M) MAGIA NELLA SARDEGNA ANTICA



CALATZÒNIS 'andare in trance'; è una condizione affine allo stato ipnotico; in Sardegna andái in calatzonis indica tout court l'atto di 'sciamanesimo' (Turchi: Lo sciamanesimo in Sardegna 72-74). Wagner non recepisce il termine, mentre Puddu lo registra col significato di 'avere la malattia del sonno', 'dormire giorni e giorni'; oggi a Samugheo esso è inteso come 'avere la mente altrove'.

Pur sapendo che lo sciamanesimo è uno stato che tutte le società primitive hanno conosciuto, avendo avuto origini addirittura nel Paleolitico Superiore ed essendosi radicato dappertutto, compresa la Sardegna, non è facile ricomporre l'etimologia sarda del termine, per il quale nessuna lingua dà addentellati, mentre l'accadico fornisce tre opzioni: ḫalaṣu 'mettere a dura prova' muscoli, udito, sensibilità; ingl. 'to strain'; kalāṣu(m) 'contrarsi, raggomitolarsi' di parti del corpo, kalṣum 'contratto, raggrinzito'; galātu 'tremare, avere i brividi', ma anche 'spaventare' detto di un demone o fantasma, e pure 'rendere spaventosa' una statua divina.


EIRÀNA. Dolores Turchi (Lo sciamanesimo in Sardegna 131) riporta alcune preghiere della Barbagia, che secondo lei sono residui di antichi riti sciamanici; erano pronunciate invocando la Luna prima di cominciare – secondo lei – il volo estatico. Una di queste recita: Luna, Luna, paraluna, / para mese, uve sese? / - In funtana - / Sa Eirana, s'ebba mia / mi ch'esportet / da inoche a Baronìa! Traduzione fatta dalla Turchi nel sardo attuale, nutrita di evidenti paronomasie: 'Luna luna, para luna, para mese, dove sei? - Nella fonte - La Eirana, la mia cavalla, mi trasporti da qui alla Baronia'. Traduzione priva di ogni logica.

La Turchi commenta ampiamente questa filastrocca insensata, e considera Eirana un epiteto dell'astro lunare, probabile corruzione di Eirada per Eroda (altro nome della dea Luna-Ecate). Ma è assai azzardato considerare Eirana corruzione di Eroda, essendoci troppa distanza fonetica, ed anche perché tale interpretazione ci legherebbe a uno stadio culturale tipicamente greco, al quale la Sardegna non è stata mai vincolata. Occorre invece affrontare di petto questa specie di scioglilingua, partendo da quello che è: un testo irrimediabilmente corrotto e infarcito di paronomasie, a causa della millenaria distanza epocale in cui nacque. La sua ricostruzione è tuttavia ancora possibile, almeno a grandi linee, ma solo se la basiamo sulla lingua sumero-accadica, mediante la quale con un po’ di pazienza possiamo ancora ricavare, se non una traduzione interlineare, almeno il primitivo senso della filastrocca. Essa, da quanto vedremo, non sembra una invocazione sciamanica ma una invocazione al Dio Luna Generatore del mondo, affinchè arrechi le piogge sul suolo inaridito. Poiché, come abbiamo già visto per il lemma Calarésu, la Luna è presentata al maschile, è ovvio che questa invocazione è databile almeno a cinquemila anni fa, allorchè la Luna per i Sumeri aveva natura virile. Di seguito ripropongo il testo della Turchi affiancando tra parentesi le omofonie sumero-accadiche coi relativi significati:

Testo (con traduzione): Luna, Luna, (sum. lu ‘divampare’ + nu ‘creatore’ = ‘Creatore luminoso’), para- (bar ‘aratro’, a ‘sperma, acqua’ = ‘Vomere delle piogge’) Luna (vedi su), / para- (ubara ‘protezione’), mese (mes ‘un tipo di albero, phallos’ = ‘Phallos che dai protezione’), uve sese? (u ‘albero, phallos’, šeš ‘ungere, piangere, essudare’ = ‘Phallos che versi rugiada’) / In funtana (akk. imbu zânu = ‘appello sessuale adornato, prezioso’) / S’Eirana (akk. šu ‘colui che’, ē’ilu 'legatore' designante un démone che "lega", che vincola, an ‘cielo, firmamento’ = ‘Colui che tiene unito il firmamento’), s'ebba mia (šu ‘quello, colui che’, sum. eb ‘ovale, croissant’, me ‘Essenza, divina Proprietà che determina l’attività cosmica’ = ‘il Crescente, l’Essenza divina che muovi l’attività cosmica’ / mi (me ‘o Essenza, divina Proprietà che determini l’attività cosmica’) ch'esportet (ki ‘terra, luogo, territorio’ = ‘e la terra’), ‘acqua’, pu ‘pozzo’, ri ‘imporre’, ‘gettar giù’, ten ‘fresca’ = ‘l’acqua fresca del pozzo fai colar giù’) / da inoche a Baronìa! (de ‘versare’, inuḫa ‘orzo’, a ‘acqua’, bar ‘seccare, bruciare’, unu ‘cibo, pasto’ = ‘versa l’acqua sull’orzo seccato, sul nostro cibo’).

Testo sumero-accadico e traduzione italiana completa: Lunu, Lunu, bar-a Lunu / (u)bara mes, u šeš / imbu zânu / šu ē’il(u) an, šu eb me / me ki eš pu ri ten / de inuḫa a bar unu: ‘O Luna, o Creatore luminoso, vomere delle piogge, o Luna, / Phallos che dai protezione, Phallos che essudi rugiada, / appello sessuale prezioso, / Colui che tiene unito il firmamento / il Crescente, l’Essenza divina che muovi l’attività cosmica / e la Terra, / fai colar giù l’acqua del pozzo, / versa acqua sull’orzo seccato, sul nostro cibo riarso’.


ÉRCHITU. «Si credeva un tempo, in quasi tutti i paesi della Sardegna, specie nella parte centrale, che alcuni uomini malvagi, per gravi delitti non espiati potessero, durante la notte, trasformarsi in animali e annunciare la morte. Questi uomini, detti érchitos, si trasformavano in buoi con grosse corna dalla punta d’acciaio e muggivano per tre volte davanti alla casa delle persone destinate a morire» (Dolores Turchi, GESMFRP 287).

Il termine è certamente sardiano, con base nell’akk. erḫūtu ‘aggressività’, erḫu ‘aggressivo’ + ūdu ‘malattia, afflizione’, col significato di ‘malattia dell’aggressività’. Possiamo pensare a s’érchitu come a una specie di lupo mannaro. Ma forse siamo di fronte a un composto sumero-accadico, da sum. er ‘lacrime, lutto, compianto funebre’ + akk. kittu ‘solidarietà’, ‘affidabilità’ (di auspici negativi); o ḫīttu ‘crimine, peccato, errore, colpa’, col significato di ‘compianto funebre con auspici negativi’ oppure ‘compianto funebre per crimine, colpa’.


ERÒDAS. Dolores Turchi (Lo sciamanesimo in Sardegna 121) scrive che in tempi lontani la sùrbile (vedi) era detta Mamma Eròdas. «Il nome Eròdas, acquisito in età medievale, è associato a Herodiade, come risulta dal Canon Episcopi, ma forse anche a Erode, come si crede in qualche paese della Sardegna. Due figure ben note per la loro perversione: la prima fece decapitare Giovanni il Battista, il secondo ordinò la strage degli innocenti. Due nomi che ben si addicono a un essere immaginario considerato avido di sangue dopo la sua demonizzazione». Nel testo della Turchi si colgono alcune contraddizioni, la principale delle quali è che il nome Erodas non può essere antichissimo, per il fatto che - se è vero il suo accostamento a Erode - esso fu adottato dai preti cristiani non prima del VII secolo dell'era volgare. Per capire il vero significato di Erodas e collocarlo temporalmente, torniamo invece alla sùrbile, la cui caratteristica è, tra l'altro, quella di «un essere inconsapevole delle sue azioni: di giorno ignora l'istinto vampiresco che durante la notte la spinge verso le case in cui si trovano dei neonati» (Turchi 97).

Il termine Eròdas, nonostante l'azzeccato effetto culturale del suo abbinamento a Erode o Erodiade, è una lampante paronomasia. Se è vero che questo nome è più antico di sùrbile (dal quale poi è stato quasi dappertutto sostituito), ciò vuol dire che Eròdas è precristiano. La sua base etimologica è in linea con la caratteristica della sùrbile-eròdas, che è di vegliare la notte per dedicarsi ad azioni vampiresche. Vedi akk. ēru(m) 'sveglio', ērūtum 'veglia totale', 'insonnia'.


ÉSCHUMU. Dolores Turchi (GESMFRP 271) sostiene che questo personaggio fantastico della Sardegna non fosse altro che Esculapio, il dio della medicina fatto conoscere dai Romani. In realtà questo personaggio è già sardiano, con base etimologica nell’akk. ešqu ‘solido, massiccio’ di pietre da costruzione + ūmu(m) ‘démone delle tempeste’ anche nella sua effigie di statua lignea; ‘persona arrabbiata’. La traduzione è ‘Umu pietra angolare, Umu robustissimo, Umu solidissimo’ (ešq-ūmu è uno degli epiteti di Umu).


EURÀNIA. Talasài è il nome di un nuraghe in agro di Sédilo. «Secondo la tradizione vi si trova un tesoro ed è custodito dalla fata che tesse nel telaio d’oro. A questa tradizione antichissima, in periodo più tardo, si è aggiunta la leggenda di Eurania di Talasai, ove si dice che Eurania, figlia del marchese di Talasai, si uccise per non andare sposa al marchese del vicino nuraghe di Iloi. Ma i nomi Eurania e Talasai sono una spia dell’antico luogo di culto ove la fata che custodiva il tesoro era l’antica Môira filatrice. Talasia indica in lingua greca il lavoro della lana ed Eurania, Eurámen (da eurísco) significa cercare e trovare la sorte. Pertanto il nome Eurania di Talasai doveva indicare l’oracolo dove si trovava la fata filatrice che si andava a interrogare per conoscere la propria sorte» (Dolores Turchi, GESMFRP 156-7).

La buona volontà non ha aiutato la Turchi, poiché ella s’inchioda alla convinzione che la cultura greca sia la base di quella sarda: è falso, poiché la Grecia antica non ebbe mai la ventura di lasciare la propria impronta in Sardegna, quindi non potè trasmettere la sua ricca cultura.

Andare per etimi è fatto più arduo ma più serio che andare per assonanze. Occorre quindi, considerare più correttamente Talasái come composto sardiano, basandolo sull’akk. tâlu(m) ‘albero’ + asu ‘mirto’ + il solito suffisso territoriale di origine ebraica -i, col significato sintetico di ‘(sito di) alberi del mirto’. Questo fu l’antico nome della località dove sorgeva il nuraghe, in cui insisteva, evidentemente, un bosco di mirti.

Quanto a Eurània, il nome sembra una corruzione operata dai preti bizantini. Letteralmente significa, in greco, ‘dalla bella pioggia’, ‘dalla pioggia benefica’. Ma se dobbiamo dare una certa logica al mito del suicidio, allora dovremmo sforzarci di considerare il termine come corruzione bizantina di un composto sardiano basato sull’akk. ewûm ‘appofittare, abusare di’ + rā’um ‘amico’, col che saremmo in presenza di una donna violentata dal suo amatore.

Se volessimo vedere Eurània come nome proprio sardiano con base nel sumerico, allora potremmo leggerlo come agglutinazione di e ‘principesco’ + u ‘dono’ + ra ‘esser puro’ + ni ‘paura’ + na ‘uomo’, con un significato altamente poetico – tipico dei nomi femminili di stirpe nobiliare – equivalente a ‘nobile dono (reso) puro dalla paura del maschio’ ossia ‘donna dalla verginità garantita’, il che equivale all’it. Caterina, greco Katharina ‘Pura, Vergine’ per antonomasia.


FILIÒCCA termine noto da alcuni versetti sciamanici di Pozzomaggiore, quale: Domine, Domine e filiocca / a fizzu meu mai non mi occas!, che dalla Turchi 100 è tradotto in neo-sardo così: 'Signore, Signore di filiocca, non uccidere mai mio figlio!'. Ella non conosce il significato di filiocca, e nemmeno quelli di Pozzomaggiore lo conoscono. Il termine non è neppure registrato nei dizionari. I due versetti su riportati, e altri simili, vengono recitati segnando con la croce tre volte la fronte, la bocca, il petto del bimbo nato da poco, per difenderlo dagli assalti della sùrbile o coga (vedi), una specie di vampira che si presenta di notte per succhiargli il sangue.

Gli sforzi interpretativi della Turchi sono in dubbio circa le basi antropologiche della credenza, che deporrebbero a momenti per la positività della sùrbile, a momenti per la sua negatività (segno, secondo la Turchi, di una fase oramai avanzata di superamento delle antiche credenze). Tale interpretazione è lecita. Resta però la base etimologica di filiocca, che sembra essere dall'accad. bīru 'sete, fame' + uqqu(m) 'incidere', col significato complessivo di 'incidere per sete (di sangue)'. Ciò è indice dell’alta antichità della credenza negli esseri-vampiro.


IACCO, Ἴακχος è il nome solenne di Bacco (Diónisos) nei Misteri Eleusini e deriva dal grido rituale in onore del Dio: Iacco! Nei Misteri Iacco era considerato figlio di Zeus e di Demetra ovvero sposo di Demetra e veniva distinto dal Dioniso tebano, figlio di Zeus e Sémele. In alcune tradizioni Iacco è considerato figlio di Bacco, ma in altre i due personaggi sono identici. Nel mondo latino talvolta era identificato con Libero.

Circa l’etimo di Iácco-Ἴακχος, la sua base etimologica è ebraica: esattamente è lo stesso termine YHWH, il nome di Dio Onnipotente, da pronunciare così com’è scritto, ossia Yaḥuh. In Sardegna questo nome sacro è ripetuto numerose volte, nei nomi personali, nei cognomi, e anche in parecchi toponimi.

Tale nome sacro appare nella Bibbia 5410 volte a cominciare da Gn 2, 4. Secondo i vari rabbini che hanno pubblicato la Bibbia ebraica (ivi compreso, per l’Italia, Rav Dario Disegni), la vocalizzazione e la pronuncia di YHWH, יהוה, non sono note «perché per antichissima tradizione esso non viene mai pronunciato ma sostituito da Adonai, ‘il Signore’». A partire dal XVIII secolo nella Bibbia sono presenti tradizioni compositive differenti che si distinguono per l’utilizzo dei diversi appellativi divini. Ad esempio, nel libro della Gènesi è presente una versione della creazione che utilizza il nome Elohim; nel testo masoretico il tetragramma appare come Adonai. Nel testo greco dei Settanta è scritto Kýrios, aggettivale significante ‘che ha potere, forza, autorità’, tradotto normalmente come ‘Signore’ ma che è meglio tradurre come ‘Potente’. Si badi bene che nei più antichi frammenti greci della Bibbia (I-II secolo a.e.v.) al posto dell’aggettivale citato c’è soltanto il tetragramma ebraico. Invece in altre bibbie greche (come quella dell’Aquila) il tetragramma è scritto in lettere greche. Evidentemente essa è, dopo tali frammenti, tra le più antiche bibbie greche tramandate.

I Testimoni di Géova finora sono stati gli unici a parlare con una certa libertà di questo tema, e ripetono le ovvie considerazioni di alcuni liberi ricercatori anglosassoni (George Howard, Paul Kahle, Sidney Jellicoa), secondo cui nei frammenti più antichi il nome divino è scritto in aramaico, o in lettere paleoebraiche, poi è traslitterato in lettere greche, infine in tutte le restanti bibbie greche il tetragramma è tradotto con Kýrios (κύριος): quest’ultimo lemma denuncia una ovvia innovazione cristiana.

L’interpretazione etimologica del tetragramma (interpretazione ebraica, per intenderci) si basa su Esodo 3, 13-14-15, allorchè Dio manda Mosè dal Faraone a chiedere ed ottenere l’uscita dall’Egitto. «Allora Mosè disse al Signore: “Ecco quando io mi presenterò ai figli di Israele, e annunzierò loro: Il Signore dei padri vostri mi manda a voi, se essi mi chiederanno qual è il nome di Lui che cosa dovrò rispondere?”. E il Signore rispose: “Io sono quello che sono” e aggiunse: “Io sono, mi manda a voi”. Inoltre così disse il Signore a Mosè: “Annunzia ai figli d’Israele che è il Signore dei vostri padri, Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe che m’invia a voi. Questo è il mio nome in perpetuo, questo è il mio modo di designarmi attraverso le generazioni”».

