SASSARI CITTA D’ORTI, CITTÀ D’ACQUA
etimologie dei toponimi e degli idronimi - di Salvatore Dedòla, linguista indoeuropeista e semitico
Faccio un cappello necessario: io sono convinto che la storia della lingua sarda abbia avuto inizio almeno 11.000 anni fa, e che essa non si sia mai spezzata, nel senso che la maggioranza dei vocaboli da allora si è cumulata millennio dopo millennio e trascinata sino ad oggi, rimanendo viva nell’uso attuale. Nell’affermare ciò, mi ergo contro quanti sono convinti che la lingua sarda preromana con l’intervento dei Romani abbia subito un tracollo radicale e irrecuperabile, rinascendo poi in totale palingenesi come lingua neolatina. Non c’è nulla di più falso di questa teoria, che vado combattendo da anni. Ovviamente, nella relazione cito proprio i lemmi prelatini ancora vivi nell’uso.
Altra avvertenza: nella relazione cito la lingua ebraica antica poiché essa non è scindibile da quella fenicio-ugaritica (per la comunanza dei destini), e siccome del fenicio-ugaritico sono rimasti due magri vocabolari, accedere all’ebraico per i confronti è d’obbligo. Per il resto, cito spesso il sumerico e l’accadico, poichè furono tali lingue a plasmare la lingua mediterranea e quella shardana ai tempi dei nuraghi e prima, ai tempi di Monte d’Accoddi. Per saperne di più invito a leggere i miei libri, oppure a entrare nel mio dominio Internet www.linguasarda.com da dove si scaricano 300 pagine, e dove si può dialogare con me.
Nell’iniziare la relazione, dico che Sàssari, Càgliari, Ùsini, Sénnori, Bànari, Bùnnari e altri toponimi o idronimi trisillabi terminanti in -i, tramandano del latino l’accento sdrucciolo e il suffisso -is, mentre il radicale resta semitico.
Sàssari, caso unico in Sardegna, conserva due nomi paritetici: Sàssari e Thàthari. Il primo indicò in origine la vocazione agli orti, ed è il più antico; il secondo indicò, a quanto pare, l’origine dei fondatori del primo nucleo abitato.
Il lemma Ṣàṣṣari contiene la base sumera sar ‘giardino, orto; rete di orti’, reduplicata (e semplificata) per legge fonetica, a indicare la totalità: sa-sar- (+ lat. -is > Sà-sar-is); in origine significò ‘immensa rete di orti’. Stando alle teorie sulla lingua sumera, che era lingua pan-mediterranea, il termine dovrebbe risalire almeno a 11.000 anni fa.
La forma Thàthari è anch’essa reduplicata secondo la legge sumerica e accadica: Tha-thar- (+ -is). Ha dunque radice Thar- ed è affratellata al toponimo Tharr-os: entrambi hanno pronuncia dura: Ṭar- per Tharros, Ṭa-ṭarr- per Thàthari. Sono due termini relativi a città poste su tavolati calcarei miocenici, i quali producono terre molto feraci, come appunto quello di Sassari e quello del Sinis.
Per capire il legame di Tharr-os con Tha-thar-i, preciso che ambo i toponimi sono fenicio-cananei ed hanno origine da Tyros, la principale città fenicia, detta in fenicio Ṣor, ebraico Ṣôr (cfr. sardo Villa-Ṣor), accadico Ṣurrum (vedi cognome Zurru). Ṣûr, Ṣôr significa ‘roccia’, perché Tyros stava su un grande scoglio calcareo, e il termine è affine all’akk. ṣeru ‘dorsale, territorio elevato’, ṣūrrum ‘esaltare’, aram. tur ‘monte’ (vedi il monte Tur-usèle nel Supramonte), da collegare al babilonese ṣīru ‘augusto, eccellente, di rango primario’ (v. ingl. sir, it. sire).
Sassari e la Sardegna sono zeppi di lemmi semitici ancora in uso, poichè prima dell’espansione romana tutto il Bacino Mediterraneo parlava semitico, ed i Romani non ebbero la forza di sradicarne l’uso neppure a Malta, che aveva un manipolo di abitanti. Il sardo è la lingua parlata più antica del Mediterraneo e d’Europa, non ha mai cessato di pulsare da almeno 11.000 anni, ed ancora oggi sopravvive intatta col suo cumulo di circa il 60% di lemmi semitici, altrove morti e dimenticati.
Sgombro il campo dall’ipotesi che Sassari sia antica quanto Tharros. Il punto non è questo, anzi dai dati storici e archeologici disponibili viene fatto di pensare che la piazzetta medievale di Pozzu di Biḍḍa (il nucleo originario della città di Thàthari) sia nata inizialmente come modesto agglomerato di laure bizantine, quanto bastava ai monaci (una capanna a testa), mentre poco più in alto fu eretta un’umile chiesa dedicata a san Nicola di Bari (anzi a Nicola di Mira, città dei Bizantini occupata dai musulmani). Ma sappiamo bene che a un chilometro da Pozzu di Bìḍḍa stava, tra orti magnifici, il celebre villaggio di Silki (col nome sumerico di ‘Terra lontana, separata’: sil ‘’remoto’ + ki ‘luogo, terreno’); e sappiamo che a metà strada tra Silki e Pozzu di Biḍḍa stavano la nota dragunàja delle Conce e la fonte di santa Maria, accanto alle quali, non a caso, dopo quello di Silki, s’insediò un convento, con orti annessi. Era ricchissima d’acqua, questa conca con quattro fonti, dove vivevano agricoltori che da millenni parlavano il sumero-accadico. Tragunàja, 'corrente d'acqua sotterranea', 'grossa vena d'acqua nascosta', ha la base nell'akk. turku-nāru ‘fiume tenebroso, sotterrraneo’: turku 'tenebroso' + nāru 'fiume'.
Ma la rete degli orti non stava soltanto nella conca di cui ho dato i capisaldi. Dalla carta topografica di Sassari e dintorni, notiamo che il territorio ha di gran lunga la più alta concentrazione di vasche, pozzi, sorgenti, gore, canali: fenomeno incredibile in qualsiasi altra parte dell’isola: 50 a 1, a dir poco.
