per quelli sardi rimando al mio Dizionario Etimologico, dove per kukku si trova la base sumerica kukku ‘nero’, ‘dark places’ (raddoppiamento superlativo di ku ‘buco, cavità’): cfr. dravidico kaka ‘cornacchia, corvo’; per kúkkuru troverai l’akk. qaqqadu, ug. qdqd, ebr. qōdqōd ‘capo, vertice’ (cfr. sanscrito kāhra ‘duro’) < sum. kur ‘monte’, con termine raddoppiato; da questa radice sumerica si capisce nitidamente come in Sardegna, molto spesso, abbiamo la filiazione diretta (in questo caso il sum. kur che raddoppia in ku-kur-u), senza passaggi intermedi tra le lingue semitiche che invece hanno dentalizzato la /r/ sumerica (processo inverso). Quanto al riu Cuga, il termine ha la base etimologica nel sum. kug ‘puro’ (riferito alla bontà dell’acqua).
Mi perito (ovvia
è la ragione) di trattare i termini francesi citati, poiché
è già “grasso che cola” – visto il rigore
della mia metodologia – se nel presente libro riesco ad affrontare
i 2500 toponimi-idronimi-oronimi-
Occorre evitare d’incappare nell’estasi di santa Teresa. Le somiglianze fonetiche possono produrre trance, ipnosi, e chi non viene risvegliato rischia di cadere nel baratro, come il mio amico archeologo-sonnambulo, compagno di folli scarpinate sugli abissi del Supramonte, che di notte legava la caviglia all’albero per non fare voli… pindarici pendant sa promenade à la belle etoile. Se perseveriamo a scorrazzare liberamente sul dizionario basco, saremo quanto prima sedotti a vedere, tra le tante meraviglie, l’identità del vocabolo basco lupa col latino lupa, e persino col cognome sardo Lupu, italiano Lupo, nonostante che non siano reciproci. Infatti i due cognomi hanno la base accadica luppu ‘cinghia di cuoio’; il basco lupa è il ‘fango’, mentre in latino è la ‘meretrice’. Attenzione poi a non cadere in un altro trabocchetto, ossia a credere che questa lupa latina sia un traslato della femmina del lupo: altrimenti si sarebbe costretti a dimostrare perché proprio la lupa sia assurta a modello delle meretrici.
A proposito delle
tantissime identità del latino col sumero-accadico, vorrei chiedere
a EBF da che derivi il latino Suburra. Lo dico io: dal babilonese
burra ‘prostituta’. Quel Su- è identico al pronome sardo
nel sintagma Su ‘e Musinu ‘il terreno di proprietà di Musino’,
dal babilonese šu ‘quello di’, ‘quello appartenente a’.
Quindi Su-burra indicò, nell’antica Roma, ‘Quello (il luogo)
delle prostitute’. Torno ora a lupa, collegandola a lupanar
‘casa delle meretrici’, termine che i dotti collegano ancora con
lupa, mentre il secondo membro -nar subisce un liquidatorio
rimando a -nal di Baccha-nal. Ma che ci azzecca -nal
con -nar? Insomma, lo vogliono capire, i signori linguisti, che
-nar non è un suffisso ma un vocabolo sumerico (nar)
che designa la ‘musicista’? E cos’erano le musiciste, ossia le
flautiste, 5000 anni fa, se persino nei bassorilievi greci erano rappresentate
nude, in posa inequivocabile? (vedi il “trono Ludovisi”). Lupa-nar
dunque indicò una “casa chiusa” di riguardo, dove l’uomo ricco
poteva recarsi a trovare sesso-e-musica, un misto di bunga-bunga
e di Folies bergéres. Ma di quella lupa-che-non-è-femmina-del-
In latino abbiamo vari vocaboli legati ai piaceri dell’uomo. Ad esempio la gana era la ‘casa da gioco’, non comparabile con lo sp. gana ‘voglia’ nè col basco gan ‘ciarpame di lino’; lūdus non era il referente del sardo ludu ‘fango’ ma indicava il ‘gioco’ (verbo lūdō, -i, -si, -sum, -ere), da akk. elēṣu ‘giubilare’, ebr. ‘lṣ ‘esultare’. Il basco popin ‘gradevole, bello’, o popiña ‘bambola, donna sciocca’ non hanno corrispondenza nell’aggettivale lat. popīna ‘bettola dove si cuoce qualche cibo’, legato a popa ‘ostessa’ < sum. pu ‘bocca’ + pa ‘fronda’: pu-pa ‘fronda del mangiare’ (ricordo che in Sardegna si metteva la fronda sulla porta per indicare al viandante un luogo di momentaneo ristoro, la trattoria occasionale; ancora oggi lo si fa, ma solo per il vino).