Secondo Rav Dario Disegni, «le espressioni di questo verso [14] e del seguente sono oscure forse volutamente. Ne sono state tentate varie spiegazioni, fra le quali è difficile scegliere. In queste parole è, a quanto pare, da vedersi un’allusione al nome divino, che noi non pronunziamo, scritto con le lettere J. H. V. H. che contengono la radice del verbo che significa ‘essere’. L’espressione può significare: l’eternità, l’immutabilità di Dio. Il fatto che Egli è l’Essere, Esistente per se stesso, può voler dire: “Poco importa il mio nome, quello che importa è che Io sono”. Altra spiegazione: L’Essere di cui l’esistenza ha la sua causa in Se Stesso, e non mutua la Sua origine da alcun altro essere».

Henri Serouya (La Cabala 97) scrive che «il pensiero ebraico, portando più avanti la sua forza di astrazione, libera il segno dalla cosa significata, la parola o il nome dall’oggetto denominato; poi accorda al nome, alla parola e persino alla lettera o al numero un valore in sé, in quanto principio essenziale. Così un significato si applica a ogni nome proprio di Dio, usato dalla Scrittura: Elohim è ora Yahvé, ora Shaddai. Il nome di quattro lettere, o Yahvé, sembra avere avuto, dall’epoca talmudica, una parte capitale nel misticismo teorico e soprattutto nel misticismo pratico. Il Talmud (Yoma, IIa) dice che un tempo si sapeva pronunciare questo nome e che allora era permesso al saggio di insegnarlo ai suoi figli e ai suoi discepoli scelti, una volta alla settimana. Questo tetragramma, detto anche “nome distintamente pronunciato” (Mishnah Yoma, VI, pag. 2) e “nome unico, proprio” (Sanh., 56a; Shebuoth, 36a) poteva essere pronunciato solo nel Santuario, dai sacerdoti che recitavano la benedizione sacerdotale (Mishnah Sotà, VII, pag. 6) e dal Gran Sacerdote il giorno del digiuno (Mishnah Yoma, loc. cit.). Secondo un testo di Maimonide “dopo la morte di Simeon il Giusto, i sacerdoti, suoi fratelli, cessarono di benedire con il tetragramma ma benedissero con il nome di dodici lettere”. Questo nome divino, come distaccato da se stesso, tende a costituire un essere in sé. “Prima della creazione del mondo”, dichiara il Talmud, “non vi era che Lui e il suo nome”.

È lampante che l’interpretazione degli Ebrei è una non-interpretazione. Essi, per timore e rispetto alla santità dell’Essere, rinunciano a scandagliare scientificamente il problema dell’etimologia, anzi si rifugiano negli assurdi meandri della cabalistica, e dobbiamo dire che la loro autorevole inazione (o distrazione) ha indotto qualunque altro ricercatore, che fosse laico o ebraico o cristiano, a non immischiarsi nella questione, quando non a rimuoverla.

Se dovessi tentare personalmente una interpretazione etimologica, penso che, con queste premesse, non riuscirei ad andare lontano. Tenuto conto che gli Ebrei hanno origine sumerica e constatato che la lingua sumerica è la più antica del mondo (tra quelle scritte), mi è forza basarmi sul termine sumerico ia ‘oh’ (una esclamazione, una esortazione), ma dopo questa esclamazione non ho nient’altro da esaminare. Però soccorre meglio l’accadico i ‘let’s, come on, suvvia’ (esortazione simile a quella sumerica), alla quale affianco aḫu che significa ‘fraternizzare’ ma principalmente ‘forza’: in composto abbiamo i-aḫu, y-aḫw, col significato di ‘Oh Forza’, ‘Oh Potenza’ (esclamativo, esortativo). Il termine accadico aḫu significante ‘forza, potenza’ giustificherebbe anche la traduzione fatta dai Settanta mediante Kýrios ‘Potente’. Questo esortazione-epiteto è, se vogliamo, un fatto normale, diciamo pure banale, anche perché da sempre, e fino ai nostri giorni, ci si è rivolti a Dio esclusivamente mediante l’esortazione (leggi ad es. le varie parti della Santa Messa).

Il fatto che Dio abbia ordinato a Mosè di chiamarlo mediante una esortazione riferita alla Sua potenza infinita, non deve meravigliare, poiché Dio nella Bibbia (e anche nei Vangeli) non ha mai cercato le astrusità e i sotterfugi, tantomeno le simbologie: anzi ha sempre voluto un rapporto chiaro e diretto con l’Uomo. Sono stati gli Ebrei ad avere forzato nella direzione di un distacco totale tra l’Essere divino e la Parola. E questa tradizione giudaico-cristiana dura, purtroppo, ancora oggi.

Questa vicenda del vero nome personale di Dio, il quale a tutt’oggi permane non-riferibile, anzi addirittura ignoto (perché ignoto è sempre stato, non dimentichiamolo!), è tuttavia mal posta. Tutti i ricercatori brancolano nella cecità totale (una cecità reale, obiettiva, ma ad un tempo esilarante), e si rammaricano di non poter andare più a fondo in questa ricerca. Esilarante e assurdo. Non hanno tenuto conto del fatto che Dio, alla precisa domanda di Mosè, non poteva rispondere altrimenti di come ha risposto, dicendo in sintesi che Lui NON AVEVA NOME e che poteva essere invocato soltanto come ‘il Potente’. È esilarante vedere i nostri ricercatori basiti! Eppure basta poco a capire che DIO NON PUO AVERE UN NOME! E perché mai dovrebbe averlo? Egli è Dio, è YHWH, nient’altro! A questo punto, direi che ogni discussione è chiusa, e che il volerla tenere aperta è segno di dabbenaggine e di scarsissimo rispetto per la Maestà di Nostro Signore Onnipotente.

Ma a dirla tutta, qua non è in gioco soltanto la dabbenaggine e lo scarso rispetto dei ricercatori. Ci aggiungerei, a loro disdoro, anche una certa dose d’ignoranza. Occorre ammettere che tutti noi abbiamo spesso e volentieri proiettato gli studi biblici su uno schermo metastorico, anche perché così siamo stati forzati dall’esegesi rabbinica, mentre al contrario ogni passo della Bibbia necessita di essere rigorosamente contestualizzato in una precisa fase della storia. Per quanto riguarda le vicende di Mosè e dell’Esodo, non possiamo capirle se non inquadrandole nella temperie culturale dei tempi in cui gli Ebrei vivevano in Egitto. E allora va chiarito che presso gli Egizi il nome personale era sottoposto a un rigorosissimo tabù, non poteva essere mai pronunciato.

L’uomo ha sempre parlato poco, e nel passato – fino a secoli recenti – la parola pronunciata era considerata sacra. Ogni parola pesava come un sasso. Ogni parola un impegno. La parola fu sempre sacra. Nessuno poteva pronunciarla invano, nessuno poteva tradirla. L’origine sacrale del linguaggio impedì per millenni di operare una netta distinzione tra le parole e le cose. L’uomo di Sumer, di Babilonia, del Nilo, della Sardegna precristiana, per quanto acculturato, non si liberò mai dal pensare concreto. Le prime idee astratte furono prerogativa degli antichi Greci, ed il loro apparire, checché se ne pensi, non fu meno rivoluzionario dell’invenzione della ruota.

Possiamo affermare che la storia fu sempre fatta, almeno fino alla Nuova Era, dall’Homo concretus, il quale ha sempre pensato che tra il nome personale e la persona fisica esistesse un legame sostanziale e vincolante, sul quale si poteva agire magicamente. In Egitto si ricordava il mito di Iside, la quale divenne la Dea Madre dell’Universo soltanto dopo aver conosciuto, mediante le sue arti magiche, il vero nome di Ra, spodestandolo. L’uomo vide nel proprio nome una parte vitale di sé, e di conseguenza se ne prese cura, ad evitare che gli togliessero la vita. Questo legame vitale fu sentito un po’ da tutti i popoli. Fino ai tempi di Frazer (100 anni fa) tutti questi popoli tennero accuratamente nascosto ogni nome personale.

Presso gli antichi Egizi ogni persona aveva «due nomi, il nome vero e il nome buono o il nome grande e quello piccolo; e mentre il nome buono, o piccolo, era di pubblico dominio, quello vero, o grande, sembra fosse tenuto accuratamente nascosto» (Frazer). Infatti per gli Egizi «il nome era una seconda creazione dell’individuo, innanzitutto al momento della nascita, quando dalla madre viene imposto al neonato un appellativo che ne esprime sia la natura, sia il destino che ella gli augura, ma anche ogni volta che viene pronunciato. Questa fede nella virtù creatrice del Verbo determina tutto il comportamento degli Egiziani rispetto alla morte: infatti, nominare una persona o una cosa equivale a farla esistere al di là della scomparsa fisica, e quindi diventa necessario moltiplicare i segni di riconoscimento. È questo il motivo per cui la cappella funeraria, e in generale il luogo ove si praticava il culto del defunto, racchiudono una somma di indicazioni la più precisa possibile, in modo che il ka possa godere senza problemi di quanto gli è dovuto» (Grimal, SAE 139).

Questa temperie culturale degli Egizi aveva fortemente contagiato gli Ebrei; quindi appare assurda la pretesa di Mosè di conoscere il vero nome di Dio. Salvo il fatto che, come ho già detto, Dio non ha nome, non può averlo. E perché mai dovrebbe averlo? A cosa Gli servirebbe? L’uomo, senza accorgersene, continua a trattare Dio come una persona o come una cosa, dimenticando che Dio non è uomo, né cosa, e non può essere nemmeno puro pensiero, come ci si ostina a dire. Egli È. Nient’altro. Qualunque altra asserzione suona come vera bestemmia.

Quindi all’uomo basta e avanza l’opportunità d’invocare Dio come YHWH o, che è lo stesso, come Kýrios, il ‘Potente’. Se poi gli Ebrei sono talmente imbalsamati dalla paura di chiamare direttamente Dio, qualcuno dovrebbe aiutarli a capire che gli epiteti da loro inventati per by-passare il tabù hanno esattamente la stessa semantica della parola tabuizzata, sono infatti la tautologia di YHWH.

Il fatto che i Sardi non abbiano mai patito il tabù degli Ebrei, la dice lunga sul fatto che il nome universale di YHWH da loro è stato trattato con maggiore libertà, visto che in Sardegna quel sacro nome esiste un po’ dovunque. Certo, non esiste al modo come vorremmo, anche perché in Sardegna manca la tradizione scritta d’epoca precristiana. E tocca a noi oggi “sgusciare” e “raddrizzare” filologicamente certi nomi, certi epiteti, certi toponimi, allo scopo di capire la situazione di quei tempi e allo stesso tempo capire gli artifici che i preti bizantini inventarono, nella foga di ottundere e sopprimere ogni forma di dottrina che i Sardi avevano sulla religione dei padri.

Per ricuperare la storia antica della Sardegna, basta partire dal fatto che i preti bizantini fecero tabula rasa della pregressa religione, ma lo fecero con delle costanti che, una volta svelate, appalesano nitidamente le modalità con cui procedevano nel soffocare le parole-emblemi-simboli della religiosità del popolo. Il loro procedere era talmente capzioso che nessuno mai intuì l’inganno. Si trattava, per lo più, di approfittare del fatto che essi parlavano greco ed avevano quindi una lingua assai diversa da quella del popolo, che parlava ancora lo “zoccolo duro” semitico. La differenza di toni, di accenti, di fonetiche, talora di concettualizzazioni da parte di quei preti che si sforzavano comunque di parlare sardo, suscitava nel popolo un irrefrenabile moto di simpatia e di disponibilità al dialogo. Quindi il popolo analfabeta accettava facilmente le “dotte” prediche con le quali i preti spiegavano che YHWH (letto i-aḫu) era lo stesso San Jacopo o Giacomo, che essi si premurarono da quell’istante di chiamare (guai a sbagliarsi!) con la fonetica sarda: Yaḫu, Yaku, Yaccu, Jagu. Fu tale la convinzione del popolo, che oggi ci ritroviamo una serie di località chiamate Santu Jaccu, Santu Jacci, e lo stesso cognome Giagu.


IACCU HIRVU. Dolores Turchi (GESMFRP 86) tratta delle figura di Iácco, Ἴακχος, nome solenne di Bacco (Dióniso) nei Misteri Eleusini, il quale deriva dal grido rituale in onore del Dio: Iacco! Nei Misteri Eleusini Iacco era considerato figlio di Zeus e di Demetra ovvero sposo di Demetra e veniva distinto dal Dioniso tebano, figlio di Zeus e Sémele.

L’etimologia di questo nome è stata discussa più su al lemma Iacco (vedi); esso sembra, almeno con riguardo alle epoche arcaiche ed ai luoghi dove il mito siro-fenicio nacque, un’esortazione, un richiamo solenne che capta l’attenzione dei fedeli nei momenti solenni, e pure al momento della distribuzione del ciceòne.

Qui riprendo la questione poichè la Turchi crede di scorgere il nome di questo personaggio mitico in parecchi toponimi della Sardegna, generalmente accompagnato da un epiteto: Iaccu Piu, Iaccu Ruiu, Iaccu Hirvu. È difficile darle torto. In tal senso, dobbiamo ammettere che il personaggio Iaccu era conosciuto in Sardegna a prescindere dai Misteri Eleusini, quindi in termini collaterali al mondo greco, pertanto in modo autonomo, nella misura in cui possa dirsi autonoma una cultura che ha legami solidi col Vicino Oriente, e s’irraggiò da là per approdare anche nel mondo egeo-greco (non viceversa).

Iaccu Hirvu è toponimo dell’agro di Orgòsolo. Per quanto riguarda Iaccu, esso disvela il nome del Dio Unico Universale, quello che per gli Ebrei era YHWH (leggi i-aḫu), da tradurre ‘Oh Potente!’.

Circa Hirvu, la sua traduzione sembra avere la base nel sum. ir ‘potenza’ + bu ‘perfetta’. Quindi Iaccu Hirvu sembra un epiteto sacro riferito al Dio Unico Universale, col significato di ‘Yahwh dalla perfetta potenza’.


IÁCCU PÍU Dolores Turchi (GESMFRP 86) tratta delle figura di Iacco, Ἴακχος, nome solenne di Bacco (Dioniso) nei Misteri Eleusini, il quale deriva dal grido rituale in onore del Dio: Iacco! Nei Misteri Eleusini Iacco era considerato figlio di Zeus e di Demetra ovvero sposo di Demetra e veniva distinto dal Dioniso tebano, figlio di Zeus e Sémele.

L’etimo di questo nome è stato trattato a suo luogo (vedi Iacco); esso sembrerebbe, almeno con riguardo alle epoche arcaiche ed ai luoghi dove il mito siro-fenicio nacque, un’esortazione, un richiamo solenne che capta l’attenzione dei fedeli nei momenti solenni, e pure al momento della distribuzione del ciceòne.

Qui riprendo la questione poichè la Turchi crede di scorgere il nome di questo personaggio mitico in parecchi toponimi della Sardegna, generalmente accompagnato da un epiteto: Iaccu Píu, Iaccu Rùiu, Iaccu Hirvu. È difficile darle torto. In tal senso, dobbiamo ammettere che il personaggio Iaccu era conosciuto in Sardegna a prescindere dai Misteri Eleusini, quindi in termini collaterali al mondo greco, pertanto in modo autonomo, nella misura in cui possa dirsi autonoma una cultura che ha legami solidi col Vicino Oriente, e s’irraggiò da là per approdare anche nel mondo greco (non viceversa).

Per quanto riguarda Iaccu, esso disvela il nome del Dio Unico Universale, quello che per gli Ebrei era YHWH (leggi i-aḫu), da tradurre ‘Oh Potente!’. Píu ha la base nell’akk. pedû, pādû ‘indulgente’. L’epiteto (o invocazione) è da tradurre come ‘Yahwh indulgente’.

Sembra incredibile quanto la religione precristiana si avvicini ai sentimenti e ai concetti di quella cristiana.


IÁCCU PUDZÒNE è un toponimo dell’agro di Orotelli. Dolores Turchi (GESMFRP 86) non lo traduce come un normale nome + cognome (‘Giacomo Uccello’), il quale peraltro è molto usato in Sardegna. Considerato che pudzòne (camp. pillòni) in sardo indica pure il membro virile dell’uomo, la Turchi vede nel toponimo una cristallizzazione di una vicenda sacra riferita a Dioniso (chiamato Íacco nei Misteri Eleusini), cui s’addice anche il sacro membro nella sua funzione rigeneratrice.