La Funtana di Ruseḍḍu, l’antica Funtana Gurusèle, dal sumero-accadico gur-ṣēlu (gur ‘orlo’ + accadico ṣēlu ‘orlo, bordo, fianco, margine’), è una tautologia creata col sovrapporsi delle parlate, e significa ‘Fontana del Margine’ (perché questa risorgiva stava sotto il margine della bancata calcarea: sotto il margine dell’attuale corso Trinità); 2 km a monte di Ruséḍḍu c’è la Funtana di l’Eba Ciàra, dalla quale prende corso il rio, ed 1 km a valle cominciano l’Ołthi di lu Paradìsu, tutto un programma, irrigati da questo rio che non ho mai visto in secca, alimentato com’è da una miriade di sorgenti, compresa Funtanazza, che stava al km 1 dell’ex Carlo Felice. Il rio prosegue nella valle di sant’Orsola, convergendo col rio Logulentu, fecondando i campi che un tempo furono il decoro di Sassari, oggi divorati dal sacco edilizio. A 1 km a nord dagli Orti del Paradiso c’è l’antico insediamento monastico di santa Maria di Pisa, con le vaste campagne ed orti oggi urbanizzati, munifica donazione del Giudice ai monaci che entravano a latinizzare la nostra stantia cultura ex-bizantina.
Più a nord, a 1 km, sprofonda Loguléntu, che prese nome dal sumero-accadico lug-letû (lug ‘spezzato’ + accadico letû ‘spezzato, spaccato’), anche qui un lemma doppio, tautologico, creato col sovrapporsi delle parlate, indica la continuità del tavolato calcareo che si spacca. Quello spacco convoglia un rio formato da numerose risorgive, con apporti alluvionali che hanno creato una valle orticola, espansa a Roḍḍa Quaḍḍa, S.Orsola, S.Giorgio, S.Giovanni, Ottava.
A sud, oltre l’Ippodromo cittadino, abbiamo Li Setti Funtáni, che generano il riu Giuncheddu, tributario del rio Molafà. A ovest, dopo la Stazione ferroviaria verso Càniga, c’è l’area chiamata Li Caḍḍuffi, ossia ‘le gore’, ‘i canali d’irrigazione’. Caḍḍuffu ha la base nell’akk. qatû-pû ‘sbocco che utilizza l’acqua in modo totale, a piene mani’ (qatû(m) ‘utilizzare l’acqua in modo totale, pienamente, a piene mani’ + pû ‘bocca, sbocco di corso d’acqua o gora’): divenne Catuffu, Caḍḍuffu per effetto della fonetica latina.
Da dove venne l’impulso a creare così tante gore nel territorio sassarese, se non da una portata d’acque disponibile ovunque? Ciò non fu sottovalutato dai nostri antichi padri, che fecero di Sassari, fin da epoca sumerica, uno sconfinato bacino di produzioni orticole. C’è da immaginare che, finito il Paleolitico, sia stato il territorio di Sassari a dare inizio alla rivoluzione Neolitica in Sardegna.
Abbiamo prove che la civiltà iniziò qui: anzitutto l’unico ziqqurat della Sardegna, Monte d’Accoḍḍi, nome con base nell’akk. mūtu-dâk-uddu: mūtu ‘morte’ + dâku(m) ‘to kill’ + uddu ‘pira, catasta di legna’, col significato di ‘(altare) dove si bruciano le vittime sacrificali’. Siamo al 2800 a.e.v., in piena epoca sumerica.
Ma oltre a questo, nel territorio sassarese c’è l’osservatorio astronomico più antico del mondo, Lu Cruzifissu Mannu, 2 km oltre Monte d’Accoḍḍi. Sembra che l’impianto delle strane “rotaie” sulla piattaforma calcarea, dove poi furono scavate le domus de janas, fossero i tracciati dei movimenti delle maggiori costellazioni, scolpiti in loco per studiarle meglio. Siamo a 9000-7000 anni fa, si parlava sumerico, e col passare dei millenni il sito non ha mai perso il nome. Per capire, ricordo che prima dei Romani qua si parlava il sardo, o sardiano, non il latino, quindi si usava già l’articolo su, di origine sumero-accadica; però su significava anche ‘roccia, basamento roccioso’; e allora, ecco svelato il toponimo: šû kurṣu manû ‘La roccia per il calcolo degli astri’: šû (a stone) + kurṣu (designazione delle stelle) + manû(m) ‘calcolare, contare’, onde sardo manu e lat. manus. Con la successiva latinizzazione, šû kurṣu manû sembrò simile a sa crozi manna, e siccome cominciava in su, divenne maschile: su cruzifissu mannu.
L’alta civiltà dei Sassaresi di allora si misura in tanti modi, anche cun lu muntinággiu o muntunággiu, ‘immondezzaio’. Va ricordato l’uso degli antichi sassaresi e logudoresi di accatastare i rifiuti urbani fuori dell’abitato, nel luogo chiamato muntunággiu, o log. muntronárdzu, che era un affinamento tecnologico di lu muntòni ‘mucchio, cumulo’.
Muntòni non è dal lat. mons, montis, ma dal sum.-akk. mu’(ud)dû-unu ‘sito della ricchezza, dell’abbondanza’ (mu’(ud)dû ‘gran quantità’ < ma’dû, madû ‘(large) quantity, wealth, abundance’ + sum. unu ‘sito’: mu’(ud)dû-unu, con epentesi di -n- eufonico, divenne muntòni). E questo lascia capire la funzione dei rifiuti organici.
Quanto a muntunággiu, parte da muntòni + akk. nâḫu ‘riposare’; il composto mu’(n)d-un-nâḫu > muntunággiu significò ‘sito del riposo dell’abbondanza, riposo della ricchezza’. Infatti anche nelle moderne discariche i rifiuti “riposano” per la trasformazione in sostanze organiche.
I Romani. Crearono la città chiamata Turris, lemma paretimologico che, fatta la tara del suffisso latino -is, nasconde un più antico Tyr-, Ṣûr, Ṣôr: che è Tyros; Libyson-is (suff. lat. -is) ha la base etimologica nell’egizio Rebu, Lebu (Libya ossia Africa del nord), cfr. ebr. לוּבִׅי + akk. sūnu(m) ‘seno, grembo’, ‘fianchi’ della donna in termini sessuali (anche come posto per ricevere, accogliere), cfr. lat. sīnŭs, oltrechè ug. sn che però è di etimo incerto; Turris Libysonis ebbe il significato di ‘grembo accogliente dei Libii di Tiro’, ossia dei Punici, originari di Tiro; il poetico ‘grembo’ è riferito alla foce del fiume dove stava il fondaco.
Le póleis senza territorio sono un’invenzione. Figuriamoci Turris, che non era pólis ma colonia. Non è facile, oggi, capire come si scompartiva minutamente la vocazione orticola di Turris e hinterland. La ricchezza del retroterra che chiamarono Romània era incredibile, capace di dare tanto grano, fatta salva la vocazione orticola, della quale, sono certo, trasse vantaggio l’Urbe, visti i rapidi movimenti del naviglio per Ostia.
E laddove s’insediarono i Romani di Turris, lì si parlò latino. Ancora oggi le sacche fondative che delimitano l’antica Romània o Romàngia sono le stesse: Sassari, Sorso, Porto Torres, Stintino, La Nurra. Oltre questi confini, finiva il latino dei Turrenses, finisce il dialetto sassarese, e finiscono gli orti.
