La Seconda Cenosi Linguistica e gli influssi successivi. I Sardi nell’antichità precedente le prime invasioni storiche (che risalgono al 238 a.C., essendoci da discutere sull’ipotesi che l’invasione cartaginese abbia operato una vera frattura col passato), furono un popolo libero. Non solo, parteciparono alla pari al commercio intermediterraneo; quindi parteciparono da protagonisti alla civiltà mediterranea, e parteciparono attivamente ai fenomeni linguistici che si erano affermati durante una lunghissima temperie di 2000 anni nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente. Quei fenomeni linguistici furono condivisi dai Sardi. Cominciando coi Sumeri, passando per Ebla, Accad, Ninive, Babilonia, gli Aramei, i Fenici, gli Ebrei, s’instaurò nel Vicino Oriente e nel Mediterraneo centro-occidentale, persino in buona parte della penisola italica, una Grande Cenòsi Linguistica, resa inossidabile dal prestigio dei Mesopotamici che avevano inventato la scrittura. La Sardegna s’impregnò a tal punto di quella Cenòsi, che ancora oggi essa costituisce lo “zoccolo duro” della lingua sarda parlata. Quanto precede costituisce la prima premessa metodologica per lo studio dei nomi della Flora della Sardegna.
Esaurita o indebolita la Grande Cenosi Semitica, s’instaurò nel Mediterraneo occidentale la Grande Cenosi Latina, che nel lasso di 700 anni direttamente (e poi indirettamente, grazie al Papato) ha introdotto o sostituito nella lingua sarda un buon 10% di vocaboli, plasmando inoltre certe forme grammaticali e sintattiche. Il lavoro sui fitonimi sardi tiene conto della lingua latina, laddove è evidente che possa averli influenzati. Per note ragioni storiche e archeologiche, il lavoro riserva invece poca considerazione all’influsso (diretto o indiretto) dei Greci in Sardegna, mentre considera operante la presenza dei Bizantini (specialmente attraverso il clero), per quasi 400 anni, nell'Alto Medioevo.
La Cenosi latina diede gradatamente il passo, dopo circa sette secoli, alla formazione delle lingue neolatine, che dall’esterno operarono in Sardegna principalmente con l’antico e il recente italiano, molto meno con le lingue iberiche. Lo stesso popolo sardo, nel Medioevo, produsse una certa autonoma evoluzione del proprio linguaggio. Il prsente metodo tiene conto anche di quegli influssi e di questo fenomeno, nella misura in cui possano avere operato sui fitonimi sardi.
Pure la Corsica e buona parte della penisola italiana fu influenzata dalla Grande Cenosi Linguistica Semitica. Ciò, ovviamente, avveniva prima che la potenza romana unificasse l’Italia. Ho potuto constatare che i vocaboli da me classificati come prelatini, attestati nella penisola italiana, sono stati purtroppo indagati in base alla lingua latina ed a quelle germaniche, in base alla preparazione dei linguisti che se ne sono occupati, la quale verte esclusivamente sulle lingue indoeuropee. Nei dizionari etimologici italiani non c’è quasi nessun vocabolo che venga intenzionalmente confrontato con quelli apparsi nella Mezzaluna Fertile da 5000 anni fa.
Un altro fenomeno connesso a questo è che i termini prelatini della penisola italica, condivisi spesso dalla lingua sarda, sembrano sortire nella lingua italiana nel tardo Medioevo, non prima. Ma ciò è logicamente inaccettabile: se sono prelatini (e lo sono), e se sono spariti dall’uso durante l’Impero romano, bisogna chiedersi perchè riappaiano soltanto con la fioritura dei dialetti volgari, anzi addirittura dopo secoli dall’inizio di tale fioritura.
In realtà sono i linguisti ad affermare la presenza di tali vocaboli solo da un certo periodo, e non da prima. Questa procedura tenta di nascondere un falso metodologico. È che i linguisti, nella ricerca etimologica sulla lingua italiana, si rifanno normalmente ai testi italiani o latino-medievali più quotati. E quand’anche abbiano scavato tra i testi volgari più popolari, credono di aver terminato, con ciò stesso, l’indagine, quasi scusandosi col fatto che il dialetto è analizzabile soltanto su qualcosa di scritto. Non s’azzardano a confrontare quei testi dialettali con le parlate viventi, dalle quali, se avessero voluto, avrebbero potuto avere maggiori conforti, utili raffronti, più sussidi interpretativi. Se avessero scavato bene nei dialetti viventi, certamente molti vocaboli con etimologia semitica sarebbero stati rinvenuti e datati prima del tardo Medioevo, moltissimi secoli prima, persino due millenni prima.
Quel metodo d’indagine la dice lunga su quanto sia arretrata e zoppa, in Italia, la ricerca delle origini, obnubilata com’è dalla cultura “fascistizzante” degli addetti, educati a credere ciecamente che la civiltà italiana, e con essa la lingua italiana, sorse con l’Urbe, e che prima, durante e dopo l’Impero, i popoli italici non avessero lingue o dialetti degni di essere indagati e confrontati tra di loro ed a più largo raggio.
Invece è chiaro che la gran parte dei lemmi appartenuti alla Grande Cenosi Linguistica Semitica, di cui è piena l’Italia, è stata quasi tutta in uso fin dalla notte dei tempi, anche se è vero che una certa (bassa) percentuale di parole riappare dal Medioevo in poi, poiché è proprio con la formazione delle lingue volgari che il popolo si riappropria dell’antico linguaggio rimasto vivacchiante allo strato popolare, mettendo finalmente in non cale buona parte dei lemmi latini che si erano imposti durante l’Impero per via burocratica e amministrativa.
Il lavoro condotto nel presente libro è critico a riguardo degli errori (o falsi) metodologici evidenziati, poiché essi sono tali da minare alla radice tutti i lavori di etimologia sin qui prodotti a riguardo della lingua italiana e dei suoi dialetti, e pure a riguardo della lingua sarda.
Lo stesso fenomeno della lingua italiana (il riapparire, dopo secoli, di lemmi appartenuti alla Cenosi Semitica) è presente in Sardegna, per quanto esso sia enormemente più accentuato che altrove. Gli studiosi di lingua sarda volgare s’appagano dello strato dei condághes, le cui registrazioni cominciano ad apparire nell’XI secolo. Dal loro canto, gli etimologisti, consci che dal 1050 (o comunque dalla prima carta volgare scritta in caratteri greci alla fine dell’XI sec.), giù giù fino allo strato romano classico, mancano documenti diretti, fanno un volo nel vuoto assoluto, lasciandosi planare sullo strato latino. E fin qui il metodo è buono, se non fosse guastato dalla tara intellettuale che fa credere il latino la vera base della lingua sarda.
Se gli etimologisti riconoscono valido il metodo del “salto nel vuoto” verso lo strato latino, perché credono inaccettabile un ulteriore “salto nel vuoto” fino a toccare le prime apparizioni del linguaggio, specie se da queste sortiscono migliaia di lemmi uguali (spesso identici) a quelli sardi?
Peraltro, chiamarlo un “ulteriore salto nel vuoto” è metodicamente scorretto. Anzi, a cominciare dallo strato romano in giù, sono proprio le lingue semitiche a presentare una sequenza storica ininterrotta (documentata rigorosamente da testi di ogni sorta e registrata nei vari dizionari semitici) sino allo strato sumerico. Quindi l’unico “salto nel vuoto” si fa soltanto partendo dai condághes e dalla Carta Greca e planando sul latino.
Dioscoride e Plinio, i mostri sacri. Un altro errore metodologico, legato agli altri appena osservati, è che gli etimologisti dediti alla fitonimia popolare hanno tenuto per base, nelle loro indagini, più che altro i testi degli specialisti greci e latini, appagandosi delle interpretazioni ivi reperite e cercando, fin dove hanno potuto, di sistemare l’indagine dei fitonimi regionali sulla falsariga tracciata dai dotti (Plinio, Dioscoride e altri), credendo inopportuno librarsi in voli interpretativi diversi.
In tal guisa, va da sé che il ponderoso lavoro di Giulio Paùlis (I nomi popolari delle piante in Sardegna, Delfino, Sassari, 1992), l’unico sinora prodotto sugli etimi dei fitonimi sardi, merita una rivisitazione, poichè quasi tutte le sue etimologie sono da emendare. Quei lemmi sono ritenuti quasi in blocco di origine prevalentemente latina o greca, ed i restanti sono ritenuti di origine iberica e italiana. Di nessun fitonimo viene presunta (tantomeno dimostrata) l’origine autoctona; e nemmeno viene mostrata curiosità verso altre sponde linguistiche con le quali la Sardegna ebbe a suo tempo fruttuosi contatti, quale il bacino semitico.
Siamo, insomma, al culto del “mostro sacro”, principalmente al culto del testo. Senza quei testi specialistici, la ricerca etimologica sui fitonimi attuali non sarebbe stata mai tentata. Questo fatto, alla luce di quanto asserito più su, è un ulteriore errore metodologico. Ma sono una pletora gli altri errori che ora vado ad elencare.
Gli ampelonimi e la rinuncia alla ricerca dell’etimo. La visione greco-latino-ibero-italo-centrica ha indotto gli etimologisti ad escludere persino l’esame degli oltre cento ampelonimi sardi, in quanto non vi hanno trovato alcun ascendente riconducibile all’impianto del proprio lavoro. Con questa convinzione, essi hanno parimenti escluso la ricerca dell’etimo di numerosi altri fitonimi per il solo fatto che la loro forma linguistica non presenta alcunché di riconducibile alle fonti cosiddette “classiche” o “occidentali”. Cito tra i tanti aíttho e tarabùttsulu (vedi l’annesso Dizionario).
Latino ad ogni costo. È tanto forte l’appello alle fonti latine, che i miei predecessori fanno ascendere a quella lingua i fitonimi per i quali tale base è affatto inesistente, o per lo meno non ha una semantica condivisa. A proposito bastano gli esempi di erba de asculpi ed erba de ule.
Per erba de asculpi ‘panico’ (Setaria italica L., pianta appetita dagli uccelli) si crede che il termine derivi forse, probabilmente (incontreremo spesso queste due parole magiche con le quali i linguisti tentano di non esporsi) dal lat. exculpere, ma essi, non avendo un riscontro semantico che avvalori il riscontro fonetico, fanno poi marcia indietro e confrontano il fitonimo col campid. scrùffiri ‘strappare con violenza’. Ma qui manca pure il riscontro fonetico, e inoltre non c’è relazione tra un atto di violenza operato dal raccoglitore e la funzione propria della graminacea: quante sono le piantine che strappiamo con violenza a causa della loro tenacia? e perché mai gli dovremmo dare tale nome, anziché uno relativo alle loro qualità, com’è ovvio nella nomenclatura delle piante? Non era meglio evitare un nome che riguarda la soggettività di un’azione ed oggettivizzare invece il fenomeno, chiamando tenace un piantina in virtù di tale presunta qualità? In realtà asculpi ha la base nell’accad. asu ‘mirto’ + kuluppû (a bird), stato costrutto as-kul(u)ppu, col significato complessivo di ‘mirto degli uccelli’.
Per erba de ule ‘bupleuro cespuglioso’ (Bupleurum fruticosum L.), ha prevalso l’attrazione del vocabolo logud. ulu ‘bovino’ e, quanto a semantica, ha prevalso la persuasione del nome scientifico Bu-pleurum. Queste due persuasioni rendono facile quindi collegare le due parole a una terza parola, il lat. būbŭlus ‘pertinente al bue’. E per la verità anche in accadico abbiamo una parola quasi identica: ullu ‘toro’.
Ma la questione non va vista in modo così semplificato, non è pacifica. Infatti, se è vero che la base latina conserva lo stesso campo semantico del lemma sardo e di quello accadico, ha invece un forte distacco fonetico. Le basi latine sono del tipo bos, bouis, bubus… būbŭlus, con l’ineliminabile presenza di b- e -b- (anche perché l’etimo di bos è dal sumerico gu-u ‘bue’), mentre il fitonimo sardo ule è linearmente confrontabile con l’accad. ullu, senza ulteriori complicazioni. Appare evidente che erba de ule non ha la trasmissione diretta dal latino, vista la diversa fonetica presente in latino, rispetto alla base accadica che rimane pura ed identica al lemma sardo.
Che tutta (o quasi) la fitonimia sarda sia di origine latina e greca, è una strana convinzione, poggiata ex silentio sulla credenza che i Sardi, prima dell’arrivo dei Romani (e dei Bizantini), non dessero nomi alle piante o che comunque dai Romani abbiano subito un impatto culturale così traumatico da aver abiurato tutto lo scibile pregresso.
Ciò non è accaduto, ovviamente; infatti le popolazioni sarde non-cittadine furono quelle che realmente inventarono i fitonimi, coi quali dovevano fare i conti ogni giorno per gestire complessivamente la propria economia agro-pastorale, per sfamare il bestiame e per sfamare se stesse, ed inoltre per fare i cestini, i graticci, per tessere le corde, lo spago, il filo da cucito. Le erbe gli erano preziose, e le graminacee in particolare gli diedero non solo i cereali ma gli consentirono di assemblare (e legare) la gran parte delle costruzioni e degli oggetti complessi, che furono sempre di legno. I pochi oggetti di ferro apparvero soltanto con la metallurgia. Altro fatto importante è che le popolazioni rurali rimasero analfabete anche in epoca romana, e non essendo forzate (come i cittadini) a parlare il latino, conservarono intatta la propria parlata (che era semitica). Due motivi per farci capire che pure certi fitonimi prelatini nati nella Penisola conservarono il nome prelatino persino presso i Romani, arrivando fino ad oggi, per quanto leggermente o fortemente alterati a causa delle rispettive etimologie, come ad es. bos rispetto all’accad. ullu.
Formazioni giocose o fonosimboliche o elementari. I modi per by-passare un problema sono numerosi. Wagner in ciò fu maestro. I suoi seguaci non rinunciano a servirsi delle suggestioni wagneriane relative, ad esempio, alle formazioni giocose o fonosimboliche che sono, per intenderci, quelle sortite da pratiche extra-linguistiche. In tal guisa sono trattati parecchi fitonimi: cito tra i tanti accucca e bebbéi.
Accùcca, cucca, cucca cucca ‘gramigna’ (Hordeum bulbosum L.), ‘scagliola’ (Phalaris tuberosa L.), ‘bambagiona’ (Holcus lanatus L.), ‘paleo dei prati’ (Festuca elatior L.), ‘mazzolina’ (Dactylis glomerata L.), ‘scagliola campestre’ (Phalaris canariensis L.) è il nome di numerose specie di graminacee. Già presso i popoli antichi fu difficile distinguere bene una graminacea dall’altra, e sortirono nomi diversi per singole piante, o nomi uguali per piante diverse. Ma ciò non autorizza a sostenere che accucca con le sue varianti sia una formazione giocosa o fonosimbolica.
La formazione originaria delle parole (escluse eccezioni rarissime da contare su due mani) è sempre avvenuta perché s’intendeva dare una precisa denominazione e definizione alla cosa, al fitonimo, all’idea. In questo caso, tenuto conto di ciò che rappresentarono le Graminacee per i pascoli delle età arcaiche, accucca, cucca cucca, cucca va considerato come composto sardiano con base nell’accad. akû ‘umile, debole, senza forze’ + uqu ‘popolazione’ (nel senso di varietà botanica), col significato sintetico di ‘genere (botanico) umile’.
Quanto a bebbéi, camp. ‘coccola del ginepro’, è considerato una voce elementare indicante qualcosa di ‘tondo’. E si sbaglia due volte. Intanto non si presenta alcuna evidenza onde la catena fonematica bebbéi abbia in sé un connotato intrinsecamente applicabile alle cose tonde. In secundis, il lemma è interpretabile, essendo una iterazione sardiana (usata in termini superlativi: be-béi) dell’accad. be’u (a bird), col significato di ‘(coccola degli) uccelli’. Il nome non ha nulla di strano. Infatti la coccola del ginepro fu usata, ed ancora oggi è usatissima, dagli uccellatori sardi per attirare e catturare al laccio gli uccelli da passo. Gli altri equivalenti sardi per ‘coccola di ginepro’ sono arrullòni, bòḍḍoro, bobbolleḍḍa, tutti interpretabili con l’ausilio delle lingue semitiche.
Traduzioni da-sardo-a-sardo. Il non aver tenuto conto del paniere semitico, ha reso zoppa l’indagine dei linguisti, depistandola persino nei casi in cui traducono da-sardo-a-sardo.
Cito anzitutto annáyu, termine che viene derivato da un supposto sardo *dannayu (che però non esiste).
Non considero tanti altri casi citati in NPPS, ma ne serbo almeno uno, quello di cárica e porcu, centr. ‘aro o gigaro’ (Arum italicum Mill.). Viene tradotto alla lettera ‘narice di porco’, «con allusione all’odore fetido che tramanda lo spadice della pianta». È strano che si traduca cárica con ‘narice’, quando il termine è un chiaro allomorfo del sardo cálighe ‘calice’. Bene interpretato, si capisce il senso dell’appellativo spregiativo ‘calice di porco’, riferito al fatto che l’aro forma un grande calice, e nel contempo il suo spadice centrale sembra un sesso in erezione, simile a quello suino. Cárica, cálighe sembra apparentemente una voce dotta, portata in Sardegna dai Romani (călyx, călycis ‘calice’) quale imprestito del gr. κάλυξ ‘cavità, bocciolo, guscio’, κύλιξ ‘vaso da bere’. In realtà non ha niente di dotto, essendo un arcaico termine sardiano, collaterale ma non soggetto ai termini latino e greco, oggi appena sfiorato foneticamente dalla paronomasia in virtù del successivo influsso latino, ma con base sumero-accadica kalakku ‘vaso, cassa, cella’.
Desidero stare in tema per fare giustizia del sardo cálighe, termine incredibilmente incompreso, su cui si è spesso esercitata la pigrizia dei linguisti. Come allomorfo, lo ritroviamo nei termini arga e sàlighe, interpretati a torto da tutti i linguisti ‘immondezza’ e ‘salice’. Nonostante la sudditanza al Wagner, nessuno ha mai controllato in DES,I,269 la voce kálike, cálighe, káliži ‘calice’, alla quale segue un esaustivo apparato di esempi, quale kálike e muru ‘ombelico di Venere’, log. anche sáligh’e muru con l’articolo concresciuto, e camp. áligh’e muru, da cui deriva l’errata interpretazione di áliga come ‘immondezza’.
Il fitonimo sálighe rimanda primamente al toponimo Baḍḍe Sálighes (Bolòtana) da tutti interpretato come ‘valle dei salici’. Ma quel sito non è adatto alla crescita spontanea dei salici, non trovandosi né in golena né in canale né in gora. Eppoi, sàlighe in quanto ‘salice’ sarebbe un arbitrario italianismo, poiché in Sardegna il ‘salice’ è detto anzitutto sarpa.
Cálighe, sálighe è pure il ‘cascolino delle ghiande’; ma principalmente – giusto Wagner – è l’Umbilicus Veneris, erba grassa amante dell’ombra e dell’umido, nel sud chiamata arìja ‘e para ‘orecchio di prete’ (per la sua forma simile a un orecchio) e nel nord cálighe (per la somiglianza a un ‘calice’ o ad una ‘coppetta’). Da quest’ultima forma derivano le altre tre: sálighe nel nord, sarga nel centro, sáliga nel sud, dovute ad agglutinazione di su (c)alighe, sa (c)aliga > sa (c)arga. Per quest’ultimo fitonimo, vedi il toponimo Scala Sargas nel selvaggio Supramonte di Dorgali. Fanno ovvia eccezione alcuni toponimi costieri riferiti alle ‘alghe’ (Punta s’Aliga, S’Alighera, etc.). Per il resto, non esiste in Sardegna nemmeno un immondezzaio con l’appellativo di arga, áliga, preferendosi l’appellativo muntonálzu.
Giochi di parole e concetti campati per aria. Ma torniamo ai fitonimi sardi, per i quali le etimologie proposte appaiono talora come giochi di parole avvinti a concetti campati per aria. Basta, tra i tanti presenti nel Vocabolario Etimologico del volume “Flora Sardōa” l’esempio di erba de sproni e di muttùtturu.
S’erba de sproni (Cagliari) è la ‘vedovina’ (Scabiosa atropurpurea L.). Altri, non intuendo la paronomasia, traducono alla lettera ‘erba di sprone’ e sostengono sia così chiamata perché «il calice della vedovina è provvisto di cinque setole molto lunghe, che superano ampiamente il calicetto e sono paragonate a degli sproni». Ma, ammesso e non concesso che quelle chiamate setole siano tali, esse sono tuttavia lontane dal sembrare sproni. Non riuscendo a dare una vera etimologia a questo fitonimo, si annaspa nella paronomasia e s’immagina, senza prova, che il popolo intenda paragonare agli sproni quelle che si vogliono chiamare, senza ragione, setole. C’è un evidente gioco immaginifico di parole che si vogliono legare a concetti campati per aria.
In realtà (erba de) spròni, ispròni è un composto sardiano con base nell’accad. esu, eššu ‘sepolcro’ + pûru ‘(stone) bowl’ (stato-costrutto es-puru + suff. sardiano -ni), col significato complessivo di ‘(erba per) vasetti da sepolcro’. Sembra evidente che la ‘vedovina’, così chiamata per il colore viola-purpureo dei petali, fosse già usata per abbellire i sepolcri dell’età arcaica.
Certi linguisti non convincono della bontà del significato ‘erba di sprone’ neppure quando, come in questo caso, allineano i corrispettivi semantici in lingua spagnola, francese, inglese, danese, russa, serbocroata, tedesca. Spiegherò più avanti perché.