Può darsi che la Turchi abbia ragione, e se ce l’ha, occorre inquadrare la questione nell’ambito dei Misteri siro-fenici di Adone, non di quelli greci, poichè la Sardegna non ha mai ricevuto influssi culturali greci. In tal guisa, possiamo recuperare anche gli altri toponimi Iaccu Hirvu, Iaccu Piu e Iaccu Ruiu, già discussi secondo questa visione.

Di pudzòne, camp. pillòni ‘uccello’, ‘volatile’ può cogliersi l’etimo soltanto se, mettendoci dal punto di vista degli antichi Sardi, consideriamo gli uccelli per quello che un tempo erano: un genere di animali particolarmente nocivi alle colture, che potevano essere tenuti a freno soltanto ingannandoli e catturandoli con le reti. Non è un caso se in Sardegna la caccia con le reti dura ancora inossidabile, sin dall’Era paleolitica. E dura pure la caccia coi laccetti. In altre parti si usano pure gli specchietti (es. per catturare le allodole).

Ci sono due termini accadici che concorrono a pari titolo a fornire il giusto etimo. Alla base sta comunque un composto sardiano, che trova espressione nell’akk. pīgu ‘inganno’ + unû (un tipo di carne) (stato costrutto pīgu-unû); e c’è pīdu ‘cattura, imprigionamento’ + unû (stato costrutto pīdu-unû); i due composti si traducono come ‘carne da inganno’ e ‘carne da cattura, ossia da rete’. Col tempo è subentrato il lat. pullus a complicare la resa fono-semantica, con un intreccio tra pīgu, pīdu e pullus + unû; onde camp. pill-òni, log. pidzòne, pudzòne. Onde il log. puḍḍu ‘gallo’ < lat. pullus (che però è un ‘piccolo dell’animale’, non solo il ‘pulcino’ o il ‘pollastro’, vedi akk. pūdu, būdu ‘pecora’, e vedi sardo puḍḍécu, pudréḍḍu < *puḍḍaréllu); la cavalla ancora vergine è sa puḍḍeca, e tanti animali molto giovani hanno lo stesso appellativo puḍḍécu, pudréḍḍu, ivi compresa una donna adolescente vocata al godimento e al divertimento (puḍḍeca).

Questo campo fono-semantico è alquanto inflattivo, a ben vedere, considerata pure la presenza dell’it. pigliare, con base nell’akk. pillatu ‘beni rubati, beni ottenuti col furto’ (a proposito di pigliare, le strampalate ipotesi etimologiche del DELI sono da dimenticare).

Pillòni, con la variante log. Pudzòne, Puggiòni, è anche cognome.

Trattata l’etimologia di pudzòne in quanto ‘uccello’, torniamo a Iaccu Pudzòne per proporre un etimo che però con gli uccelli non ha niente da spartire. Se crediamo che il toponimo possa celare un arcaico epiteto di Dio, allora occorre vedere in Iaccu il nome del Dio Unico Universale, quello che per gli Ebrei era YHWH (leggi i-aḫu), da tradurre ‘Oh Potente!’. In Pudzòne abbiamo un epiteto sacro dal sum. pu ‘giardino’ + zu ‘to know’ + ne ‘forza’: puzune poderoso giardino di conoscenza; Quindi Iaccu Pudzòne significò ‘Oh Potente, Forte Giardino della conoscenza’.

IACCÙRU è un toponimo di Arìtzo che Dolores Turchi (GESMFRP 86) smembra in Iáccu Curu, interpretando il secondo membro come il gr. koúros, il fanciullo divino che rappresenta Bacco-Dióniso. Ella pone prepotentemente in primo piano, nelle manifestazioni carnascialesche sarde, la triade Demetra-Persefone-Dioniso, che poi è la stessa triade dei Misteri Eleusini.

La Dea Madre Mediterranea è nota in Grecia come Demétra, Δη-μήτηρ, che ebbe la figlia amatissima rapita dal Dio degli Inferi: questa è la celebre Perséfone, nota anche come trimorfa, in sembianze ora di figlia (Kóre), ora di sposa (Perséfone, compagna di ‛ Ἄιδης o Πλούτων), ora in veste di matura dea lunare (la ferale Ecáte). In realtà è quest’ultima ad essere sicuramente trimorfa o tricipite, dotata di tre corpi e tre teste, essendo stata a un tempo Seléne (Luna) in Cielo, Artémide in Terra, Perséfone nel Mondo infero. Ecate ebbe un ruolo di primo piano nella ricerca di Perséfone, e quando questa fu trovata, rimase al suo fianco come assistente e amica. Divenne così una divinità del mondo infero, della quale si celebrava la terribile e grandiosa potenza. Si diceva che di notte mandasse sulla terra ogni sorta di demoni e di esseri fantasmatici, che conoscesse le arti della stregoneria e che dimorasse di preferenza presso gli incroci viari o in prossimità del sangue delle persone uccise. Si riteneva altresì che si spostasse e vagabondasse con le anime dei morti. Ad Atene, alla fine di ogni mese, vigeva l’uso di lasciare ai quadrivi dei piatti con del cibo appositamente per lei; il cibo veniva poi consumato dai poveri (Anna Ferrari).

L’etimo di Perséfone, Περσε-φóνη, non è stato bene indagato. Lo si collega con la ‘perdizione, devastazione’ (πέρθω, ‘devasto, desolo’) e con la ‘uccisione’ (φονή, ‘uccisione, strage’) senza ragione. In realtà la sua base è l’akk. persu(m) ‘divisione’, ‘cessazione’ + būnu ‘figlio’, col significato sintetico di ‘figlia separata’, ed è il nome che a questa déa viene dato nei mesi in cui lascia la madre per scendere all’Inferno.

L’etimo di Ecáte, Ἔκάτης, ha la base nell’akk. ēqu (un sepolcro) + atû(m) ‘custode della porta’, col significato sintetico di ‘custode dei sepolcri’, ‘amante degli ingressi dei sepolcri’ (evidentemente si tratta di sepolcri “a corridoio”).

Kóre, Κόρη è un nome greco; il comune kόρη indica una ‘fanciulla, donzella, figlia’ collegata al masch. κόρος ‘bambino, fanciullo, figlio’; il corrispettivo verbale si dice rappresentato, nel campo indoeuropeo, dal lat. creo, cresco, e non è vero. Comunque la fase più antica del termine è l’akk. ḫūru ‘son’, sum. ḫurum ‘bimbo’.

Come si può notare, anche questo arcaico mito greco, e le stesse cerimonie misteriche ad esso legate, sono preindoeuropei, orientali. La lingua sumero-accadica consente di affermare, scientificamente, che tali miti riguardarono tutto il Mediterraneo ed il Vicino Oriente, non solo la Grecia preindoeuropea. Questa considerazione aiuta a sistemare meglio le credenze della Turchi, che nella sostanza non vengono inficiate ma soltanto ricollocate in ambito semitico, come peraltro è giusto fare parlando dell’isola di Sardegna, la quale, a detta degli storici e degli archeologi, non subì mai alcun influsso elladico ma visse una temperie culturale inquadrabile nell’ottica degli scambi col Vicino Oriente.

Fatta questa ampia disamina, sembra ovvio che Iaccùru non sia scomponibile, come propone la Turchi, in Iáccu Curu, ma sia invece un composto sardiano con base nell’ebr. YHWH (leggi i-aḫu), da tradurre ‘Oh Potente!’ (un composto di i ‘let’s, come on, suvvia’, esortazione simile a quella sumerica, alla quale affianco aḫu che significa ‘fraternizzare’ ma principalmente ‘forza’: in composto abbiamo i-aḫu, y-aḫw, col significato di ‘Oh Forza’, ‘Oh Potenza’ (esclamativo, esortativo). Il termine accadico aḫu significante ‘forza, potenza’ giustifica anche la traduzione fatta dai Settanta mediante Kýrios ‘Potente’. All’invocazione YHWH, i-aḫu si abbina il sum. ur ‘ungere, unzione’. Il significato di i-aḫ-ur è ‘O Forza degli Unti’, ‘O Forza dei Messia’ .

Anche questo risultato, come tanti altri dell’antica religione dei Sardi, fa capire che niente fu innovato sulla faccia della Terra, poiché la consacrazione dei fedeli attraverso la “cresima” avveniva già in epoca precristiana. Ma qui per unto s’intende il gr. Christós ‘Messia’.


IÁCCU RÙJU. Dolores Turchi (GESMFRP 86) scrive: «Ad Olièna si afferma che quando sta per piovere Iaccu Ruiu dà il segnale, perchè a mezza montagna si forma uno strato di nuvole... Resiste il detto Iaccu Ruiu annuau, abba sicura ‘Iacco Rosso annuvolato, acqua sicura’». La Turchi è convinta che questo personaggio fantastico sia lo stesso che dà il proprio nome a una vallicola sull’alto monte di Olièna. Poichè ella crede che in Sardegna nel passato ci siano stati molti e nitidi episodi legati ai Misteri Eleusini, di cui fa parte Íacco (nome solenne di Bacco-Dioniso nei Misteri di Eleusi), ella ritiene che questo personaggio sardo sia proprio Dioniso.

A mio parere, la valletta di Iaccu Ruju (tradotto in italiano sarebbe Giacomo Rossi) indica, fino a prova contraria, soltanto il nome-cognome di un pastore del passato, che soggiornò lungamente nell’area utilizzando il pascolo comunale.

Quanto all’incrollabile certezza della Turchi sulla presenza in Sardegna dei Misteri Eleusini e di tutti i personaggi divini che ne sono l’oggetto di culto, la risposta è data dagli storici e dagli archeologi, i quali ritengono che in Sardegna sia mancato ogni genere di influsso greco, escluso ovviamente quello dei Bizantini, i quali però erano cristiani, e vennero in Sardegna con lo scopo dichiarato di sradicare ogni pratica pagana (compito peraltro cui si applicarono egregiamente).

Essendo impensabile che i culti di Eléusi siano stati importati dai Romani, e tantomeno dai Bizantini, occorre cercare in altra direzione l’etimologia di Jaccu Rùju in quanto essere fantastico. Per essere coerenti con quanto sappiamo delle civiltà che ebbero una presa diretta in Sardegna prima dell’invasione romana, credo occorra cercare nei vocabolari del Vicino Oriente l’origine o la base fono-semantica di questo nome fantastico. E allora possiamo dare a Iaccu la sua propria etimologia (vedi a Iaccu), e indicarlo propriamente come ‘Dio’, con base nell’ebr. YHWH (leggi i-aḫu), da tradurre ‘Oh Potente!’ (composto di i ‘let’s, come on, suvvia’, esortazione simile a quella sumerica, alla quale affianco aḫu che significa ‘fraternizzare’ ma principalmente ‘forza’: in composto abbiamo i-aḫu, y-aḫw, col significato di ‘Oh Forza’, ‘Oh Potenza’ (esclamativo, esortativo). A i-aḫu sommiamo l’akk. ruḫû(m) ‘sorcery’, col significato sintetico di ‘Dio magico’ o ‘Dio delle magie’.

In tal guisa, Jaccu Rùju sembra che dagli antichi Olianesi fosse immaginato come Dio degli incantesimi. Non sembri blasfemo (peraltro la bestemmia fu creata dai preti Bizantini!) se ora vediamo in Jaccu Ruju lo stesso diavolo altrimenti noto come Cusidòre ossia ‘ciabattino’; costui è un démone innocuo, o poco nocivo, appartenente anch’esso alla cultura di Oliéna, che il popolo immagina abbia dato il nome al Monte Cusidòre, una delle vette su cui notoriamente s’accumulano i temporali, prima che la sottostante Oliéna ne riceva gli effetti. Si dice infatti che Cusidore, assiso sulle vette, borbotti spesso (tuonando, da par suo), esprimendo così il proprio disappunto per essere costretto a ripararsi le scarpe logorate costantemente sulle rocce asperrime della montagna.

In tal guisa veniamo a sapere che Jaccu Rùju e Cusidòre sono due facce della stessa medaglia, l’una pre-cristiana, la seconda cristiana.


IÁCI cognome italiano di origine mediterranea. Non è il vezzeggiativo di Jacomo, come pensano De Felice e Pittau, ma ha la base nell’ebr. YHWH (leggi i-aḫu), con successivo suffisso patronimico latineggiante in -i. Anche in Sardegna abbiamo termini del genere, oltre al cognome Giágu (vedi per la discussione approfondita), che indica lo stesso fenomeno.


LAVARICÁNTE. Dolores Turchi (GESMFRP 593 sgg) narra per esteso un mito di Dorgali, relativo a un giovane che lascia la vecchia madre e si mette alla ricerca di una misteriosa fuggitiva la quale lo attende alla “fonte del Lavaricante”. Dopo lunghissime ricerche attraverso fiabeschi mondi dell’avventura popolati di gente vecchissima e di esseri fantastici, trova la fonte e la fanciulla, presso la quale si accasa dimenticando la madre. Dopo qualche anno però ha nostalgia della genitrice. La ragazza lo ammonisce che in realtà sono passati tanti secoli. Egli si ritiene burlato, e parte comunque. Ma sono trascorse veramente delle ere, e il mondo è invecchiato e si trova in dissoluzione. Lo stesso giovane, disattento agli ammonimenti della propria sposa, si lascia rapire dalla morte.

Lavaricánte sembrerebbe a tutta prima un termine participiale italiano, mentre invece è arcaico, basato sull’akk. labāru(m) ‘essere, diventare vecchio’, ‘durare a lungo’ + kanūtu ‘Colei che rende Grazie’ (epiteto di una dea) < kânu(m) ‘essere permanente, immutabile’. Quindi la Fonte del Lavaricante non è altro che la ‘Fonte della Dea dell’Eterna Giovinezza’. Mutatis mutandis, il mito riecheggia in parte quello greco di Eos e Titone, anche se nel mito di Dorgali la fanciulla innominata mostra una castità e una pudicizia che invece Eos, per condanna di Afrodite, violava ad ogni spuntar del Sole.


LISÉI (Santu Liséi) è il nome di un nuraghe di Nule, che Dolores Turchi (GESMFRP 191) riferisce al dio Dioniso, chiamato pure Liéo (Λυαῖος). Stando agli etimologisti del greco, significherebbe ‘colui che scioglie’, che libera dagli affanni, naturalmente col vino e con l’ebbrezza. Con lo stesso nome era indicata una bevanda usata in alcuni riti religiosi. La Turchi ricorda che l’epiteto nelle litanie orfiche è dato anche ad Osiride, invocandolo ugualmente come Lysios, il Redentore (Inno orfico XLIX).

È ovvio che l’Egitto fu ellenizzato a dovere in epoca alessandrina. Lo stesso non avvenne in Sardegna. L’errore involontario della Turchi sta nell’abbinare ogni accenno di rito fertilistico alla religione misterica dell’antica Grecia, tenendo in non cale il fatto che l’influsso greco non arrivò mai in Sardegna, mentre al suo posto operò un culto fertilistico indigeno di stampo mediterraneo.

Santu Liséi è un sintagma invocativo prettamente sardiano, con base nell’akk. šātû ‘grande bevuta’, šatû(m) ‘to drink’ con epentesi di -n-; questo campo semantico del ‘bere’ è pure in relazione ai campi (‘essere irrigati’) + sumerico li ‘ramo, virgulto’ + se ‘vivere’. L’invocazione (meglio, l’epiteto) è riferita al Dio della Natura portato in processione e significa ‘(Dio) che irriga e fa vivere le piante’.


LISONZO 'fiume dell'oblio'. Dolores Turchi (Lo sciamanesimo in Sardegna 143, 146) ricorda che i popolani credevano ancora, decenni or sono, a su rivu ‘e s'irméntigu 'il fiume dell'oblio'. Anche chi andava in coma s'affrettava a bere quell'acqua, una volta entrato nell'Aldilà. Se la beveva, vuol dire che non era più ingrado di tornare tra i vivi. Il ricordo della fonte Letè di tradizione greco-micenea è immediato. Ma non è facile immaginare che la tradizione sia entrata in Sardegna coi preti bizantini. Sembra più facile arguire che sia arrivata attraverso la dominazione romana. Ma è proprio il termine Lisonzo a immergerci in una temperie certamente arcaica, pre-romana, e pone una sfida alla ricerca etimologica.

Il termine sembrerebbe arrivato attraverso il verbo greco λύω 'sciolgo', ma viene il sospetto che Lisonzo sia un relitto di credenze precristiane più solide e chiare di quanto sinora la nostra cultura intrisa di cristianesimo ci abbia consentito di capire. Se volessimo dare un senso preciso all'accad. lī’um 'cibo' + sūnu(m) 'grembo' nelle relazioni sessuali, ed anche luogo per ricevere, tenere, dispensare qualcosa, luogo di protezione; allora ci troveremmo di fronte a una credenza che da più parti è affiorata nella mia ricerca, una credenza legata ai riti misterici, gravida di quei messaggi che poi si svilupparono pienamente col cristianesimo. Lisonzo sembra richiamare una situazione post mortem in cui il defunto può avere cibo per l'eternità in un rifugio protettivo nel regno degli spiriti.