Gli abitanti di Sorso, da akk. šuršu ‘fondazione, insediamento’, sono detti Sorsinchi da sempre: -íncu sumerico inku ‘chi sta e vive in un preciso sito’, lat. incŏla. I Romani li chiamarono però Sossinates (Strabone V, 1-7), ma prima dei Romani, e poi dopo, fino ad oggi, essi si sono sempre detti Sussinchi: ciò è indice di una resistenza culturale contro l’occupazione romana, e pur stando dirimpetto ai Sinnarési, che erano pastori, non credo che la boria degli occupanti romani avesse animato troppo i Sorsinchi contro i Sinnarési. “Do ut des”. Sènnori (accadico ṣen-urû ‘ovili di pecore’: ṣenu ‘greggi, pecore’ + urû ‘stalla, ovile’) dovette essere tributario di prodotti pastorali per Sorso e Thàthari. Comunque la separazione storica alla quale assistiamo oggi – Sorso sassarese, Sénnori logudorese – fa capire che i Sorsinchi, al pari dei Thatharesi, pur essendo abitatori da tempi immemorabili, subirono ad opera dei Romani un repentino e radicale soppianto.
La spocchia dei Sassarési verso li biḍḍìncuri risale a quando i Romani, colonizzando la Romània e spingendo indietro i Còrsi e i Bàlares (relegati a un destino di pastori sulle alture), determinarono pure la differenza dialettale. Sassari, dopo il declino di Turris a causa degli Arabi, visse un destino di città-capitale, e governò la Romània imponendo la parlata latina (espansa appunto a Sorso, Turris, Stintino, la Nurra, S’Alighèra), e lasciando che le disprezzate (o temute?) popolazioni delle colline (li biḍḍíncuri, dal lat. villae + incŏlae ‘abitanti dei villaggi’) parlassero l’antico sumero-accadico-fenicio-ebraico e vivessero un destino di tributari dei prodotti che la Romània non aveva (legname, cera, maiali, prosciutti, salsicce, buoi da lavoro, cavalli, pecore, formaggi, latte, carne, lana, pelli, corna, vino, olio, cestini). Il destino di S’Alighèra in seguito deviò ad opera dei Catalani.
Ad ogni modo, la divisione dell’economia aveva fruttato ai Sassarési, da parte di li biḍḍíncuri di lingua semitica, il primo epiteto: Thatharésu magna cáura, sintagma integralmente semitico: Thatharésu, lo sappiamo; cáula è da akk. ka’’ulu(m); magnà da akk. mânu ‘fornire di cibo’, vedi ant.fr. manger, parola mediterranea (il logud. mandigáre ha diversa ricostruzione, dallo stato costrutto mân-dêq, ‘mangiare cose propizie’: mânu + dêq, damāqu ‘esser propizio’). Dovevano essere burloni, questi biḍḍíncuri, perché forgiarono pure un secondo epiteto: méngu. La stanzialità esasperata nel tavolato sassarese fu osservata da li biḍḍíncuri con divertita spocchia, e méngu, dallo stato costrutto accadico men-ḫū’u ‘amanti dei gufi’ (menû ‘amare’ + ḫū’u ‘civetta, gufo’), era il minimo che sos Thatharésos meritassero per l’esasperata vocazione a fare la guardia, a turno, ai propri orti anche di notte, al fine d’impedire gli sconfinamenti e i danneggiamenti delle greggi. Questa guardiania è nota persino dalla Carta De Logu. Méngu era d’uso mediterraneo, e infatti il cognome Mengo proviene dalla penisola: interpretato come vezzeggiativo aferetico di Menico, Domenico (così Pittau e De Felice) ha invece origine nel fenomeno suddetto, quello dei Romani coltivatori stanziali, che fu osservato da tutti i popoli prelatini (parlanti il substrato semitico). In tal guisa ci accorgiamo che ormai in Logudoro si stavano delineando due aree distinte, due lingue contrapposte. I Romani nel bassopiano sassarese e, sospinti sulle colline, gli “ex”, i Sassaresi in ciábi, da akk. qabû 'nome, chiamata (per nome); designare, nominare'. Sassarésu in ciábi significò 'Sassarese per definizione, Sassarese di nome (e di fatto)'.
I nuovi “Sassaresi”, ossia i Romani, rispondevano agli epiteti semitici con la maledizione latina la crozi mara!, che in latino classico fa malam crucem! Il mio professore di glottologia all’Università rimase di stucco a sapere che la terribile maledizione romana, rivolta ai non-romani (giuridicamente diversi), è ancora viva a Sassari. Segno che la catastrofe linguistica in questo territorio fu radicale.
E così ci fu pure il crollo della tradizione giuridica dei precedenti abitatori. Lo notiamo da questo: i Romani lanciavano la maledizione La crozi mara!, li Biḍḍíncuri rispondevano con l’epiteto “Tatharésu impicca-babbu”, sintagma interamente semitico: babbu è dal bab. abu ‘padre’, impicca è dal bab. pīqu ‘strangolare’. E così veniamo a sapere che dal padre ci si liberava strangolandolo. Il parricidio era un uso prettamente romano, per il fatto che il peculium della famiglia rimaneva sempre in potere del paterfamilias, ed i filii-familias maggiorenni e sposati, non potendo accedere a mutui di alcun tipo, erano spesso indotti al parricidio per subentrare nella disponibilità del peculium. Fu necessario il “senatoconsulto Macedoniano”, espresso sotto Vespasiano (69-79), per impedire che i parricidî continuassero, o almeno fossero meno numerosi. Ma intanto li Biḍḍìncuri, di lingua e diritto semitico, avevano già preso le loro vendette contro gli occupanti, e la nomea dura ancora.
La storia di Sassari e dei suoi orti, quando non bastano l’archeologia e i testi scritti, si narra con le etimologie perché, se allo storico per pronunciarsi serve una fonte storiografica del passato, se all’archeologo per pronunciarsi serve un manufatto del passato, a noi linguisti-etimologisti per pronunciarci serve la parola del passato. “Quando le pietre rimangono mute, le parole continuano a parlare” (Semerano).