Estendo prima alcune considerazioni su muttùtturu ‘giusquiamo’ (Hyosciamus niger L. e Hyosciamus albus L.), presentato come esatta copia fonetica di maθùθuru ‘crescione’. È un errore abbinare i due fitonimi sardi. Ma per brevità non riporto il significato di maθùθuru ‘crescione’, che sarà letto nel Vocabolario Etimologico di “Flora Sardōa”.
Epperò mai come per questo fitonimo è stata accumulata una nutrita serie di ipotesi infeconde circa la formazione dei fitonimi sardi. Si dichiara, ad esempio, che soltanto il primo membro di muttù-turu è portatore di significato, mentre il secondo -turu (-θuru per il crescione) non sarebbe altro che un suffisso preromano atono (che si ritroverebbe ad esempio, con diverso elemento vocalico, in gírtharu ‘veccia’, in tásaru, tásuru ‘alaterno’, in písiri ‘cicerchia’, ğúğğuru ‘nasturzio’).
Così procedendo, certi linguisti sbagliano non soltanto circa l’infecondità del secondo membro (che invece è fecondo) considerandolo suffisso; sbagliano quindi a ritenere che sia soltanto il primo membro a portare dei significati; sbagliano poi completamente l’etimo di questi fitonimi; sbagliano infine – come al solito – a ritenere che la fitonimia sarda abbia origine esclusiva nel mondo greco-romano. Quattro errori in uno. Ma vorrei aggiungere un’osservazione non secondaria. NPPS, quando è in suo potere, controlla scrupolosamente la fonetica. Se scrive muttútturu e non muttúturu, ciò significa che è convinto della doppia anche in seconda battuta, per quanto sappia bene che i suffissi, normalmente, chiudono la parola senza richiedere rinforzo. Non gli viene neppure il sospetto che il raddoppio presupponga (normalmente deve presupporre) la presenza di un composto, i cui membri, nella giustapposizione, hanno portato a rafforzare la dentale.
Muttùtturu è un composto sardiano ed ha base nell’accad. mūtu ‘morte’ + ṭuru (medicinal plant) col significato complessivo di ‘pianta della morte’. È lo stesso NPPS a sottolineare la totale velenosità del giusquiamo, produttore di un certo numero di alcaloidi usati per sedare, per modificare l’iride, per le malattie mentali, ecc. In ogni modo, proprio le spiccate proprietà sedative possono aver prodotto, al posto di mūtu ‘morte’, muṭû ‘deficit, difetto, carenza’: onde il significato globale in questo caso sarebbe ‘pianta dei deficit, o difetti (fisici)’.
Non metterebbe poi conto parlare della canna arèsta gallur. ‘cannuccia’ (Arundo phragmites L.). NPPS 263 traduce ‘canna selvatica’ e ritiene che la sua “selvatichezza”, < lat. agrestis, «risiede nel fatto che la cannuccia o canna di palude è una specie selvatica, le cui infiorescenze a pannocchia densa, lunghe sino a 50 cm, sono impiegate per fabbricare scope. Per questo suo carattere essa si contrappone alla canna comune (Arundo donax), che invece è spesso coltivata, perché se ne utilizza il culmo soprattutto come tutore in orticoltura e nelle vigne». Strano discorso questo, secondo cui una canna è “selvatica” perché se ne utilizzano le infiorescenze, un’altra è “coltivata” perché se ne utilizzano i culmi. A parte il fatto che le canne da tutore crescono spontanee al pari delle cannucce, e la loro enorme diffusione allo stato selvatico, largamente superiore a quello della cannuccia, non ha bisogno di coltivazioni mirate: chiunque si può appropriare della canna, essendo pianta infestante.
Un’ultima osservazione riguarda fenaìle, enaìle, anaìle, fenáulu ‘avena selvatica’ (Avena fatua L., Avena barbata Brot., Avena sterilis L.). Si crede che il fitonimo abbia origine dal fatto che «le cariossidi di queste piante volano via quando giungono a maturità e sono trasportate nell’aria dal vento». In virtù di tale caratteristica cita il nome tedesco Flughafer ‘avena che vola’ ed i nomi simili presenti nel nord Europa. Ma mentre colà quei nomi sono ben determinati, in Sardegna è arduo vedere nella forma fonetica fenaìle un fénu ‘fieno’ + nuor. e log. áe ‘uccello’ + suff. -ìle, quasi un ‘fieno… uccellato’. Sarebbe stato più semplice chiamarlo fénu boladòre ‘fieno che vola’.
Risonanze fonetiche e forzature semantiche. Abbiamo visto quali incontrollabili giochi di parole possano intrecciarsi in forza delle risonanze fonetiche. Queste possono avere un ruolo così prevaricante, da irretire l’etimologo. Quindi una salda metodologia di ricerca etimologica dovrebbe mettere all’erta nel momento in cui si venga tentati di estrapolare un etimo da mere risonanze fonetiche, come può essere nel caso di asculpi, fenu pùdiu, malamìda e tanti altri fitonimi sardi.
Abbiamo già notato che altri vedono in erba de asculpi un derivato da un lat. exculpere ma, non avendo un riscontro semantico che avvalori il riscontro fonetico, fanno marcia indietro confrontandolo campid. scrùffiri ‘strappare con violenza’. Ma il fitonimo campidanese, pur condividendo qualche risonanza fonetica con scruffiri, non ha poi la grande corrispondenza che si desidera.
Qualcosa del genere si può dire a proposito di fénu pùdiu ‘avena selvatica’ (Avena fatua L., Avena barbata Brot., Avena sterilis L.). Certi linguisti presentano il fitonimo col significato di ‘fieno puzzolente’, senza chiedersi la causa di tale semantica. Certo, questi tipi di graminacee in Sardegna hanno i nomi più disparati e spesso reciprocamente contrastanti: parlo ovviamente dei nomi oggi attestati, che sono – è bene precisarlo – delle mere paronomasie ricalcate sulle reali forme-significati che avevano millenni addietro. Per quanto li riguarda, certuni avvalorano, ex silentio, la teoria secondo cui certe graminacee, per la reciproca somiglianza, per le forme poco appariscenti, per il valore alimentare non quantificabile o quant’altro, abbiano ricevuto dei nomi fungibili, casuali, spesso spregiativi, quindi “liquidatori”.
Tornerò sui nomi spregiativi. In ogni modo la questione non sta in questi termini. Anticamente ogni fitonimo aveva significati precisi. E se è vero che in Sardegna, secondo le aree geografiche o linguistiche, la stessa piantina ricevette nomi diversi, ogni nome ebbe però in sè stesso la specificazione delle qualità o dell’aspetto che più colpiva la fantasia del residente. La dimostrazione sta proprio nell’ampia casistica relativa alle graminacee (vedi fenaìle, fenápu, fenáulu, fenu ávrinu, fenu traínu, ferrágine, e così via).
Fénu pùdiu è un fitonimo sardiano con base nell’accad. banûm ‘(pianta per) creare, produrre’ + pūdu(m), būdu(m) (designazione di una pecora), col significato complessivo di ‘fieno da pecore’.
Va osservato che la base accadica banûm ‘(pianta per) creare, produrre’ sembra proprio un programma. Sappiamo infatti che nei tempi passati erano proprio i fieni (ogni tipo di fieno) ad essere usati, oltrechè nel pascolo dei ruminanti e dei cavalli, anche come preziosa materia ausiliaria utile a legare (o confezionare direttamente) ogni tipo di cestino, corbula, contenitore ed altro. L’ho già affermato più su, e la Sardegna ancora oggi conserva la preziosa tradizione.
Ma veniamo ora a malamìda ‘vilucchio’, ‘vilucchio maggiore’, ‘vilucchiello’, ‘cavolo di mare’, ‘campanelle’ (Convolvolus arvensis L., Convolvolus sepium L., Convolvolus cantabrica L., Convolvolus soldanella L., Convolvolus althaeoides L.); secondo Cossu 136, Congia 123, la stessa denominazione (melamìda burda) compete anche alla ‘vite bianca’ e al ‘cencio molle’ (Linaria elatine Mill., var. spuria Mill.). NPPS fa una lunghissima ed elaboratissima discussione su questo fitonimo e sulle sue varianti (melamìda, meramìda, me’amìda, melemìda, meomìda, mermìda, mimìra, erbamìda, malamìda, marmìda). Viene sostenuto che nella parte iniziale della parola melamìda dev’essersi intromesso mèli ‘miele’. Nella variante malamìda è visto invece l’aggettivo malu ‘cattivo’ «perché i diversi tipi di convolvolo… sono malerbe che infestano i campi coltivati ed inoltre la vite bianca o brionia è velenosissima in tutte le sue parti. Si ritiene che bastino una quindicina di bacche per uccidere un bambino che le ingerisca. Infine la variante marmìda ha risentito di mármuri ‘marmo’… perché i semi contenuti nel frutto della brionia… sono bruni, marmorizzati di nero (sic!)».
Nel suo lunghissimo excursus NPPS scrive infine che «la vera origine di melamìda sembrerebbe essere il gr.-biz. klēmatída, accus. di klēmatís, nome del Convolvolus arvensis L.». Le contorsioni logiche sono troppe e troppo complesse perché possano essere qui riportate, onde invito a leggere direttamente il testo (NPPS 393 sgg.). Malamìda passerebbe ad ogni modo, secondo NPPS, per il gr.-biz. balanída ‘ghianda’, che per similitudine richiamerebbe le angulias (Linaria elatine) che, oltre ad indicare una pianta, indica la pastadura pasquale con l’uovo incastonato, ed è anche il capolino della ghianda.
Le evoluzioni culturali, logiche e semantiche di NPPS, in certe lunghissime pagine nutrite spesso di metalinguistica e di fantastiche ricostruzioni, si sarebbero evitate se ci fosse stato un controllo dei dizionari semitici. In tal caso si sarebbero colte le basi linguistiche che portano all’attuale malamìda, melamìda (e varianti), che sono l’accad. malû ‘full, complete, sated’, ‘abbondanza, pienezza’ + mēdû, (w)ēdû, ‘high placed’, col significato sintetico di ‘(pianta rampicante che) risale verso l’alto con abbondanza’.
Etimologie ideologiche. Tale procedere porta inconsapevolmente ad accampare delle etimologie che non esito a definire ideologiche. Un esempio, tra i molti possibili, è quello di ayucca.
Ayucca ‘ononide’ (Ononis spinosa L.) è confrontata col guascone ayaugo, limos. ajaou ‘Ononis spinosa’, franc. ajou ‘ginestra’. Oltre alla proposta delle tre concordanze europee, si sostiene che «la sopravvivenza del termine preromano è stata assicurata senza dubbio dai pastori e dai contadini, per i quali l’ononide si presentava con le caratteristiche di pianta dannosa agli animali e fonte di fatica per il lavoro dei campi». Si sottoscrive il giudizio di dannosità riferendosi all’etimo proposto per gli altri due nomi sardi dell’ononide, che sono stasibòis e stragabòis, tradotti erroneamente ‘ferma i buoi’ e ‘stanca i buoi’.
Nella discussione da me fatta sugli ultimi due lemmi ho dimostrato l’errore di tale impostazione, evidenziando in quali paronomasie e paretimologie incappino certi ricercatori. Per ayucca aggiungo soltanto che NPPS fa un discorso non solo contorto e illogico, ma principalmente ideologico, applicando identico giudizio a fitonimi tra di loro autonomi (sia pure relativi alla stessa pianta). Infatti mi si consenta di affermare che il giudizio dell’etimologo deve essere dato sul vero nome della pianta (quello originario, che va prima rintracciato), e non sulle (supposte) caratteristiche immaginate oggi dal ricercatore. Il nome originario nacque a suo tempo dalle caratteristiche notate dai nativi: furono esse a generare il vero nome. Che senso ha dare oggi dei giudizi filtrati da paronomasie e ideologie? Per la denominazione di una stessa pianta sono sempre nati (in Sardegna e nel mondo) parecchi fitonimi, ognuno concepito per descrivere certe – e non altre – caratteristiche che attirarono a suo tempo l’osservazione degli uomini di un tale villaggio, ma non degli uomini di altri villaggi.
Quindi il discorso sull’ononide è ideologico, poiché non è affatto vero che essa in origine sia stata concepita come dannosa, e neppure oggi è concepita come dannosa: per capirlo bene, vedi la discussione a proposito di stasibòis e stragabòis i quali non pertengono ad alcuna “stanchezza” dei buoi. Ma il discorso su questa piantina è pure contorto e illogico. Che cosa significa infatti affermare che «la sopravvivenza del termine preromano è stata assicurata senza dubbio dai pastori e dai contadini, per i quali l’ononide si presentava con le caratteristiche di pianta dannosa…»? Sembra si voglia dire che la sopravvivenza del termine sia avvenuta soltanto perché la pianta fosse dannosa! Ma è inutile continuare ad analizzare filologicamente certe pagine di NPPS, alle quali rimando.
Ciò che veramente conta, qui ed ora, è notare che si mira per ayucca ad assicurare una etimologia ancorata alla tradizione onomasiologica europea. Ma nel fare ciò si analizzano i lemmi con metodo auto-referenziale, cioè con dimostrazioni che dimostrano se stesse mediante alcune parole europee riflettenti serialmente lo stesso significato (anzi la stessa fonetica!). Questo è un procedere senza costrutto, una petitio principii, un sofisma nel quale si assumono come premesse dei semantemi (anzi, dei fonemi) che portano proprio alla conclusione che si vuole proporre, rafforzata peraltro dal pregiudizio che la lingua basca (cui si confronta ayucca) abbia avuto con quella sarda dei rapporti privilegiati, di fatto mai avvenuti (peraltro nel ponderoso dizionario di Placido Mugica Berrondo il termine manca, e pure in quello di Jose Luis Arriaga; mentre è registrato aiau ‘clematide’).
In realtà, le semantiche (anzi le non-semantiche) proposte sono nate in epoca medievale, com’è facile immaginare, ed il fatto che pure in Europa tali fitonimi siano intraducibili (perché così è) ne attesta la loro arcaicità paleo-neolitica. Essi appartengono insomma alla Prima Grande Cenosi Linguistica Eurasiatica, quella che si protrasse per decine di millenni dal Paleolitico e sino all’avvento della Seconda Grande Cenosi, che è quella Semitica.
Alla Prima Grande Cenosi partecipò ad ogni buon conto pure la lingua sumero-accadica (nel suo arcaico primordio), nella quale è rimasto un vocabolo da cui possiamo ricavare il vero significato del sardo ayùcca: è l’accad. ayyaku (a type of sanctuary of goddesses). Quali affinità ci siano tra la nostra piantina ed un tipo di santuario di dèe, si capisce bene leggendo la discussione su stasibòis, stragabòis ed erba nigheḍḍa, che sono gli altri fitonimi indicanti l’ononide. Possiamo solo arguire che questa piantina, assieme ai quattro fitonimi che ne esaltarono in origine, se non la sacralità, almeno l’enorme importanza, dovette essere un’essenza fortemente ammirata tra i Sardiani, fatta assurgere addirittura a metafora di ‘tempio delle dèe’.
Le paronomasie sono il fenomeno di gran lunga dominante nei fitonimi sardi. Su circa 700 lemmi da me indagati, almeno il 90% sono paronomasie.
La scoperta di una esorbitante presenza di paronomasie nelle lingue attuali (specialmente nella lingua sarda, in tutto il suo scibile, non solo nei fitonimi) mi ha portato addirittura a formulare la “Legge della paronomasia”, alla quale soggiacciono tutti i popoli attuali che hanno avuto a che fare col vocabolario di altri popoli a loro precedenti. Ci soggiacciono pure i popoli che usano ininterrottamente la propria lingua da millenni: e l’esempio tocca ancora il popolo sardo.
Nei dizionari della lingua italiana la paronomasia è registrata esclusivamente come figura retorica (quindi come procedimento volontario), per la quale si accostano due parole di suono simile o uguale, ma di significato differente. I redattori dei dizionari non avvertono la paronomasia come fenomeno portante nella formazione del linguaggio, e credono sia esclusivamente un gioco voluto, culturale, attuato dal parlante per far risaltare l’opposizione dei significati (es. chi dice donna dice danno). Gran parte delle battute di spirito sono formulate con paronomasie, mediante opposizioni del tipo apparecchio (aereo)-parecchio (avverbio), losco-lasco, fischi-fiaschi, antro (grotta)-antro (’altro’, romanesco), feltro-filtro, e così via.
Ma tale procedimento culturale, proprio perché mira a far sorridere, accosta due parole foneticamente simili o identiche (ma dalla semantica radicalmente diversa) allo scopo di far risaltare l’assurdità dell’accostamento. Nessuno ha invece percepito che, al difuori della creazione volontaria delle figure retoriche, la paronomasia è una legge subita passivamente da tutti i parlanti.
Che ad essa siano soggetti pure gli etimologisti nell’esercizio della loro professione, è imbarazzante constatarlo. Eppure è ciò che ho acclarato nell’indagine dei fitonimi sardi.
Nello studio prodotto da altri su parecchie centinaia di fitonimi, è notevole l’eccesso di fantasia e l’assenza di metodo, causati dalla credenza che nomi di tal fatta (non interpretati come paronomasie) fossero originari almeno nella semantica, se non nella fonetica. Non si è pensato che fu invece il passare dei secoli e le successive incrostazioni linguistiche ad avere indotto il parlante ad “aggiustare” il vocabolo adeguandone la fonetica a quella di termini più noti nel presente. Spesso bastarono variazioni minime. Ma ad esse corrispose inevitabilmente una diversa semantica, quella pertinente alla nuova fonetica. Così è per i fitonimi arrud’e ganis, brentèḍḍa, cadèḍḍa, cambirùja, canna aresta, casugottu, cima de pastòris, erba de cani, erba e soli, erba e ventu, erba stulada, fénu pùdiu, orroláriu, orrubìna, péi golumbínu, piricoccu, stasibòis, stragabòis, suimèle, trigu antígu, trigu de frommìgas, e tantissimi altri.
Non mi si può venire a dire che arrùd’e ganis ‘scrofularia’ (Scrophularia peregrina L.) sia la ‘ruta dei cani’ per il solo fatto che emana un odore sgradevole al pari della ruta (ammesso che scrofularia e ruta siano da mettere in tale novero, visto che, ad es., con la Ruta graveolens si fanno liquori digestivi e profumati). E non ha senso accampare fitonimi simili di altre parti d’Europa come fr. rue de chien, (Val di Chiana) ruta canina, poiché il richiamo al cane non è altro che una paronomasia che si trascina da millenni sulla base dell’accad. arrūtu ‘ruolo di richiamo’ (com’è l’uccello di richiamo o lo specchietto delle allodole) + gannu ‘garden’, col significato complessivo e poetico di ‘attrazione dei giardini’, evidentemente a causa della sua bellezza.
Paronomasia è pure cadèḍḍa ‘ranuncolo dei campi’ (Ranunculus arvensis L.). Ma invece altri linguisti sostengono che «Questo fitonimo rappresenta indubbiamente lo svolgimento fonetico regolare di CATELLUS ‘cagnolino’». E si chiedono perché la voce non sia identica a catheḍḍìna (vedi), che secondo loro richiamava anch’essa l’idea di un ‘cagnolino’. Proseguono spiegando che evidentemente in un certo periodo si era persa la coscienza della motivazione semantica che secondo loro aveva ispirato la denominazione del ranuncolo dei campi come un ‘cagnolino’. Proseguono ulteriormente spiegando ciò che han già scritto su catheḍḍìna, cioè che i nomi riferiti ai cani riguardano sempre le piante inutili o dannose, come questa che ha i frutti uncinati che s’attaccano al pelo dei cagnolini. «Per questa ragione i frutti sono stati paragonati a un cagnolino dal pelo arruffato ovvero sono stati denominati dai cani al cui pelo essi si attaccano».
In realtà, così come ho già spiegato per il fitonimo catheḍḍìna, il termine cadèḍḍa non ha alcuna relazione con i cagnolini e neppure coi cani. Esso è un composto sardiano con base nell’accad. ḫadû(m) ‘gioia’ + ellu(m) ‘puro’, col significato complessivo di ‘pura gioia’ (in relazione alla bellezza del fiore).
È tradotto alla lettera pure cambirùya ‘gamba rossa’, che è la parietaria (Parietaria officilnalis L.). Si traduce anche come ‘fusto rosso’, e si rafforza la convinzione citando Plinio N.H. 22,41 il quale afferma che la pianta ha caulicolos densos, leviter rubentes. Ma leviter ‘lievemente’ è sufficiente per formulare quest’etimo?
Va tenuto conto delle importantissime virtù della parietaria e del fatto che cresce nei posti umidi e ombrosi, per capire il suo etimo. Cambirùya è infatti un composto sardiano con base nell’accad. ḫabû(m) ‘to draw (water)’ o qābu ‘dyke, diga, argine’ + rubû(m) ‘prince’, col significato complessivo di ‘principe dei posti umidi’.
Erba ‘e ventu è l’altro nome della Parietaria officinalis. Si traduce alla lettera ‘erba di vento’ «così chiamata perché l’infuso delle foglie era un ottimo rimedio contro il meteorismo. Cfr. nap. erba di vento; sic. erva di ventu…, neogr. dial. anemókhorton ‘id’». Ma così si incorre in una paronomasia; sono paronomasie pure i nomi italiani, beninteso. Quanto ad anemókhorton ‘erba di vento’, il fitonimo neo-greco fa intuire un influsso della tradizione semantica sud-italica. In ogni modo, la paronomasia in sé non avrebbe dovuto autorizzare ad arguirne, senza prove, un uso particolare, che in verità risulta ignoto.