Ma forse è più congrua l’origine dal sum. lu ‘coprire completamente, nascondere’ + šun ‘sole’ + zu ‘conoscenza’ = ‘nascondimento del sole e della conoscenza’, o ‘nascondimento della conoscenza del Sole (ovviamente, in quanto Dio)’.


LUXÌA. Gli archeologi, in testa l'accademico dei Lincei Giovanni Lillìu, hanno mostrato una forte curiosità per il nome Orgìa, Luxìa, Lusìa, spesso riferito a una dea delle fonti. Il nome è considerato corruzione del latino Lucìa, formatosi nel primo Medioevo, e sembra avere la base lat. lux, lucis 'luce'. Vi furono molte sante cristiane con questo nome, la prima fu martire a Siracusa nel 303-304. Dalla base latina fu facile trasferire alla Santa la facoltà taumaturgica sua peculiare, che manco a dirlo fu la guarigione dei sofferenti agli occhi. Ma questa prerogativa è nota soltanto dal XII secolo, partendo proprio da allora la tradizione che Lucia, prima della decapitazione, fosse stata accecata. Per questo i pittori la raffigurano con gli occhi in un piatto. Secondo Anton Francesco Spada (Storia della Sardegna Cristiana e dei suoi Santi, 1994), la grande diffusione del suo culto in Sardegna si deve ai monaci orientali. Nella Sardegna centro-settentrionale il nome è pronunciato (secondo Spada) alla greca: Lukìa o Lughìa. Nel Campidano si pronuncia Luxìa (j come nel fr. joli). Il nome è presente nel condaghe di S.Pietro di Silki 89; nel CSNT 205, 174, 71; nel CSMS 29,174, 181, 183, 260. Ciò dimostra la sua antichità, che sembra radicarsi proprio nei primi secoli dell'Era volgare, giusto quanto afferma Spada.

Ma se l'etimologia del nome Lucìa sembra pertinente, è meno pertinente affiancare Lucìa (Lukìa, Lughìa, Luxìa, Lusìa) ad Orgìa.

Orgìa è considerata una démone delle fonti, ed è spesso chiamata Orgìa Rabiòsa 'Orgìa rabbiosa', a sottolinearne le intenzioni non proprio benevole. Per quanto poi Rabiòsa sembri una contraddictio in terminis, se è proprio lei il démone (o la dea) che sedeva nelle antichissime fonti sacre nuragiche con lo scopo di curare i malanni dell'umanità. Eppure, a girarci intorno, è difficile scampare alla più congrua etimologia di Rabiòsa, Arrabiòsa, nome che sembra una corruzione moderna di un più antico Aráj, corrispettivo maschile di (Orgìa) Arrabiosa. Mi riferisco ad Araj Dimòniu, noto nelle favole campestri quale essere malefico (ma forse più che altro una specie di elfo), i cui effetti sulla gente erano più decantati che visibili. Questo essere malefico, richiamato in tante favole isolane, è apparentato col sardo ráju ‘fulmine, elemento distruttivo’, la cui origine sembrerebbe a primo approccio il lat. radius ma che in realtà deriva direttamente dall’accad. arāḫu ‘divorare, distruggere, consumare (col fuoco)’. Vedi Aragone e Araxi. Ora è chiaro donde provenne alla Sardegna il concetto medievale dei demóni divoratori e distruttori, padroni del fuoco infernale. Così, a un dipresso, fu pure Orgìa Arrabiosa, almeno come buio concetto medioevale, perchè poi anche tale divinità fu più che altro una elfa. Ma essendoci nota come essere femminile connesso alle fonti sacre, è uopo insistere nello scavo etimologico, al fine di comprendere quale attinenza ci sia tra Orgìa e le sue fonti.

Ad oggi, Orgìa, ed Orgiàna suo derivato, è noto in Sardegna anzitutto come cognome (specialmente Orgiana). Dagli studi del Semerano (OCE 178) potrebbe proporsi l’accostamento di Orgìa ad uno degli attributi che Artemide aveva in Arcadia e a Sparta: ’ορθία (Boρθέα, Bωρθεία) che trova l’antecedente remoto nell’accadico burtu ‘cisterna, fonte, specchio d’acqua’: come dire ‘(Artemide) delle fonti’. È quanto s’ipotizza per le fonti sacre della Sardegna. Orgía è il nome sardo d’un essere mitico legato alle costruzioni megalitiche (quelle, per intenderci, che racchiudevano le sorgenti prenuragiche e nuragiche): è il nome della “strega” che abitava quel tempio. Sardella (SLCN 346-348) ha persino raccolto la leggenda tramandata da due informatori anziani, che riferiscono di una processione notturna di Orgiànas da un antichissimo sito ad un altro della Brabaxiana. La leggenda col passare dei secoli è stata chiaramente corrotta dai monaci cristiani, ed oggi essa appare indissolubilmente annodata alla processione notturna delle streghe medievali dirette a celebrare il Sabba (vedi discussione in “Toponomastica Sarda” a proposito del lemma Giana, per il quale però individuo un’altra radice).

Sardella, che vede nelle Orgìas, Orgiànas delle sacerdotesse addette al culto dell’acqua, sembra convincente, e sembrerebbe potersi accettare la sua proposta etimologica dal sumero UR-GI(6)-ANA ‘la serva che trattiene l’acqua’. Egli spiega che per definizione erano “servi” (servi di Dio) tutti i sacerdoti, e specifica che GI (leggi ghi) può significare a un tempo ‘trattenere’ e ‘notte, ombra, nero’, mentre figuratamente il concetto di ‘notte’ s’allarga anche a quello di ‘protezione’ (il cielo è chiamato “nero” perché visibile solo di notte).

Ma è alquanto difficile accedere all’ipotesi del Sardella, visto che in greco abbiamo un raffronto soddisfacente, οργή ‘eccitazione interiore’ ed ’oργάς ‘terra umida, grassa e fertile’. Ma οργή significa pure 'ira, collera, passione', 'impeto'; ’οργάω 'sono pieno d'impeto' ma anche 'sono fecondo'; ’οργασμός 'orgasmo'. La radice di Orgìa sembra stare a suo agio in tutte queste forme greche, per quanto ci sia stata commistione tra la forma οργή e la forma Βωρθεία proposta dal Semerano. É lo stesso Semerano (OCE II 210) che indica le basi accadiche per completare la ricerca etimologica: è irḫu ‘insolenza’, arāḫu, erēḫu ‘essere pieno d’impeto, aggressivo’, erḫu ‘aggressivo’: quindi accad. arāḫu ‘divorare, distruggere, consumare (col fuoco)’.

Quanto alle ’όργια, ossia ‘i riti, le orge’ in onore della divinità, Semerano (OCE II 96) richiama gr. ’έργον ‘lavoro’ ed Fέρδω il cui significato originario è ‘compio il servizio divino, servo il dio; sacrifico al dio’, cfr. accad. wardu, ardu ‘chi è addetto al culto del dio, schiavo addetto al lavoro (del tempio)’. Ma questa è altra storia.

Concludo quindi notando in Orgìa i complessi caratteri di un démone femminile dell'antichità, che si esprimeva con irruenza e talora con rabbia, ma che era anzitutto una benevola ninfa delle fonti.

Quanto alla variante Luxia, noto anzitutto che nelle aree centrali è più nota la fonetica Lusìa. È su questa forma che Dolores Turchi (GESMFRP 204) insiste, riprendendo il mito di Demetra che, mentre cercava sua figlia Persefone, fu violentata da Poseidone divenendo Demeter Erynis ‘Demetra furiosa’, onde l’appellativo sardo di Lusìa, dal gr. lussa ‘rabbia, furore’.

In verità è la stessa Turchi che a pag. 203 narra di moltissimi racconti popolari della Sardegna i quali presentano Lusìa (Orxìa, Giorgìa) Rabbiosa come una fata ricchissima di cumuli grano, che fu pietrificata per la sua avarizia, poiché si rifiutava di cederne ai bisognosi. È proprio questa congerie di miti che aiuta a dare una congrua etimologia a Luxìa, Lusìa: è termine sardiano basato sull’agglutinazione sumerica lu ‘essere abbondante, ammonticchiare’ + si ‘riempire, rimpinzare, caricare riempiendo; tirare acqua; produrre birra’ + a ‘potere’; il significato di questa forma sintetica è ‘(colei che ha il) potere di accumulare ricchezze’.


LUXÌA. Gli archeologi, in testa l'accademico dei Lincei Giovanni Lillìu, hanno mostrato una forte curiosità per il nome Orgìa, Luxìa, Lusìa, spesso riferito a una dea delle fonti. Il nome è considerato corruzione del latino Lucìa, formatosi nel primo Medioevo, e sembra avere la base lat. lux, lucis 'luce'. Vi furono molte sante cristiane con questo nome, la prima fu martire a Siracusa nel 303-304. Dalla base latina fu facile trasferire alla Santa la facoltà taumaturgica sua peculiare, che manco a dirlo fu la guarigione dei sofferenti agli occhi. Ma questa prerogativa è nota soltanto dal XII secolo, partendo proprio da allora la tradizione che Lucia, prima della decapitazione, fosse stata accecata. Per questo i pittori la raffigurano con gli occhi in un piatto. Secondo Anton Francesco Spada (Storia della Sardegna Cristiana e dei suoi Santi, 1994), la grande diffusione del suo culto in Sardegna si deve ai monaci orientali. Nella Sardegna centro-settentrionale il nome è pronunciato (secondo Spada) alla greca: Lukìa o Lughìa. Nel Campidano si pronuncia Luxìa (j come nel fr. joli). Il nome è presente nel condaghe di S.Pietro di Silki 89; nel CSNT 205, 174, 71; nel CSMS 29,174, 181, 183, 260. Ciò dimostra la sua antichità, che sembra radicarsi proprio nei primi secoli dell'Era volgare, giusto quanto afferma Spada.

Ma se l'etimologia del nome Lucìa sembra pertinente, è meno pertinente affiancare Lucìa (Lukìa, Lughìa, Luxìa, Lusìa) ad Orgìa.

Orgìa è considerata una démone delle fonti, ed è spesso chiamata Orgìa Rabiòsa 'Orgìa rabbiosa', a sottolinearne le intenzioni non proprio benevole. Per quanto poi Rabiòsa sembri una contraddictio in terminis, se è proprio lei il démone (o la dea) che sedeva nelle antichissime fonti sacre nuragiche con lo scopo di curare i malanni dell'umanità. Eppure, a girarci intorno, è difficile scampare alla più congrua etimologia di Rabiòsa, Arrabiòsa, nome che sembra una corruzione moderna di un più antico Aráj, corrispettivo maschile di (Orgìa) Arrabiosa. Mi riferisco ad Araj Dimòniu, noto nelle favole campestri quale essere malefico (ma forse più che altro una specie di elfo), i cui effetti sulla gente erano più decantati che visibili. Questo essere malefico, richiamato in tante favole isolane, è apparentato col sardo ráju ‘fulmine, elemento distruttivo’, la cui origine sembrerebbe a primo approccio il lat. radius ma che in realtà deriva direttamente dall’accad. arāḫu ‘divorare, distruggere, consumare (col fuoco)’. Vedi Aragone e Araxi. Ora è chiaro donde provenne alla Sardegna il concetto medievale dei demóni divoratori e distruttori, padroni del fuoco infernale. Così, a un dipresso, fu pure Orgìa Arrabiosa, almeno come buio concetto medioevale, perchè poi anche tale divinità fu più che altro una elfa. Ma essendoci nota come essere femminile connesso alle fonti sacre, è uopo insistere nello scavo etimologico, al fine di comprendere quale attinenza ci sia tra Orgìa e le sue fonti.

Ad oggi, Orgìa, ed Orgiàna suo derivato, è noto in Sardegna anzitutto come cognome (specialmente Orgiana). Dagli studi del Semerano (OCE 178) potrebbe proporsi l’accostamento di Orgìa ad uno degli attributi che Artemide aveva in Arcadia e a Sparta: ’ορθία (Boρθέα, Bωρθεία) che trova l’antecedente remoto nell’accadico burtu ‘cisterna, fonte, specchio d’acqua’: come dire ‘(Artemide) delle fonti’. È quanto s’ipotizza per le fonti sacre della Sardegna. Orgía è il nome sardo d’un essere mitico legato alle costruzioni megalitiche (quelle, per intenderci, che racchiudevano le sorgenti prenuragiche e nuragiche): è il nome della “strega” che abitava quel tempio. Sardella (SLCN 346-348) ha persino raccolto la leggenda tramandata da due informatori anziani, che riferiscono di una processione notturna di Orgiànas da un antichissimo sito ad un altro della Brabaxiana. La leggenda col passare dei secoli è stata chiaramente corrotta dai monaci cristiani, ed oggi essa appare indissolubilmente annodata alla processione notturna delle streghe medievali dirette a celebrare il Sabba (vedi discussione in “Toponomastica Sarda” a proposito del lemma Giana, per il quale però individuo un’altra radice).

Sardella, che vede nelle Orgìas, Orgiànas delle sacerdotesse addette al culto dell’acqua, sembra convincente, e sembrerebbe potersi accettare la sua proposta etimologica dal sumero UR-GI(6)-ANA ‘la serva che trattiene l’acqua’. Egli spiega che per definizione erano “servi” (servi di Dio) tutti i sacerdoti, e specifica che GI (leggi ghi) può significare a un tempo ‘trattenere’ e ‘notte, ombra, nero’, mentre figuratamente il concetto di ‘notte’ s’allarga anche a quello di ‘protezione’ (il cielo è chiamato “nero” perché visibile solo di notte).

Ma è alquanto difficile accedere all’ipotesi del Sardella, visto che in greco abbiamo un raffronto soddisfacente, οργή ‘eccitazione interiore’ ed ’oργάς ‘terra umida, grassa e fertile’. Ma οργή significa pure 'ira, collera, passione', 'impeto'; ’οργάω 'sono pieno d'impeto' ma anche 'sono fecondo'; ’οργασμός 'orgasmo'. La radice di Orgìa sembra stare a suo agio in tutte queste forme greche, per quanto ci sia stata commistione tra la forma οργή e la forma Βωρθεία proposta dal Semerano. É lo stesso Semerano (OCE II 210) che indica le basi accadiche per completare la ricerca etimologica: è irḫu ‘insolenza’, arāḫu, erēḫu ‘essere pieno d’impeto, aggressivo’, erḫu ‘aggressivo’: quindi accad. arāḫu ‘divorare, distruggere, consumare (col fuoco)’.

Quanto alle ’όργια, ossia ‘i riti, le orge’ in onore della divinità, Semerano (OCE II 96) richiama gr. ’έργον ‘lavoro’ ed Fέρδω il cui significato originario è ‘compio il servizio divino, servo il dio; sacrifico al dio’, cfr. accad. wardu, ardu ‘chi è addetto al culto del dio, schiavo addetto al lavoro (del tempio)’. Ma questa è altra storia.

Concludo quindi notando in Orgìa i complessi caratteri di un démone femminile dell'antichità, che si esprimeva con irruenza e talora con rabbia, ma che era anzitutto una benevola ninfa delle fonti.

Quanto alla variante Luxia, noto anzitutto che nelle aree centrali è più nota la fonetica Lusìa. È su questa forma che Dolores Turchi (GESMFRP 204) insiste, riprendendo il mito di Demetra che, mentre cercava sua figlia Persefone, fu violentata da Poseidone divenendo Demeter Erynis ‘Demetra furiosa’, onde l’appellativo sardo di Lusìa, dal gr. lussa ‘rabbia, furore’.

In verità è la stessa Turchi che a pag. 203 narra di moltissimi racconti popolari della Sardegna i quali presentano Lusìa (Orxìa, Giorgìa) Rabbiosa come una fata ricchissima di cumuli grano, che fu pietrificata per la sua avarizia, poiché si rifiutava di cederne ai bisognosi. È proprio questa congerie di miti che aiuta a dare una congrua etimologia a Luxìa, Lusìa: è termine sardiano basato sull’agglutinazione sumerica lu ‘essere abbondante, ammonticchiare’ + si ‘riempire, rimpinzare, caricare riempiendo; tirare acqua; produrre birra’ + a ‘potere’; il significato di questa forma sintetica è ‘(colei che ha il) potere di accumulare ricchezze’.