Solo in tal guisa siamo in grado di dipanare il grande imbroglio ordito dagli accademici a proposito di Ichnusa, presentata come ‘orma di piede’, ma non sanno che quando il coronimo Ichnusa nacque, i Greci erano ancora in mente Dei, e aspettarono altri duemila anni prima di apparire alla storia. ̉Ιχνοῦσα, ̉Ιχνοῦσσα è una paretimologia, ed ha la base antichissima nell’akk. iqnû ‘lapislazzuli, turchese’, ‘smalto blu’ + ša ‘colei che, quella di’, in composto iqnû-ša, che significa ‘quella del Grande Blu’, ‘(l’isola) del Grande Verde’ (così detta dagli Egizi). A sua volta Sandaliótis, Σανδαλιῶτις, nato secondo troppi Soloni perché la Sardegna avrebbe forma di sandalo, in realtà è una delle tante paretimologie formate dai Greci al posto degli incomprensibili nomi semitici dell’isola. Il coronimo è la locuzione accadica š-antalî-utû, che significa ‘la Portinaia dell’Occidente’, ‘colei che apre la porta dell’Occidente’ (ša, šu ‘quello di’, antalî ‘Occidente’, antallû, attalû ‘eclisse’’ + utû(m) come nome di famiglia: ‘portinaio’). E allora, chi vuole frapporre altre nebbie oscurantiste per impedirci di capire che gli Šardana, provenienti dal Grande Blu, dal Grande Verde, da Ichnûsa, da Sandaliôtis, eravamo noi?
Quando le pietre rimangono mute, le parole continuano a parlare. Solo in tal guisa siamo in grado di capire il significato di Serra Secca, quartiere cittadino che a metà ‘900 era campagna. Serra non è dallo spagnolo sierra ‘cresta seghettata aspra e arida’, neppure Secca significa ‘arida’. Serra ha la base nell’ugaritico ṭrr (pronunciato tzerra) ‘ricco d’acqua’; Secca è dall’accadico šīḫu ‘insediamento di fattorie’: Serra Secca significò ‘insediamento di fattorie irrigue’. Serra Secca è simile a Serramanna, nome di un paese perfettamente pianeggiante alla confluenza dei due fiumi maggiori del Campidano, che prima delle canalizzazioni dell’Ente Flumendosa era l’unico paese irriguo del meridione. La base etimologica è l’ugaritico ṭrr ‘ricca d’acqua, bene irrigata’ + sum. maḫ ‘grande, potente’ (da cui lat. mag-nus). Paulis invece traduce come ‘grande dorsale montagnosa’, lasciandosi inviluppare dalla paronomasia e coprendosi di ridicolo.
Gran parte dei toponimi e degli idronimi sassaresi ha significati antichi. Zùnchini è dal sardo tónkinu ‘piccolo avvallamento dove si raccoglie l’acqua, piccolo acquitrino; vena d’acqua temporanea o periodica’ (Bessude, Montresta, Planargia). Ma tónkinu a sua volta ha la base nell’assiro ṭuḫdu ‘quantità, abbondanza’, ṭuḫḫu ‘portato in dono’ (con evidente riferimento all’acqua che va a raccogliersi provvida nel fosso), con successivo inserimento della -n- eufonica.
Bùnnari ha nome sardiano: ‘il fiume bello’, bunnu ‘dalla bella apparenza’, da cui il sardo bónu ‘buono’ + naru ‘fiume’: stato costrutto bun-naru > Bùnnari col suffisso latino -is; significa ‘il fiume bello, buono’, essendo l’unico vero fiume situato nei dintorni della città).
La vocazione orticola è leggibile persino per opposizione, scrutando i termini che denunciano vocazioni distinte da quella agraria. Così è per Ottava, che non sta all’ottavo miglio della strada romana di Turris (si e nò sta al terzo), ed ha la base nell’akk. û-ta’û, da û ‘nutrimento’ + ta’û ‘pascolare, cibarsi (di erbe, fieni)’. Ai tempi degli Shardana questo doveva essere un sito d’elezione per l’allevamento del bestiame. Simile è La Landrigga, ‘il salto dei porcari, il ghiandatico’ dal lat. glans, glandis ‘ghianda’, onde *glandicola > *landiricola > Landrigga). Il Monte Alváro, nel territorio di Campanedda, oggi cava di pietrame, non è il nome spagnolo-visigoto fatto conoscere dal Goldoni (La vedova scaltra, 1748) e dal Verdi (La forza del destino). Alváro non significa quindi ‘difensore di tutti’ (dal visigoto) ma significa ‘aspro e selvaggio’, con riferimento alla natura di monte dolomitico, impervio, coperto di selva. Per l’etimo abbiamo il babilonese arbu ‘aspro, selvaggio, incolto’, ḫarbu ‘deserto’ (da cui l’etnico Arabo), che in Sardegna ha prodotto i vari monti Arbu, Albo, Alvu, di cui Alváro è un composto, da arbu + ārā ‘terra, landa’, col significato di ‘landa selvaggia’.
Così è per la Barbàgia, che i Romani per paretimologia credettero riferita ai barbari, mentre si chiamava *Arbaria e significò ‘territorio vuoto, non adatto all’agricoltura’, da akk. arbu ‘incolto, selvatico’ + aria ‘nudo, vuoto’ (stato costrutto Arb-aria). I Barbaricini furono così detti da arbu ‘(montagne) aspre, incolte’ + aria ‘vuoto’ + kīnu ‘legittimo’ (stato costrutto arb-ari-kīnu), col significato di ‘legittimi (sott. abitatori) del territorio vuoto e incolto’, oppure da arbu ‘incolto’ + rīqu ‘libero’ + enu ‘signore, lord’ (stato costrutto arba-rīq-enu), col significato di ‘libero signore delle montagne pastorali’. È noto infatti che i Romani ebbero pieno uso dei territori di pianura o collinari, ma non di quelli pertinenti agli Ilienses, Bàlares, Còrsi, e quando ottennero il passaggio sulle strade nuragiche in Barbagia, che noi ottusamente chiamiamo romane perché abbiamo scoperto i cippi in latino, ci passavano col rispetto dovuto a un popolo libero col quale avevano sancito dei patti.
Per tornare al nostro territorio, anche Rumanèḍḍa (poggio lineare di fronte a Bonassái) ebbe vocazione distinta, poiché significa ‘altura sacra’ (infatti c’è il nuraghe, altare del Dio Sole): Rumanèḍḍa < ebraico rōmēm 'elevato', rūm 'altezza, altitudine' + accadico ellu ‘sacro, rituale’ > *Rumanella; ha lo stesso nome del villaggio Romàna, che appunto fu eretto sul cocuzzolo del monte (unico in Sardegna), anziché sulle falde sorgentifere. Il cognome sassarese Deròma (citato spesso nel condaghe di S.Pietro di Silki) non significa ‘originario di Roma’, come pretende Pittau, ma significa ‘delle alture, delle montagne’ e indicò il Barbaricino che veniva a insediarsi dalle nostre parti: eterno fluire, quello dei Barbaricini, che calano dal monte per insediarsi al piano. Deròma, Rumanèḍḍa, Romàna corrispondono al nome del formaggio Pecorino Románo, che ottusamente (e servilmente) interpretiamo come ‘originario di Roma’ mentre significa ‘Pecorino delle alture’, prodotto dai Barbaricini fin dalle origini dei tempi. Lo sto dicendo da anni, ma non c’è peggior sordo di chi non vuole intendere.