Per ritrovare l’etimo giusto va notato che la parietaria è un’erba dai molteplici usi, uno più importante dell’altro. Basti leggere Atzei 461 (Le piante nella tradizione popolare della Sardegna) per capire quanto sia stato, ed ancora sia ampio, l’uso di questa pianta miracolosa, specialmente per le cure muliebri. Solo così possiamo risalire al suo significato profondo e all’alta considerazione che la piantina aveva nell’antichità. Erba ‘e véntu è un fitonimo sardiano con base nell’accad. entu(m) ‘alta sacerdotessa’, col significato sintetico di ‘erba dell’alta sacerdotessa’. Il fitonimo – che è tutto un programma – richiama addirittura la più alta figura delle gerarchie sacerdotali, ciò che sottintende tutta una prassi che fu (e ancora è) appannaggio dei templi (e dei conventi): quello di raccogliere le erbe e produrne dei farmaci a favore dei poveri. Il fatto che qui si citi la sacerdotessa (e non il frate) lascia intuire che nell’alta antichità la scienza erboristica era patrimonio non soltanto dei sacerdoti e dei loro templi, ma anche delle sacerdotesse e dei loro templi, presso i quali evidentemente il popolo accorreva per lenire le sofferenze più gravi, nè più nè meno come oggi fa nel bussare ai conventi francescani.
Casugόttu ‘orchidea’ del genere Ophrys e Orchis, sarebbe da tradurre alla lettera, secondo alcuni, ‘formaggio cotto’, «che si riferisce alla mucillagine e all’amido contenuti in grande quantità nei tuberi, i quali, raccolti dopo la fioritura, vengono tuffati nell’acqua bollente e quindi, puliti e disseccati, sono messi in commercio e usati per curare le diarree massime dei bambini».
Ma casugóttu ha la base nell’accad. qaššu(m) ‘holy, dedicated’ + ḫutul (a magical formula), col significato, altamente poetico, di ‘magia sacra’, in considerazione della bellezza del fiore.
Per erba de cani, fitonimo che indica i ‘sonaglini’ (Briza maxima L.) e la ‘gramigna dei viottoli’ (Koeleria phleoides Pers.), viene fatto notare che «pure i Romani denominavano la gramigna (Cynodon dactylon Pers.) (herba) canaria e collegavano tale denominazione al fatto che i cani si servirebbero della pianta per vincere la nausea (Plinio, N.H. 25, 91: inveniunt et canes qua fastidium vincunt eamque in nostro conspectu mandunt, sed ita, ut numquam intellegatur, quae sit; etenim depasta cernunt) o per purgarsi (Gal. alf. 36: agrostis herba est quae in campis nascitur… Canes etiam quando volunt purgari, hanc herbam manducant). Sulla base di quella tradizione antica, simili proprietà sono state attribuite successivamente anche ad altre graminacee, quali la Dactylis glomerata L. e l’Agropyrum repens L., donde i nomi, tutti significanti ‘erba dei cani’», in neerlandese, inglese, danese, svedese, tedesco, polacco, serbo, ruteno, sloveno, ungherese, siciliano.
In verità, la denominazione latina, che ha dato la stura alle pari denominazioni in tutte le lingue europee, è una lampante paronomasia, alla quale si sono attenuti, producendo una conseguente paretimologia, tutti i popoli del Medioevo e dell’Età contemporanea.
La base fonetica più antica si trova nell’accadico, ovviamente col vero significato, che non è correlato al fatto che la gramigna viene mangiata dai cani. La questione sta in altro modo. La gramigna è un’erba talmente taumaturgica, che persino i cani si sono trasmessi l’attitudine a mangiarla al fine di stare meglio. Ma la prima denominazione scritta sumero-accadica ebbe la sua brava sanzione per il fatto che la gramigna faceva (e fa) benissimo anzitutto al genere umano. L’etimologia si basa sull’accad. kanû(m) ‘trattare con cura se stessi’, ‘trattare con delicatezza’, ‘rendere onore a’, ‘prendersi cura di’.
Passiamo ora a trigu de frommìgas ‘gramigna stellata’ (Aegylops ovata L.). Viene proposta la traduzione ‘grano delle formiche’, la quale ricorda peraltro la stessa denominazione in Toscana per l’Agropyrum repens Beauv. ed in Puglia per l’orzo selvatico (Hordeum murinum L.). Ma le tre denominazioni sono paronomasie basate sull’accad. purmaḫ, pirmaḫ, purmuḫ (designazione di cavalli) (> *purumaḫ > *purumiga > frummiga), col che veniamo a sapere che queste erbe anticamente furono note come ‘erba dei cavalli’.
C’è da sottolineare pure una seconda denominazione sarda di quest’erba, che è trigu antígu, tradotta alla lettera da alcuni come ‘grano dei tempi passati’, col che si lascia intendere, con suggerimento subliminale, che nei tempi antichi esso fosse una varietà di grano realmente in uso. Non è mai stato così, onde c’è da sospettare che pure questa denominazione sia paronomastica. In realtà lo è. In virtù del fatto che il capolino di tale graminacea assomiglia alla spiga dell’orzo, abbiamo l’accad. antu ‘spiga dell’orzo’ + suff. sardiano -ίgu.
Per tornare all’orzo selvatico, chiamato dagli antichi Romani Hordeum murinum L. ‘orzo da topi’, si sottolinea un fatto ritenuto assolutamente normale e ricorrente, ossia che «i cani, i topi, le formiche si alternano in queste denominazioni fitonimiche alla stregua di varianti più o meno equipollenti. Così, in sardo, con όrğu e đòppis ‘orzo da topi’ si designa non già il loglietto, bensì l’orzo selvatico (Hordeum murinum L.), altrimenti noto come (Orgosolo) èrba mùrina, spiga mùrina ‘erba, spiga bruna’, spiga murra ‘spiga grigia’». E così si sottolinea l’identità dei modi con cui s’instaura un semantema, onde la denominazione latina e quella orgolese, identiche nella fonetica, producono semantemi equipollenti. Si è interessati a far notare soltanto questa ricorrenza delle nomenclature, spregiative o no, riferite ai cani, ai topi ecc.; ma ciò che veramente conterebbe notare è che la comunanza culturale dei popoli mediterranei dopo l’invasione romana del Mare Nostrum ebbe per base esclusiva le paronomasie, le quali nell’area mediterranea erano già operanti in quanto tali: ecco il punto. Queste evidentemente venivano da lontano, cioè dal momento in cui alcuni popoli mediterranei (compresi i Latini), per influsso dei nuovi sviluppi linguistici dovuti all’intrusione indoeuropea, avevano perduto il contatto originario con la Grande Cenosi Linguistica Semitica, onde non capivano più certi significati originari. Il latino Hordeum murinum ha la base nell’accad. mūru(m) ‘puledro’. Col che ritorniamo alla base etimologica già notata per trigu de frommìgas.
Il metodo autoreferenziale o, se vogliamo, la petizione di principio, sono anch’essi rintracciabili un po’ dovunque nelle ricerche degli etimologi. Scrutiamoli adeguatamente nell’etimologia di péi de léppuri.
Péi de léppuri ‘(Trifolium arvense L.) viene tradotto alla lettera ‘piede di lepre’. NPPS ricorda che «La metafora è antica: Dioscoride 4,17 usa il termine gr. λαγώπους, propriamente ‘piede di lepre’, che Plinio, N.H. 26,53, e Ps.-Apul. 61,6 adn. adattano come lagopus. Questo tipo lessicale è anche estesamente diffuso: cfr. franc. pied de liévre, (Vaucluse), pato de lapin (Rolland,IV,139); ingl. hare’s foot (BrittHoll. 242); dan. Harefod (DPln. 2,725); sved. Harefot (Lyttk. 719); ted. Hasenfuss (Marzell,IV,765)». Ma questa dimostrazione è metodologicamente assai debole.
Per questa piantina si mira, al solito, ad assicurare una etimologia basata precipuamente sul latino e sul greco nonchè sulla tradizione onomasiologia europea, dalla quale veniamo a sapere, tanto per iniziare, che pressoché tutti i Paesi europei hanno uguali denominazioni riferite al ‘piede di lepre’, senza eccezione per alcune delle parlate sarde. E fin qui non si fa altro che analizzare i lemmi con metodo auto-referenziale, cioè con dimostrazioni che dimostrano se stesse mediante le molte parole latine ed europee riflettenti serialmente lo stesso significato. Questo, l’ho già notato, è un procedere senza costrutto, una petitio principii, un sofisma nel quale si assumono come premesse dei semantemi che sono identici alla conclusione che deve essere ancora provata: sono premesse assunte senza prova, come vedremo.
Un modo identico di fare etimologia lo troviamo per erba ‘e sòli ‘eliotropio’ (Heliotropium europaeum L.). NPPS 202 riporta quanto già notato da Plinio (N.H. 22,57) sul «prodigioso comportamento, per il quale essa gira seguendo il sole, anche col tempo nuvoloso, tanto è grande il suo amore per l’astro… A questa proprietà si ispirano i nomi latini solaris herba /Celso 5,27, 5B); solastrum (Ps.-Diosc. 4,33), solago maior (Ps.-Apul. 63,3; Dynamid. 2,92; CGL 3,537,26; Gloss. Med. 71,21, ecc.); vertumnum da vertere ‘volgersi’ (scil. verso il sole) in Ps.-Apul. 49,11; Ps.-Diosc. 4,33; CGL 3,554… In tale tradizione onomasiologia s’inserisce il nome camp. +erba e sòli ‘erba del sole’ (Cossu 115), che ha riscontri amplissimi» in francese, siciliano, tedesco, rumeno, ceco, serbocroato.
Prima di procedere nella confutazione, intendo ricordare anche l’etimologia dei seguenti fitonimi:
- δίψακος, termine mediterraneo che ha la base nell’accad. dišpu(m) ‘miele, sciroppo’ + saqqu ‘sacco’ (metatesi: dips-sacco), col significato complessivo di ‘sacco di miele’;
- (erba de) spròni, ispròni, composto sardiano con base nell’accad. esu, eššu ‘sepolcro’ + pûru ‘(stone) bowl’ (stato-costrutto es-puru + suff. sardiano -ni), col significato complessivo di ‘(erba per) vasetti da sepolcro’;
- cima de pastori, dall’accad. pātu(m) ‘bordo, orlo’ + urû(m) ‘stalla’, col significato di ‘cima (ossia cardo) per recingere il sito di contenimento’ del bestiame.
Questi fitonimi (ma l’elenco è assai lungo, com’è evidente in ogni pagina del mio trattato di etimologia botanica) sono mere paronomasie, che li hanno fatti intendere, uno accomunato al sole (erba ‘e soli), l’altro accomunato alla sete (διψάω ‘ho sete’), il terzo accomunato allo sprone, il quarto accomunato al (bastone del) pastore.
Invito a capire meglio la problematica leggendo la trattazione dei lemmi nel Vocabolario Etimologico di “Flora Sardōa”. Non mette conto seguire il filo di certe inconsistenti ragioni, che non rendono la ratio di ciò che sta alla base del fenomeno da noi percepito, pure negli autori antichi, e pure nelle lingue straniere. In quei testi e in quelle parlate ci sono delle paronomasie, che vengono prese per valori reali in quanto condite dall’autorità della lingua greca o latina.
Ad esempio, il franc. verge de berger rispecchia la semantica della denominazione neolatina virga pastoris, ma in questo caso le denominazioni neolatine sono influenzate semanticamente da quelle latine; guarda caso, sono proprio quelle latine che hanno già perso il significato delle origini, presentandosi quindi come paretimologia, poiché a quei parlanti era ormai difficile riannodarsi all’accad. pātu(m) ‘bordo, orlo’ + urû(m) ‘stalla’ (composto in pāt-urû, onde la paronomasia lat. PASTORE).
Qualunque popolo, sia moderno sia antico, è sempre stato vittima della paronomasia. I Greci non se ne salvarono mai, e (tanto per dirne una) il fitonimo sardo erba ‘e soli, da loro chiamato heliotrόpion e dai Romani solaris herba, non fa eccezione (v. Vocabolario Etimologico di “Flora Sardōa”). Rimane così dimostrato che, laddove i Greci hanno prodotto la propria paronomasia, gli altri popoli antichi e moderni, che dai Greci, attraverso i Romani e poi attraverso la cultura neolatina, hanno ripreso talora certe semantiche, non hanno fatto che ricreare nella propria lingua le formazioni fonetiche connesse alla semantica adottata.
Tale è stato il destino di λαγώπους, tradotto da tutti come ‘piede di lepre’ o simili, mentre la sua base etimologica è l’accad. laḫu ‘young shoot’ + pus’um ‘heavy perspirer’, col significato sintetico di ‘erbetta fortemente aromatica’.
La sottovalutazione di questi errori metodologici da parte dei linguisti moderni non consente loro di creare alcunché di scientifico, continuando a produrre paretimologie. Ciò non sarebbe successo se gli scrittori greci, e quelli romani che ne furono i seguaci, e pure i linguisti attuali che ne ricalcano le orme, avessero preso atto che, nonostante l’egemonia culturale della Grecia classica, e poi di Roma, il mondo mediterraneo in quell’epoca rimaneva ancora pervaso dalle antiche lingue semitiche, dall’accadico, dal babilonese, dall’assiro, dall’ebraico, dal fenicio, dall’aramaico. Ed è in tali lingue che già per allora occorre trovare apparentamenti (non ascendenze, dico apparentamenti), e così scoprire che la grande Lingua Mediterranea non solo esisteva davvero, ma era pure molto variegata ed oltremodo imparentata, concatenata. Le singole lingue nazionali che la componevano non hanno mai subito prevaricazioni dall’egemonia culturale che si era manifestata da Alessandro in poi ad opera di due popoli (quello greco e quello latino) arricchiti da millenari ma non esorbitanti apporti indoeuropei: lo zoccolo duro mediterraneo continuava ed ha continuato per millenni a vigere ed operare.
La filiera dei fitonimi europei simili e paralleli. Certa tradizione onomasiologica europea e sarda, che mostra uguali o simili denominazioni fitonimiche, induce certuni a credere come prove provate le proprie intuizioni etimologiche, che invece proprio allora sono da dimostrare. L’abbiamo già osservato per certi fitonimi. Qua porto l’esempio di allelùja e péi de léppuri.
Per allelùja, un’ossalidacea, NPPS scrive che «i fiori dell’Oxalis acetosa sbocciano sempre verso Pasqua, da qui il nome camp. alleluia = spagn. aleluja e ital. alleluia (DES,I,73), dal canto di alleluia in occasione della Resurrezione di Cristo. Analoga è la motivazione della denominazione franc. dial. ôzane ‘osanna’». Ma tale discorso è ideologico, o quanto meno non ci si accorge che l’Ossalide è un’erba tipicamente invernale, che in Sardegna fiorisce tra gennaio e febbraio, nel sud dell’isola comincia a dicembre. A Pasqua è una scommessa vederla ancora in fiore, mentre sono in rigoglio tante altre erbe, molto più degne di onorare l’Altissimo. Peraltro va segnalato che i Francesi per onorare l’Altissimo scrivono hosanna, non ôzane. E si dovrebbero trovare argomenti più cogenti per convincerci che il fitonimo ôzane signichi hosanna.
Ammesso e non concesso che l’attuale ôzane avesse la semantica di “Osanna”, era meglio cercarne le ragioni nell’antico modo di nominare il fitonimo nella più vasta area mediterranea all’epoca della Seconda Grande Cenosi Linguistica. In realtà allelùja è un composto sardiano con base nell’accad. ālu ‘ram, montone, ariete’ + elû ‘risultato’ di un raccolto (stato-costrutto āl-elû). Il significato originario del fitonimo fu quindi ‘pabulum di arieti, foraggio di arieti’, e solo in era cristiana prese la semantica attuale.
Quanto a péi de léppuri ‘(Trifolium arvense L.), già trattato a proposito della autoreferenzialità, e tradotto ‘piede di lepre’, voglio ribadire la posizione di NPPS dove si ricorda che «La metafora è antica: Dioscoride 4,17 usa il termine gr. λαγώπους, propriamente ‘piede di lepre’, che Plinio, N.H. 26,53, e Ps.-Apul. 61,6 adn. adattano come lagopus. Questo tipo lessicale è anche estesamente diffuso: cfr. franc. pied de liévre, (Vaucluse), pato de lapin (Rolland,IV,139); ingl. hare’s foot (BrittHoll. 242); dan. Harefod (DPln. 2,725); sved. Harefot (Lyttk. 719); ted. Hasenfuss (Marzell,IV,765)».
Ma allineare i corrispettivi semantici di varie lingue è pericoloso, se prima non si accerta l’etimologia del modello arcaico comune, da cui poi quei lemmi hanno attinto. Poiché, qualora i Greci avessero già prodotto in proprio una paronomasia e la conseguente paretimologia, gli altri popoli antichi e moderni, che dai Greci, attraverso i Romani e poi attraverso la cultura neolatina, hanno ripreso talora certe semantiche fuorviate, non hanno fatto che ricreare per paronomasia, nella propria lingua, le formazioni fonetiche connesse alla semantica adottata. Così avviene per λαγώπους: inteso come ‘piede di lepre’ e simili, ha la vera base etimologica nell’accad. laḫu ‘young shoot’ + pus’um ‘heavy perspirer’, col significato sintetico di ‘erbetta fortemente aromatica’.
Altro esempio già fatto è il franc. verge de berger, che rispecchia la semantica della paretimologia neolatina virga pastoris.
Le contaminazioni dall’italiano. Altri fitonimi sono assunti come contaminazioni italiane. Ma molto spesso non lo sono. Tra questi cito arizáru e rétti.
Arizáru (Arisarum vulgare Targ.), è chiamato in Toscana arisaro, ed è creduto contaminazione italiana (anche perché in campid. prevale il fitonimo orìga ‘e léppuri ‘orecchio di lepre’ a causa della forma del fiore).
Ma arizáru è sardiano, da accad. arītu (a knife, dagger) + āru ‘guerriero’, col significato complessivo di ‘spada di guerriero’ a causa dello spadice che contraddistingue questa aracea. Va da sé che pure il nome latino ha base accadica.
Quanto a rétti, rethi ‘clematide’ (Clematis vitalba L.), Paulis scrive che «Siccome in trent. la clematide si chiama erba engartiada < *(IN)CRATICARE, CRATIS e denominazioni simili esistono anche in Friuli (PellZamb.,I,321), con riferimento agli intrecci creati dalla pianta, pare giusto interpretare réthi e varr. come imparentato con (Siniscola, Orosei) rettha, log. rettólu ‘piccola rete’ e anche ‘piccolo branco di bestiame’ (dagli ingraticciati e simili chiusure retiformi degli ovili). L’etimo di queste voci è in parte RETIOLUM, in parte, con adattamenti alla fonetica locale, l’it. rezza (DES,II,3356,358). Quanto alla forma, rétti, réttiu è una retroformazione del tipo rettólu, sul modello di tétti, téttiu nome della smilace, altra pianta rampicante».
Lo sforzo dimostrativo di NPPS è lodevole, ma scientificamente scorretto; anzitutto per il fatto che è sempre un azzardo presentare le etimologie congeneri di altri territori italiani od europei, poiché in ogni area ed in ogni tradizione linguistica giocano numerosi e sempre diversi fattori, che quasi mai coincidono con i fattori presenti altrove: talchè non ci si può fidare affatto della veridicità dell’etimo ivi presentato. Siamo certi che il friulano erba engartiada derivi dal latino *(IN)CRATICARE, CRATIS? Peraltro non è affatto secondario il fatto che *(IN)CRATICARE (da CRATIS?!) è una mera ipotesi di lavoro, non documentata in nessun dizionario latino. Come dire che tutto campa per aria. Inoltre si dovrebbe spiegare che cosa c’entri una ‘piccola rete’ (rettha) col ‘piccolo branco di bestiame’ e perché venga avanzata l’illazione che tutto il discorso verta sul concetto degli ingraticciati in quanto ‘chiusure retiformi degli ovili’. Si dimentica che la parola retti è (fino a prova contraria) antichissima, appartenente ad un periodo in cui i Sardi non chiudevano i recinti con le reti metalliche, e che giammai nel passato si chiudeva l’ovile con une rete ma soltanto con ramaglie di piante pungenti. Si potrebbe continuare per dimostrare tutta l’inconsistenza dell’impostazione.
Rétti, réthi è un termine sardiano dall’accadico retû(m) ‘fisso, installato,’ fissarsi’ in un posto, ‘installarsi’, con l’evidente significato di ‘(pianta) che si fissa, che s’installa (sulle altre piante)’.
Le supposte retroformazioni presentate come tali dai linguisti, nascondono spesso origini diverse da quelle immaginate, come abbiamo visto per rétti, e come ora vedremo per asmìla, logud. ‘smilace o salsapariglia’ (Smilax aspera L.). Il nome del noto rampicante dei suoli umidi è creduto uguale all’it. smilace, con successiva retroformazione. Invece è un termine sardiano, dall’accad. asmīdu (a garden plant) agglutinato e poi contratto con ilû, elû ‘che va in alto’. Da ciò scopriamo che nei giardini di Babilonia, notoriamente creati sui ed attorno ai palazzi costruiti affianco di grandi canali, si coltivava certamente la smilace, causa il suo bellissimo frutto simile a grappoli d’uva color rosso-sangue.