MARIA GIUSTA. Dolores Turchi (GESMFRP 209 sgg) riporta la ballata di Maria Giùsta, una donna che vive la tragedia della siccità, e vi pone rimedio gettandosi da un dirupo accanto a un pozzo sacro. La ballata infatti si chiude con l’obbligo del sacrificio di sangue, e la Turchi fa opportunamente notare come lo strabiliante racconto, giunto fino a noi, sia una testimonianza eccezionale dei drammi della siccità e dei rimedi più opportuni, almeno nelle antiche età.

Maria Giusta sembra a tutta prima un banale nome + appellativo. Ma intanto va detto che Maria è nome ricorrente in Sardegna per le protagoniste di miti e leggende. In ogni modo, Marìa è nome personale < aram. wārjā (mārja) ‘dominatore, signore’ secondo il Semerano (OCE 75). Ma altri lo fanno derivare dall’ebr. Marah ‘amara, addolorata’ (מֵר e femm. מָרָא). Eppure può anche significare ‘visione, apparenza’ (מֽרְאָה). Giùsta a sua volta fa sospettare una paronomasia, un adattamento moderno su una fonetica non più compresa. Si potrebbe supporre una base akk. gūštu ‘danza vorticosa’ (con riferimento alle danze per invocare la pioggia). Ma è forse più congruo supporre una agglutinazione sumerica gi-uš-tu: gi ‘tornare, cambiare stato’ + ‘sangue’ + tu ‘incantesimo’, con significato complessivo di ‘far cambiare stato (alla natura) col sacrificio del sangue’. Si badi che in certi costrutti sumerici il significato ‘incantation’ presuppone un atto sacro, appunto un sacrificio. Quindi Marìa Giùsta può significare, nel complesso, ‘L’addolorata che muta (la natura) col sangue mediante il proprio sacrificio’.


MARIA MANGRÒFA è la moglie di Antòni Cracassòni (vedi), il favoloso costruttore dei nuraghes nominato in tante storielle facete del Nuorese. Mentre suo marito era un gigante buono, Maria Mangròfa non era una gigantessa ma un’orchessa, che si cibava di carne umana (Francesco Enna, SS, 98). La sua fine violenta ha varie tradizioni, compresa quella che fu bruciata dai genitori dei ragazzi che divorava.

Scrive Dolores Turchi (GESMFRP 276) che la sua dimora fosse una grotta presso la chiesa di santa Lucia a Oroséi, ma la sua personalità è raccontata in modo diverso secondo i paesi o l’informatore: quindi può essere pure una sacerdotessa-maga.

Il lemma non è recepito nei dizionari sardi. Individuarne l’etimologia, sempre che il nome attuale non si discosti in modo significativo da quello antico (a noi ignoto), è operazione difficile. Sembrerebbe potersi proporre l’origine dai termini accadici mānu ‘innumerevoli’ + kūru(m) ‘forno, fornace’, col significato complessivo di ‘(donna) dagli innumerevoli forni’ in relazione alle innumerevoli volte in cui Mangròfa arrostì le sue vittime. Il suffisso -òfa può essere una forma spregiativa locale, oppure avere una lontana ascendenza accadica da ūbu ‘grossezza, spessore’ con riferimento alla corposità della donna (dal che potremmo arguire che fosse massiccia come il marito).

Ma è forse più congrua l’ipotesi di una agglutinazione sumerica ma-hurum-bu (col tempo aggiustato in mah(u)rumbu e metatesizzato in manhrubu > mangrofa): i componenti sono ma ‘bruciare, arrostire’ + hurum ‘bimbo’ + bu ‘perfetto’, e il significato complessivo sarebbe ‘(colei che) ‘arrostisce i bimbi in modo perfetto’; o, capovolgendo, ‘Quella dei bimbi, bruciata alla perfezione’.


MARIA MERRIÒLA è una mitica donna di Urzuléi, una ricca proprietaria che durante una grande carestia mescolava il latte con l’acqua per venderne il doppio. I bambini morivano, come se il latte non l’avessero bevuto. Colta in fallo a Pischìna Urthàḍḍala, fu annegata dai pastori. Da secoli il suo fantasma sta presso il laghetto montano.

Merriòla non pare abbia attinenza col sardo meriòla, che è la feritoia medievale da cui si lanciavano le frecce. Il termine sembra piuttosto una paronomasia derivata da un composto sardiano con base nell’akk. mēru, mīru ‘processo di ingrasso, di crescita’ + ula, ullu ‘rifiuto’, col significato sintetico di ‘(colei) che nega la crescita’.


MASILÒGHI. È molto importante la notizia riportata da Dolores Turchi (GESMFRP 60 sgg) della festa di Santu Juvanne ‘e sos sordadéḍḍos, tenuta fino agli Anni Trenta del XX secolo presso S.Giov.Battista a su Gologone, dal 5 al 13 agosto. «Tornavano in paese, a cavallo, con in groppa la fidanzata o la sposa, ma trovavano la strada sbarrata da un grande fuoco acceso davanti a una sorgente detta Masilòghi, poco distante dall’ingresso» di Olièna. «Si trattava di una grande pira, come quella che si costumava fare per la festa di Sant’Antonio Abate, sulla quale veniva poggiato un fantoccio fatto di paglia e ricoperto di stracci e di vecchie pelli... Quando i cavalieri venivano avvistati si dava fuoco alla pira e il fantoccio bruciava. Alla vista delle fiamme, che si levavano alte, i cavalli s’impennavano e spesso dame e cavalieri venivano sbalzati di sella».

La Turchi ricorda che la festa ha origini molto antiche, ed era riesumata specialmente in occasione di guerre, in particolare quelle navali fatte contro i Musulmani (quella centrale fu la battaglia di Lepanto). I soldati olianesi si raccomandavano a san Giovanni, ed una volta tornati lo onoravano in quel periodo. Il Mamuthòne, ossia il fantoccio, prima che fosse arso, era menato tre volte attorno alla vicina chiesa di san Francesco, poi veniva immerso nella fonte di Masilòghi. Dopo il rogo, cominciavano le danze e il divertimento si protraeva sino a tarda notte. La Turchi ricorda che nella Grecia arcaica quella del fantoccio annegato e bruciato era la sorte più comune delle vittime sacrificali, dei capri espiatori, del pharmakos, dei re sacri. Attorno a quel periodo, nell’antica Roma si svolgeva una solenne festa con luminarie dedicata a Diana Lucina (identificata con la Dea Madre mediterranea).

La Turchi (p. 66-67) suppone che Masiloghi fosse anticamente una fonte sacra. Il nome dei terreni circostanti è Prugatóriu ‘Purgatorio’, quindi è facile supporre che il sito fosse un luogo di purificazione, che lei ipotizza riservata agli affiliati ai Misteri Eleusini.

A parte il suo riferirsi ai Misteri Eleusini e non a quelli siro-fenici di Adone, l’interpretazione è giusta. Masilòghi è un composto sardiano con base nell’akk. masûm ‘detergersi, ripulirsi, purificarsi’ + lugû ‘porta, ingresso’, col significato sintetico di ‘Porta della Purificazione’.


MEAZZA, Meàza è un cognome, che Pittau crede equivalente al logud. meàza 'misura di capacità' (1/4 dello starello logudorese e 1/8 di quello cagliaritano), e lo ritiene derivato da un supposto lat. *medialia. Per Puddu meàza, mearza, mialla è una misura che prende 1/4 di un quarto (6 litri = 1/8 del quarto cagliaritano).

Dolores Turchi (Lo sciamanesimo in Sardegna 135) ricorda però anche l'esistenza di questo strano appellativo riferito alla Luna. Scrive che ad Orgosolo le spose desiderose di un figlio recitavano: Sa luna noa, sézidi in coa / sézidi in sinu, cálighe 'e inu / cálighe 'e abba, sa mea meàza 'O Luna nuova, pòsati sul mio grembo, pòsati sul mio seno, o calice di vino, o calice d'acqua, o mia meaza!'.

La Turchi non capisce il significato di meàza, ma ripropone per fortuna questa invocazione, la quale su base accadica si risolve facilmente.

L’invocazione della donna desiderosa di figli risulta elevata all’arcaico Dio Luna, che in quanto tale genera la rugiada e la pioggia, ossia il seme che ingravida l’Universo, gli animali, la donna. Quindi va bene la prima metà dell’invocazione, che traduciamo proprio come la Turchi: ‘Oh Luna nuova, siediti sul mio grembo, posati sul mio seno!’. La seconda parte dell’invocazione va tradotta come segue: Cálighe < sum. ḫal ‘aprire’ + ig ‘porta’: ḫal-ig = ‘Apri la porta!’ (dell’utero); ínu < sum. inim ‘rispondere’; abba < sum. abba ‘padre’; šaman ‘vaso’, sa ‘pagare per’, me’am ‘caro’ (termine carezzevole), me ‘essenza, divina proprietà che fa vivere il cosmo’, azad ‘rifugio, riparo’ (dei supplicanti). Quindi l’intera seconda parte significò in origine: ‘Apri la porta, rispondi, o padre, ripagami, caro, essenza divina che fai vivere il cosmo, rifugio (dei supplicanti)’. Va da sé che il cognome Meàzza in origine era un’invocazione e un epiteto del Dio Unico, e significò, per suo conto, ‘Essenza, divina proprietà che fa vivere il cosmo, rifugio dei supplicanti’.


MENDALZA. Dolores Turchi (Lo sciamanesimo in Sardegna 25, 26, 36, 65) scrive a lungo sulla Pedra Mendàlza, una rupe caratteristica dell'agro di Giave ritenuta dagli abitanti, in tempi lontani, la porta dell'aldilà. Il territorio sardo, stando alle antiche leggende, era popolato da fate, specie presso le fonti, le rupi, le tombe antichissime, i boschi. «Se le fate sarde altro non erano che antiche sacerdotesse con prerogative di tipo sciamanico, come sembrerebbe da tanti racconti, si può comprendere perchè il fuoco fosse loro tanto necessario... Mendare in sardo logudorese significa riparare, mettere a posto. Pertanto Pedra Mendalza doveva essere la pietra che riparava, che toglieva ogni difetto. Con tutta probabilità il rito del fuoco doveva svolgersi periodicamente, in particolari periodi dell'anno. Si potrebbero ipotizzare i due solstizi, corrispondenti al periodo dei fuochi purificatori che un tempo si facevano davanti alle case. Si sa che quelle notti erano considerate magiche per le divinazioni, specialmente il solstizio d'estate, quando si raccoglievano anche le erbe medicinali» (Turchi 36).

Grato alla Turchi di questo squarcio di analisi antropologica, ricordo però che, sempre a riguardo della Pedra Mendalza, è la studiosa a mettere in primo piano altri racconti d'origine sciamanica (es. a pag. 25 sgg.), dove si evidenzia che a Pedra Mendalza abitava una fata che riuscì ad essere sposata da un giovane del paese. Questi racconti relativi a un giovane mortale che sposa la fata (matrimonio impossibile e quindi sfociante nella successiva morte prematura dell'uomo) sono numerosi nell'isola, e sono la base antropologica da cui nacque pure la leggenda della Pedra Mendalza.

Mendàlza in realtà ha la base nell'accad. mēnum 'amore' + dāriu, dāru(m) 'eternità', 'durevole', ed è connessa al desiderio dell'uomo di unirsi a una donna eternamente giovane, bellissima e fedele, come appunto è la fata.


MONTE ORO. Dolores Turchi (Lo sciamanesimo in Sardegna 48-64) scrive a lungo delle procedure necessarie per diventare un vero sciamano. Ciò riguarda tutto il mondo post-neolitico, ed anche la Sardegna. Uno dei motivi sciamanici assai noti è il volo magico verso Monte Oro assieme all'aquila, dopo aver sacrificato il cavallo. «Perchè questo avvenga l'aspirante sciamano deve subire una mutilazione, deve scarnificarsi, deve giungere fino al punto di contemplare il proprio scheletro. In definitiva deve subire la morte iniziatica, dalla quale risorgerà con un corpo rinnovato». «Monte Oro, questa località irraggiungibile senza l'aiuto di spiriti ausiliari o di oggetti magici, sembra essere oltre i confini della terra, completamente separata dal mondo degli uomini. E invero la parola όros (’όρος) non ha soltanto il significato di altura ma anche quello di confine, limite, termine; in questo caso Monte Oro starebbe a indicare l'estremo confine della terra, il termine ultimo, ma anche il punto limite tra la vita e la morte. Monte Oro è il monte della separazione, ma anche il monte del sonno (‛ωρος = sonno) e come tale simboleggia uno stato non cosciente, una condizione di trance o di sonno comatoso. In definitiva indica l'estremo punto verso cui deve spingersi lo sciamano per poter ottenere i poteri di cui necessita» (Turchi 54).

La ricostruzione della Turchi è molto interessante e s'accosta al vero significato di Monte Oro, che tuttavia rimane difficile anche per la presenza di termini concorrenti che rendono alquanto dubbia la scelta del significato ultimo. Va detto subito che Monte non è altro che la paronimia di ugaritico Motu 'Morte, dio della Morte'; Oro a sua volta è l'antichissima divinità solare degli Egizi (Horo), immaginata come un falco sollevantesi in cielo a illuminare coi suoi raggi la terra. Quando il mito di Osiride si diffuse in Egitto, Horo succedette liturgicamente a Osiride e fu venerato con la denominazione di Horo il Vendicatore (del padre). Horo ebbe da sua madre Iside quattro figli, che per aver partecipato alla ricomposizione del corpo di Osiride divennero geni funerari preposti alla sorveglianza dei vasi Canopi e dei quattro punti cardinali.

Quella che precede è una delle possibili interpretazioni di Monte Oro. Un'altra può essere Motu 'morte' + akk. urû(m) 'stallone', col significato complessivo di 'sacrificio del cavallo' (di cui parla la Turchi a p. 50).

Ma con buona probabilità il vero etimo si basa sul sum. mu ‘incantesimo’ + tu ‘sacerdote’ + ur ‘essere convulso’: mu-tu-ur, col significato di ‘incantesimo del sacedote in preda a convulsioni’.


MURA è un cognome che Pittau interpreta equivalente a 'mora' frutto del Rubus fruticosus; ma in alternativa ne suppone l'origine dal logud. mura 'mucchio di pietre, muraglia', anche 'nuraghe'. Dolores Turchi (Lo sciamanesimo in Sardegna 211), notando che parecchi nuraghi hanno questo nome, pensa ad altra origine, Mura come corruzione del gr. Moira, che è una delle tre dee del Fato. Dice che la Moira era consultata attraverso gli oracoli, che la sibilla emetteva - secondo lei - proprio dentro la tholos nuragica. La Turchi rafforza la propria tesi ricordando inoltre sa mura, un particolare oggetto alto 3-4 cm che gli uomini intrecciavano in chiesa con striscioline di palma mentre partecipavano alla Messa delle Palme. La donavano alle persone più care, che l'appendevano al rosario, o accanto al crocefisso. Sa Mura portava fortuna e allontanava i mali. Secondo lei, le più belle de sas muras somigliavano a un tronco di cono, come dire a un nuraghe. Ma non sono d'accordo sull'interpretazione.

La Turchi tende indebitamente a interpretare certi aspetti della civiltà sardiana sovrapponendovi alcuni aspetti di quella greca, sottovalutando che questa non influenzò mai la Sardegna, e quando finalmente vi penetrò mediante i preti bizantini, furono questi ultimi ad avere tutto l'interesse di cancellare al più presto ogni residuo pagano negli aspetti religiosi del popolo sardo. Quindi è arduo sostenere che Mura sia il corrispettivo di Mòira, anche perchè la trinità chiamata Mòirai non rappresenta altro che le latine Parcae, dee che in solitudine tessono, distribuiscono e tagliano i destini umani, le uniche del pantheon a non poter ricevere alcuna preghiera mirante a cambiare la vita o ritardare la morte degli individui: la loro attività fu avulsa dal mondo mortale, l'uomo non potè mai interferire nè con preghiere nè con suppliche; non a caso alle loro "sentenze" sottostava pure il sommo Dio. Va da sè che certi nuraghi sono chiamati Mura dal nome del proprietario del sito, o a causa dei rovi che avviluppano il monumento. Nient’altro. Quanto all'origine di sa mura confezionata dagli uomini in chiesa, essa è altra.