Per tornare all’acqua, la Valle di Giòscari-Màscari ha le basi semantiche nell’aramaico-cananeo Ziw ‘(Mese della) fioritura’ + accadico ḫārru ‘canale, corso d’acqua’. Giòscari ha l’epentesi di -s- > *Ziù-s-chari) significante ‘rivo della primavera’. Mentre Màscari ha le basi nell’accadico mašqû ‘sito irriguo’, ‘serbatoio d’acqua’ + ārā ‘terra, landa’, col significato di ‘territorio irriguo’ + il solito -is.
Molafà, che è un’area con poggi calcarei solcati da due rivi convergenti, ha la base nell’accadico mūlû ‘poggio + bā ‘acqua’, significante ‘poggio tra le acque’.
Che il territorio sassarese fosse tutto irriguo, lo dicono anche i boschi di canne che crescono lungo i rivi. La valle di Buḍḍi-Buḍḍi significa ‘la valle dei canneti’, dall’assiro budduru ‘fascio di canne’. Ma sappiamo che questa valle s’apre in aree fortemente agricole, come a S.Michele di Plaiano, il nome del latifondista latino Plarianus. La Sardegna è piena di toponimi riferiti alla canna ed ai suoi manufatti, segno che la canna serviva non solo per le launèḍḍas, il cui nome significa ‘gote gonfiate’, dal babilonese laḫu ‘bocca, gote’ e nīlu ‘ingolfare, inondare’, che produsse *laḫunillas > launèḍḍas.
Ammetto che dov’è l’acqua c’è varietà, quindi ci sono pure fruttiferi bisognosi d’acqua. Tremila anni fa le colture dovevano essere diversificate, e presumo che i Fenici facessero la loro parte, portando in Sardegna, tra gli amici Shardana, la coltivazione della palma dattilifera, considerato che le foreste della Chamaerops humilis o Palma Nana erano già di casa, numerosissime, data la pletora di toponimi ad essa dedicati ancora oggi. La palma un tempo dovette essere produttiva, almeno in parte. Dai riferimenti ad essa si ha il cognome sassarese Talu, dall’ebraico tâlu ‘giovane palma da datteri’. Pur non essendo nel nostro territorio, c’è, tra i tanti, il toponimo Tratalìas, che subì il raddoppio superlativo: *Tal-tal-ìas (che poi per metatesi e rotacizzazione, tipica del sud, divenne Tra-Tal-ìas. Ma fu tipico di Sassari lu Fóssu di la Nòzi, il bello, lungo, umido avvallamento protetto dai venti, affiancato a Viale Umberto, oggi ricoperto dal mattone, considerato sino a 50 anni fa un “giardino delle delizie”. Lo si intese come ‘la valle della noce’, e invece significò in origine ‘la Valle dei datteri’, dall’accadico nūzu (una varietà di datteri).
Sono centinaia i fitonimi sassaresi (e insieme logudoresi) da me raccolti nel libro sulla flora. I quali dimostrano che, nella sua nomenclatura, la Sassari preromana non è stata in disparte. Ma per gli ortaggi coltivati il discorso è diverso: s’intuisce il peso che i Romani ebbero nella faccenda. Attualmente, 23 nomi sono italiani, solo 17 vernacolari.
I vernacolari sono arigàglia, biarrràba, cáura, cugùmmaru, faba, fasgióru, limbònia, mirinzàna, nappa, pabantzóru, pebaròni, rabanèlla, piséḍḍu, sèllaru, tzioḍḍa, zèa, tzucca.
Alla base della prevalenza odierna dei nomi italiani sta il nuovo sistema commerciale, che lega i paesi rivieraschi del Mediterraneo, che omologa la nomenclatura a quella dell’economia dominante. La quale in questi tre secoli è stata italiana, mentre la Sardegna, anno dopo anno, ha visto crollare l’esportazione ortofrutticola.
A ciò s’aggiunge un fenomeno non secondario, che Sassari (o Turris), non ha ancora smesso da 2000 anni di sentirsi una costola della madrepatria romana. Il vezzo di utilizzare il latino al posto del sardiano, poi il toscano medievale rafforzato da due immigrazioni galluresi ai tempi della peste, poi la lingua italiana, è una originalità che produce conseguenze, nonostante che il cordone ombelicale col Logudoro funzioni da sempre, impedendo che Sassari diventi orfana della lingua sarda.
ORTAGGI DI SASSARI (lemmi vernacolari)
Da frutto
Cetriolo = cugùmmaru
Zucca = tzucca
Peperone = pebaròni
Melanzana = mirinzàna
Pomodoro = pumàta
Da fiore
Carciofo = ischazzòffa
Cavolfiore = cáura fiòri
Broccolo
Asparago = ippàragu
Da tubero
Patata = patàtu
Topinambur
Da bulbo
Cipolla = tziòḍḍa
Aglio = ágliu
Scalogno
Porro = pórru
Cipollotto = tzióḍḍa
Da seme
Fava = faba, fa
Pisello = piséḍḍu
Fagiolo = fasğóru
Cece = fasğóru tóndu
Cicerchia
Lupino
Da fusto
Sedano = sèllaru
Finocchio = finócciu
Cardo = całdu
Da foglie
Lattuga = lattùca
Radicchio = pabantzóru
Indivia = indìbia
Cupettone
Borragine = limbònia, muccu-muccu
Spinaccio = ippinácciu
Catalogna
Cavolo = cáura
Bieta = zèa
Da radice
Carota = arigáglia
Pastinocello
Barbabietola = biarràba
Rapa = nappa
Navone
Ravanello = rabanèlla
Di seguito scrivo le etimologie dei fitonimi autoctoni:
ARIGÁGLIA, aricáglia, aricrária ‘carota’ (Daucus carota L.). Secondo Wagner (DES,II,333) e secondo Paulis (NPPS 138) deriva dal lat. radicaria, così detta per il fatto che ha la parte edule fittonante. Ma i due linguisti sbagliano. Il termine è un composto sardiano con base nell’akk. ariḫu (a plant) + aḫê ‘separatamente, da solo’ (stato costrutto ariḫ-aḫê), col significato complessivo di ‘pianta (con radice) unica’.
BÌARRÀBA sass., bìarràva (Cagliari, Laconi) (Beta vulgaris L.). Paulis NPPS 382 non specifica meglio. A Sassari e dintorni la biarràba è precisamente la ‘barbabietola rossa’. Paulis coglie il parallelo col piemontese barava, e ciò gli basta per accreditarne l’origine italiana.