Fitognomica sarda legata a processi di acculturamento. Si lega spessissimo la fitognomica sarda a processi di acculturamento. Lo abbiamo già visto per numerosi lemmi, ed ora scrutiamo amorái (o canna de morái, canna de amorái) ‘cardo dei lanaioli’ (Dipsacus ferox Lois., Dipsacus fullonum L.). NPPS fa la lunga disquisizione che ripropongo: «A mio avviso l’elemento morái, è la parola, conforme all’evoluzione fonetica del dialetto sulcitano, che significa ‘dente molare’, continuata anche in (Baunei, Perdasdevogu) moláre, (Sarrabus) mopۥari, (Bitti, Bono, Dorgali, Macomer, Nuoro, Ploaghe) murále = ital.; la forma metatetica morale è anche pisana e amiatina (DES,II,123). Questa denominazione allude all’involucretto (calice esterno) a tubo quadrangolare, con otto solchi e sormontato da una corona di quattro brevi denti, che ha appunto l’aspetto di un dente molare. A conferma di tale identificazione merita di essere osservato che, secondo Plinio (N.H. 25,171), il Dipsacus pilosus L., detto labrum venerium ‘labbro di Venere’, conterrebbe un piccolo verme, che si strofinava intorno ai denti o si rinchiudeva con la cera nei denti cariati… L’origine e la giustificazione di questa pratica odontoiatrica, che a noi oggi appare assai singolare, stava naturalmente nel fatto che il vermicello in questione era ritenuto efficace per la cura dei denti cariati, in quanto abitava nella pianta, il cui involucretto del calice esterno aveva la forma di un dente molare. Tornando al sardo, da kanna de morái ‘canna del dente molare’ si è passati infine a kanna de amorái per il riflesso di amòri ‘amore’, poiché il cardo dei lanaioli, in quanto “vasca di Venere”… era connesso pure con la dea dell’amore e perciò era detto semplicemente anche (Ps.-Diosc. 3,11 RV) cardus Veneris».
Il lungo ragionamento di NPPS non reca alcuna verità. Lega la fitognomica sarda a processi di acculturamento (molare, Venere), quasi che il popolo sia stato sempre in contatto coi dotti, coi saccenti, dai quali abbia potuto trarre i nomi delle cose e, nella fattispecie, delle piante. Così non fu. Il popolo, alla stregua di quanto ha fatto per la creazione dei toponimi, dei nomi di pane, delle malattie, dei cognomi ecc., pure nei fitonimi si è comportato in aurea solitudine, anche perché il suo analfabetismo faceva tutt’uno con l’abitare le campagne, le montagne, mentre i dotti, i letterati, abitavano esclusivamente le città. Due mondi distinti. La lingua sarda si creò nelle campagne, sulle montagne, non nelle città. Le città (non a caso sviluppatesi anticamente sulla costa) hanno svolto da sempre il ruolo di cerniera commerciale, di sutura tra i villani che producevano ogni sorta di derrata ed il cittadino che le consuma o le esporta.
Quando nacque questo fitonimo non si conosceva il nome di Venus, Venĕris, e neppure il lemma latino amor, amōris. E neppure il dente molare, che in sardo è detto, specie nel passato fu detto, senza intermediazioni, casciáli, casciàra. Amorái, con la variante morái, è un composto sardiano con base nell’accad. amû (a spiny plant) + ra’i ‘decisamente’, col significato complessivo di ‘(pianta) totalmente spinosa’.
Termini spregiativi e liquidatori; volgarità alla Linneo. Dai termini supposti di origine colta, andiamo ora agli antipodi. Le volgarità sono rare nelle etimologie dei fitonimi sardi, quindi sono da correggere le etimologie da trivio che vengono scorte in crasta canes, culuebba, culu rassu, cunnu rassu, orrulariu, sperra-pillittu, strappuddu de gani. Beninteso, nella fitognomica scientifica eravamo già abituati a leggere delle volgarità. Linneo ne fu maestro. E così la bellissima orchidèa ricevette il nome dal gr. ’όρχις ‘testicolo’, perché il grande studioso ci vedeva ossessivamente l’immagine dei due testicoli. I Sardiani, non prevedendo l’irrefrenabile fantasia “classificatoria” del futuro studioso, chiamarono l’orchidea con un nome che oggi ci appare per paronomasia come casugóttu, ma la cui base è l’accad. qaššu(m) ‘sacro’ + ḫutul ‘formula magica’, col significato altamente poetico di ‘magia sacra’.
Altro nome plebeo di Linneo è quello del fungo noto come Phallus impudicus, e così via lordando altri funghi ed altre piante.
Ovviamente, presso i Sardiani sostengo la rarità, non l’esclusione delle volgarità. In cárica e porcu ‘aro o gigaro’ (Arum italicum Mill.) abbiamo visto palesarsi il ‘calice del porco’ riferito al fatto che l’aro forma un grande calice, e nel contempo il suo spadice centrale sembra il sesso suino. Eppure vediamo che carica ‘e porcu è un modo pulito per evitare un drastico cazzu ‘e porcu. Come dire, che gli antichi Sardiani fecero il possibile per conferire alle piante dei nomi casti o comunque riferiti all’utilità o alla bellezza, non ad appellativi plebei. Anticamente una stessa piantina poteva ricevere nomi diversi, ognuno ebbe però in sè la specificazione delle qualità o dell’aspetto che più colpiva la fantasia del residente, senza trascendere in appellativi scurrili.
Nell’esaminare le etimologie dei fitonimi su accennati, comincio con crasta canes, pianta acquatica del genere Sparganum Lemna. NPPS traduce alla lettera ‘castra-cani’ e pensa che il fitonimo derivi dai «bulbilli svernanti scendenti al fondo delle acque, paragonati al testicolo di un cane». Invece il fitonimo è un composto sardiano con base nell’accad. karāṣu ‘tagliar via, staccare, spezzare, rimuovere, togliere’ + qanû(m) ‘canna’, col significato complessivo di ‘canna tagliente’, oppure di ‘canna da rimuovere’ (in quanto invasiva dei fondali dei corsi acqua).
Culuèbba ‘corinoli arrotondato’ (Smyrnium perfoliatum var. rotundifolium) è tradotto alla lettera come ‘culo di cavalla’… suggerito dall’efficacia astringente della pianta anche in ambito veterinario (sic).
Ma come ho dimostrato per brentèḍḍa e per gli altri lemmi nominanti questa pianta, sostengo che anche per culuèbba si è voluto gestire l’argomento con fantasia sfrenata, mettendo in relazione semantica lo ‘stomaco umano’ (brente) ed il ‘culo della cavalla’ (culu ‘e s’èbba) con la diarrea, senza alcun riscontro obiettivo che autorizzi l’accostamento.
In realtà non si esce da questo equivoco senza rammentare che gli antichi popoli mediterranei hanno gestito i nomi delle piante con delicatissima fantasia poetica e con pudore, attenenendosi alle forme ed all’efficacia delle piante stesse, senza però farsene soggiogare. Sono nati in tal modo dei nomi bellissimi, che nulla hanno da spartire cun bizzarre visioni di culi (culuèbba), o di merde (caccaragiu), e via inventando.
Culuèbba è un composto sardiano con base nell’accad. ḫullu ‘collana’ + ebbu(m) ‘brillante, puro, splendido’, col significato complessivo di ‘corona, collana splendente’ (con riguardo al fatto che la rotundifolia ha le foglie che chiudono “a corona” lo stelo, rendendolo “splendido”).
Culurássu, cunnurássu ‘favagello’ (Ranunculus ficaria L.) è tradotto alla lettera ‘culo grasso’ e ‘conno, vulva grassa’, dal lat. culus e cunnus. Avviluppati dalla paronomasia, ci s’affatica a dimostrare l’apparentamento della piantina col cunnu, nonché col culu. «A tal scopo giova osservare che le foglie della pianta, da ovate a cuoriformi, sono lisce, lucide e grassette, spesso con una macchia porporino-scura verso la base della lamina, talora bulbillifera nell’ascella. Ciò fa pensare, in qualche modo, alle parti pudende della donna… Oltre a ciò l’etimologista non può mancare di ricordare che il favagello è provvisto di tuberi radicali carnosi e allungati, la cui forma ricorda in qualche misura quella dei condilomi o dei noduli emorroidali; ciò che ha valso alla pianta il nome scientifico di Ranunculus ficaria (fīcŭs = condiloma, escrescenza) e anche quello di apium emorroidarium…».
NPPS tenta la dimostrazione di tesi incredibili, ossia che una radice assomigli ad un condiloma, che apium emorroidarium significhi ‘sedano a forma di emorroide’ anziché ‘sedano che cura le emorroidi’, e che una foglia ovata-cuoriforme e liscia-lucida-grassetta possa richiamare l’idea del cunnu. Oltre all’errore di traduzione lessicale suddetto, se ne fa un altro, perché si crede che l’aggettivale latino ficaria derivi da fīcŭs in quanto ‘condiloma’ per il semplice fatto che qualche dizionario latino s’interroga (senza certezze) se veramente fīcŭs possa significare condiloma. Si prende così per certo quello che il dizionario di Georges assume con beneficio d’inventario.
In verità in questo discorso occorre cambiare radicalmente registro, tanto per mettere le cose a posto, cominciando ad assumere per certo quel che pure gli antichi Romani sapevano (per quanto non riuscissero a dimostrarlo, mancandogli la competenza glottologica), ossia che fīcŭs era imparentato semanticamente col gr. συ̃κον ‘fico’, ed era pure imparentato fonologicamente con l’accad. pīqu, sīqu ‘essere stretto’, sūqum ‘stretta via di penetrazione, apertura’. Sīqu ci consente quindi un raffronto fonetico col termine greco συ̃κον, mentre pīqu consente un corretto rapporto col termine latino fīcŭs, il quale frutto, per la forma molle, rossa e gradevolissima del siconio aperto, andò direttamente ad indicare, nell’area mediterranea, la vulva (vedi sardo figa ‘vulva’). Dalla spiegazione appena fatta possiamo ora capire che il lat. fīcŭs in quanto portatore di una semantica relativa alla figa, non potè che imparentarsi alla semantica di cunnus ‘vulva’; ed è così che è partita la sequela di paronomasie che hanno prodotto in tutta Europa forme e significati connessi a un tempo al fīcŭs > figa ed al cunnus.
Chiarito ciò, andiamo ora al fitonimo sardo cunnurassu; esso ha la base accadica kundirāšu (un capo di vestiario prezioso; un ricamo di abito talare, un ornamento), oppure ha la base accad. kunnû ‘aver caro, coccolare’ + rāšu ‘capo carismatico’. Dal che si capisce che in accadico i nomi delle piante non furono riferiti a termini volgari, specialmente in questo caso, poiché il Ranunculus ficaria è un vero gioiello che inebria gli occhi e lo spirito. Di qui il suo nome sardo, che possiamo significare nel complesso come ‘principe carissimo’. Va da sé che gli antichi Romani, avendo presente il primo lemma del composto accadico (kunnû o kundi-), da loro male interpretato, ed avendo assemblato da secoli le semantiche di cunnus e di fīcŭs, favorirono nel tempo la successiva nascita del fitonimo scientifico Ranunculus ficaria (con ficaria riferito a quello che sembrava, senza esserlo, il significato dell’accad. kunnû).
Mutatis mutandis, anche il fitonimo sardo culurassu non ha alcun rapporto con i ‘culi grassi’, ma ha la base nell’accad. ḫullu ‘collana’ + rāšû(m) ‘ricco’, col significato complessivo di ‘collana ricca’, ‘collana della ricchezza, della sontuosità’, in riferimento al fatto che il Ranunculus ficaria ha i petali laccati di un giallo intenso che annoverano questo fiore tra i più belli della Terra.
Orruláriu, orrolári, orròsa gullári ‘rosa di monte’ (Rosa canina L.) pare a certuni derivato da orrù culári, letteralmente ‘rovo del culo’. La motivazione semantica è determinata con sicurezza, secondo loro, dal fatto che i frutti della rosa canina stimolano l’evacuazione a causa della peluria interna dei loro semi, onde i nomi dialettali it. grattacü, brusacül, stopacül etc.; fr. gratte-cu e simili.
Chi ha mai riferito che il frutto della rosa canina stimola l’evacuazione? Quando mai? E quale analogia si è trovata tra l’evacuazione ed il bruciore al culo (brusacül)?, o addirittura tra l’evacuazione e la stipsi (suggerita da stopacül)? Non si può sorreggere la propria ricostruzione accampando certi fitonimi dialettali italici, poiché si cade nella metalinguistica e nella paretimologia. Bisogna attenersi strettamente alla fonetica del fitonimo sardo e da qui cercare di estrarre il più antico semantema. Solo dopo, se del caso, si possomo accampare i morfo-semantemi similari di altre aree (ma soltanto quelli similari!). Nel caso del fitonimo sardo, chi dice che orru-lariu possa avere attinenza col rovo e col culo? Quali leggi fonetiche, quali esempi si possono accampare con certezza per giustificare la caduta di cu- in -lariu?
Orruláriu è un composto sardiano con base nell’accad. urû, urrû ‘stallion’ nel senso di maschio (riferito a cavalli, arieti, tori) + larû ‘branch, twig’ of plant, col significato complessivo di ‘virgulto degli stalloni, degli arieti’. Quanto a orròsa cullári attestato a Busachi, la base è l’accad. ḫulālam, ḫulālu (designation of horse) col significato antichissimo di ‘rosa dei cavalli’.
Per sperra-pillittu ‘borsa del pastore’ (Capsella bursa-pastoris L.) si mira, come solito, ad assicurare una etimologia basata precipuamente sul latino e sulla tradizione onomasiologia europea, dalla quale veniamo a sapere, tanto per iniziare, che pressoché tutti i Paesi europei hanno uguali denominazioni riferite alla borsa del pastore: basti per tutte il fr. bourse de berger e l’ingl. shepherd’s bag. Non fanno eccezione alcune parlate sarde: camp. bussa de pastòri e musciglia de pastòri. E fin qui non si fa altro che analizzare i lemmi con metodo auto-referenziale, cioè con dimostrazioni che dimostrano se stesse mediante le molte parole latine ed europee riflettenti serialmente lo stesso significato. Per il resto, sulla questione non ci sono ulteriori garbugli.
Questi però arrivano quando alcuni si accorgono che la società sarda non si è limitata a ripetere il refrain auto-referenziale basato su semantiche-fotocopia, peraltro nate in epoca medievale, com’è facile immaginare. Infatti per la Capsella bursa-pastoris vengono presentati quattro nomi fuori contesto: campid. erba de fémminas ‘erba delle donne’, campid. sperra-pillίttus ‘spacca-vulve’, centr. isperra-culu ‘spacca-culo’, sassar. iparra-pacciόcciu ‘spacca-vulva’, (Santulussurgiu) isperra-codzònes ‘spacca-coglioni’.
NPPS, nel passare ad etimologizzare questi termini anomali, scrive intanto che erba de fémminas ‘erba delle donne’ richiama la capacità della pianta «di frenare e regolare i flussi mestruali troppo abbondanti e, aumentando il tono del muscolo uterino, di regolarizzare la cadenza delle mestruazioni». E qui, a ben vedere, il discorso esce definitivamente dai gangheri. Qui non siamo neppure di fronte ad una petizione di principio ma alla mera indimostrabilità. NPPS scrive più in là che la pianta ha nello stesso tempo la miracolosa proprietà di frenare i flussi mestruali e di forzarli a scorrere; qualità contraddittorie dei principii attivi, ambivalenza non dimostrata dai farmacologi, per la quale quel testo non presenta alcuna dimostrazione sul campo, né un’indagine diretta o indiretta presso le donne rurali, anche perchè l’erba de fémminas, nell’imbrigliare i flussi mestruali (ma non il contrario), è in buona compagnia con varie altre erbe, che però non hanno questo strano nome (fémminas) che spiega tutto e nulla.
Per uno dei quattro lemmi osé, che è isperra-codzones ‘spacca-coglioni’, NPPS apparecchia una lunghissima circonlocuzione che lascia la questione irrisolta, a pie’ fermo.
Per quanto riguarda poi le altre denominazioni osé quale sperra-pillittus ‘spacca-vulve’, isperra-culu ‘spacca-culo’, iparra-pacciòcciu ‘spacca-vulva’, NPPS scrive «che questi nomi sottolineano non già le proprietà antiemorragiche della pianta, ma, al contrario, la sua capacità di dilatare i vasi sanguigni, stimolando il flusso nel caso di mestruazioni irregolari» (sic!). Ma che c’entra l’idea di spaccare le vulve, spaccare il culo, con la dilatazione dei vasi sanguigni?!
Noi non possiamo accettare questo metodo d’indagine che per un verso lascia le cose al punto di partenza, irrisolte, per altro verso dà l’impressione (mera impressione) che ogni tessera del mosaico sia stata incastrata bene, per altro verso s’arrampica sugli specchi con invenzioni incredibili. Questo è un gioco di fantasmagorie, un procedere da illusionista.
Serve uno sforzo di sistemazione, e comincio con lo scardinare le evidenti paronomasie che hanno annichilito o reso grottesca tale trattazione.
Comincio da capsella e bursa-pastoris, che sono paronomasie latine produttive di inossidabili paretimologie: capsella passa per ‘piccola cassa’, bursa-pastoris passa per ‘borsa di pastore’; e nessuno si è accorto di tali assurdità. Il frutto, che è una minutissima siliqua triangolare a forma di zeppa, non richiama affatto l’idea della ‘piccola cassa’, richiama semmai la forma della zeppa. Ciononostante, nel periodo latino classico il fitonimo fu costretto al nuovo significato dalla paronomasia, cui si pervenne da un originario accadico kapṣu ‘curvato, distorto’ + ellû, elû(m) ‘alto, lungo, elevato’ (stato-costrutto caps-ella), in relazione al fatto che il fusto esile, quasi filiforme, della Capsella tende a salire verso lo zenith serpeggiando. Quanto a bursa-pastoris, è un composto paronomastico che pretende di fare assomigliare le minutissime silique triangolari alla bisaccia del pastore, la quale invero ha una sagoma fortemente diversa, come visto. La vera etimologia è l’accad. burussu ‘tappo, turacciolo’ + pāštu ‘ascia, scure’, col significato complessivo di ‘tappo (o zeppa) a forma di scure’. In questo modo le cose trovano una precisa sistemazione, poiché la forma triangolare della siliqua è certamente assimilabile ad una zeppa, così come la stessa sagoma piatta e triangolare è fortemente simigliante alle antiche scuri, che erano forgiate in tal guisa per essere strettamente legate al manico.
È ovvio che tutti i popoli medievali che hanno subito direttamente o indirettamente l’influsso della lingua latina hanno adottato la paretimologia della capsella e della bursa pastoris.
Ed ora veniamo alle quattro parole osé:
Quanto a (erba de) fémminas, essa sembra ricevere l’etimologia dall’accad. pēmu ‘coscia’ + enû ‘loincloth or kilt’ (stato costrutto pēm-ena > fémina), col significato complessivo di ‘perizoma, copricosce, mutande’ (suggerito dalla forma triangolare delle capselle).
Quanto a uanto Qustrapuḍḍu de gani ‘reseda’ (Reseda alba L.), NPPS traduce come ‘organo sessuale di cane’. Ma la pianta non assomiglia affatto al ‘cazzo di cane’, e tanto basta per indirizzare altrove l’indagine etimologica. Sono propenso a ritenere come primario il termine indicato dal Wagner, del quale strapuḍḍu sarebbe una variante fonetica. In tal guisa, scrafuḍḍu sembra un composto sardiano con base nell’accad. ḫarû ‘germoglio’ + pūdu ‘sheep’, col significato complessivo di ‘germoglio delle pecore’. Va da sé che s- di scrafuḍḍu ha funzione rafforzativa.
A proposito del latino vērum, da cui si suppone derivi èra, éru, réu. La questione va chiarita, poiché non possiamo lasciarla nel modo come è stata impostata.
Era, éru, ed anche réu, sono aggettivi che definiscono certi fitonimi sardi. Certuni, seguendo Wagner, ritengono che i tre aggettivi siano dal lat. vērum nel senso di ‘autentico, caratteristico’, talchè, per contrapposizione, altri aggettivi (quale burda) darebbero connotazioni di ‘falso, selvatico, poco utile, etc.’. Una delle tante attestazioni di NPPS riguarda la ‘sulla’, assùḍḍa era (Hedysarum coronarium), contrapposta ad assùḍḍa burda (Hedysarum capitatum).
Ma intanto occorre distinguere éru, èra da réu, per non confondere problemi diversi.
Cominciamo da éru, èra. Per sanare definitivamente la questione occorre partire da un altro fitonimo. È il fitonimo sardo più semplice, ossia èra ‘edera’, che NPPS 222 ritiene influenzato dall’italiano èdera e dal latino hedera, mentre in realtà ha la base nell’accad. ēru (a tree). Il fatto che gli antichi Sardiani indicassero tranquillamente l’edera come un ‘albero’ per antonomasia, vuol dire che la vedevano per quella che è, un fortissimo rampicante, che risale non solo ad altezze vertiginose ma pure con dei fusti notevolissimi, paragonabili senza esitazione a quelli degli alberi propriamente detti.
Ciò non toglie che poi, per paronomasia influenzata dal latino, il sardo éru, èra abbia preso a momenti il concorrente significato di ‘vero’. Ciò è attestabile per fenùgu éru (Pastinaca sativa L.); Pistinaga era (Daucus carota, varietà coltivata); figu era (Ficus carica, var. sativa).
Quanto ai due tipi di ‘sulla’ qui indicati, il primo tipo tende ad essere più alto del secondo, quindi l’aggettivo sarebbe conforme al fatto che la piantina si erge di più. Ciò sembra parimenti valido per tanda bera (Papaver somniferum L.), conosciuta quale pianta più grossa e più alta del Papaver rhoeas, non certo perché tale papavero sia più “vero” del rhoeas. Tzinnìbiri éru (Juniperus oxycedrus L.) è così chiamato perché normalmente in sardo è considerato il “vero albero” del ginepro. Ma in questo caso abbiamo dubbi paritetici se in éru prevalga il senso di ‘vero’ o quello di ‘albero’. In ogni modo non intendo prendere posizione su queste piante, e lascio che l’ambiguità giochi per suo conto.