Sono d'accordo sul fatto che la confezione di quegli oggetti di palma sia antichissima, e sia collegata a festività sacre nelle quali la palma è stata sempre protagonista. Va ricordato, al riguardo, che la palma fu il vero unico albero del Vicino Oriente (escluso il Libano), col quale si facevano molti oggetti, a cominciare da quelli con fini sacrali, e la confezione di forme varie con le sue fronde ritorna prepotentemente ancora oggi nella Domernica delle Palme. Il termine neo-sardo sa mura (compreso l'articolo!) è una paronimia, e può essere compreso nella più antica semantica se ne agglutiniamo l'articolo e lo ricomponiamo in sam-ura. Infatti ha la base etimologica nell'ugaritico šamû 'Cielo' come sede di déi (vedi Šamaš 'Dio del Cielo'); in babilonese significò 'baldacchino' (degli dei) + akk. urû(m) 'fronda di palma tagliata'. Ebbe quindi il significato di 'fronda divina', confezionata in onore della somma deità degli Shardana.

Ma vedi oltre il seguito della discussione su Mura.


MURA. Dolores Turchi (GESMFRP 156) crede che in Sardegna il nome proprio (e cogome) Mura non sia altro che l’equivalente dell’antica Moira, la dea greca del destino preposta a filare e poi tagliare il filo delle esistenze. Il discorso della Turchi viene apprezzato nel suo giusto valore ricordando che è parte di un vasto affresco relativo quasi per intero ai Carnevali della Sardegna ed ai Misteri (da lei ritenuti dionisiaci) sottesi ad ogni Carnevale sardo. La Turchi è convinta dell’influsso greco sulla cultura sarda, e lo scrive ad ogni pie’ sospinto: «Certamente i Sardi conoscevano queste divinità direttamente dal mondo greco e non attraverso la mediazione dei Romani. I nomi che incontriamo sono tutti greci. Dai Romani la Moira era chiamata Parca o fata».

La Turchi sottovaluta il fatto che i Misteri non nacquero in Grecia ma nel Mediterraneo in generale. Quando la civiltà greca si presentò nella sua veste matura, i Misteri operavano nel Mediterraneo già da molti millenni, poiché derivavano dalla cultura neolitica. Così è per la Lingua, che fu dapprima Neolitica e solo dopo si caratterizzò meglio come Mediterranea, frantumandosi infine nelle varie parlate rivierasche. La cultura greca s’innestò proprio sulla cultura e sulla lingua mediterranea, della quale la Sardegna attualmente è l’unica testimone.

«In Sardegna la fata del destino si chiama ancora oggi Mura» (Turchi), ma è nella lingua sardiana che dobbiamo trovarvi l’autentico significato. Mura è una agglutinazione sumera di mu ‘frantumare, distruggere’ + rum ‘perfetto, ideale’, col significato sintetico di ‘distruzione totale, taglio perfetto’. Col tempo operò una metonimia, trasferendo il significato dall’effetto alla causa.


MUSCÁU è un tipo di vino della Sardegna, ma è pure un cognome, sul quale Pittau fa due ipotesi: 1 'pieno di mosche' cioè 'assillato, che fa il pazzo', 'ubriaco'; 2 corrisp. al '(vino) moscato', termine che lui deriva dal corrispondente italiano.

La questione non sta nei termini suggeriti dal Pittau; se si accettasse la sua prima ipotesi, occorrerebbe collegare il cgn Muscau direttamente all'agg. lat. muscārius, che ha relazione esclusiva con le mosche, meglio con lo scaccia-mosche (es. la coda del bove), e non attiene a forme di pazzia o ubriachezza; ma non andrebbe bene neppure l'interpretazione di 'pazzo', 'ubriaco' essendoci per questa accezione una base diversa (vedi oltre a proposito dello sciamanesimo). La seconda ipotesi presuppone che il nome italiano del vino, Moscato, sia noto da un'antichità remota almeno quanto questo cognome. Il che non è, almeno dalle fonti ufficiali. Infatti DELI scrive che il termine moscatello è apparso circa il 1348, mentre il termine moscato (dal quale si suppone derivato moscatello) appare molto dopo, nel 1773 (sic). In ogni modo DELI fa derivare moscato ed i suoi apparentamenti (es. moscardino) dal lat. mŭscu(m) 'muschio' (citato da S.Girolamo) per l'odore vivo e aromatico di alcuni animali o di persone profumate o di vitigni. La voce viene considerata un prestito dal gr. mόschos, pur esso un accatto da lingue limitrofe (iraniano) con significato di 'testicolo' (degli animali, dal quale è tratto il musco). DELI precisa che anche muscātu(m) è latino (tardo: sec. VI, Oribasio). Che ci sia una frattura stridente tra il (vino) moscato ed il profumo di testicolo, lo dimostra l'aroma particolare di questo vino, che tanto per cominciare è vino dolce ed è noto come classico "vino da donna" per la soave piacevolezza e per il profumo soavissimo, assai lontano da ogni aroma di muscum.

Però neppure Dolores Turchi (Lo sciamanesimo in Sardegna 111) coglie nel segno quando, nel trattare una materia antichissima come lo sciamanesimo, ritiene che l'aggettivo muscau 'allucinato' abbia come base diretta l'Amanita muscaria, il noto fungo allucinogeno che in Sardegna, a livello popolare, non è stato mai conosciuto col nome latino, il quale è pervenuto - ma solo a livello colto - da e attraverso l'alta cultura post-rinascimentale. Lo stesso dicasi per Amanita, che è la famiglia dei funghi nella quale s'annovera la Muscaria, materia prima della muscarina (il noto allucinogeno).

Amanita è voce dotta, dal lat. scientif. amanita, lat. tardo aman[a]ētae, lat. mediev. amanītēs, dal gr. αμανιτης, che si crede sia dal monte Ámanos in Cappadocia, ma che in realtà ha la base antica nel bab. amānītu (un vegetale).

Tornando a muscáu, è tuttavia prezioso quanto scrive la Turchi 111 a proposito delle erbe allucinogene degli sciamani. «Capita ancora di udire qualche vecchia che, osservando una persona stralunata, la quale si estranea facilmente dall'ambiente che la circonda, esclami: Bene muscau ses? Oppure musca juches?, intendendo dire: 'Sei allucinato? Sei fuori di te?'. Attualmente questo modo di dire si usa indifferentemente per indicare un individuo ubriaco o in apparenza assente dalla realtà circostante. Con tutta probabilità deriva dall'uso che alcuni facevano dell'Amanita muscaria, sotto il cui effetto si diventava muscau, ossia in preda alle allucinazioni».

Se dovessimo seguire fino in fondo queste frasi sarde riferite all’ubriaco e persino all’allucinato, adattandole all’etimologia proposta dal Pittau o dalla Turchi, avremmo conferma che l'accezione per ubriaco (vedi Pittau) è alquanto moderna, molto seriore rispetto al cognome ed allo stesso vino. Ma così non è, come vedremo.

Nell'intento di trovare un'antica base etimologica per il vino Moscato (Muscau) e del cgn Muscau, occorre anzitutto sgombrare il campo dall'accad. muškû che designa un uccello da preda la cui traduzione significa 'mangiatore di serpi'. E sgombro pure il campo dall'accad. muskum 'qualcosa di cattivo', poichè l'allucinazione da Muscaria non porta l'uomo a diventare perverso.

Sembra di poter vedere invece come base l'accad. 'acqua' ma anche 'ordine, regole (cosmiche, con riferimento al culto)' + sūhu 'risata', ma anche droga, incantesimo afrodisiaco, che porta alla risata. Quindi il vino Muscau originariamente fu chiamato 'acqua dell'incantesimo' (per la sua indiscutibile bontà). E da esso, per estensione, ebbe definizione anche l'intruglio o l'acqua nella quale veniva messa in soluzione la polvere o le briciole fresche del fungo oggi noto come Amanita Muscaria. Di qui l'origine del termine sardo muscau 'allucinato'.


MUSTEDDÍNU. Dolores Turchi (GESMFRP 181 sgg) tratta della figura del Bòe Muliáche, essere demoniaco che corre nella notte, mugghiando alla porta dei morituri. In certi paesi ha nome di Cambilalzu, Cambilargiu (vedi), in altri (Lollove) Bòe musteḍḍínu, in altri (Mamoiada) Vacca musteḍḍìna. La Turchi, fatta la tara delle deformazioni ideologiche operate dalla Chiesa sugli antichi riti, riconduce il termine ai riti fertilistici e lo crede uno degli appellativi del dio Dioniso.

La Turchi coglie nel segno, salvo il caso che il dio cui riferire l’appellativo non è Dioniso ma quello della Natura onorato in Sardegna in epoca pre-cristiana, ossia Adon. Musteḍḍinu è un epiteto sardiano basato sull’akk. muštēlum, muštālu(m) ‘(Dio) che prende in considerazione, che delibera (a favore)’ + īnu(m) ‘occhio’ di Dio, col significato sintetico di ‘Occhio di Dio misericordioso’. È ovvio che l’epiteto, uno dei tanti riferiti al Dio della Natura, doveva essere cantato durante le processioni fertilistiche, specialmente durante quella in cui Adone morto viene portato verso l’acqua per l’immersione dalla quale risorge.

Musteḍḍinu, al pari di tanti altri appellativi del Dio (vedi Cambilargiu, Moro, etc) è pure cognome, più noto attraverso l’italianizzato Mostallíno.


ORASSIONÁGLIA. Dolores Turchi (GESMFRP 231, 276) scrive: «Deìna è il nome che ancora oggi si dà alle donne che praticano in Sardegna la divinazione. Alcuni, con nome più cristianizzato, le chiamano orassionàglias, donne che fanno le orazioni, altri, con tono spregiativo, le chiamano brùscia, di chiara derivazione spagnola». Per brùscia e deìna, vedi lemma trattato a suo luogo.

Quanto a orassionàglia, il termine non ha relazione con le “orazioni”. Chi lo intende così fa della paretimologia. È invece un composto sardiano, basato sull’akk. urāšu, urāsu ‘a foreman, chi sta al comando di un gruppo’ + naḫlu ‘selezionato (passato al crivello)’, col significato sintetico di ‘(donna) che sta ai vertici del villaggio, altamente specializzata’.


ORCA, Orcu termine notissimo in Sardegna, rimasto a connotare parecchie domus de janas, tombe di giganti, persino nuraghi, chiamati domu 'e s'orcu e interpretati come 'casa dell'Orco'. Turchi 31-33 narra di ricordi fiabeschi, di comunicazioni verbali inviati da un nuraghe all'altro dalle fate che secondo la tradizione vi dimoravano. Uno dei racconti riguarda il nuraghe Sumbòe presso Ghilarza. «Si dice che un uomo avesse gridato al compagno, che stava un po' distante, di voler andare al nuraghe Sumboe. Udendo ciò una fata uscì dal nuraghe di Trubeli e gli disse: Si es chi andas a Sumboe / nara a tiu Balloe / chi sa fiza est morta oe. / Oe non m'aperit chiza / che l'est morta sa fiza. ('Se tu vai a Sumboe, dì a zio Salvatore che oggi è morta la figlia. Oggi non riesco a sollevare le ciglia perchè è morta la figlia). Anche il paese di Cabras rammenta un messaggio di morte che viene inviato da un nuraghe all'altro: De s'uraghe de Sianeddu / a s'uraghe de Zianneddu: / naraddi a sa 'omai Orca / ca sa fiza sua est morta ('Dal nuraghe di Sianeddu a quello di Zianeddu: riferisci a comare Orca che sua figlia è morta')». L'abitatrice di quest'ultimo nuraghe è chiamata comare Orca (vedi lat. Orcus, divinità degli Inferi). «Questo pone la jana-fata-orca in diretta comunicazione col mondo dei defunti, dandole chiare connotazioni sciamaniche» (Turchi 31).

La Turchi non va oltre nell'indagare la vera natura dell'Orca o dell'Orco in Sardegna. Sappiamo certamente che la divinità latina degli Inferi fu facilmente trasformata e plasmata nell'immaginario popolare, da parte del clero cristiano, come un essere terribile che vive nelle tenebre, nelle caverne, e si appalesa per mangiare i bambini. Semerano II 496 ricorda che Orcus è tout court l'Averno, la «personificazione del dio dell'Averno. Se ne ignorò l'origine. Antico Uragus, secondo Verrio Flacco (ap. Fest., 222, 6). Sum. urugal (Orco, Averno, il mondo sotterraneo...), con la normale caduta di -l finale per suggestione della base di sum. urku 'cane'; cfr. sum ur-gi, ur-ki 'cane', e si pensa a Cerbero».

Semerano fa un'analisi abbastanza giusta della base etimologica, ma non rende conto delle ragioni che affiancano al sumero ur-ku (letteralm. 'cane della caverna'), al lat. Orcus ed al sardo Orcu anche l'it. Orca ed il sardo Orca, la cui etimologia è diversa. Che al femm. Orca fosse stata confermata la stessa origine etimologica del masch. Orcus, andò bene anche al clero cristiano, che volle fare dell'Orca un tenebroso essere delle caverne; ma occorre comprendere che Orca è originariamente la 'Dea Luna', chiamata dagli antichi accadici Urḫu(m), (W)arḫu(m).

Non c'è da dilungarsi sull'importanza della Dea Luna per i popoli post-neolitici (e pre-cristiani). «Pare che gli abitanti dell'Europa antica (e, aggiungo io, dell'Anatolia e della Mesopotamia) venerassero il ciclo completo di nascita, morte e rinascita nella forma di una "grande" dea. Diversamente dalle prime culture storiche, molte delle quali adoravano le dispensatrici della vita (per esempio la greca Afrodite) mentre trascuravano di rendere onori alle portatrici di morte (per esempio, sempre in Grecia, la Gorgone Medusa), gli Antico-Europei non dividevano la grande dea in parti "buone" e parti "cattive". La dea era una e molte, unità e molteplicità. La dea ibrida uccello-serpente era la grande dea del continuum vitale, la dea della nascita, della morte e della rinascita, creatrice e distruttrice, fanciulla e vecchia, una dea che nel fiore degli anni sposava il giovane dio nello hieros gamos, le "nozze sacre", e faceva nascere - per l'eternità - tutto il creato» (Gimbutas 27). In questa dea (che poi non è altra che la Grande Madre dell'Universo) fu identificata per antonomasia anche la Luna. Ecco la ragione onde il clero cristiano, nell'intento di cancellare e denigrare le religioni precedenti, fece il piccolo sforzo di tramutare Urḫu 'la Luna' in Urku '(l'orribile) cane che vive nella caverna degli Inferi'.


ROSA DE CREBU. Questo pane di Tresnuraghes è lucido, fatto di semola scelta di grano, e sortisce alle feste ed alle grandi occasioni. É una pasta semidura di pronto uso, che dalla fotografia proposta appare a forma di cometa, con sovrapposti due fiori a sei petali, molto simili alla stella alpina. Francesco Dessì (PTT 46) sostiene che «créu potrebbe derivare dal catalano creu 'croce' e riferirsi a una crocifera, la cui corolla è appunto formata da quattro petali disposti a croce. Precisamente si tratta di una delle numerose specie di violaciocche presenti nella flora sarda». A tal punto è giunta la cancellazione della memoria storica! Dessì non si è accorto neppure che il termine crebu assomiglia meno a creu e più a crebu 'cervo'.

Ma nella ricerca delle origini occorre essere cautissimi, e non c'è da fidarsi neppure dell'identità fonetica di crebu in quanto 'cervo'. Rosa de crebu sembra invece avere la base etimologica nell'accadico rusû(m) (un genere d'incantesimo, sorcery) + qerbu(m) 'utero', 'parte intima, centro (di corpo, palazzo, magazzino, montagne, cielo)'.

Ci troviamo, a quanto sembra, di fronte al nome di un pane che deve le sue lontanissime origini al fatto ch'era confezionato per celebrare la fase centrale dei riti neolitici della Produttività della Natura.


ROSA DE GÉRICO. Alla discussione su questo pane è d’obbligo premettere quello sulla Rosa de Crebu (vedi), poiché i due pani hanno scopi simili. Infatti la Rosa de Crébu mira a difendere la capacità produttiva dell’utero, la Rosa de Gérico mira a difendere l’utero al momento del parto, così da salvare puerpera e feto.

Si nomina la Rosa de Gérico senza dare conto del fatto che essa debba rappresentare obbligatoriamente una rosa, la quale a sua volta debba essere proprio di Gérico (la celebre città cananea le cui mura Giosuè fece crollare al suono delle trombe).

La paronomasia, legge fono-semantica cui il popolo soggiace suo malgrado, può far volare la fantasia sino a città lontane e misteriose come Gérico, presso le quali, poi, la ragione non troverà alcun ristoro. Tant’è. In ogni modo la questione è tutta sarda, nasce in terra isolana, e pur appartenendo a parecchi villaggi (tra i quali Tresnuraghes), riceve lumi antropologici dalla storiella della Rosa di Gérico che Dolores Turchi narra in GESMFRP 335 sgg.