In realtà i due fitonimi hanno la stessa origine panmediterranea, con base nell’accadico. Per quanto mi riguarda, il fitonimo è certamente un composto sardiano, ma è facile capire appieno soltanto il significato del secondo membro -ràba, da akk. rabû(m) ‘big’, rabbu(m) (a big kind of cake). È infatti noto che la bietola rossa del Sassarese nei secoli andati fu mangiata golosamente come sostitutivo di dolci più raffinati, grazie all’altissimo tenore in zuccheri della sua polpa. Ancora oggi questa bietola è servita a fettine nei ristoranti sardi, stavolta però come apportatore di preziosi antociani.
Per il primo membro di biarràba potremmo scomodare il termine bab. īnu ‘vino’, per il colore della biarràba. Ma poiché questa barbabietola ha grande bisogno di acqua per crescere, potremmo vedere il primo membro di biarràba in akk. bī’u ‘sbocco (di corrente)’.
CAŁDHU sassar., cardu logud. ‘cardo’, piantina spinosissima che Wagner fa derivare dal lat. cărdus < classico carduum, di etimologia incerta. Invece l’etimo si basa sul bab. garādu(m), qarādu ‘strappare’, ‘ficcare, piantare’, anche ‘essere rognoso, spregevole’. Vedi cognome Gardu.
CÁURA, cáula ‘cavolo’ (Brassica oleracea) è un nome strano. Lo si fa derivare a colpo sicuro dal latino senza capire che è un nome mediterraneo, quindi anche sardiano. Vedi i seguenti corrispettivi: tardo lat. cāulum, gr. kaulós, sardo cáula, it. càvolo. Il nome italiano apparve nel sec. XIII nel Novellino e nel 1847 Giusti indicò con esso una ‘cosa da nulla’.
DELI lo accomuna al termine it. càule ‘parte terminale di un ramo, appena germogliata’, ma poi resta indeciso circa l’etimo; e ritiene che la voce si sia diffusa dall’Italia meridionale, come dimostrerebbe la conservazione del dittongo au, nel quale si è inserita una -v- epentetica.
In realtà il termine è antichissimo, avente la base nell’accadico ka’’ulu(m) ‘prendersi cura di’, ‘essere a disposizione di qualcuno’. In tale semantica scopriamo un concetto che è l’esatto opposto di quello introdotto dal Giusti. Quello scrittore si riferiva al fatto che di cavoli in Italia c’era abbondanza, mentre taceva sul fatto fondamentale che l’abbondanza delle coltivazioni non era dovuta all’esuberanza della pianta o dei terreni, ma ad una precisa volontà dell’agricoltore, in quanto si è sempre saputo, fin dalla notte dei tempi, che il cavolo è un alimento miracoloso per la conservazione della salute, parimenti miracoloso nelle applicazioni topiche e nei cataplasmi. Di qui il nome antichissimo.
CUGÙMMARU, cugùmene, cugùmbiu ‘cetriolo’ (Cucumis sativus L.). Tanto per essere chiari, la corrispondenza sard. cugùmmaru = it. cetriolo riguarda un ortaggio erbaceo, strisciante, irriguo, il cui frutto oblungo e verde-scuro, nientaffatto dolce, ha forma somigliante ad una lunga (o corta, secondo varietà) baguette francese, la quale a sua volta è un pane noto in Italia come ‘filone’ o ‘filoncino’. Wagner fa derivare cugùmmaru da un lat. cŭcŭmis, -mĕris ‘cocomero’, anche se sembra da preferire cŭcŭmer, -mĕris ‘cetriolo’. Ma sull’alternanza italiana cocomero/cetriolo (che opera fianco-a-fianco con altre forme quali angùria, melòne, popòne) va fatta chiarezza; una chiarezza che sinora è mancata un po’ dovunque; e se in Sardegna sembra essere più netta la corrispondenza semantico-fonetica, non così avviene in Italia, e neppure nel resto d’Europa (a parte forse l’ingl. cucùmber ‘cetriolo’, che ripete la stessa corrispondenza della Sardegna).
È proprio in Italia ad esserci grande confusione sul termine cocòmero, definito dal DELI come ‘pianta erbacea delle cucurbitacee, con frutto a polpa rossa e semi neri’. Ed ecco cominciare le complicazioni, poiché il frutto indicato dal DELI ha colore verde-scuro, forma a pallone, diametro di 25-40 cm, polpa rossa dolcissima ed acquosa, e in Sardegna e Spagna è chiamato sìndria. Mentre in italiano al sardo-sp. sìndria corrisponde ‘angùria’ < gr. tardo angóuria, pl. di angóurion, che però significa… ‘cetriolo’. In certe regioni italiane (es. Romagna) per angùria (in quanto frutto a palla, polpa dolce e rossa) si alternano due definizioni equivalenti: angùria e cocòmero. A Napoli questo cocomero (in quanto frutto a polpa rossa e forma di pallone) è detto melone d’acqua, mentre quello che in Sardegna si chiama melone (frutto zuccheroso a polpa gialla dalla forma di una palla da rugby) a Napoli è chiamato popòne. Assistiamo, come si può notare, a un gioco di interpretazioni e definizioni incrociate, che rappresentano un guazzabuglio linguistico, un conflitto fonetico-semantico millenario nientaffatto risolto, una coesistenza di termini diversi dai significati indissolubilmente incrociati, anche per influsso seriore dell’elemento bizantino.
Occorre fare chiarezza una volta per tutte. E comincio proprio da cugùmmaru, cugùmene, cugùmbiu, la cui base antichissima sembra l’accadico ququbinnu (a medicinal plant), innestato e contaminato a sua volta dall’aggettivo autonomo marû(m) ‘grasso, tozzo’ < marû(m) ‘fare ingrassare’. Il cetriolo in quanto frutto oblungo, non-dolce, ha la caratteristica di essere, oltrechè buono, un prodotto curativo (non solo perché drenante ma perché un tempo doveva essere più amaro che oggi), e in più ha la caratteristica di essere tozzo. Ma l’essere tozza è pure prerogativa della grande “palla” a polpa rossa chiamata angùria (sardo sìndria), la quale però ha l’etimo greco-bizantino già notato, da cui proviene l’attuale confusione italiana tra cocòmero, cetriòlo e angùria.
Quanto allo sp. e sard. sìndria ‘anguria’ (ossia ortaggio a frutto verde-scuro a forma di grande palla e polpa rossa acquosa e dolcissima), sinora nessuno era riuscito a capirne l’etimo, che è l’accadico sēdum ‘rosso’ (con seriore epentesi di -n- ) + re’û(m), rē’ium ‘pascolo’, ‘pascolare’, con stato-costrutto sardiano se(n)d-rea > sìndria col significato complessivo di ‘nutrimento rosso’.