Ma a qual pro indugiare su certi esempi, bastando poco a capire che l’associare rigidamente le omofonie, senz’altro metodo, è come fare il volo di Icaro? Quindi non tentiamo di mettere a raffronto la radice del basco batikor ‘paziente, sottomesso’ con la radice del toponimo lat. Vāticānus, il quale ha basi semitiche. Anche Vāticānus richiede un approccio tutt’altro che banale, in quanto ci troviamo dinanzi all’assiro bātiqānu 'informatore' < bātiqu 'messaggero postale'. Però il termine più congruo sembra un aggettivale in -ānus dalla base assira batqu(m) 'tagliato di netto', 'interrotto' < batāqu(m) 'tagliar via, dividere, strappar via', 'separare (terreni)' (è il Tevere l’elemento separatore dalla Roma originaria). Il Vāticānus cominciò a essere frequentato con la costruzione del ponte Milvio, e col tempo vi s’impiantarono pure le vigne, che però producevano un vino pessimo (Marziale). Ma prima delle vigne, cosa c’era?, perché collegare per primo all’Urbe proprio il Vāticānus? Lo si capisce tornando a bātiqānu 'informatore', che attiene al lat. vātēs 'profeta, indovino, vaticinatore; profetessa, sibilla', la cui semantica è confrontabile proprio con l'assiro bātiqānu ‘informatore’, del quale è una retroformazione. C’è da immaginare che nel Vāticānus ci stesse, appartato per ragioni sacrali, un sito dove s’andava a ricevere i vaticinii. Insomma, colà ci stavano gli Etruschi! È facile usare la ragione nell’analisi etimologica, al posto di un freddo confronto fonetico, azzardato per giunta soltanto su qualche decina di radicali baschi.
Tanto per non
tediare il lettore, sottopongo per ultimo soltanto il toponimo Roma,
che ha la base semitica dall’ebr. romem ‘altura’, per il
fatto che l’abitato nacque in origine sul Palatino (estesosi poi sugli
altri colli) per difendersi dalle piene del Tevere. Si dirà: esagerato!
ora rechi pure una storiella ebrea! Eh, sì. Poiché pure gli Ebrei
fecero parte dalla grande famiglia semitica, assieme ai Sardi, e i loro
vocaboli furono fungibili con quelli sumero-accadico-assiro-
Beninteso, la tecnica della citazione at random è utilizzata solo per i casi appena indicati, mentre in altre situazioni gli stessi glottologi (ed i semitisti) usano criteri capovolti: come dire, stesso peso e due misure distinte! Ad esempio, conosciamo le pretese nichiliste (direi una miopia da talpa) brandite per la datazione della Stele di Nora, il documento scritto più antico dell’Occidente. La dicono del 750 a.e.v. anziché del 1000, perché la Stele, pur avendo la stessa identica grafia della Stele di Aḫiram (che è riconosciuta del 1000 a.e.v.), ha però un carattere in meno, essendo bastati meno caratteri a scriverla. È stata sufficiente l’assenza di un carattere per condannare la Stele a un “ringiovanimento” di 250 anni. Il contagio della follia, quando parte da un cattedratico, fa il giro del mondo, e imprime sulla cultura i butteri del vaiolo.