Ma netta è la mia posizione, oltre che per èra ‘edera’, anche per moḍḍìtzi èra e per chessa (b)èra (Pistacia terebinthus L.), per i quali sono da rifiutare le ragioni di NPPS 425-6. In questo caso la base di èra è l’accad. ēru (a tree). I Sardiani conoscevano benissimo il terebinto, un albero che, se lasciato crescere, raggiunge un’altezza e una potenza eguagliabili soltanto dalla Quercus. Prima delle grandi deforestazioni di 130 anni fa, il ‘terebinto’ era il signore del Supramonte. Oggi, a parte i milioni di esemplari che in qualche modo tentano di ricrescere sulle asperrime rocce dolomitiche, conserviamo lo splendido terebinto al centro della dolina del villaggio nuragico di Tìscali. Esso ha non meno di 2000 anni. È stato riferito che pure il celebre architrave che ancora regge la “capanna del capo” del villaggio di Tìscali è di terebinto (non di ginepro come all’inizio scrisse il Lilliu). Infatti non è un caso che il terebinto sia stato conosciuto in passato come l’albero più longevo della storia. Si sa, ad esempio, che il Tempio di Gerusalemme fu “foderato” al suo interno con tavoloni di terebinto e di cedro.
Una considerazione a parte occorre per cramédiu éru (Teucrium massiliense L.). Proprio perché a Dorgali non esiste il ‘camedrio’ propriamente detto (Teucrium chamaedrys L.), non si capisce perché la pianta ivi esistente, chiamata cramédiu éru, si debba contrapporre mercè l’agg. éru a una pianta sconosciuta. Sono d’accordo col Paulis che «le ragioni e le classificazioni della lingua sono diverse dalle classificazioni e dalle ragioni della botanica». Ma proprio in virtù di tale asserzione occorre essere cauti sul significato specifico di éru nel caso dorgalese.
Adesso passiamo a quello che NPPS considera anch’esso come l’aggettivo éru, sia pure quasi sempre agglutinato a certi fitonimi (e metatesizzato). Parlo di -réu, -rèa. NPPS nel fare ciò opera una forzatura logica e fonetica.
In ogni caso, viene elencata in tale fattispecie soltanto il fitonimo carduréu e le sue varianti. Non s’include invece iscarèa e le varianti ul’čaréu, iscraréia. Questo nome indica ‘stelo dell’asfodelo’, ma con minime varianti fonetiche significa, qua e là in Sardegna, ‘asfodelo’ (Asphodelus ramosus vel phistulosus). NPPS traduce letteralmente ‘verga reale’, dal lat. hastula regia, che avrebbe dato hasc’la regia; ma sbaglia, poiché iscraréia, iscarèa è un composto sardiano con base nell’accad. ḫesru, ḫasrum ‘strappato e fatto a brandelli, a listarelle’, come avviene per lo stelo dell’asfodelo, dalle cui listarelle (o dal fusto intero) si fanno cestini. La seconda parte -réja, -réa deriva dall’accadico rē’û ‘pastore’. Quindi iscarea, iscrareja significa ‘stelo tessile dei pastori (usato per i cestini)’. L’asfodelo è la pianta principale nella confezione di ceste e canestri in Sardegna. Si deve notare principalmente la base verbale ḫasāru, che esprime l’insistito concetto di ‘girare attorno, contornare, circuire’, in questo caso riferito al fatto che il gambo dell’asfodelo viene usato (anche intero) facendolo curvare e costruendo con le numerose spire ogni tipo di cestino e di contenitore a forma di vaso.
Quanto a carduréu ‘cardo selvatico’ (Cynara cardunculus L. var. silvestris Lam.), che è l’unica forma dal Paulis ammessa in alternanza fonetica e in somiglianza semantica con éru, lasciamo la parola all’autore: «In contrapposizione al carciofo coltivato, quello selvatico, caratterizzato da foglie con robuste spine gialle e da capolini muniti di squame mediane con grossa spina eretto-patente, è detto (Nuoro) karduvréu, (Bitti) karduréu, (Siniscola) garduléu; log. karduéru, barduéru, barduréu; camp. karduréu, karduguréu, guréu, uréu». Egli ritiene che queste varianti derivino dal lat. VERU (giusto il Wagner). Paulis continua: «Nella categorizzazione popolare del mondo vegetale, i cardi sono normalmente piante spinose, perciò il carciofo selvatico, in virtù delle sue robuste spine, è considerato il “vero” rappresentante del genere di fronte al carciofo coltivato, inerme o con spine rade e brevi, di fronte al cardo, egualmente privo di spine… È da ritenersi quindi molto ben fondata e certa l’etimologia karduréu e varianti = kardu béru esposta dal Wagner, a correzione di quella da kardu féru < FERUS da lui precedentemente avanzata».
È giunto il momento di rendere giustizia a questo (sinora) misterioso carduréu, guréu e sue varianti, considerato dai linguisti alla stregua dell’it. ‘cardo vero’. Ma prima occorre porre attenzione al fatto che in Sardegna non c’è una persona (escluse le famiglie di città) che non vada in campagna a cogliere le lunghissime foglie del cardo selvatico al momento della loro massima potenza vitale. Esse vengono delicatamente ripulite della fila di spine ai lati della costa, ripulite del delicatissimo tomento superficiale che ne accentua il classico sapore amaro, vengono spezzettate, prebollite, quindi messe sott’olio (o sotto aceto o sotto spirito), e costituiscono in tal guisa una leccornia con la quale imbandire la mensa dell’ospite. Se è vero che il carciofo fu importato in Europa dagli Arabi nel Medioevo, allora possiamo dire con sicurezza che carduréu prima di allora era l’unico cardo utilizzato nella mensa dei Sardi, e quindi non va confrontato col carciofo, ma con altri cardi naturali.
Allora, cosa si vuol intendere quando si sostiene che (cardu)réu, guréu, uréu significhi ‘vero’? Si vuole forse dichiarare che tutti gli altri cardi o pseudo-cardi siano ‘falsi’? O si vuole semplicemente immaginare che l’aggettivo guréu fu utilizzato a partire dal Medioevo, per distinguerne la genuinità?
Guréu in realtà ha la base nell’accad. gūru ‘fogliame, foglie’: è quindi un aggettivale sardiano; accompagnato al fitonimo cardu (cardu-réu), ne dichiara la caratteristica: ‘cardo dalle foglie lunghe’, succose, digestive, medicinali.
Termini del neolitico. Della Protostoria si sono scritti spesso miti e leggende, peraltro partigiane, visto che provengono soltanto dal pensiero greco e, per riflesso, da quello latino. Al riguardo, ciò che fa «la differenza nella ricerca è l’interpretazione, la capacità di valutare una molteplicità di valori e di componenti culturali che nessun testo può spiegare, perché quando discettiamo sull’universo dei più antichi antenati viene postulata una realtà che spesso può raggiungersi solo per via d’intuizione» (Semerano).
Nessuno studioso del passato può resuscitare dalla tomba e trasferirci un bagaglio di nozioni tali da aiutarci nella catalogazione delle origini del nostro lessico. Gli scrittori del passato non avevano la dovuta preparazione scientifica che gli permettesse di fare questo. Spetta a noi stabilire, con l’intuizione e l’interpretazione, quali termini possano essere catalogati con sicurezza tra quelli neolitici, tra quelli mediterranei, e così via. Siamo in grado di farlo, basandoci sul testo, beninteso. Qui non occorrono salti nel vuoto, i linguisti hanno a disposizione tanti testi seri, nientemeno che tutti i dizionari prelatini, con le relative grammatiche.
Nelle mie ricerche ho incontrato spesso dei termini classificabili con certezza tra quelli neolitici. Pure certi fitonimi sardi non si sottraggono a tale classificazione, quale ad esempio guádu ‘erba guado’ (Isatis tinctoria L.). Viene data una traduzione simil-italiana, citando il Dizionario Etimologico della Lingua Italiana (DELI), che ritiene la parola ‘guado’ un imprestito dal longobardo *waid ‘erba tintoria’. Ecco, se non è latino, un vocabolo non può che provenire dall’area germanica!
Se le cose stessero così, in sardo la parola potrebbe essere pervenuta per via colta sul finire del Medioevo, per quanto un’ammissione del genere resti gravida di perplessità, anzi metodicamente inaccettabile. Vale in ogni modo far notare che tale base fonetica sarebbe passata ai Longobardi attraverso i Popoli delle Steppe, che sono gli unici ad aver conservato e propagato nell’Eurasia dei termini che risalgono quasi sempre alla Cenosi Neolitica.
Ammessa e non concessa la trasmissione ai Longobardi mediante i Popoli delle Steppe, resta il fatto che la base fonetica più antica a noi nota di guádu è testimoniata dall’accad. ḫadû ‘gioioso’, hadû(m) ‘gioia’, col significato di ‘(erba della) gioia’ a causa del suo portamento simile a quello delle ombrellifere ed a causa dei fiori dal bel colore giallo.
I Popoli delle Steppe devono aver giocato un ruolo positivo e determinante, fin dall’Età Neolitica, nella disseminazione di quelle parole e fitonimi sui quali finora l’interpretazione ha fallito. Non fu soltanto merito loro, beninteso. Altre parole e altri fitonimi sono rintracciabili per tutta Europa, senza che per essi si debbano tirare in ballo le millenarie migrazioni o fluttuazioni dei popoli. In ogni modo è un classico portato neolitico, addebitabile ai Popoli delle Steppe, il fitonimo sardo caccu (frutto e albero). Il Devoto lo presenta come “albero delle Ebenacee (Dióspyros kaki) originario della Cina e del Giappone”, quindi ritiene il nome di origine giapponese. Anche il DELI fa le stesse presentazioni, scrivendo che il termine apparve in Italia nel 1836.
Con l’intuizione e l’interpretazione possiamo dare il nostro contributo alla questione, cominciando a spiegare che la base etimologica è il bab. ḫaḫḫu 'albero da frutta'. I linguisti semitisti, schiacciati dall’autorità dei nostri patres patriae, pensano che tale albero da frutta si riferisca alla susina o alla pesca: non se la sentono di proporre tout court il kaki, mentre io penso proprio al kaki, com’è ovvio. Di conseguenza c'è da immaginare che nell'alta antichità sumera (oltre 5000 anni fa, ma è meglio immaginare il fatto avvenuto nel lungo periodo neolitico) l'albero o il suo frutto sia pervenuto in Mesopotamia attraverso le vie carovaniere e da qui si sia espanso nel Mediterraneo. Il nome in babilonese significa anche 'phlegma, mucus', e sembra che il nome del frutto sia proprio originato dalla sua consistenza organolettica, dalle sue caratteristiche "mucose". Il fitonimo è un classico termine sumero-semitico, che ha la base nel sum. hahala 'commestibile'. Se accettiamo che il frutto sia provenuto dall'Estremo Oriente, è però più semplice immaginare che il nome sumero-akkadico sia ritornato in Estremo Oriente grazie all'altissima considerazione che in Asia si aveva per la lingua e la civiltà sumerica.
Presento come ovvia la possibilità che un fitonimo sia ad un tempo neolitico e mediterraneo. Tale è, ad esempio, dίpsacos, δίψακος, che viene trattato qui appresso.
Termini mediterranei. La grande Lingua Mediterranea non solo è esistita davvero, ma era pure molto variegata e vastamente imparentata, concatenata. Le singole lingue nazionali che la componevano non hanno mai subito alcuna prevaricazione dall’egemonia culturale che si manifestò da Alessandro in poi ad opera di due popoli (quello greco e quello latino) arricchiti da millenari ma non esorbitanti apporti indoeuropei: lo zoccolo duro mediterraneo ha continuato per millenni a vigere ed operare. In relazione ai fitonimi, voglio proporne due: δίψακος e fruscu.
Dίpsacos, δίψακος è il nome greco (Dioscoride 3,11) del ‘cardo dei lanaioli’ (Dipsacus fullonum L., Dipsacus ferox Lois., Dipsacus sylvester L.), che certuni credono basato su dipsa ‘sete’, trascritto in latino come dipsacos, dipsaca (Plinio, N.H. 27,71; Ps.-Apul. 25,15). Il nome greco allude, secondo NPPS, alle lunghe foglie basali opposte ma reciprocamente «fuse a formare una coppa poco profonda attorno al fusto, in cui si raccoglie l’acqua piovana e la rugiada».
Tale spiegazione ha dell’incredibile, poichè neppure gli uccelletti sarebbero in grado di bere quell’acqua, se mai il “catino” ne trattenesse. Gli uccelletti, dopo la pioggia o la rugiada, trovano assai più facile (se non bastassero le piccole o grandi pozze) bere le gocce rapprese sulle foglie della selva mediterranea, ricca di sclerofille lucide e prive di spine, senza affaticarsi a trovare posizioni assurde su foglie irte di spine ed assorbenti come quelle del Dipsacus.
È facile accorgersi che δίψακος è un termine mediterraneo che ha la base nell’accad. dišpu ‘miele, sciroppo’ + saqqu ‘sacco’ (metatesi: *dips-sacco), col significato sintetico di ‘sacco di miele’, e quindi capire che non alla sete pensava il popolo quando forgiò (10.000 anni or sono?) questa parola usata pure dai Greci, ma al fatto che i grossi capolini ovoidali del Dipsacus producono ognuno una miriade di fiorellini che vengono bottinati dalle api per produrre un miele raffinatissimo. La quantità del miele bottinaio in un Dipsacus è veramente prodigiosa: da qui il termine accadico.
Vediamo adesso il sardo fruscu, frùsciu, fruscru (Logudoro), frùschiu, ruscu, rùschiu (Nule, Siniscola) ‘pungitopo’ (Ruscus aculeatus L.). Nel ricordare la ricorrenza del fitonimo nei testi medievali della Sardegna, si fa notare che la forma latina usuale è ruscus (Virgilio, Plinio, Pseudo Dioscoride), ma c’è pure la variante bruscus. L’origine latina del fitonimo sardo sembrerebbe quindi incontestabile, secondo certuni.
Eppure questo fitonimo è non solo latino ma parimenti mediterraneo, e sia i Latini sia i Sardiani attinsero alla stessa base che è accadica: purûm ‘abuso’ + ušku ‘servitore’ (stato-costrutto pur-ušku > *p[u]ruscu > fruscu), col significato complessivo di ‘fomentatore di abusi’ (con riferimento ai bimbi belli, per i quali gli uomini del tempo andavano pazzi, essendo comune la pedofilia). Questo nome è giustificato dal fatto che il pungitopo è una pianta assai graziosa, richiestissima in periodo natalizio ed a fine anno per adornare i regali, i pacchi, le corone, gli addobbi. L’uso della piantina fu così grande (lo è stato fino a un decennio fa), che in Sardegna oramai il pungitopo è in via d’estinzione. La sua rarità lo sta paradossalmente salvando, perché la gente s’astiene dal cercarlo nel più folto delle foreste protette, dove è sopravvissuto in minima parte.
Un altro fitonimo mediterraneo, tra i tanti inseriti nel Vocabolario Etimologico di “Flora Sardōa”, è limba de cane. Ma per esso vedi la trattazione successiva.
Accadico vero e proprio. Più avanti, a proposito dello stato costrutto, tenterò di accennare quanto basta su uno fra i numerosi fenomeni grammaticali semitici presenti nella lingua sarda. Vorrei però fosse chiaro anzitutto che i Sardiani non accattarono affatto la lingua accadica trasponendola nella propria parlata. Ne assunsero certamente la gran parte dei vocaboli, ma intanto modificarono (in parte) la giustapposizione delle parole, operando dei composti secondo le proprie abitudini peculiari. Presero inoltre da quella lingua altri aspetti grammaticali, che oggi riemergono nel sardo come frustuli ben catalogabili, ma che non esemplifico in questo volume, per economia di spazio.
Attenendomi al tema dei fitonimi, osservo che il sardo limba de cane ‘cinoglosso o lingua di cane’ (Cynoglossum officinale L. o Cynoglossum creticum L.) è una traslazione diretta dall’accadico, almeno con riguardo alla semantica. Si noti che la semantica relativa alla lingua del cane è comune un po’ a tutta l’Europa antica e moderna, a cominciare quindi dai Greci e dai Romani per giungere sino alla Svezia, alla Polonia, alla Romania, alla Spagna. Da ciò abbiamo le prove che questo termine fu non soltanto mediterraneo, ma addirittura pan-europeo. La sua origine si deve ovviamente supporre nel Neolitico, se non nel Paleolitico. Ma va segnalato che pure la lingua accadica, già 4300 anni fa, aveva per il Cynoglossum la stessa definizione (lišānu kalbi = ‘lingua di cane’). Ciò lascia intendere che nella fitonimia mediterranea ed eurasiatica la semantica prevalse spesso sulla fonetica (lo abbiamo già notato in tante parti di questo Capitolo), onde ogni popolo abbandonò presto o tardi la fonetica originaria (neolitica?) in favore dei significanti della propria parlata.
Stato costrutto e suffissi in -i. Una delle caratteristiche grammaticali del semitico è lo stato costrutto, che fu traslato integralmente (o esistette ab origine?) nella lingua sarda.
In sardo lo stato costrutto viene utilizzato ancora oggi in quanto tale, e la sua legge formativa presiede pure alla costruzione dei composti, che in sardo sono numerosi, come si sarà notato proprio a proposito dei fitonimi e come si noterà per quasi tutti i fitonimi elencati nel Vocabolario Etimologico di “Flora Sardōa”.
Si osservi che, mentre fra quelli di origine sumerica i nomi composti sono frequenti (per es. ekallum 'palazzo' < é gal 'casa grande', asugallum 'medico-capo' < a-zu gal 'medico grande'), piuttosto rari sono fra quelli propriamente semitici, essendo estranea alle lingue semitiche la composizione dei nomi. In Grecia era una regola comporre sovente i nomi propri o di altro genere. Non è un caso che gran parte dei nomi non-composti dell’Antica Grecia siano considerati di origine non-greca, e non è un caso che molti di loro siano traducibili soltanto con le lingue semitiche.
In campo semitico la composizione è possibile soltanto nella formazione dello stato costrutto, in cui il reggente e il retto costituiscono una unità concettuale. Il nome composto (perché di questo si tratta) ha origine dalla fusione dei due elementi in una unità morfologica. Es. šamaššammum 'sesamo' (lett. 'olio di erba'); rabisikkātum 'sovrintendente alle dighe' (un alto ufficiale). Le parole composte semitiche abbondano fra i nomi propri di persona: lo stesso avviene per i cognomi della Sardegna (originati anch’essi dai nomi propri), la gran parte dei quali ha origine semitica, diversamente da quanto ne pensa Pittau.
Diverse forme di st.c. prendono una vocale di appoggio (ausiliaria) che è generalmente i in fine di parola: libbi alim 'il centro della città'; kakki nakrim 'l'arma del nemico'.
Ma cos’è lo stato costrutto? Gli orientalisti suddividono gli stati del nome di parecchie lingue semitiche (assira, babilonese, accadica, ebraica, aramaica etc.) in:
Non sto a precisare minutamente nella sua complessità questo fenomeno grammaticale semitico.
Ai nostri fini è sufficiente (e tuttavia importante) sapere che, seguendo una serie di passaggi fonetici, lo stato costrutto semitico si presenta precipuamente nelle due forme fondamentali che sono, per il sostantivo reggente:
a) la perdita della desinenza: ossia al singolare le forme dello stato costrutto si ottengono togliendo al nome in status rectus le desinenze della declinazione;
b) l’assunzione della vocale finale in -i: ossia il reggente prende una vocale di appoggio (ausiliaria) che è generalmente i in fine di parola.
Nessuno dei linguisti che si sono applicati alla grammatica sarda attuale, in specie a quella logudorese (ed a quella del dialetto sassarese, incredibilmente catalogato come “italianizzante”), si è reso conto che la lingua sarda conserva ancora intatto uno stato costrutto identico a quello semitico, per quanto esso presenti talora degli adattamenti peculiari che sottolineano per un verso l’arcaicità del fenomeno sardo, per altro verso la sua autonomia e la distanza tra il Vicino Oriente e la Sardegna, onde i due fenomeni, millennio dopo millennio, sono rimasti reciprocamente isolati ma, ripeto, incredibilmente identici nella forma.
In accadico-assiro-babilonese, ma pure nell’ebraico biblico, lo stato costrutto è una sequenza di sostantivo reggente + sostantivo retto al genitivo. Quindi: šēmi ikribī ‘esauditore della preghiera’ (da šēmūm ‘esauditore’), lēqi unnēnim ‘colui che accoglie la supplica’ (da lēqûm ‘colui che accoglie’).
In Sardegna la forma di stato costrutto sopravvissuta è più fungibile, quindi può servire a formare il legame grammaticale reggente-retto, ma pure altri legami, precipuamente i composti, come dicevo.
La forma semitica dello stato costrutto sardo è attiva ancora oggi (quindi non è, come si potrebbe immaginare, un relitto linguistico), e funziona per una miriade di locuzioni, a cominciare da quelle del tipo sassar. cabi isciaibiḍḍádu ‘testa matta’ (letteralmente: ‘scervellato quanto a testa’, con una funzione logica simile a quella dell’accusativo alla greca); o curi-sáida, che a Sassari indica la ‘cutrettola’ (Motacilla flava), un curioso passeraceo invernale, che dimena freneticamente la coda, tenendola alta e fremente. La fantasia popolare gli diede un nome che nessuno oggi può capire, dall'accad. ḫūru ‘figlio’ + ṣaḫittu 'desiderio (sessuale)', ṣaḫittu ‘colei che viene desiderata’: st.c. ḫuri-ṣaḫittu, col significato sintetico di ‘bimbo, bimba con la frenesia d’amore’.
Ci sono molte costruzioni sarde che conservano lo stato costrutto nelle stesse posizioni assunte da quello semitico, quindi nella forma reggente-retto. Faccio alcuni esempi, il primo dei quali è il fitonimo (canna) aresta gallur. ‘cannuccia’ (Arundo phragmites L.), che non è la ‘canna selvatica’ (come si pensa) ma un composto sardiano basato sull’accad. aru ‘gambo, stelo’ + aštu ‘rami; fogliame’ (st.c. ar-aštu), col significato sintetico di ‘(canna) a gambo ramificato, o con fogliame’ (con riferimento al fatto che queste cannucce, oltre alla vistosa pannocchia sommitale, hanno moltissimi rametti laterali).