Quanto a it. cetriòlo (= sardo cugùmmaru), che è l’ortaggio oblungo amarognolo molto acquoso, la sua base etimologica è chiara: essendo un ortaggio fortemente irriguo, è da confrontare con akk. kitturru ‘rospo, rana’ + ullu ‘toro’ (composto: kit[tu]rr-ullu), col significato complessivo di ‘rana-toro’, che è uno stato-costrutto assai sintetico per dire ‘(ortaggio chiamato) rana-tozza-come-toro’. Bella figura poetica inventata dagli antichi coltivatori mesopotamici.
Quanto alla forma italiana melòne, il sardo mabòni, melòni, miròni indica l’ortaggio reptante dal frutto zuccheroso a polpa gialla e forma di pallone da rugby, a Napoli chiamato popone. Anche popone, termine più che altro toscano, ha origine greca (πέπων ‘cotto al sole’). Essa è voce dotta, dal lat. tardo (sec. III in autori di medicina) melōne(m) al posto del pliniano melōpepon < gr. mēlopépōn, letteralmente mela-popone. L’Alberti registra mellòne per quel frutto simile alla zucca lunga, nel colore e sapore simile al cetriolo, ma dolciastro. In ogni modo melòne, mellòne ha la base accadica: mīlu(m) ‘acqua alta, inondazione’ anche nel senso di allagamento del campo, poiché quello era l’unico modo di adacquare, prima dell’invenzione delle porche; ma mīlu(m) significa anche ‘pienezza’ con evidente senso di ‘turgidezza’.
FABA ‘fava’ (Vicia faba). Per la discussione e l’etimo vedi fažόru.
FAŽÓRU ‘fagiolo’ (Vigna sinensis Edl.), logud. basólu. Paulis NPPS 280 fa una importante precisazione sulle foraggere del genere Vigna, così nominate da Domenico Vigna, professore di botanica a Pisa nel XVII secolo. Vi appartiene appunto la Vigna sinensis Edl., che è la specie cui si riferivano i Greci con phásēlos, phasíōlos, phasíolos e i Romani con l’imprestito phaselus, phaseolus e anche passeolus e passiolus (André 196). Paulis precisa ancora che «Le continuazioni moderne di questo termine sono poi passate nelle lingue neolatine a designare i fagioli (Phaseolus vulgaris var. communis), specie ortense dell’America centro-meridionale, che fu introdotta in Europa soltanto nel XVI secolo. Pertanto quando Wagner (DES,I,506), per esemplificare le attestazioni del log. basόlu ‘fagiolo < PHASEOLUS, adduce un passo degli Statuti Sassaresi (i80 [8 v]: tridicu, orgiu, faua, basolu), lo fa con una qualche imprecisione, perché evidentemente in epoca medievale, anteriore alla scoperta dell’America, basόlu non poteva avere il significato di fagiolo. La fissazione del nuovo significato ha comportato una certa ristrutturazione dell’intero campo lessicale relativo ai legumi alimentari, in seguito al quale in logudorese, ove mancano continuatori di CICERE, il semplice basόlu indica il fagiolo, e con basόlu dundu (tondo) o basόlu bittsúdu (col becco) o basόlu de atta (angoloso) si designa il cece detto invece in camp. čížiri < CICERE. Una forma di compromesso tra i due sistemi s’incontra a Fonni, dove il cece è detto fasόlu čížiri (AIS 1384)».
Dopo questa precisazione, va comunque affermato che il termine sardo basόlu ha la base, come visto, nel latino, e l’altra nel greco φάσηλος che significa ‘barca, scialuppa’ (con richiamo evidente alla forma del baccello aperto), la quale riaccosta ai significati originari di lat. faba, un originario duale che denota le due valve: akk. bābu, aramaico bāb ‘porta’. Lo stesso greco φάσηλος è calcato su base corrispondente ad ebraico p(e)sālā ‘sbucciare’, pāṣa ‘aprire’, pāṣam ‘to split’. Alla base di pêṣum va ricondotto il lat. pīsum (Semerano, OCE II 516).
LIMBÒINA log., limbònia (Gairo, Oschiri) ‘borragine comune’ (Borrago officinalis L.). Paulis NPPS 197 sostiene che significhi ‘lingua bovina’ da un limba (b)òina. Ma egli è incappato in una paronomasia.
Limbònia col suo allomorfo limbòina è un composto sardiano con base nell’akk. li’bu(m) (una malattia seria con febbre associata) + ni’u ‘lord, master’, col significato sintetico di ‘(erba) maestra per la cura di gravi malattie con febbre’.
MIRINZÀNA sassar. e logud. ‘melanzana’, ‘melenzana’. Manco a dirlo, Wagner crede che il fitonimo sia traslato direttamente dall’italiano. Italo-centrismo imperdonabile, il suo, anche perché il DELI non riesce a trovare alcun etimo per melanzàna, mentre l’ipotesi di un’origine dal gr. mélan ‘nero’ lascia parecchio perplessi.
In realtà il termine è mediterraneo, quindi anche sardiano, ed ha la base nell’akk. mīlu(m) ‘pienezza’ + za’ānu(m), zânu ‘essere adorno’, col significato di ‘pienezza ornata’ a causa della turgida bellezza di questo ortaggio.
NAPPA. Anche il sassar. nappa ‘rapa’ (Brassica rapa) ha origini sardiane, con base nell’akk. nappu, che significa letteralmente ‘rete’ (e come rete è registrato pure nei dizionari sardi, mentre di napa, napu in quanto ortaggio si dice che il nome derivi dal catalano); invece esso esistette pariteticamente nel Mediterraneo, in Sardegna quanto in Catalogna, col significato ambiguo sia di ‘rete’ sia di ‘rapa’. Un tempo i Sassaresi coltivavano le rape sugli stessi terreni coltivati in precedenza a grano; dopo la raccolta del cereale, la presenza nel terreno dei residui delle stoppie conferiva alle rape un aroma e un sapore particolari.
PABANTSÓLU log. ‘tarassaco’ (Taraxacum officinale Web.). Per i Sassaresi è anzitutto il ‘radicchio’. Paulis NPPS 277 ne desume l’etimo dallo sp. papaz ‘prete cristiano sulle coste africane’, proveniente dal gr.biz. papâs ‘prete, sacerdote’, forse per il tramite del turco papas, papaz, probabilmente veicolato dalla lingua franca. Egli sostiene che il fitonimo sardo sia nato per l’osservazione del suo ricettacolo fiorale nudo, che evoca l’immagine della tonsura di un prete. Una fervida fantasia ha portato Paulis a scrivere numerose pagine su questo fitonimo, accomunandolo alla (supposta) semantica di chérigu (vedi), anch’esso nientaffatto connesso alla tonsura dei preti. Peraltro Paulis non dà conto del secondo membro -tsolu o -ntsolu.