Tornando all’ebraico, non bisogna minimamente pensare che si debba fare a meno di esso nel dimostrare le radici semitiche degli abitanti del Latium (anche il lemma Latium significa in semitico ‘colui che divide’, sempre riferito al Tevere. Così è anche per il sardo Monte Láttias, che infatti è l’eminenza di una catena visibile da Karalis, che separa il Sulcis orientale da quello occidentale).
Ma torniamo (e finiamo) con Roma-romem ‘altura, monte’, termine che richiama pure il formaggio pecorino Romano, il classico formaggio della Sardegna L’Accademia sarda accetta volentieri d’intrupparsi nel coro che da troppo tempo rompe (i timpani) nel pontificare che il formaggio “Pecorino Romano” ha il copyright da Roma, la quale avrebbe insegnato la tecnologia agli acerrimi nemici Ilienses. Invece la derisa radice ebraica romem è la stessa che indica le “alture”, le “montagne” dove i nostri Barbaricini hanno sempre fatto tale formaggio romano: che è il “Pecorino delle montagne (sarde!)”.
Nei pochissimi esempi relativi all’antica Roma e ai nostri Barbaricini ho presentato un piccolo saggio di come si dovrebbe fare la ricerca etimologica. Per questa non servono 49 pietruzze: serve la massa, il metodo, la ragione, l’intuizione, l’interpretazione, nonché la conoscenza approfondita dell’ambiente. Quindi non serve isolare una manciata di lemmi barbaricini (e affini), usandoli come grimaldello per scardinare le Porte Scee e sotterrare Troia. Peraltro, a nessuno viene il sospetto che i villaggi della Sardegna – oggi ridotti a 377 – hanno dei nomi che, nella generalità, sono il fenomeno più arcaico dell’isola. E allora, oltre a Càgliari, perché non indagare – col metodo “basco” – anche i restanti 376 nomi di abitati? La loro nascita è realmente arcaica, coeva a qualsiasi altro toponimo arcaico, quali sembrano quelli barbaricini. E allora, perché non cimentarsi pure coi toponimi di villaggio al fine di rinvenirci (eventuali) radici basche? Non si riesce? Non si può? Non si sa?
Quindi ecco che EBF va in Barbagia, si isola lassù, fa “terra bruciata” della restante Sardegna, allo scopo di scovare dei toponimi arcaici, dei quali poi non riesce mai a dedurre il significato. Non riesce per il semplice fatto che crede ciecamente a una derivazione iberica e pirenaica, in forza della quale i toponimi barbaricini non potrebbero ricevere altro lume se non da quelli già tradotti in Guascogna. A me quelle sembrano soltanto guasconate. E così, se un tale toponimo basco-iberico significa, putacaso, monte, si dovrebbe tradurre come monte anche l’omofono sardo, malgrado che le evidenze ambientali (le quali non mentono) dimostrino che il toponimo indica, putacaso, un’area vastamente piatta e irrigata. Ma dove sta la coerenza intrinseca alla metodologia? Ricordo ancora la traduzione di Serramanna come ‘grande costa montana’, mentre invece è da ug. ṭrr (pronuncia tzerra) ‘ricca d’acqua, bene irrigata’ + sum. maḫ ‘grande, potente’ = ‘(città) grande, ricca d’acque e bene irrigata’ (basta visitare il territorio per capire bene la questione). Ma nel mio Dizionario Etimologico ci sono moltissimi altri esempi. Se il popolo sardo leggesse regolarmente di etimologie, con Serramanna serberebbe la più esplosiva barzelletta del secolo, da tramandare ai posteri. Ebbene, vorrei evitare che la barzelletta di Serramanna venga affiancata all’inesauribile paniere di barzellette ricavabile dal libro “Paleosardo”.
In quel libro si è osato di tutto, persino trattare con familiarità e nonchalance (pp. 124-128) le “radici incerte o ignote” (ne ho già accennato). Ma com’era ovvio, su di esse non si è potuto dire nemmeno una parola. Sono soltanto “esposte”, quelle radici inventate, nella certezza che qualche studioso avrebbe abboccato e sarebbe stato conquistato da quell’aura tenebrosa e misterica. Tanto per citarne una, su *Osa non si dice niente, e ciononostante vien scritto d’aver detto tutto e di doverne riferire ancora nelle successive pagine, dove invece si tace.