Altro stato costrutto è ninniéri (Fonni) ‘rosa di macchia’ (Rosa canina L.). NPPS sostiene che «questo fitonimo fonnese, rimasto oscuro al Wagner, è chiaramente derivato, per mezzo del suff. -éri di nomen agentis (HWS 75-78), da log. ninniare ‘cullare e addormentare i bambini cantando la ninna-nanna’. Ma NPPS non coglie il vero etimo di ninniéri, per il fatto che il fitonimo fonnese è un composto sardiano con base nell’accad. nīnû (a medicinal plant) + erû ‘aquila’ (stato costrutto nīni-erû), col significato complessivo di ‘pianta delle aquile’. Non a caso questo fitonimo è nato nel paese più alto della Sardegna, sull’acrocoro del Gennargentu, dove le aquile reali erano numerose, ed ancora oggi volteggiano indisturbate.
Altro stato costrutto è il fitonimo piricόccu ‘perlina minore’ (Bartsia trixago L. o Bellardia trixago L.). Certuni pensano al traslato che in campidanese indica il ‘sesso della donna’, e immagina che il fitonimo si riferisca al frutto peloso (sic) di queste piante. Ma sbagliano. Piricóccu è un composto sardiano con base nell’accad. per’u ’germoglio’ + quqû (designation of a snake), st.c. per’i-quqû, col significato complessivo di ‘germoglio dei serpenti’. I Babilonesi usarono spesso il primo membro (per’u) nei composti a indicare un tipo di pianta: vedi ad esempio per’u kalbi = ‘germoglio di cane’.
Arizáru (Arisarum vulgare Targ.) è un’aracea sardiana, da accad. arītu (a knife, dagger) + āru ‘guerriero’, col significato complessivo di ‘spada di guerriero’ a causa dello spadice che contraddistingue questa aracea. Va da sé che pure il suo nome latino ha base accadica.
Ci sono moltissimi altri fitonimi sardi in stato costrutto. Ma, per non tediare, desidero divagare presentando due toponimi tra i tantissimi analizzati nel mio “Toponomastica Sarda”. Il primo è Aritzo, che indica il ‘sito (ara) delle sorgenti (barbar. itzo, itze, allotropo del merid. mitza)’; l’altro toponimo si differenzia di poco ed è Lanaittho, che significa ‘il compendio (la‛ana) delle sorgenti (itho)’.
In Sardegna non tutti i composti presentano lo stato costrutto nella sequenza reggente-retto. Spesso la costruzione si capovolge, presentando la sequenza retto-reggente (mutatis mutandis, lo stesso fenomeno avviene nella sintassi sarda per le domande, del tipo cumprésu m’asà? ‘mi hai capito?’).
Un esempio classico può essere al riguardo il cognome Aléssi, Alèsse, che è uno stato costrutto da accad. ālu 'villaggio' + essû 'pozzo', che in sardo viene a significare 'il pozzo del paese'. Questa costruzione è accadica al 100%, ma gli antichi Accadi, secondo le loro leggi grammaticali, la capovolgono: essû āli 'pozzo del paese'.
Altro stato costrutto capovolto rispetto ai canoni accadici è áliga campid., àħa ‘immondezza’ sassar., àrga centr. e log. Va ricordato l’uso degli antichi (compresi i Sardi) di accatastare i rifiuti urbani fuori della porta del villaggio o della città, nel luogo chiamato muntunággiu, o muntronárdzu. Si badi bene, lo chiamavano muntonaggiu, non muntòni ‘mucchio, cumulo’. Wagner fa derivare muntòni dal lat. mons, montis, mentre invece l’origine è dal bab. mu’(ud)dû ‘(large) quantity; multitude’ < mâdu ‘diventare o essere molto numeroso’, ma’dû, madû ‘(large) quantity, wealth, abundance’. A tale termine si appose nel medioevo il suffisso -òne, -òni accrescitivo, e da muntòni nacque muntunággiu col significato di ‘luogo della ricchezza’. Questo è il concetto che gli antichi avevano di s’áliga, considerato il suo inestimabile valore nella concimazione dei campi. Quanto alla sua etimologia, essa non deriva dal lat. alga ma dall’accad. ālu ‘villaggio, città’ + ikû ‘campo’ (st.c. āl-ikû), col significato complessivo di ‘campo comunale’, ‘luogo comune di gettito’.
Launèḍḍas è un altro stato costrutto capovolto. Questo strumento musicale della preistoria sarda, unico nel suo genere nella tipologia universale degli strumenti arundìnei, viene ancora usato, anzi sta conoscendo un momento di grande fortuna. È fatto di canna, composto da tre corpi chiamati mancòsa, mancosèḍḍa, tumbu o básciu. La canna più lunga e più grossa, su tumbu, funge da bordone e fornisce un’unica nota continua. Il tubo di media grandezza è la canna melodica, fissata al tumbu e suonata con la mano sinistra (le due canne unite si chiamano croba). La minore delle tre canne (mancoseḍḍa o destrìna) è tenuta libera e suonata con la destra. La tecnica per suonarle è quella di creare la camera d’aria dentro le gote, tenendole costantemente gonfiate. L’etimo è un composto accadico da laḫu ‘mascella, bocca, ganascia’ + nīlu ‘ingolfamento, riempimento, allagamento’.
La -q-, -k- (-g-) muta in -p-, -b-. Importa notare che nella Sardegna del Medioevo si usò tale equivalenza, secondo le aree linguistiche; ed ancora si usa. Ma è più importante notare che l’ambivalenza (fungibilità) di questo esito fonetico era un fenomeno mediterraneo. Ad esempio, già i Latini ed i Greci utilizzavano per proprio conto questa equivalenza, basandola sulla -p- originaria attestata tra gli Accadi. Ma andiamo con ordine.
Le basi latine del tipo bos, bubus, būbŭlus, con l’ineliminabile suono di b- e -b-, hanno l’etimo nel sumerico gu-u ‘bue’ (lo abbiamo già visto), mentre il fitonimo sardo ule è linearmente confrontabile con l’accad. ullu, senza ulteriori complicazioni.
Quest’ultima osservazione non significa che i Sardiani fossero esenti dalla trasposizione velare > labiale. La usarono, e mantennero la fungibilità di tali consonanti, riconoscendo questa legge mediterranea. Wagner nel suo Historische Lautlehre des Sardischen (trad. Paulis) cita alcuni esempi nel paragrafo 129. Possiamo citare quindi abba – aqua, battor – quattru, battu – gattu, bula – gula, Bainzu – Gaìnu, bettáre – ghettái, ecc. Ma è pur vero che al 99% dei casi i Sardiani conservarono (e conservano ancora oggi) per proprio conto la -p- originaria degli Accadi.
Uno dei tanti esempi può venire proprio dal fitonimo aspiḍḍa, asprìḍḍa, abrìḍḍa, arbìḍḍa ‘scilla o cipolla marina’ (Urginea maritima Bak.). NPPS 215 lo considera tout court una derivazione da lat. scĭlla, gr. σκίλλα, e comunica che «il nome, anche sotto forma di derivati, è attestato già nel sardo medievale: CSP 309 Aspilletu; CSMB 5 ki posit Petru Alla in Arsbilledu; CV, XI,4 su erriu de guturu d’esquilla». Ma si noti che nei testi medievali sardi fu conservata la -p-, -b-, accanto alla -q-.
In ogni modo il composto sardiano aspìḍḍa ha la base nell’accad. (w)aṣû ‘sollevarsi molto, crescere molto’ + pillû (a plant), col significato complessivo di ‘piantina dalla forte crescita’ (com’è tipico della scilla, la quale si caratterizza per il lunghissimo scapo senza foglie, che raggiunge anche 1,5 metri).
In tal guisa, possiamo pensare che proprio aspìḍḍa fosse il prototipo del fitonimo sardiano, che poi generò per corruzione asprìḍḍa, abrìḍḍa, arbìḍḍa (mentre il camp. squìḍḍa è italianismo).
Il problema dell’etimologia. Ho già scritto, non a caso, e lo ripeto in finale, che l’aggettivo greco étymos vuol dire ‘vero’, e che l’étimo è la parola più antica, documentata o ricostruita, cui si possa risalire percorrendo a ritroso la storia di una parola. Occorre quindi risalirla tutta, questa storia, per approdare ad un etimo valido che sappia veramente di origini.
Gli etimologisti accademici approfondiscono le proprie indagini dai tempi moderni sino allo strato romano, e lì chiudono. Così fanno specialmente per la lingua sarda, che viene rigorosamente catalogata tra quelle neolatine.
Ma debbo rimarcare una seconda tara, spesso presente tra gli etimologisti. Essi credono di fare etimologia anche col semplice affiancare un vocabolo ad un altro foneticamente simile, inducendo il lettore, con fare subliminale, a credere che il primo derivi dal secondo. Invece tale operazione non basta, se non si dimostra anche la comunanza del campo semantico.
Infatti, fare etimologia significa costruire un triangolo: ai due spigoli della base corrispondono i due vocaboli foneticamente messi a confronto, al vertice del triangolo convergono i significati o i campi semantici affini ai due vocaboli. Purtroppo, molto spesso l’obbligatoria convergenza al vertice non viene neppure tentata, quindi non si fa etimologia.
Un “corollario” derivato dall’assenza di convergenza è il seguente: che normalmente gli etimologisti, nell’affiancare i due lemmi, s’appagano nel dichiarare, ad. esempio: “il sardo pàimma, prama, pramma (Phoinix dactylifera) deriva dal latino palma (cfr. gr. παλάμη 'palma’)”.
Ma, ammesso e non concesso che tale fitonimo sardo derivi direttamente dal latino, ed ammettendo invece come ovvio che il lat. palma derivi in linea diretta dal gr. παλάμη, ho il diritto di sapere qualcosa di più importante, tale da portarmi al vertice del triangolo: che cosa significa παλάμη? È qui che i linguisti diventano saltimbanchi: intessono una ridda di ipotesi e di riferimenti al fatto che già Alessandro conobbe queste piantagioni nel Vicino Oriente, che successivamente furono conosciute dai Romani. Circa l’ipotesi che colà la ‘palma’ fosse o non fosse già chiamata con tale nome, c’è un saltare frenetico sui banchi, sperando di schizzar via: nessuno sta più fermo, si cercano vie di fuga, le gambe fanno “Giacomo-Giacomo”, la fibrillazione tocca vertici da sala di rianimazione. Infatti non si riesce a procedere.
Già, che cosa significa paláme? Se avessero aperto il dizionario accadico avrebbero saputo che è un composto di palû ‘uovo’ + amû ‘una pianta spinosa’ (stato costrutto pal-amû), col significato complessivo di ‘pianta spinosa che produce uova’. Il composto accadico si riferisce proprio alla pianta da datteri, coi rami dalle foglie fortemente aculeate. Alcune palme producono notoriamente dei frutti molto grandi, somiglianti alle uova dei grandi uccelli o della galline di media taglia.
Con l’imperversare di procedure omissive come quelle sin qui denunciate, è chiaro che il lettore si ritrova a dover accettare per fede, senza dimostrazioni, una procedura vantata per “etimologica” ma che etimologica non è, nella quale fanno bella mostra di sé anzitutto i tre errori metodologici indicati: 1 limitatezza dello scavo storico, 2 suggerimenti subliminali di identità non provate, 3 convergenza semantica non provata. A questi tre errori aggiungo un quarto errore, anch’esso scientificamente inaccettabile: il linguista spesso riesce a convincere il lettore (anche qui la procedura subliminale signoreggia) a credere che la lingua sarda non sia altro che un sottoprodotto, diventato lingua e scibile soltanto grazie all’apporto dei Romani, dei Catalani, degli Spagnoli, degli Italiani, persino dei Baschi. E così il lettore s’appaga nel credere che i costruttori dei nuraghes grugnissero come i maiali.
Nel presente Capitolo ho denunciato questi e tanti altri errori: ne ho contato 20. Se il lettore mi ha seguito, rimane avvertito di guardarsi da chi non mette in luce la propria metodologia di ricerca etimologica, o che, pur facendolo, non sradica le 20 malepiante che sono andato denunciando.
Item ordinamus, chi dognia persona, chi hat a haviri vingia, over ortu, illu deppiat cungiari over de muros, over de fossu, over de clesura; e cungiadu chi hat a esser, illu deppiat fagheri provvidiri peri sos Jurados predittos, chi hant a esser a ciò allettos, e deputados... “Inoltre ordiniamo che ogni persona che avrà vigna, oppure orto, lo debba cingere con muro o fossa o siepe; e dopo cinto lo deve far controllare dai predetti Giurati pubblici, a ciò eletti e deputati...” (Carta de Logu, cap. 134).
Volemus, ed ordinamus, chi cussu pubillu de vingia, over de ortu, chi hat a esser approvadu, e recividu pro cungiatu, ...chi hat a acattari bestiamen domadu, over rudi in alcuna dessas dittas vingias, over ortos approvados pro cungiados, siat tentu, e deppiat in poderi suo su dittu bestiamen occhiri... “Vogliamo e ordiniamo che il padrone di vigna od orto che sarà stato approvato e ricevuto per chiuso,... il quale ritroverà bestiame domato o rude in alcuna di dette vigne od orti approvati per chiusi, sia tenuto e debba, per quanto è in suo potere, uccidere quel bestiame...” (Carta de Logu, cap. 135).
Sono numerosi i capitoli ed i passi della Carta de Logu che citano le vigne. Questi due capitoli, assieme ad altri, sono espressamente dedicati. Il Giudice Mariano, che anticipò il Codice Agrario, e sua figlia Eleonora che perfezionò l’intero Corpus Juris dell’Arborèa nel primo Quattrocento, furono severissimi contro coloro che avessero introdotto il bestiame, o lo avessero lasciato libero di introdursi, nelle vigne. Le vigne e gli orti venivano accatastati presso i giurati pubblici, e l’evento era reso noto alla collettività (cap. 134). Non si guardava in faccia a nessuno nell’uccidere (obbligatoriamente) il bestiame invasore, fosse pure di proprietà del Giudice.
I commentatori sono rimasti interdetti per questa regola draconiana, mirante ad una protezione assoluta delle vigne (e degli orti) a scapito dell’economia pastorale. Ma costoro non si sono resi conto, a quanto pare, di com’era veramente strutturata l’economia primaria ai tempi di Eleonora d’Arborèa. Gli studi in materia sono carenti nell’indagine del non-detto, nel dare cioè corpo alle ombre lunghe gettate dal testo. L’analisi in filigrana del testo consente di entrare in una storia che sembra appartata nel silenzio, e con l’intuizione e l’interpretazione siamo in grado di capire che il rigore inflessibile nel proteggere le vigne era funzionale a un fatto che le leggi non potevano mettere in chiaro: il Regno di Arborèa aveva un suo preciso peso nel commercio internazionale dei vini, e non aveva alcuna intenzione di rendere carente o insicuro questo comparto.
Peraltro anche l’analisi etimologica degli oltre cento nomi di vitigno (e di vino) ci porta alla stessa conclusione. Più oltre spiegherò che tutti i nomi delle viti presenti in Sardegna (escluse quelle poche introdotte negli ultimi 60 anni) sono autoctoni, sono stati creati su suolo sardo fin da epoca arcaica, forse già 10.000 anni fa. Ciò porta a chiedersi che interesse ebbero i Sardiani a plasmare puntigliosamente oltre cento nomi, se non quello di marcare orgogliosamente un fatto che (letto anch’esso in filigrana) conduce ad una constatazione stupefacente. I Sardiani avevano coscienza che le uve ed i vini prodotti nel territorio sardo erano non solo di una bontà indiscussa, ma che tale bontà era un patrimonio diffuso e documentato da tanti vitigni l’uno dall’altro distinti, conservati e tramandati da millenni, da epoche che sfumavano nel mito.
Ma perchè la Sardegna ha oltre cento nomi di viti autoctone, mentre le altre regioni d’Italia ne hanno molti di meno? Inoltre mi chiedo perchè nelle regioni donde si crede originaria la vite i loro nomi siano quasi inesistenti.
Dove ci fu letteratura, in essa si celebrarono pure i vini. Isaia seppe imprimere sensi di alta poesia al celebre Canto della vigna.
Canterò per il mio diletto
il mio cantico d’amore per la sua vigna.
Il mio diletto possedeva una vigna
sopra un fertile colle.
Egli l’aveva vangata e sgombrata dai sassi
e vi aveva piantato scelte viti;
vi aveva costruito in mezzo una torre
e scavato anche un tino.
Egli aspettò che producesse uva,
ma essa fece uva selvatica. (Is V 1-2)
Non è da meno il Cantico dei Cantici 1,6: Mi posero come custode delle vigne; lo stesso Ct al passo 3,5 recita ancora: Sostenetemi con focacce d’uva passa (pan di sapa), ristoratemi con mele, perchè io sono malato d’amore.
Normalmente la vite viene citata dalla Bibbia soltanto col nome generico (Gn 9,20; Dt 8,7-8; Is V 1-2; Amos 9,13; Giov 15,1-2). Possiamo aggiungere però che gli Ebrei dicono tiroš per ‘vino’ ( pתִּירוֹשׁ ), da cui pare provenga il nostro ampelonimo (e vino) Ziròne, ambedue con base nell’akk. ṭīru che indica un non meglio precisato genere di ‘alberello’ (ma è meglio l’aggettivo accad. ṣīru(m) ‘esaltato, supremo, splendido, eccellente; di alta qualità’). Dobbiamo inoltre ricordare che l’ebraico nāsaq ( ךּ pסַ נַ ) significa ‘versare (il vino), fare libagione, offerta di vino’: tutto ciò riferito specialmente al vino delle offerte, al vino sacro (oggi diremmo vino da messa). Proprio da ciò derivò il nostro ampelonimo Nasco. Non dobbiamo poi dimenticare il vino sardo Pascàle, dal nome autoreferente, che richiama la Pasqua. La Pasχa (ebr. Pesaχ) è la più grande festa ebraica, quella in cui è consentito persino ubriacarsi. Il ‘vino pasquale’ dev’essere dunque il migliore in assoluto.
Isaia scrisse il suo brano intorno al 730 av.C. Ma fu Noè ad introdurre la coltura della vite, secondo il mito biblico. "Noè cominciò a essere lavoratore della terra e piantò la vigna. E bevve del vino e s'inebriò" (Gn 9,20).
L’esistenza del celebre Patriarca risale a molti millenni prima di Cristo: come dire che la coltivazione della vite nel Vicino Oriente si perde nella notte dei tempi. Dal che si capisce quanto fosse espansa la coltivazione nella Mezzaluna Fertile.
Il fatto che spremendo l'uva si ottenesse una bevanda piacevole, è una scoperta che dovrebbe risalire al Paleolitico; la rudimentale vinificazione dell'uva selvatica precedette la coltivazione della pianta. Gli uomini del Neolitico pigiavano l'uva insieme a bacche di rovo, lampone e sambuco, in fosse scavate nella terra e rivestite d'argilla. Secondo scavi condotti in Libano, Turchia e Siria, tracce della parte più interna degli acini d'uva potrebbero essere datate già all'inizio dell'VIII millennio. L'antichità della scoperta del processo è confermata dal recente (1991) ritrovamento di tracce di vinificazione all'interno di vasi fra le strutture del villaggio neolitico (5400-5000) di Hajji Firuz Tepe sui monti Zagros (Turchia). Le più recenti ricerche condotte in varie località dell'arcipelago greco farebbero risalire al III millennio la preparazione del vino in quell’area. Lo stesso può dirsi per l'Antico Egitto, come testimoniano i monumenti egizi con scene di vinificazione.
Da questo excursus si nota che la vite è sempre stata di casa nell’Europa meridionale e nel medio-basso Mediterraneo. Probabilmente già cento milioni di anni fa, con l’inizio dell’Era Terziaria, esistevano le vitacee le quali, dopo le fasi glaciali del Pleistocene, si conservarono solo in alcuni territori, compresi quelli asiatici e americani. La paleontologia dimostra che la vite esiste nella penisola italiana almeno dal principio del Quaternario (ca. 2 milioni di anni).
Nonostante l’ampia prospettiva qui su proposta, che suggerisce un’origine policentrica della viticoltura, prevale l’idea che i primi viticultori fossero semiti, precisamente Cananei o Arri (antichi abitatori della Mesopotamia). Facile arguirlo, poichè l’aridità dei loro suoli ha conservato ciò che in Sardegna (tanto per citare) è stato deteriorato dal clima. E le evidenze quantitative fanno assurgere la statistica a ragione dirimente.
Ciò non toglie che i fautori delle origini semitiche cadano in contraddizione. Ad esempio, ammettono a un tempo che tutto ebbe origine nella Mezzaluna Fertile, ma sospettano un’origine indoeuropea della viticoltura, stante la base armena dei nomi 'vite' (aiki) e 'vino' (guini). A rafforzare l’opinione “indoeuropeista” ci si è messo pure Noè, che andò ad arenarsi proprio sulle montagne dell’Armenia. Ma è proprio dall’episodio del Diluvio che si arguisce, per quei tempi, una cultura comune a tutta l’Eurasia, ivi compreso il Vicino Oriente, se è vero che a tramandare la notizia di Noè sull’Ararat, un luogo lontanissimo da Canaan, furono gli Ebrei e con essi i Sumeri (che chiamarono Noè con altro nome).
Non si è resa però la dovuta giustizia al fatto che la lingua scritta più antica del mondo (quella sumera) contiene già il nome della vite e del vino (vitis = geštin; cantina del vino = ekurun; e qui, in ekurun, si legge in filigrana la stessa radice di aiki); mentre il neo-babilonese scrive esplicitamente īnu ‘vino’ ripetendo a un dipresso la radice armena guini.