In realtà pabantόlu è un composto sardiano con base nell’akk. papānu (riempimento esofageo, gonfiore di stomaco) + ṭūru (una pianta medicinale della myrracee, l’Opopanax, esattamente la Commiphora erythraea, in somalo nota come hagar). In origine lo stato-costrutto papān-ṭūru ebbe, evidentemente, un significato forte, legato all’ottimo sapore del tarassaco, prediletto dagli uomini come cibo ma principalmente come pianta digestiva, essenziale nei “gonfiori di stomaco”; significò quindi, a un dipresso, ‘mirra digestiva’.
PEBARÒNI sassar. e logud. ‘peperone’ (Capsicum annuum), pianta erbacea delle solanacee. Wagner lo fa derivare direttamente dall’italiano, peccando al solito di italo-centrismo. DELI ritiene che la base di partenza dell’it. peperone (considerato un accrescitivo) sia pepe, il noto arbusto rampicante di cui si usano i frutti come droga. Il termine latino è pĭper, gr. péperi, ed è considerato, giustamente, di origine orientale. Ovviamente, il termine si è espanso nel Mediterraneo. In Sardegna esso risulta autonomo ed ha la base nell’akk. per’u(m) ‘germoglio’, col raddoppiamento esaltativo pe-per’um.
PISEḌḌU ‘pisello’, sardo pisu < lat. pisum ‘pisello’ (Pisum sativum). Possiamo mettere anche questo tra pochi nomi di ortaggio vernacolari, nonostante ci sia la chiara sovrapposizione del suffisso -éḍḍu dall’it. -èllo. Diciamo che il lemma sassarese è metà sardo e metà italiano.
In Sardegna pisu ha alcune varianti, quale prisucci, pisuccre. «In contrapposizione al Pisum sativum, un numero notevole di altre leguminose di scarso o nessun pregio alimentare, ovvero usate come foraggere, ma solitamente non coltivate, riceve la denominazione spregiativa di pisúrci de golόru, pisu de golόvru o pisu kolovrínu con riferimento alla serpe… Si tratta delle seguenti specie: Lathyrus annuus L., Lathyrus aphaca L., Lathyrus articulatus L., Lathyrus cicera L., Lathyrus ochrus D., Lathyrus pratensis L., Lathyrus silvester L., Lathyrus tringitanus L., Vicia benghalensis L., Vicia Bithynica L., Vicia hybrida L., Vicia lathyroides L., Vicia Narbonensis L., Vicia peregrina L., Vicia sativa L. » (Paulis NPPS 272).
Anche questo fitonimo, come altri, partecipa sia dell’etimo indoeuropeo (latino o greco, o latino-greco) sia dell’etimo semitico (per pisu vedi pure basόlu). Va in ogni modo riconosciuto il seriore ascendente latino sul termine sardo.
Dopo questa precisazione, va comunque affermato che il termine sardo basόlu ha la base nel latino, e l’altra nel greco φάσηλος che significa ‘barca, scialuppa’ (con richiamo evidente alla forma del baccello aperto), la quale riaccosta ai significati originari di lat. faba, un originario duale che denota le due valve: akk. bābu, aramaico bāb ‘porta’. Lo stesso greco φάσηλος è calcato su base corrispondente ad ebraico p(e)sālā ‘sbucciare’, pāṣa ‘aprire’, pāṣam ‘to split’. Alla base di pêṣum va ricondotto il lat. pīsum (Semerano OCE II 516). Va da sé che pisùrci, prisùcci, pisùccre ‘pisello’ non è altro che una forma paronomastica e metatetica di un più antico *pisùklu, che in origine significò ‘pisello edule’. Il termine si basa sull’akk. uklu(m) ‘cibo, nutrimento’, sul quale si è esercitata la metatesi e la rotacizzazione (uklu > ulku > urci). Questo fitonimo ha subìto lo stesso processo di murtaùcci ‘mirto’, che un tempo significò ‘nutrimento per giovani femmine’ (vedi).
RABANELLA ‘varietà di rafano con radici ingrossate, esternamente rosse’ (Raphanus raphanistrum sativus). Vari filologi romanzi disputano ancora se il termine raphanus sia stato introdotto in epoca romana o quando. In realtà è mediterraneo, con base nell’akk. rabû(m) ‘crescere’, ‘diventar grande’ + ni’lu, nīlu ‘umidità, l’essere bagnato, fradicio’ (è proprio ciò che serve a questa pianta per crescere bene).
SÉLLARU sassar., logud. ‘sedano’ (Apium graveolens), dorgal. séllari; ha i corrispettivi nell’it. sèdano, gr. sélinon. DELI non conosce l’origine del termine greco, dal quale crede derivato quello italiano e tutte le forme dialettali italiane. Ritiene che il centro di diffusione del fitonimo greco sia l’esarcato di Ravenna, data la vitalità che la voce ha nell’area emiliano-romagnola e nella Padana orientale. Manco a dirlo, Wagner crede che il termine sardo derivi dall’italiano (vedi tosc. sèllero, romanesco sèllaro, piem. séleri). Ma il termine è mediterraneo, ed è talmente espanso che anche gli Inglesi lo chiamano in tal modo: cèlery (pr. sélery).
Il fitonimo sassarese-logudorese è la forma più antica in assoluto, ed ha la base etimologica nell’akk. ṣēlu(m) ‘costola’ + aru(m), eru(m) ‘gambo, stelo’, col significato di ‘foglia costolata’ (giusta la figura di tale ortaggio).
ZÈA, žèa nel log. nord-occid. è la ‘bietola’ (Beta vulgaris L.). Wagner recepisce il termine ponendo alla base il genov. giaèa. A mio avviso la base etimologica sta nelle due forme accadiche ze’û (termine sconosciuto) o tī’u ‘nutrimento, sostentamento’. La zèa è infatti nota come il nutrimento d’elezione, il primo nutrimento scelto da chi coglie le erbe selvatiche.
TZIOḌḌA sassar. ‘cipolla’ (Allium cepa). La derivazione dall’it. cipolla < tardo lat. cepŭlla non è affatto scontata. Peraltro il termine latino è considerato prestito da una lingua sconosciuta (DELI 240). Lo stesso vale per il termine scientifico cepa.
Il termine sassarese e sardo hanno origini sardiane, con base nell’akk. qēpu, qīpu ‘affidato, affidabile, credibile, rappresentativo’ (riferito ai re) + ullû (un vestito) (stato costrutto qēp-ullû), col significato di ‘vestito rappresentativo’, a quanto pare riferito alla bellezza del suo fiore.
TZUCCA sassar. e logud. ‘zucca’ (Cucurbita pepo). Wagner lo crede termine prettamente italiano. Ma intanto DELI non sa da dove derivi e ipotizza uno strano lat. cucūtia, quasi che tale fonetica possa andar bene al caso. In realtà il termine è mediterraneo, avente la base etimologica nell’accadico zukû (un genere di frutta od erba).