Inopinatamente, poi, s’inseriscono tra le “radici incerte o ignote” altre radici che ignote non sono, come l’asteriscato *Sala (P 128). Ecco cosa distilla al riguardo EBF: «La base *sala conta fra le radici più contese tra i sostenitori d’un sostrato paleoindoeuropeo e i fautori d’un sostrato mediterraneo. Il valore idronimico comunemente accettato è di ‘acqua stazionaria’… ma in Sardegna questo morfema s’unisce a elementi di carattere anindoeuropeo, quale il semitico maqom (Salamage [ɣ] o il suffisso -ènnoro (Salaénnoro)».
Lasciando da parte la salottiera intuizione di -mage = maqom (onirica equivalenza da servire al momento del cocktail e lasciata, guarda caso, senza etimo), per l’ennesima volta EBF mette l’asterisco a un termine che non deve averlo, visto che è conosciutissimo ed ha un etimo assai chiaro, ignoto soltanto a certi cattedratici dimidiati, abituati a indagare soltanto metà dell’orto, quella indoeuropea.
Questo termine
sardo dei siti umidi, mai indagato da chi s’affanna a spaccare il
mondo mediterraneo a metà, ha la base nell’akk. salā’u
‘cospargere, spruzzare, bagnare’, salû, šalû ‘sommergere’.
Da questo verbo d’acqua arcaico derivano una serie d’idronimi sardi,
spesso composti. Un elenco sufficiente di toponimi di siti umidi è
il seguente: Salatzái (Urzulei), Salaùna (Tempio),
Salapému (Morgongiòri), Sallái (Ardaùli), Canali
Salái (Gonnosfanádiga), sorgente
Sall’e mengiánu (Gésturi), paùli
Salamardi (Gésturi), mitza
Solomardi (S.Basìlio), ríu
Salamárdini (Villaurbana), funtana
Salamattile (Scano Montiferru), Mitza
Salamessi (Tuili), río Salamida (Décimo), rio
Salamitánu (Villaspeciòsa). Il termine non è condiviso invece
dalla lingua basca.
Come possiamo concludere? Mah, le conclusioni le fa Eduardo Blasco Ferrer (P 161-163) scrivendo: «Credo, in sostanza, che il quadro ricostruttivo qui sintetizzato dia un senso logico alle centinaia di micro toponimi basco-iberici-barbaricini, baroniesi e alto-ogliastrini, in qualche caso pansardi, e conseguentemente restituisca un capitolo lunghissimo di preistoria isolana… Questo lunghissimo spazio temporale è contrassegnato preminentemente da un isolamento globale dell’Isola, che ha garantito così un’evoluzione autonoma e particolare delle radici importate dalla vecchia Iberia… Lo schema di analisi strutturale adoperato in questo scritto ha consentito, per la prima volta, d’individuare letture certe nelle enigmatiche strutture dei nomi di luogo paleosardi, e di dar loro un senso mediante l’accostamento con le lingue dell’antica Iberia… È necessario che si crei un’équipe internazionale di studiosi, specialisti di sardo e delle lingue basca e iberica: soltanto coi loro pareri unanimi sarà possibile confermare o rettificare presunti collegamenti tra le due regioni del Mediterraneo».
Niente male! Queste
conclusioni sono un “Apriti, Sesamo!”, stillano oro, aprono le casse
di finanziamenti statali e regionali destinati a questo tipo di ricerche.
Oggi abbiamo la certezza che la facies culturale “Blasco-Ferrer”
dominerà la Sardegna per i futuri 50 anni. Ce n’era ben donde: questo
studioso è un gagliardo figlio di Esculapio, forte, nato in buona salute.
La Sardegna ha molti focolai di cultura ma, se EBF continua su questa
linea, preconizzo che ci sguazzerà immune. Al massimo, ne diverrà
portatore sano.