Però in Sardegna il termine bìde, ìde ‘vite’ doveva già esistere fin da allora. E quindi non è detto che la forma sarda derivi dal latino, poichè anche il latino vītis ha una base nell’accadico. Come nota acutamente Semerano (OCE II 616), la vite è un rampicante, ed ha la base in accad. ebēṭu ‘legare; essere avvinto’, da cui ebītu (una pianta non meglio identificata); ma accanto a queste forme c’è ebṭu ‘essere gonfio, turgido, swollen’, ebēṭu(m) ‘to swell up, gonfiarsi, ingrossarsi’, riferito ai grappoli d’uva. Ma a mio avviso il Semerano sbaglia. Giusta la sua intuizione che la vite è un rampicante, il sardo ìde, bìde ‘vitis’ ha la base nell’accad. bītu ‘tenda, abitazione’. Tenendo conto che le abitazioni di molti popoli della Mezzaluna fertile furono spessissimo una mera tenda, è da lì che prende origine il nome della vite, in considerazione che essa cresce e s’espande “a tendone, a pergola”.
Si vede che nell’Eurasia l’effetto “Torre-di-Babele”, pur essendo già in atto, non era ancora stato in grado di sconvolgere tutto, quindi sopra e sotto il 40° parallelo si godeva di una cultura vasta e uniforme, dove la koinè linguistica era un fatto assolutamente normale ed universale, e le parole, sia pure con fonetica alterata a seconda del popolo che le pronunciava, erano molto simili e legavano assieme il Sumer, la catena caucasica, le steppe kirghise, le Colonne d’Ercole, investendo pienamente quella che, fatta salva l’opinione dei detrattori di turno, possiamo chiamare l’isola di Atlantide, ossia la Sardegna.
Nel leggere i fatti in questo modo non incorriamo in alcun rompicapo linguistico, e neppure confinario: basta fare un’ammissione semplice, ossia che i nomi di certi processi culturali e quindi i nomi di certa flora – tanto per rientrare nel tema della vite – furono comuni a tutta l’ampia zona, e risalgono alla Prima Cenosi Linguistica euro-asiatica, ossia alla fase culturale del Neolitico. Fu però la Seconda Cenosi Linguistica, quella Sumero-Accadica, ad influire profondamente nelle lingue che oramai cominciavano a differenziarsi.
In questo secondo processo rimane singolare la posizione della Sardegna, la quale annovera nel proprio lessico attuale più del 50% di termini accadici (accadico-assiro-babilonesi), altrove spariti da 2500 anni. Quindi è proprio in Sardegna che dobbiamo recarci se vogliamo scoprire un’eredità sempreverde che si tramanda inalterata a dir poco da 5000 anni (per quanto riguarda la Seconda Cenosi) e da parecchie decine di migliaia d’anni per quanto riguarda la Prima Cenosi. Che in Sardegna sia ancora viva e parlata gran parte della lingua accadica non può essere un mistero, bastando a ciò l’insularità, che la relegò per millenni rendendola capace di serbare intatti dei fenomeni culturali e antropici altrove evolutisi. A rinfocolare la vitalità del plancher accadico della Sardegna contribuì la lingua fenicio-cananea (anch’essa imparentata con la lingua mesopotamica, e quindi con la lingua sarda), la quale fu di casa nell’isola per ulteriori mille anni. La Sardegna quindi è un forziere che custodisce 2500 anni di storia semitica e di lingue semitiche, ancora oggi in uso. La lingua sarda appare così come la più antica tra le lingue parlate oggi nel mondo.
Nei vitigni sardi è proprio la nomenclatura accadica a irrompere; essa polverizza ogni altro tentativo di trovare, per gli ampelonimi, un’etimologia qualsivoglia. Quella che certi personaggi pretenderebbero d’imporre, risulta essere un’etimologia non scientifica, anzi ideologica, pervicacemente e protervamente ideologica, che si vuole gabellare con pasticciate, assurde, indimostrabili basi latine o romanze.
Di seguito presento in ordine alfabetico i nomi e l’etimologia di tutti i vitigni sardi, raccomandando di leggere la trattazione etimologica completa nel Dizionario Etimologico.
AGRAXÈDA (x = fr. j). Vite a uve bianche. Non è a credere che questa denominazione così intrigante racchiuda una semantica relativa all’aspro, all’acido, all’aceto. Sarebbe un paradosso. Agraxèda è una paronomasia. Il termine è un composto sardiano, con base nell’accad. agû ‘onda, inondazione’ + aḫḫūtu(m) ‘fratellanza’ + epentesi di una -r- eufonica. Il significato sintetico fu ‘onda della fratellanza’, con riferimento alla quantità prodotta e all’effetto del vino.
ALBACANNA. Vite a uve bianche. La base etimologica è l’accad. arbu ‘abbandonato, incolto (a causa delle difficoltà di esercitarvi l’agricoltura)’ + kannu ‘piantina’, col significato sintetico di ‘piantina dei suoli aspri’.
ALBAPARÁDU. Vite ad uve bianche. La base etimologica è l’accad. arbu ‘abbandonato, incolto (a causa delle difficoltà di esercitarvi l’agricoltura)’ + parattu ‘dry land’, col significato sintetico di ‘(vite) dei terreni aspri e asciutti’. A meno che la base non sia parā’u ‘germogliare’ di pianta: in tal caso l’etimo sarebbe ‘(vite che) germoglia in terreni aspri’.
ALBAPASÀDA. Vite ad uve bianche. La base etimologica è l’accad. arbu ‘abbandonato, incolto (a causa delle difficoltà di esercitarvi l’agricoltura)’ + pasa’(a)du (a money chest, un forziere pieno di soldi), col significato complessivo di ‘(vite) dei terreni aspri che arreca tanto guadagno’.
ALBARANTZÉULI, albarantzéllu, altrimenti chiamato lacconardzu o licronardzu (vedi). Produce uve bianche. La base etimologica è l’accad. arbu ‘abbandonato, incolto (a causa delle difficoltà di esercitarvi l’agricoltura)’ + arantu (a kind of grass) + ellu ‘puro, chiaro, limpido’, col significato complessivo di ‘piantina chiara dei terreni ingrati’. L’appellativo sembra riferirsi al fatto originario che il vitigno allignò facilmente in posti ingrati, dove l’agricoltura non era usualmente praticata; ‘chiaro, puro’ sembra riferirsi al fatto che il vitigno produce uve bianche.
ALBEGENIÁDU. Vite ad uve bianche. La base etimologica è l’accad. arbu ‘abbandonato, incolto (a causa delle difficoltà di esercitarvi l’agricoltura)’ + gennu ‘montagna’ + adû ‘leader’, col significato complessivo di ‘(vitigno) leader delle montagne aspre’ (il riferimento è a certe plaghe dolomitiche dell’Ogliastra o ad altri siti aspri dell’Ogliastra o del Nuorese).
Si badi che questo è un allotropo dell’ampelonimo Alvusignádu o Arvesiniádu.
ALBICELLA. Vite ad uve bianche. La base etimologica è l’accad. arbu ‘abbandonato, incolto (a causa delle difficoltà di esercitarvi l’agricoltura)’ + ḫelû ‘light(-coloured)’, col significato complessivo di ‘(vite) luminosa (che dà vino chiarissimo) adatta ai siti aspri’. Ma il secondo membro potrebbe avere pure a base l’accad. ḫelû(m) ‘essere allegro’, ‘luccicare intensamente’. In tal caso il significato complessivo sarebbe ‘(vite) dell’allegria che nasce in siti aspri’.
ALBUMANNU. Vite ad uve bianche. La base etimologica è l’accad. arbu ‘abbandonato, incolto (a causa delle difficoltà di esercitarvi l’agricoltura)’ + manû(m) ‘recitare inni, formule incantatorie’, col significato complessivo di ‘(vite dei) suoli difficili che fa fa recitare inni’. Il significato è chiaro: questo vino porta allegria, e nell’alta antichità l’allegria induceva immancabilmente a cantare inni.
ALÓPUS. Vite ad uve bianche. Non credo proprio che la base etimologica sia il greco αλοπούς ‘piede di sale’, perché il significato sarebbe ridicolo, ai nostri fini, ed occorrerebbe anche ammettere un fatto non scontato, che tale ampelonimo sia stato introdotto dai monaci bizantini nel primo medioevo.
È molto più congruo pensare ad una base accadica, da ālu(m) ‘village, city’ + pû(m) ‘accesso, ingresso’, col significato sintetico di ‘(vitigno dell’)ingresso al villaggio’. Questo appellativo è tutt’altro che strano. Evidentemente si considerava il vitigno così prezioso, che la sua coltivazione era rigorosamente ristretta alle aree contigue alle abitazioni, da dove poteva essere meglio controllato nei confronti del bestiame pascolante.
ÀLVARA AZZÈSA. Vite ad uve bianche. La base etimologica è l’accad. arbu ‘incolto, abbandonato (a causa delle difficoltà di esercitare l’agricoltura)’ + ašāšu, ešēšu ‘catturare, inghiottire’ di inondazione, marea.
Prima di sciogliere foneticamente questi due membri, premetto alcune considerazioni. Il personale Àlvara ‘Barbara’ è distinto dal personale Alváro, Alvára. Quest’ultimo è di origine spagnolo-visigota, fatto conoscere in Italia dal Verdi (La forza del destino) e prima ancora dal Goldoni (La vedova scaltra, 1748). L’ampelonimo Àlvara non ha neppure attinenza col gr. βάρβαρος ‘barbaro’; o meglio, oggi è sentito, causa la paronomasia, come equivalente del nome proprio Àlvara ‘Bàrbara’, ma deriva direttamente dall’accad. arbu ‘abbandonato, incolto, ‘aspro e selvaggio’, con riferimento alla natura delle montagne della Sardegna centrale, impervie e ricoperte di selva, inadatte all’agricoltura. Per l’etimologia di sardo arbu leggi dei vari monti Arbu o Albo, di cui Àlvara è aggettivale. Anche la Barbàgia ha la stessa base etimologica, significando “territorio aspro (ossia non adatto all’agricoltura)”. Così, mutatis mutandis, significa pure il monte Alváro, presso il villaggio di S.M. a Torres, che è un monte dolomitico.
Ora andiamo a sciogliere compiutamente l’ampelonimo Alvara azzèsa: àlvara è un aggettivo connesso al fatto che tale vite cresce bene nelle terre aspre; azzèsa riguarda la copiosità delle uve prodotte. Onde il sintetico Alvara azzèsa porta alla circonlocuzione attuale ‘(vite delle) terre aspre che travolge con le inondazioni (ossia con la copiosità dei suoi mosti)’.
ALVU ASTIÁNU. Vite ad uve bianche. La vite dovette essere impiegata sulle terre aspre, poiché ha come primo membro alvu, cfr. accad. arbu ‘incolto, abbandonato (a causa delle difficoltà di esercitare l’agricoltura)’. Il secondo membro non si riferisce al nome proprio Bastiano ma è un antico composto in stato costrutto (accad. aštû ‘trono’ + Anu ‘Dio del Cielo’ = ‘trono di Anu’). Il fitonimo significa quindi ‘(vite delle) rupi (detta) trono di Anu’, evidentemente a causa della bontà del prodotto.
ALVU SIGNÁDU. Vite ad uve bianche. Gli allomorfi sono albegeniádu, arvesiniádu, arvisionádu.
Col nome arvesiniádu è noto principalmente a Benetutti, in area granitica alquanto solatìa, che guarda da mezza costa la valle del Tirso. La sua base etimologica sembra l’accad. arbe ‘quattro’ + siyû una pianta (o se’û ‘pressare’) + nâdu ‘lodato, celebrato’, ‘magnificato’ (di deità). Il significato complessivo del composto può tradursi come ‘pianta quattro volte magnificata’, in subordine ‘(uva) da torchio quattro volte magnificata’.
L’allomorfo albegeniádu, oltre alla base arbu ‘abbandonato, incolto (a causa delle difficoltà di esercitarvi l’agricoltura)’, sembra avere nel secondo membro l’accad. gennu ‘montagna’ + adû ‘leader’. Il significato complessivo sarebbe ‘(vitigno) leader delle montagne aspre’ (il riferimento è a certe plaghe dolomitiche o granitiche dell’Ogliastra o ad altri siti aspri dell’Ogliastra o del Nuorese è d’obbligo).
AMANTÓSU. Vite ad uve nere. L’etimologia è tutta un programma, avendo a base l’accad. amtu ‘schiava’, amūtu(m) ‘stato di una schiava’. Non ha quindi la base nel lat. ămāns, amantis ‘amante’ ma in un concetto relativo alla schiavitù. Il nome fu dato, evidentemente, per la forte gradazione alcolica del vino, che ha l’effetto di “schiavizzare”, riproponendo le stesse peripezie accadute al nostro avo Noè e ad altri personaggi biblici.
APESÒRGIA. Sono due vitigni, uno ad uve bianche, uno ad uve nere. La base etimologica è l’accad. a = gr. ana + pesû ‘rallegrarsi, godere di qualcosa’ + urḫu(m) ‘via’. Il significato sintetico del nome del vino e dell’ampelonimo è ‘la via del godimento’. Ci sono due tipi di apesòrgia, quello a uva bianca e quello a uva nera.
ARGUMANNU. Vite ad uve bianche. Per l’etimologia, non serve richiamarsi al sardo argu, agru ‘acre, aspro’ + mannu ‘grande’. Non sapremmo che fare di tali semantiche giustapposte: argu, perché? mannu, perché? Letteralmente: ‘grande acido’. A qual pro?
Sembra invece più congruo vedere basi accadiche, dove intanto abbiamo un argamannu ‘(color) porpora, violaceo’. Ma anche questo appellativo sembrerebbe poco congruo, vista la sua banalità. Sembra invece più congruo il composto sardiano con basi accadiche arḫu(m) ‘fast, quick’ + manû(m) ‘recitare’, col significato complessivo di ‘(vino) che affretta la dizione’ (per l’alta gradazione: con ovvio riferimento alla “lingua sciolta” degli ubriachi).
ARÌSTA. Vite ad uve bianche. Ovviamente non ha alcuna parentela col lat. ărista ‘resta della spiga, la spiga stessa’. L’ampelonimo è sardiano, ed ha la base nell’accad. aru(m) ‘gambo, ramo’ (sineddoche per alberello) + ištēn ‘singolo, singolare’. Il composto significò ‘alberello singolare’ (ovviamente per la qualità del prodotto). A meno che il secondo membrio del composto non abbia come base l’accad. išittu(m) 'magazzino, tesoro’ (stanza del tesoro in un tempio o nel palazzo reale). In tal caso il vitigno avrebbe il significato di ‘alberello del tesoro’ o ‘tesoro d’alberello’.
ARÓFFU. È un composto sardiano, il cui etimo è basato sull'accad. bâru(m) 'dura, durevole' + uppu ‘superficie’ o upû, ubû 'spessore, densità'. Il significato complessivo fu quindi, in origine, ‘(uva) dalla buccia dura’.
ARRAMUNGIÁNU. Vite ad uve bianca. Sembra un allomorfo di Remungiò (vedi).
ARVISIONÁDU. Noto principalmente a Benetutti. È un composto sardiano, dall’accad. arbe ‘quattro’ + siyû una pianta (o se’û ‘pressare’) + nâdu ‘lodato, celebrato’, ‘magnificato’ (di deità). Il significato complessivo può tradursi come ‘pianta quattro volte magnificata’, in subordine ‘(uva) da torchio quattro volte magnificata’.
BARBARAXÌNA (x = fr. j). Vite ad uva nera. Ampelonimo sardiano con base nell’accad. arbu. Il secondo membro -raxìna va a sua volta scomposto in accad. raḫû, reḫû(m) ‘versar fuori, cospargere, spruzzare (un liquido magico)’ + suffisso sardiano -ìna. Il significato sintetico fu ‘liquido magico per le cerimonie sacre (prodotto in montagna)’. Per la lunga disquisizione sull’etimo, vedi lemma al Dizionario Etimologico.
BÁRGIU, anche brágiu mannu. Vite ad uve nere. In sardo significherebbe, letteralmente, ‘vario’. Ma è più congrua la base accadica barḫu ‘brillante, splendente’ (con l’ovvio riferimento al nitore traslucido del suo vino rosso).
BARRIADÒRGIA. Vite ad uve bianche; esiste la varietà nera. Composto con base nell’accad. bâru(m) ‘acchiappare, intrappolare’ + turzu ‘butterfly’, col significato sintetico di ‘acchiappa-farfalle’ (evidentemente per il dolcissimo aroma dell’uva).
BERVECHÌNA. Vite ad uve bianche. Base etimologica nell’accad. berū(m) ‘selected’ + ēqu (a cult object), col significato complessivo di ‘(uva) scelta per le offerte sacrificali’. Ciò lascia intendere che da questo vitigno (probabilmente identificabile in, o simile a, uno fra i più noti: Nasco, Vernaccia, Malvasia…) si otteneva l’uva per il classico “vino da messa”.
BIANCHEḌḌA. Vite ad uve bianche. Ampelonimo sardiano che può avere la base nell’accad. anhullu (a plant) ovvero in anḫu(m) ‘tired’ + ellu ‘chiaro, puro (in quanto simbolo degli incantesimi)’. In questo secondo caso il significato fu ‘(vino) d’elezione per la gente stanca’ (nel senso che dava vigore). Ma vedi discussione nel Dizionario Etimologico.
BISÌNI. Vite ad uve bianche. Base nell’accad. wīsum ‘pochi’ + īnu ‘vino’, col significato di ‘vino per pochi’ (con ovvio riferimento alla bontà).
BONÉNGIA. Vite ad uve nere. Base nell’accad. būnu(m) ‘bontà’; ‘favore, buone intenzioni’, ‘prominenza, distinzione’ + enēnu(m) ‘accordare favori, essere favorevole’. Il composto in stato costrutto (būn- enēnu > *bunengiu > bonengia) contiene due termini originari che si ripetono, che stanno ambedue nello stesso campo semantico, rafforzandosi a vicenda. Il fitonimo un tempo significò ‘(vite) ricca di bontà’.
BÒRGIO. Vite ad uve nere. Base nell’accad. urḫu(m) un traslato che indica ‘la via della vita’. Il che è tutto un programma.
BOVÁLE. Vite ad uva nera. Base nel bab. bu’’u ‘ricercato, ambito’. Bovale è una denominazione poetica, un aggettivo col suffisso -ale (*bu’’u-ale).
BRÁGIU MANNU. Vite ad uva bianca. Metatesi dell’ampelonimo Bárgiu, base nell’accad. barḫu ‘brillante, splendente’ (con riferimento al nitore traslucido dei chicchi d’uva). Il secondo membro ha base nell’accad. + manû(m) ‘recitare inni, formule incantatorie’. Significato complessivo ‘(vino) brillante per le cerimonie sacre’.
BRUSCU BIÁNCU. Vite ad uve bianche. Base nell’accad. ūru(m) ‘alberello’ + šūqu ‘quantità’ col significato sintetico di ‘alberello della quantità’ riferito alla notevole quantità dell’uva prodotta; stato costrutto ūr-šūqu > *ūr-š(ū)qu *(b)ūru-šqu > metatesi bruscu.
BRUSTIÀNA. Vite ad uve bianche. Base nell’accad. burussu(m) ‘otre’ + tī’u ‘nutrimento, sostentamento’, col significato di ‘otre del nutrimento’ (forse nel senso che produce uva da tavola).
CAḌḌÍU. Base nell’accad. ḫaddû ‘gioiosissimo’. Il che è tutto un programma.
CAGNULÁRI è uno dei vitigni classici della Sardegna, attestato sulle colline mioceniche del Sassarese, specialmente ad Ùsini. Ha riscontro nell’accad. kanû(m) ‘trattare delicatamente, onorare’ (riferito agli dei) + larû(m) ‘ramoscello’. Significa quindi ‘piantina che onora gli dei’, ‘piantina che tratta gli dei con delicatezza’.
CALABRÈSA. Vite ad uve bianche. Base nell’accad. ḫalabu ‘mungere’ + rēšu(m) ‘top quality, the best’, col significato sintetico di ‘mungitura (vendemmia) della migliore qualità’.
CANAJÒLA. Vite ad uva bianca. Base etimologica è l’accad. qanû(m), qanā’u ‘to keep possession (of slave)’ + ḫulû ‘strega’. Il significato complessivo è ‘strega affascinante, strega che s’impossessa di te’ (con ovvio riferimento alla bontà del vino).
CANNONÁU in Sardegna è forse il vino più celebre. Base nell’assiro-bab. kannu ‘shoot, sapling, germoglio, alberello’ + na’û(m) ‘nostro’ (aggettivo enfatico usato volutamente al posto del suffisso possessivo).
CARÀNA non è un vitigno oggi noto. Il riu Carana in territorio di S.Antonio Gallura è un idronimo con probabile base nell'antico assiro karānu, neo-assiro kirānu che riguarda un vino particolare, un’uva da vino particolare. Che pure i pianori del rio Carana abbiano avuto in illo tempore una piantagione del tipo pregiato, è possibile. Ma è meglio credere che l’alto corso di questo fiume, che scorre in territorio siliceo, fosse così denominato per il tipo di Vitis riparia ivi presente, la quale evidentemente servì agli agricoltori del Neolitico come banca-biologica per gli impianti sulla terra coltivabile.
CARCANGIÒLA, carcangliòla, caricagiòla. Vite ad uva nera. Base nell’accad. kâru ‘essere stordito, incapacitato’ + kanku ‘escludere, bandire’ (st.costrutto kâr-kank- + suff. sardiano -iòla), col significato complessivo di ‘(vino che) non produce stordimento, ubriachezza’ (forse riferito alla gradazione meno forte).
CARDARÉLLU. Vite ad uve nere. Base nell’accad. qardu(m) ‘valoroso, eroico’ con riferimento al re, al dio + ellu ‘puro’ (in relazione al culto), con epentesi di -r- eufonica. Significato chiaro: è chiamato ‘eroico’ per la bontà del suo prodotto (il vino), il quale a sua volta è (un tempo sicuramento lo fu) un classico vino per le cerimonie sacre, per la “messa”.