Questa Rosa è considerata un fiore reale (Anastatica hierocuntica: a tanto giunge la ricerca delle giustificazioni!), presente allo stato di appassimento (sic) entro una profonda forra situata in Olièna presso l’alta rupe di Ortu Camminu (sperone di pura dolomite, alto 1300 m, che guarda a nord-ovest, totalmente privo di humus ed incapace di ricevere i raggi necessari alle rose), cui solo dei giovani avventurosi possono accedere la notte di San Giovanni, a mezzanotte in punto (sic), senza bisogno di calarsi con le corde e, aggiungerei, senza bisogno di avere vista felina. Va da sé che stiamo raccontando un mito, con tutte le sue contraddizioni. «Se una donna doveva partorire si andava alla ricerca della Rosa di Gérico, facendosela prestare dalla fortunata famiglia che la possedeva. Quando le doglie si facevano più frequenti si immergeva la rosa secca in un bicchiere d’acqua. A poco a poco, nel giro di 40-50 minuti, i rametti si allargavano, si separavano e infine si aprivano del tutto, mettendo in mostra una stranissima pianta legnosa simile a un fiore. Da questa rosa venivano tratti gli auspici. Se il parto si svolgeva felicemente la rosa arrivava alla sua massima espansione ed era il momento in cui la donna partoriva; se invece il parto presentava delle complicazioni, la rosa stentava ad aprirsi o non si apriva affatto. In tal caso si credeva che la madre o il bimbo sarebbero morti. Le attittadòras, cioè le donne che eseguono i canti funebri, quando piangevano le giovani spose morte di parto, non mancavano di inserire nei loro canti:


Sa Rosa ‘e Gericò la Rosa di Gérico
Ispartu non b’at no, non si è aperta
vattìa dae su sartu… portata dalla montagna…
in goi non b’ad’ispartu» in questa casa non si è aperta.

In questo contesto, è chiaro perché le novelle spose confezionano o ricevono, quale tangibile alternativa a un fiore mitico, il pane detto Rosa de Gérico, il quale evidentemente viene conservato come talismano apotropaico, capace di difendere la donna durante i parti. La evidente base etimologica è l’akk. rusû ‘incantesimo, filtro magico’ + gērû ‘oppositore, nemico (il Diavolo, o altri)’ + īku ‘diga di difesa’, col significato sintetico di ‘incantesimo che crea una diga di difesa contro il diavolo, contro i nemici’.


SANDRIPERRA (S’Andri Perra) è un toponimo in agro di Esterzili che sarebbe, secondo Dolores Turchi (GESMFRP 121), uno dei vari nomi con cui viene individuato il “re” del Carnevale, il pagliaccio che la notte del Martedì Grasso viene portato al rogo.

Lascio da parte le cautele dovute all’analisi etimologica di un toponimo, rese peraltro necessarie in quanto, a prima vista, Sandri Perra può essere un nome-cognome, (Ales)sandro Perra, dei quali è ricca la toponomastica sarda. Se fosse S’Andri Perra, andrebbe a tutta prima tradotto come ‘il terreno di Andrea Perra’.

Omesse le cautele ed accettato di entrare nell’orbita del discorso della Turchi, va ricordato che ella, in un capitolo molto interessante, ricorda i vari nomi dati in Ogliastra al “re” del Carnevale, quale Martini, Martiperra, Martisberri, Martis Sero. In questa logica, Sandriperra sembrerebbe una delle varianti possibili tra questi nomi, da accettare quindi come effetto di corruzione fonetica e nient’altro.

Eppure so, dalle accurate indagini fatte sui termini sardi riservati al Carnevale, che ogni supposta corruzione fonetica presuppone – e spesso è – nient’altro che uno specifico appellativo riservato al Dio della Natura morituro.

In quest’ottica, anche Sandriperra può essere visto come arcaico appellativo sardiano, un composto con base nell’akk. ṣanduru ‘strabico, con gli occhi storti’ + berû ‘essere in penuria d’acqua; essere affamato, in carestia’, col significato di ‘(Dio) strabico, che non vede la siccità’.

Non credo ci sia molto da dire a proposito. La stessa Turchi, molto opportunamente, fa notare che il Dio della Natura celebrato a Carnevale è lo stesso che viene portato in processione per scongiurare la siccità. Si conoscono parecchie strofette “minacciose” o “ricattatorie” con cui il popolo, nel richiedere l’aiuto del Dio, gli rinfaccia i buoni trattamenti finora riservati, che però possono mutare in contumelie e violenze, se l’aiuto non arriva. ‘Dio strabico (davanti alla) siccità’ è riferito al modo in cui il Dio osserva le sofferenze del popolo, valutandole a rovescio.


SANTADDI. Dolores Turchi (Lo sciamanesimo in Sardegna 215) scrive che i bimbi venivano protetti, sino al momento del battesimo, «dal demone della sùrbile con il conferimento di un nome particolare. Quando nasceva un bambino si preparava un camicino che doveva essere confezionato rapidamente. Si chiedeva del lino in elemosina e questo veniva filato, tessuto e cucito in un solo giorno. L'indumento ricavato, chiamato camicia "Santaddi", veniva subito messo indosso al neonato». La studiosa non accenna ad alcuna etimologia. Questa si basa sull'akk. šatû(m) 'tessere' un capo di vestiario + adû(m), addû 'il lavoro compiuto durante una giornata'. Col passare dei secoli ha operato la paronomasia che accomuna il lemma a quello del paese Santádi.


SANTU LISÉI è il nome di un nuraghe di Nule, che Dolores Turchi (GESMFRP 191) riferisce al dio Dioniso, chiamato pure Liéo (Λυαῖος). Stando agli etimologisti del greco, significherebbe ‘colui che scioglie’, che libera dagli affanni, naturalmente col vino e con l’ebbrezza. Con lo stesso nome era indicata una bevanda usata in alcuni riti religiosi. La Turchi ricorda che l’epiteto nelle litanie orfiche è dato anche ad Osiride, invocandolo ugualmente come Lysios, il Redentore (Inno orfico XLIX).

È ovvio che l’Egitto fu ellenizzato a dovere in epoca alessandrina. Lo stesso non avvenne in Sardegna. L’errore involontario della Turchi sta nell’abbinare ogni accenno di rito fertilistico alla religione misterica dell’antica Grecia, tenendo in non cale il fatto che l’influsso greco non arrivò mai in Sardegna, mentre al suo posto operò un culto fertilistico indigeno di stampo mediterraneo.

Santu Liséi è un sintagma invocativo prettamente sardiano, con base nell’akk. šātû ‘grande bevuta’, šatû(m) ‘to drink’ con epentesi di -n-; questo campo semantico del ‘bere’ è pure in relazione ai campi (‘essere irrigati’) + sumerico li ‘ramo, virgulto’ + se ‘vivere’. L’invocazione (meglio, l’epiteto) è riferita al Dio della Natura portato in processione e significa ‘(Dio) che irriga e fa vivere le piante’.


SEBÉZI. Dolores Turchi (Lo sciamanesimo in Sardegna 82 sgg.), nel trattare l'importante capitolo del culto di Diana, ritenuto demoniaco dai preti cristiani, cita tra le altre una filastrocca recitata a Bitti in onore della dea Diana-Artémide (la dea Luna): Luna luna, paraluna, paristella, / ses sa bella de muntanna, / Sennor'Anna, Sennor Sebezi, / S'ebba mia, Sant'Elia, Santu Rocche / sian ocros a inoche. Traduzione in base alla lingua sarda attuale: "Luna, Luna, Luna fantastica, astro fantastico / sei la bella della montagna / Signor'Anna, Signor Sebézi / la mia cavalla, o sant'Elìa, o san Rocco / siano occhi in questo luogo".

Come si sa, le filastrocche “sciamaniche” della Sardegna sono spesso un coacervo di parole senza senso ammassate tanto per favorire la rima. Ma un tempo, specialmente in epoca pre-cristiana, il senso dovettero averlo. In questo reperto bittese mancano le rime di fine verso (resta solo qualche assonanza all'interno). Evidentemente, il nostro antichissimo progenitore che compose per primo la filastrocca aveva il preciso intento d'inserire anzitutto alcuni nomi termini d’invocazione alla divinità (oggi trasformati per paronomasia in nomi di santi cristiani), e non cercava la rima, perchè in epoca pre-cristiana la rima non fu in voga, sopperendosi all'equilibrio e al decoro del verso con la metrica accompagnata dalla musica. Il testo bittese gronda antichità anche per questo, e lascia intendere che, prima della sua metamorfosi paronomastica, esso fosse composto secondo una precisa metrica sacrale.

Di seguito lascio la spiegazione a Dolores Turchi, cui seguirà, passo passo, la mia ricostruzione filologica ed etimologica per tutti i termini della filastrocca. «Sennor'Anna, ossia Anna la Signora, sembrerebbe l'antico nome della luna forse riferito ad Anath, divinità cananea, sorella e moglie di Baal, che intorno al 2000 a.C. viene equiparata a Ishtar, ovvero ad Astarte. Ma non è escluso che si tratti del nome sumerico della luna nuova, chiamata Nanna, che i Babilonesi chiamavano Inanna, mentre i Cananei le davano il nome di Nannaru o Nenneru». «Sennor Sebezi ricorda invece molto da vicino il termine greco sébesis, che indica venerazione; in questo caso la luna diventa "la Veneranda". Tale nome in alcuni paesi della Sardegna viene dato anche a un particolare amuleto, detto su sebeze [vedi lemma sabéggia], che veniva applicato all'abitino dei neonati per allontanare il malocchio. Era costituito da una sfera di ossidiana o di opale incastonata in argento. Quest'oggetto, tenuto in grande considerazione per la protezione dei bimbi, richiama la luna sia per la forma sferica che per i colori. In sardo su sebeze come pure Sennor Sebezi sono nomi maschili, ma è possibile una corruzione in tempi recenti, quando non se ne conosceva più il significato originario. Non è da escludere comunque che tali nomi rimandino a tempi antichissimi, a quando la divinità lunare per alcuni popoli aveva nome maschile. Sia che fosse detta Nanna o Sin il suo culto superava di gran lunga quello degli altri dei. A Gavoi alcuni amuleti erano chiamati sinicurzis, con evidente richiamo alla luna».

Anche in questo caso il richiamo della Turchi alla Luna sembrerebbe corretto, ma intanto affermo che non c'è alcun bisogno di mettere in gioco la lingua greca, anche perchè in questo caso sébesis sarebbe termine propriamente bizantino, quindi cristiano, e sarebbe stato introdotto dai preti nel basso medioevo con un procedimento che risulterebbe agli antipodi rispetto alla loro determinazione di scardinare le antiche pratiche religiose. Sebezi invece è termine semitico; infatti in accadico abbiamo un appellativo (Ilū)Sebetti/Sebettu che possiamo tradurre come 'Grande Dio Luna'. In accadico sebettu è un gruppo di sette, una heptade, ed equivale al 'mese lunare' (pari a 7 x 4). Ma il sardo Sebezi potrebbe essere anche un composto, da suddividere per stato-costrutto in akk. sebe 'sette' + eṭû 'essere scuro, divenire scuro, flebile' (riferito alla luna e alle stelle), 'oscurare', da tradurre quindi come '(colui che) s'oscura al sette' ossia al termine dell'heptade.

La Turchi sembrerebbe cogliere nel giusto anche per sinicurzis 'amuleto': infatti il termine attuale è da individuare in un composto dall'akk. sînu 'luna' + kurṣû(m) 'catena', col significato complessivo di 'catena della Luna'.

Turchi: «Anche Santu Rocche, che cristianizzato rimanda a San Rocco, è l'antico nome greco di Artemide, detta Rocchèa. Con questo nome veniva indicata come vergine delle rocce». Ancora una volta sostengo l'inutilità d'introdurre un termine greco-bizantino, che oppugna con le mire di evangelizzazione da parte degli stessi preti bizantini. Ma a parte ciò, Anna Ferrari (Dizionario di Mitologia greca e latina, UTET, 1999) non riporta alcun epiteto del genere per Artemide, e non avrebbe neppure potuto, poichè nè i Greci nè i Latini hanno mai usato il termine *rocca. Questo apparì alla storia soltanto nel 767 dell'era volgare negli Annales regni Francorum. Nel territorio gallico si trovano molti toponimi dove appare roche-, ma i linguisti non sanno individuarne l'origine, se non da una generica area mediterranea. Allora dobbiamo inferire che Santu Rocche 'San Rocco' non è altro che la paronomasia di un composto accadico šatû(m) 'annodare insieme' + ruḫû(m) 'filtro, stregoneria', col significato completo di 'legare con filtri'. In questo senso anche Sant'Elìa, invocato prima di Santu Rocche, ha un significato ben preciso di 'legare (con filtri) il Dio-Toro', da akk. šatû(m) 'annodare' + lī’um 'toro' (satu-liu > Sant'Elìa).

A questo punto appare chiaro che l'intera filastrocca non va analizzata soltanto in alcuni lemmi ma globalmente, poichè sembra proprio un'invocazione al Dio Luna, nella quale ogni parola in essa contenuta è legata funzionalmente all'insieme, riferita direttamente o indirettamente a tale deità, ad iniziare da s'ebba mia (tradotto 'la cavalla mia') ma che in realtà può essere da akk. Seba, Sebe 'Sette' come epiteto del Dio Luna + -mi suffisso utilizzato nelle citazioni nel discorso diretto (questo è il caso, essendo Seba un'invocazione).

Se, come afferma la Turchi, queste filastrocche erano recitate (o cantilenate) rivolgendosi alla Luna (prima di effettuare il volo estatico?), è chiaro che il reperto bittichese riproduce, sia pure sotto forme pasticciate, segnate profondamente dalla paronomasia, un'antichissima invocazione alla Luna.

Di seguito tento di tradurre i singoli versi e le singole parole con vocaboli sumerici, ossia con la lingua più antica:


  1. Luna, luna = Luna, Luna: introduzione vocativa, sum. lu ‘divampare’ + nu ‘creatore’, ossia ‘Creatore divampante’
    paraluna = sum. ba ‘garment’ + ra ‘limpida, pura’ + Luna, ossia ‘Creatore divampante dalla veste candidissima’
    paristella = sum. ba ‘garment’ + ra ‘limpida, pura’ +iši ‘radiazione’ + til ‘vivere’: composto bara-iš-til ‘veste candida, radiazione di vita’
          - traduzione del verso: O Luna, o Luna, Creatore divampante dalla veste candida, veste candida, radiazione di vita

  2. se(s) = Sê’ (Sîn) 'Luna' invocata stavolta con l'originario nome semitico
    sa-bell- = sa ‘muoversi’ + bil ‘to burn’: ossia ‘che ti muovi incandescente’
    a-de- = adda ‘padre’
    mun- = munu ‘rovente, torrido’
    t-anna = te ‘barca’ + Annu, Anu (il dio del cielo)
          - traduzione del verso: Luna, che ti muovi incandescente, padre rovente, barca di Annu

  3. Senn-or'-Anna = Sîn 'Luna' + ur 'veste trinata' + Annu 'dio del cielo': ossia ‘Luna, veste trinata, Dio del Cielo’
    Senn-or-Sebézi = Sîn 'Luna' + ur 'veste trinata' + (Ilū-)Sebetti 'grande dio Luna': ossia ‘Luna veste trinata, grande Dio Luna’
          - traduzione del verso: Luna, veste trinata, Dio del Cielo, Luna veste trinata, grande Dio Luna

  4. s'ebba mia = sum. se 'vivere' + ba ‘distribuire’ + me’am ‘carezzevole’: ossia ‘carezzevole dispensatore di vita’
    Sant'Elìa = sum. satu ‘montagna’ + Eli, Elu ‘Dio sommo del Cielo’: ossia ‘montagna di Eli’
    Santu Rocche = sa 'intelligenza' + tu 'perfetta' + rum ‘perfetto’ + ku aratro’
          - traduzione del verso: carezzevole dispensatore di vita, montagna di Eli, intelligenza divina, aratro perfetto

  5. si-an = si ‘riempire, tirar fuori l’acqua’ + an ‘cielo’
    ocros = uḫrum ‘corrente, torrente’
    a inoke = a ‘acqua’ + inuḫa ‘orzo’
          - traduzione del verso: riempi le fonti del cielo, i torrenti, acqua per l’orzo


Questi cinque versi non erano una litania sciamanica, ma una implorazione al Dio Luna affinchè facesse piovere sui campi. Come solito, la lunga invocazione si chiude con la stringata richiesta utilitaria.


SIGNAFFICCU in gallur. sono ‘i segni e il senso’ del soprannaturale (Franco Fresi, SS). A mio parere il significato addotto dal Fresi, pur essendo assai vicino al vero (come vedremo), è alquanto affetto da paronomasia, nel senso che si lega alla semantica apparente del primo membro del composto (signu), senza chiarire però il ruolo di afficcu. In tal guisa signu deriverebbe, con logica paretimologica, dall’italiano ‘segno’, mentre afficcu in logud. e gallur. significa ‘impegno’. I due membri, così giustapposti ed alla luce dei significati attuali, non riescono a darsi vicendevole luce.

Per capire bene il significato profondo di signafficcu, occorre approfondirne l’analisi al fine di rendere conto della semantica antica dei due membri signu e afficcu. Il composto sembra essere antichissimo, dall’akk. sînu ‘luna’ < Sîn + appu(m) ‘naso, becco’ + ikku(m) ‘modo, temperamento’. Appu + ikku hanno dato col tempo, specialmente nell’area gallurese-sassarese, il significato di ‘attenzione, assillo, impegno verso una cosa o persona’, appunto afficcu. Il significato complessivo di signafficcu era quindi all’origine ‘influsso lunare; propensione del dio-Luna verso l’uomo’. In tal guisa, Fresi ha azzeccato il significato profondo senza bisogno di indagini etimologiche.


SIRIMÁGUS. Il Monte Sirimágus, in agro di Carbònia, fu ritenuto l’abitazione del Diavolo. Vietato portarci le greggi, andare a far legna, avviare coltivazioni. Sta al centro di un triangolo tabuico nell’area collinare tra Carbònia, Tratalìas e Perdáxius. Soltanto le pendici del Monte fanno eccezione, grazie alle sorgenti. L’area è meglio nota come Sa schìna de s’Ifférru ‘la schiena dell’Inferno’. Si dice però (ecco il fatto illuminante) che fino a circa 400 anni fa il Monte fosse meta di pellegrinaggi cristiani: ai canonici che ci avevano eretto una chiesa si portavano cibi e doni. Qualcosa andò storto, e la zona divenne off-limits. Sino a poco tempo fa, le vecchie dicevano che chi si avventurava rischiava di venire schiacciato da massi rotolanti.

La memoria della gestione pretesca delle processioni riguarda, a quanto pare, la volontà della Chiesa cattolica di controllare certe processioni paganeggianti, e che poi tale controllo sia cessato con l’avanzare dell’Inquisizione e della Controriforma, preferendosi rendere maledetta tutta l’area.

Queste notizie, estrapolate da pag. 39 de L’Unione Sarda del 16 luglio 2006 (articolo di Andrea Scano), aprono uno squarcio in “presa diretta” sui processi di dominio della Chiesa, operati sino ad epoche recenti, considerate le varie tendenze paganeggianti ancora presenti nelle tradizioni popolari.

Il mistero di quelle processioni pagane e della loro logica intrinseca può essere chiarito soltanto con l’indagine etimologica, mediante la quale si capisce che Sirimágus è un composto sardiano con base nell’akk. ṣīru(m) ‘esaltato, supremo, splendido’ di un dìo + maḫû(m) ‘delirare, diventare frenetici’. Si capisce allora che il Dìo venerato sul Monte era il dio della Natura, destinatario delle processioni bacchiche mirate alla rigenerazione.


STRÌA indica a tutta prima il 'barbagianni', rapace notturno chiamato in tal modo, con lievi varianti, un po' in tutta la Sardegna. Indubbiamente strìa, istrìa, iłtrìa, iłtrèa, istrìga etc. ha il parallelo nell'italiano rinascimentale strige, a sua volta derivato dal lat. strix 'gufo'; DELI ritiene strix, strigόs di origine onomatopeica, ma non è così poiché c’è il suo simile nella lingua greca, e pare che il lemma greco abbia basi più antiche nell'accadico, come attesta Semerano.

Qui comunque intendo analizzare il suo omofono strìa che in Sardegna indica un 'malessere generale' con gambe malferme o quasi paralizzate; un tale malanno fa cessare pure di orinare. In pratica, si tratta dell'itterizia. Viene riportato anche l'agg. iltriádu 'indemoniato, stregato' (Sassari e dintorni), che pare sia una evoluzione semantica, visto che a Nuoro e nel Campidano istriáu significa soltanto 'giallo itterico'.

Nel fare la ricerca etimologica, come al solito mi corre l’obbligo di lasciar parlare anzitutto i miei predecessori, i quali identificano tout court l’itterizia col barbagianni (sic). Andrebbe chiesto a tali studiosi quale relazione possa esserci tra questa malattia ed un uccello che per puro caso ha lo stesso nome della malattia. Ma forse è inutile chiederglielo, vista la disarmante sicumera con la quale hanno proceduto. Efisio Sanna 73 dice che l'uccello notturno, «quando passa in un centro abitato e orina, causa a molte persone deboli la malattia». Egli dunque è chiaramente fermo a una interpretazione paronomastica (a fonia uguale, significato uguale: un fare paretimologico che si può tollerare tra chi è digiuno di storia della lingua). Wagner, che non è digiuno di storia delle lingue, ricorda la credenza che se una strìga piscia sopra un uomo coricato supino, lo rende istriáu, giallo itterico. A Modolo - egli scrive - si guarisce dall'itterizia bruciando penne di strige e sciogliendo la polvere nell'acqua e bevendola. Si badi che Wagner racconta tutto ciò non tanto perché ci creda, ma al semplice scopo di accreditare l’identità stria-stria (ossia: itterizia-barbagianni!). Come si vede, uno studioso del suo livello è sceso talmente in basso da calpestare ogni dignità accademica. Efisio Sanna comunque rende la cura assai più complessa di quella del Wagner: «Si inizia con il segno della croce. Con un pezzo di filo da cucire si misura dalla testa fino ai piedi e si taglia. Con questo pezzo tagliato si misura la lunghezza delle braccia dalle punte della mano destra alla mano sinistra, che in caso normale deve risultare uguale. Se la misura delle braccia rimane più corta è segno che realmente si è colpiti da questa malattia. Allora bisogna ripetere la misura ogni giorno fino a quando il filo raggiunge la punta delle dita. Ogni falange corrisponde a un mese di malattia accumulata. Mentre si misura si dicono queste parole per nove volte consecutive: "Stria, mala stria / foras de domu mia / e de su bixinau, / tres tassas de binu / e tres granus de sali / e non poccia prus pisciai". Alla fine si recita il Credo. Questa funzione è da farsi prevalentemente a fine luna».

Nel Sulcis si usano molte altre cantilene del genere, mentre le forme della cura sono dissimili, per quanto conservino ambiti comportamentali non distanti. Le informatrici del Sanna giurano che le loro cure sono miracolose.

Nell'inquadrare le cure di questa malattia nella scia della tradizione sciamanica, tipica del mondo pre-greco e del mondo mesopotamico, noto che il termine strìa non ha a che fare con la strige, e nemmeno con la strega. É, come ho scritto più su, una paronomasia. La base etimologica è l'akk. se’û 'opprimere, reprimere, soffocare' + ṭīru(m), ṭēru(m) 'fango, terra'. Sembra che la malattia fosse chiamata mediante i suoi effetti, che erano quelli di opprimere fino a stendere per terra, ossia usque ad mortem.

Non dobbiamo dimenticare la tradizione europea dei vampiri, la cui azione portava lentamente alla totale anemia e quindi alla morte. Il colore e la debolezza dell'itterizia dovevano essere visti semplicemente come assenza di sangue nelle vene.

Ma sembra più congrua l’origine sumerica ši ‘diventar malato’ + ti ‘bird’ + ri ‘imbevere’, col significato di ‘malattia dell’uccello che piscia (imbeve)’.


SÙRBILE, sùrvile ‘strega malefica, specie di vampiro’. Era una donna che di notte sentiva il bisogno di trasformarsi in una specie di mosca ed entrare nelle abitazioni dove succhiava il sangue ai neonati.

Wagner non dà l’etimologia. Il termine è un composto sardiano con base nel sum. sur ‘essere furioso, arrabbiato’ + bu ‘svolazzare’ + lu ‘persona’, col significato complessivo di ‘persona infuriata che svolazza’.


TERESA è nome personale; ma questo lemma è pure inserito in una filastrocca di Fonni con la quale, secondo Dolores Turchi, lo sciamano invocava la luna prima d'iniziare il volo estatico. La filastrocca recita: Luna, Luna, porchedda Luna, / porchedda ispana, sette funtanas, / sette chilivros, appiccamilos / sutta sa mesa, Luna Teresa, / Teresa Luna, dammi fortuna, che tradotta in neo-sardo risulta essere senza senso, mentre in tempi antichissimi, quando la lingua sarda non era ancora influenzata dall'italiano e neppure dal latino, doveva avere un senso preciso e compiuto. La sua traduzione attuale è 'Luna, Luna, porcella Luna, porcella rossiccia, sette fonti, sette setacci, appéndimeli sotto il tavolo, o Luna Teresa, Teresa Luna, dammi fortuna' (Turchi 132).

Questa filastrocca, zeppa di parole insensate effetto di paronomasie (Teresa, porchedda, ispana, appiccamilos sutta sa mesa...), rende insensato l’intero contesto, che evidentemente dovette avere a suo tempo una semantica assai diversa e coerente. Dolores Turchi tenta a suo modo di gettare un po' di luce nel contesto, e ci tenta proprio col lemma Teresa: «È probabile che il termine Teresa sia una corruzione di teírea, per significare che la luna manifestava segni celesti. Tiresia, il nome del grande indovino tebano, significa interpretatore di teírea, ossia di prodigi. Tale epiteto veniva dato ai grandi indovini nella Grecia micenea». Ella non entra nemmeno nella problematica degli altri lemmi insensati, e non rende conto neppure del perchè la Luna dovrebbe mandare segni celesti, che sono, evidentemente, da considerare favorevoli.

La soluzione al problema può venire soltanto dal tentativo di una traduzione integrale e coerente sulla base di una lingua - quella sumerica - che sappiamo essere, assieme a quella accadica, l'ampio zoccolo duro dell'attuale lingua sarda. Nel fare questo tentativo, ovviamente bisogna spezzettare in modo diverso la catena fonica della filastrocca. Come ho fatto per i termini Calarésu e Sebézi (vedi) e per l'intera catena fonica che li contiene, anche qui seguirò lo stesso procedimento.

Anzitutto presento il termine Luna, che sembra l'unico ancora sensato, traslazione latina del più antico Sîn, che in sumerico dà lu-nu. Partendo da questa invocazione, passo alla traduzione dell’intera filastrocca, che è la seguente:


1° verso: Luna, Luna, porchedda Luna = lu-nu, lu-nu, bur-k-ellu lu-nu. Traduzione: 'Luna, Divampante Creatore, Sacro Aratro Fertilizzante'. Analisi: lu ‘divampare’ + nu ‘creatore’ col significato di ‘(Padre) creatore luminoso’, bur ‘distribuire, spargere (il fertilizzante)’ + ku ‘aratro’ + akk. ellu ‘puro, santo, sacro’.


2° verso: porchedda ispana, sette funtanas = bur-k-ellu-išib-an, šedi-bu-t-an. Traduzione: ‘Sacro Aratro Fertilizzante, Incantesimo del Firmamento, Spirito perfetto che muovi (leader) il Cielo’. Analisi: porcheḍḍa < bur ‘distribuire, spargere (il fertilizzante)’ + ku ‘aratro’ + akk. ellu ‘puro, santo, sacro’; ispàna < išib ‘incantesimo’, an ‘firmamento’; sette funtanas: šedu ‘spirito’, bu ‘perfetto’, tu ‘leader’, an ‘firmamento’.


3° verso: sette chilívros, appiccamílos = šedi-kilib-bur, apin-kal-me-lu. Traduzione: ‘Fulgida totalità spirituale, Aratro di raro valore, Essenza divampante’. Analisi: sette chilivros < šedu ‘spirito’, kilib ‘totale, la totalità’, bur ‘risplendere’; appiccamílos < apin ‘aratro’ + kal ‘raro, di valore’, me ‘essenza’ + lu ‘divampare’.


4° verso: sutta sa mesa, Luna Teresa = šutab šeméš, lu-nu t-ereš. Traduzione: ‘compagno del Sole, divampante creatore, patrono degli agricoltori’. Analisi: sutta sa mesa < šutab ‘compagno’ + akk. šamaš, il dio ‘Sole’ (ebr. šeméš שֶׁמֶשׁ, ug. šmm); lu ‘divampare’ + nu ‘creatore’ col significato di ‘(Padre) creatore luminoso’, tu ‘leader’ + ereš ‘coltivatore’.


5° verso: Teresa Luna, dammi fortuna = tu ereš lu-nu, dam bur-tu-nu. Traduzione: ‘Patrono degli agricoltori, Divampante creatore, paredro risplendente del leader divampante’. Analisi: tu ‘leader’ + ereš ‘coltivatore’ + lu ‘divampare’ + nu ‘creatore’; dam ‘sposa, moglie; marito’, bur ‘risplendere’ + tu ‘leader’ + nu ‘divampare’.


La filastrocca non è altro che un inno al Dio Luna, la cui traduzione integrale è la seguente: Luna, Divampante Creatore, Sacro Aratro Fertilizzante / Sacro Aratro Fertilizzante, Incantesimo del Firmamento, Spirito perfetto che muovi (leader) il Cielo / Fulgida totalità spirituale, Aratro di raro valore, Essenza divampante / compagno del Sole, divampante creatore, patrono degli agricoltori / Patrono degli agricoltori, Divampante creatore, paredro risplendente del leader divampante.


TOMÁSU VÒE (o Vòe Tomásu). Dolores Turchi (GESMFRP 116 sgg) scrive: «Quando scomparvero i sacrifici umani ed animali e la passione del dio non potè più essere ripetuta se non attraverso i fantocci carnevaleschi e quindi banalizzata in forme parodistiche, toccò a un insetto continuarla a subire nelle aie, quando si trebbiava il grano o quando si voleva la pioggia. Quest’insetto era lo scarabeo stercorario, chiamato in alcuni paesi voe tomasu, bue tomaso».

La Turchi scrive notizie interessanti sulle credenze sarde legate allo stercorario, il quale nel mondo fenicio – mediante la cultura egizia – rappresentò il dio Osiride, colui che ogni anno muore e risorge, ossia il Dio della Natura. Non posso tuttavia secondare le suggestioni della Turchi circa le etimologie dei termini addotti.

Tomásu Vòe e carrabùsu sono delle paronomasie derivate da termini antichissimi; il terzo termine (carramerda) è anch’esso una paronomasia, resa ancora più moderna.

Comincio a dire che il bue nella questione non c’entra affatto. E non c’entra neppure il nome personale Tomaso, che lei traduce dal greco thomaxo ‘mi meraviglio’, ma semmai sarebbe da θαυμάσιος ‘ammirabile, stupendo, meraviglioso’; tuttavia è preferibile ricercare l’etimo nella lingua ebraica, poiché Thomas appare dapprima nel Nuovo Testamento come uomo ebreo.

In realtà Tomásu Vòe o Tomásu Bòe, oltre ad essere un moderno (e banale) nome-cognome della Sardegna (‘Tomaso Bue’), è un antichissimo termine sardiano basato su tre parole sumere agglutinate: tum ‘portare, provocare’ + maš ‘essere puro (ritualmente)’ + bun ‘soffiare, far svolazzare’. Insomma, Tomasu Boe era un dio capace di provocare il soffio del vento; naturalmente ciò poteva accadere mercè un sacrificio, operato con purezza di intenti (poiché tanto significa quel maš, paritetico all’akk. ellu).

Circa il termine campid. carrabùsu, esso non ha ovviamente alcuna attinenza col ‘trasportare buoi’. È invece un composto sardiano, basato sull’akk. karru ‘palla, pomello’ + abūsu ‘magazzino’ (st.c. karr-abūsu), col significato sintetico di ‘(colui che) immagazzina le palle’. È ciò che fa, appunto, lo scarabeo stercorario.

Circa il termine logud. carramerda, esso è una chiara corruzione di carrabùsu, essendosi creata la paronomasia col significato finale di ‘trasporta-merda’ allorchè si era già perso l’antico significato di karru ‘palla’.

Ma al riguardo di logud. carráre ‘trasportare’, si badi bene che pure il sassar.-logud. carráre ‘trasportare, portare, recare’ ha una base sumerica, che è kar ‘portar via’, e anche karam ‘mucchio, mucchio di rovine’. Non è quindi dal lat. cǎrrus ‘carro a quattro ruote’.