CARICAGIÒLA è un nome di vite sarda. Vedi carcangiòla.
CARIGNÁNO vitigno ad uve rosse. Base etimologica nell'ant. assiro karānu, neo-assiro kirānu ‘vino particolare, uva da vino particolare’ + Anu ‘Dio supremo’ (composto per stato costrutto karan-Anu), col significato complessivo di ‘vino appartenente al Sommo Dio’ (come dire ‘vino immortale’, ambrosia).
CODDILÒINA. Vite ad uve bianche. Base nell’accad. ḫūdu(m) ‘felicità, piacere, gioia, soddisfazione’ + lu’u(m) ‘gola, esofago’, col significato sintetico di ‘gioia della gola’.
CÒI ERBÉI. Vite ad uve bianche. Base nell’accad. qû(m) misura di capacità + erbu ‘reddito, incasso’, col significato sintetico di ‘misura del reddito’ (a causa della certezza del reddito proveniente dal vino di tali viti).
COLOMBÀNA. Vite ad uva bianca. Base nell’accad. ḫulû ‘strega’ + banû(m) ‘bella, buona’, col significato sintetico di ‘bella sirena, bella incantatrice’.
CORNIÒLA. Vite ad uve bianche. Base nell’accad. ḫūru, ūru(m)’albero, ramo’ + nīlu(m) ‘prostrato (albero)’, col significato di ‘alberello prostrato’.
CORRÙDA. Vite ad uva bianca. Base nell’accad. kurrû(m) ‘short’ + ūdu ‘distress, affliction’, col significato sintetico di ‘accorcia-malanni’ (a causa della bontà del vino prodotto).
CRANNÁCCIA. Vite ad uva bianca. Base etimologica nell’accadico karānu ‘vino, vitigno’ + naqû ‘versare (vino in libazione, durante un sacrificio)’, col significato complessivo di ‘vino da libagione (per i sacrifici del tempio)’. Sembra di capire quindi che tra Vernaccia e Crannaccia in origine ci fosse una netta distinzione, e che solo in seguito, causa la paronomasia, si sia giunti alla confusione.
CULPUNTO. Vite ad uva bianca. Base nell’accad. qullû, qu(l)liu(m) (a vessel) + puttu ‘principe’ (col termine si indica pure un genere di birra). Il significato sintetico dello stato costrutto (qul-puttu, con epentesi di -n- eufonica) è ‘(vino) principe delle giare’ (nel senso che il vino prodotto era tra i più conservabili.
CUSCUSEḌḌA. Vite ad uva nera. L’etimo riposa su un raddoppiamento sardiano (un superlativo) basato sull’accad. qušû (a deity robe): stato costrutto quš-qušû + il solito ellu ‘puro’ per indicarne la magnificenza. Il significato quindi è all’incirca ‘(uva dall’) aspetto simile a un dio’.
ERBA LÌERA. Vite ad uva bianca. Base nell’accad. erbu(m) ‘entrata, guadagno’ + libbu(m) ‘cuore, organi interni’ anche come sede di emozioni; ‘gioioso’. Il significato sintetico è quello di ‘bevuta di emozioni’, ‘entrata di emozioni’ (con riferimento alla bontà del vino).
ERBA POSÀDA. Vite ad uva nera. Base nell’accad. erbu(m) ‘entrata, guadagno’ + pû(m) ‘bocca’ + sādu ‘lega aurea’, col significato sintetico che, a un dipresso, suona ‘bevuta aurea’, o ‘vantaggio aureo della bocca’ od ‘oro che entra in bocca’.
ERBINÈRA. Vite ad uva bianca. Base nell’accad. erbu(m) ‘entrata, guadagno’ + nēru(m) (a tree), col significato sintetico di ‘alberello del guadagno’ (evidentemente per la sua produttività).
FORNACCÌNA. Vite ad uve bianche. Base nell’accad. purûm ‘abuso’ + nâḫu ‘riposare, stare a riposo, calmarsi’, col significato sintetico di ‘abuso che rende quieti’ (con riferimento alle bevute da sbornia).
GALETTA. Vite ad uva bianca. Base nell’accad. galû ‘esiliato; messo da parte (anche nel senso del KO)’ + ettu(m) ‘segno, marchio caratteristico’, col significato sintetico di ‘marchio della sbornia’ (per l’alta gradazione del vino).
GALOPPU. Vite ad uva bianca. È congruo vederci un composto sardiano con le seguenti basi: ebr. ’ahal (pהַלאָ) ‘esser chiaro, scintillare, brillare’ + accad. ḫuppu ‘danzatore sacro’. Il significato sintetico fa riferimento alla limpidezza e alla danza sacra (riservata agli déi nelle cerimonie importanti). A meno che non si voglia riprendere un altro lemma ebraico, ’ahal, che nei tempi biblici indicò un legno aromatico. In tal caso i due concetti dell’aroma e della danza sacra (durante la quale si liba coi vini migliori) sono attinenti al nome del vitigno.
GIRÒ, Zirone. É un classico vitigno (e relativo vino rosso) del Campidano meridionale, ivi relegato di recente dopo che per millenni era stato coltivato in tutta la Sardegna. Wagner ritiene il fitonimo d’origine ispanica in virtù del corrispettivo catalano girò. Lo stesso Vodret (Sardinia Insula Vini, Delfino, 1993) lo ritiene spagnolo, nonostante che il suo libro, proprio in apertura, apparecchi una carta del Mediterraneo con relative frecce, indicanti l’origine semitica dei vini sardi. E in realtà, mentre la Catalogna beneficia, al pari della Sardegna, d’una pletora di lemmi d’origine semitica, dobbiamo cominciare col dire che ancora oggi gli Ebrei dicono tiroš per ‘vino’ ( תִּירוֹשׁ ). Inoltre c’è un preciso lemma accadico ṭīru che indica un non meglio precisato genere di ‘alberello’. Ma dobbiamo prestare attenzione specialmente all’aggettivo accad. ṣīru(m) ‘esaltato, supremo, splendido, eccellente; di alta qualità’.
É evidente l’incrocio delle due forme accadiche, che hanno prodotto il nostro Ziròne. A sua volta Girò è la forma secondaria, importata per il tramite della Catalogna ma pur sempre d’origine semitica, coesistita assieme a Zirone dal 1324, ma solo nelle città reali (dove i Catalani s’insediarono), mentre nelle campagne la forma Zirone ha sempre imperato senza contrasti.
LACCONARDZU, laccanardzu, laccornássiu, vite ad uva bianca. Per l’etimo è possibile considerare il lemma come allomorfo di licronáxu (vedi). Ma è pure possibile evidenziare un etimo specifico, pur mantenendo ferma l’identità tra i due vitigni. In questo secondo caso avremmo la base accadica lāḫu ‘young shoot’ + nāru(m) ‘aureola della Luna’. Col che abbiamo un significato molto sintetico: ‘(piantina) corona del dio Luna’. Il che sarebbe uno dei più alti elogi fatti a un vitigno. In ogni modo è possibile considerare il secondo membro dell’ampelonimo (-nardzu) dall’accad. nāru(m) ‘musician’. Col che il senso complessivo del lemma antico sarebbe ‘alberello musico’ (ossia ‘vino destinato alla musica’, grazie alla sua bontà. Sappiamo quanto fosse importante la musica presso i popoli antichi).
LICRONÁXU (lacconardzu, laccanardzu) è un vitigno che produce vino bianco; ma in ristrette aree esiste pure su licronáxu nieḍḍu. Composto poetico, dall’accad. liqu(m), lāqu ‘palato’ + nāru(m) ‘musico, musicante’, col significato complessivo di ‘musico del palato’ (con riferimento alla gioia che dà ad assaporarlo). Ma può significare pure ‘(vino per i) musici’.
MALVASÌA. Vite ad uva bianca. Base nell’accad. malû(m) ‘abbondanza, pienezza’ + (w)aṣu(m) ‘far crescere, germogliare, dischiudersi’ = ‘germoglio dell’abbondanza, germoglio dell’opulenza’.
MANZÉSU. Vite ad uve nere. La base etimologica è l’accad. manû(m) ‘recitare inni, formule incantatorie’ + ḫesû(m) ‘spremere droghe e altro attraverso un telo’. Il significato antico è di pronto apprendimento, anche se ambiguo: o si tratta di una metafora esaltatoria delle sue qualità, oppure tale vino fu usato veramente per le pratiche d’incantesimo, che nell’alta antichità erano del tutto usuali, senza per questo perdere il fascino arcano (erano praticate di notte, possibilmente al chiaro di luna) e l’alta qualità delle procedure.
MARA. Vite ad uva nera. Base nell’accad. amāru(m) ‘fare un sogno, sognare’. Il che è tutto un programma.
MEDRULÍNU. Vite ad uva nera. Il fitonimo ha la possibile base nell’accad. mērû ‘gravidanza’ + tullû ‘decorare’, col significato sintetico di ‘splendida gravidanza’ (con riferimento alla pienezza dei grappoli d’uva). Una seconda opzione sarebbe lo stato costrutto accad. mertû, martû (a tree) + ullû(m) ‘esaltato’ come epiteto della divinità + il suff. aggettivale sardiano -ínu. In questo caso il significato sintetico sarebbe ‘alberello dell’esaltazione divina’.
MÌGIU. Termine usato in alternanza con Semidánu. Abbiamo una base accadica, che dà miḫḫu (a type of beer) used for libation. Col che veniamo a sapere che, laddove mancava il vino, anche la birra veniva usata dai popoli mesopotamici per le libagioni sacre.
MOLLE. Vite ad uva bianca. Base nell’accad. mullu(m) ‘riempimento’, mūlu ‘pienezza’. Sembra riferito alla pienezza dei grappoli prodotti.
MÓNICA. Vite ad uva nera. Base nell’accadico muneḫḫu ‘che rende docile, quieto’. Questo appellativo curioso deriva dal fatto che la bassissima acidità fissa del vino lo rende appetibile, al punto che il bevitore varca facilmente la soglia dell’attenzione, restandone... domato, ‘docile, quieto’.
MORA. Vite ad uve nere. Base nell’accad. mūru(m) ‘giovane animale’. Mūru era un epiteto indirizzato al re, e spesso rappresentava la mera denominazione del regnante: ‘giovane animale’ al posto di ‘re’. Tanto basta per capire l’importanza di questa vite.
MOSTÁI. Vite ad uva nera. Base nell’accad. mušta’’û ‘tempo libero, bella vita’, il che è tutto un programma.
MURÍNU o mùrinu. Vite ad uve nere. Base nell’accad. mūru(m) ‘giovane animale’ + īnu ‘vino’. Vedi mòra.
MURISTELLU. Vite ad uva nera. Base nell’accad. mūru(m) ‘giovane animale’ + šitû ‘il bere, l’atto del bere’. Mūru era un epiteto indirizzato al re; a tale epiteto si aggiunse per stato costrutto il termine šitû + ellu ‘vino da offerta’. Quindi significò, sinteticamente, ‘(vino che) il Re beve nei sacrifici del Tempio’. Non ci sono parole per intessere lodi più valide a questo vino portentoso.
MUSCÁU. Vite a uve bianche. Base nell'accad. mû 'acqua' ma anche 'ordine, regole (cosmiche, con riferimento al culto)' + ṣūḫu 'risata', ma anche droga, incantesimo afrodisiaco, che porta alla risata. Il composto s’aggiustò col tempo in *mu-suḫ-au > muscáu. Quindi il vino Muscáu originariamente fu chiamato 'acqua dell'incantesimo' per la sua bontà. In ogni modo possiamo tradurre la base accadica anche come ‘acqua della risata’ poiché, essendo il Moscato un classico vino da donne, la risata è il primo segno dell’ubriachezza muliebre.
NASCO, Nascu, vite ad uva bianca. Base nell’assiro nasāqu ‘to choose, select’ > nasqu ‘chosen, precious; select quality’. Giusto il fatto che moltissimi termini semitici sono condivisi dall’accadico e dall’ebraico, dobbiamo ricordare che l’ebraico nāsaq (pנַסַק) significa ‘versare (il vino), fare libagione, offerta di vino’: tutto ciò riferito specialmente al vino delle offerte, al vino sacro (oggi diremmo vino da messa). Ciò lascia intendere quanto fosse importante questa vite per gli Ebrei fondatori di Sìnnai, e c’è da scommettere che furono proprio loro a dare il nome al Nasco.
NEGRAVÈRA. Vite ad uve nere. Base nell’accad. nēru (a tree) + bêru(m) ‘to choose, select’, col significato sintetico di ‘alberello scelto’.
NIEḌḌA. Vite ad uve nere. Base nell’accad. nidnu(m) ‘dono (ricevuto da Dio)’. Il che è tutto un programma.
NIEḌḌA CARTA. Vite ad uve nere. In epoca arcaica l’equivalente di niéḍḍa carta (ossia accad. nēru harāṭum) significò ‘alberello che nutre’, forse perché produceva uva da tavola, o forse perché il buon vino è nutriente comunque, anche quando si è privi d’altra pietanza.
NIEḌḌA MANNA. Vite ad uve nere. Base nell’accad. nēru (a tree), che perdette lentamente il suo significato e fu omologato all’it. nero, da cui occorreva distinguersi pronunciando niéḍḍu, sardo ‘nero’. A sua volta, manna non significa l’attuale ‘grande’, perché non c’è ragione. Anche tale parola ha subito l’omologazione, ma anticamente corrispondeva all’accad. mânu ‘provvedere di cibo’. Infatti niéḍḍa manna significò ‘alberello nutriente’. È lo stesso fenomeno che abbiamo già notato nell’ampelonimo niéḍḍa carta.
NIEḌḌÈRA. Vite ad uve nere. Base nell’accad. nīdu(m) ‘giacente, strisciante’ + ēru(m) (a tree), col significato complessivo di ‘alberello molto piccolo’, ‘alberello molto basso’.
NIEḌḌU ALZU. Vite ad uve nere. Base nell’accad. nēru (a tree). Perdette lentamente il suo significato e fu omologato all’it. nero, da cui occorse poi distinguersi pronunciando niéḍḍu, sardo ‘nero’. A sua volta, alzu non è altro che l’adattamento fonetico (epentesi di -l-) di un termine sardiano con base nell’accad. (w)aṣu(m) ‘solista’ (cantante del culto). Il composto niéḍḍu alzu significa quindi, nel complesso, ‘alberello solista’, il che, riferendosi all’enorme importanza del cantante solista negli antichissimi templi, è un elogio altissimo.
NIÉḌḌU MANNU. Vite ad uve nere. Vedi nièḍḍa manna.
NIÉḌḌU PORCHÍNU. Vite ad uve nere. Base nell’accad. nēru (a tree) perdette lentamente il suo significato e fu omologato all’it. nero, da cui occorse poi distinguersi pronunciando niéḍḍu, sardo ‘nero’. A sua volta, porchínu è un termine sardiano con base nell’accad. puḫru(m) ‘assemblea, riunione’ di clan, famiglia, popolo. L’ampelonimo significò quindi ‘alberello delle assemblee’. Se poniamo mente all’importanza di certe assemblee dell’antichità (normalmente riservate agli uomini), sappiamo quanto vino scorresse. Doveva essere un vino “festivo”, quello buono, delle grandi occasioni. Di qui il nome dell’ampelonimo, che è tutto un programma.
NIÉḌḌU PRUNISCHEḌḌA. Vite ad uve nere. Paronomasia originata da un ampelonimo sardiano basato sull’accad. nidnu(m) ‘dono (di Dio)’ + purûm ‘abuso’ + nisḫu(m) (risultato dell’estrazione: spremuta, vinificazione) + ellu ‘puro, limpido’ (riferito a un dio o all’uso nelle cerimonie sacre). L’ampelonimo, già nell’alta antichità, dovette avere un significato estremamente sintetico, che era tutto un programma, riferito al vino la cui spremuta (mosto) sembrava un autentico dono di Dio da usare nei riti sacri (ellu), del quale però si giungeva a fare abuso (a causa della bontà).
NURÁGUS. Vite ad uva bianca. Base etimologica nell’accad. numru ‘brillantezza’ + agû ‘onda, flusso, inondazione’, per cui significa, letteralmente, ‘flusso di brillantezza’. È infatti il bianco più chiaro della Sardegna.
OGU PÙSSIDU. Vite ad uva bianca. Base nell’accad. ugu ‘power, strength’ + puṣû(m) ‘bianchezza’ anche come designazione di un tipo d’oro + edû ‘onda’. L’antico significato complessivo è ‘onda potente e chiara’ (riferita al vino prodotto).
OLLASTRÍNU. Vite ad uva nera. Base nell’accad. ullû(m) ‘esaltata’ detto di una dèa magnificata + aštaru ‘dèa’ + īnu ‘vino’, col significato sintetico di ‘vino di dea magnificata al sommo grado’.
PALMÌJA. Vite ad uva bianca. Paronomasia creata su un ampelonimo di origine sardiana basato sull’accad. palâmu (una veste regale) + igû ‘prince, leader’. Il significato sintetico fu ‘apparenza da principe’ (riferito al grappolo d’uva).
PANSÁLE, panzále è il nome antichissimo di una vite sarda, da cui è sortito pure un cognome. Il termine è sardiano con base nell’accad. panū(m) ‘andare avanti, in testa’ + salā’u(m) ‘spruzzare’ (acqua nei riti di purificazione).
Per capire meglio l’etimo, occorre badare al gesto benedicente dei preti cattolici che aspergono l’acqua benedetta, il quale è identico alla gestualità precristiana, poiché anche gli antichi sacerdoti operavano allo stesso modo, specie in Egitto e in tutto il Vicino Oriente. Si dà il caso che per certi riti si aspergeva il vino. Ciò è noto principalmente (ma non solo) per i riti di aspersione nelle cerimonie cimiteriali. Il vino fu sempre un ingrediente importante nei riti sacri dell’antichità. E non fu un caso se Gesù lo santificò, dichiarandolo suo sangue per i secoli a venire.
PANZALINIÉḌḌU è il nome di una vite sarda, forse distinta da quella nota come pansále (vedi). Per l’etimologia rimando a pansále. Niéḍḍu sembra richiamare il fatto che ci si riferisce a un vitigno produttore di uve nere.
PASCÁLE. Vite a uve nere. Ha un nome autoreferente, che richiama la Pasqua. É il classico ‘(vino) pasquale’. Non dimentichiamo che la Pasχa, la Pasqua (Pesaχ) era ed è la più grande festa ebraica, quella in cui era consentito persino ubriacarsi. Il ‘vino pasquale’ dev’essere dunque il migliore in assoluto. Pascale è da ritenere pertanto un ulteriore tassello di memoria dell’antica Sardegna, dei tempi in cui la presenza ebraica (che data almeno dal 1000 a.e.v.) era veramente cospicua ed influente.
PIÁNU. Vitigno a uve bianche. Base nell’accad. pānīu(m), pānû(m) ‘il primo in assoluto’. Il che è tutto un programma.
PREDI OLLA. Vite a uva bianca. Base nel bab. pitru(m) + ullû(m) che significa, letteralmente, ‘terreno esaltato’ (rivolto a una dea), che in questo caso possiamo tradurre “tralcio divino”.
RAMÁSCIU. Vite a uva bianca. Base nell’accad. rāmu ‘amatissimo’ + ašu(m) ‘distinto, nobile’, col significato sintetico di ‘nobile e amatissimo’.
RAZZÒLA. Vite a uva bianca. Base nell’accad. râṣu(m) ‘accorrere (in aiuto)’ + ullû(m) ‘esaltata’ di dèa. Il significato originario fu ‘grande dèa soccorritrice’. Il che è tutto un programma.
REMUNGIÓ, Remmungiáu, Ramungiáu è una varietà d’uva bianca del sud-Sardegna. Basato sul vocabolo remungiádu, deriva dall’assiro rêmum, re’āmum ‘to be merciful, have compassion on’, ‘essere misericordioso, compassionevole’, re’mu ‘amico, unico grande amore’ + ḫadû ‘gioioso’. Il composto è quindi da tradurre come ‘amico gioioso’.
RETAGLIÁDU. Vite a uva bianca. Base nell’accad. rētu ‘forza’ + allatu, illatu(m) ‘famiglia, clan; (dio del) clan’, col significato sintetico di ‘forza del clan, o del dio del clan’: il che è tutto un programma.
RETÁGLIU. Vite a uva nera. Sembra una retroformazione di retagliádu, cui rimando. In ogni modo, nell’ipotesi che l’ampelonimo abbia avuto una formazione autonoma, si può proporre tranquillamente l’etimo accadico rētu ‘forza’ + ālu(m) ‘villaggio’, col significato sintetico di ‘forza del villaggio’ (nel senso che la produzione di tali vitigni doveva essere una garanzia di sopravvivenza, o una sicurezza di scambio, per un villaggio organizzato).
ROSA. Vite a uva nera. Base nell'accad. rusû(m) (un genere d'incantesimo). L’ampelonimo parla da sé.
ROSANÈRA. Vite a uva nera. Per l’etimo di questo ampelonimo, vedi più su rosa, che significa ‘incantesimo’. L’aggettivale nera è alquanto sospetto, essendo italianizzante. Lo si poteva chiamare nièḍḍa. Evidentemente quello che sembra un aggettivale è in realtà una paronomasia originata su un termine sardiano con base nell’accad. nēru (a tree). Onde rosa nèra significò ‘alberello degli incantesimi’ (a causa della bontà del vino).
SAZZAPÓRUS. Vite a uva nera. Il termine è sardiano, con base nell’accad. šaṭāpu(m) ‘preservare la vita’ + ūru(m) ‘città, villaggio’. Al pari del vitigno Retagliádu, che significò la ‘forza del villaggio’ (evidentemente perché ha sempre garantito una resa vitale per l’intero villaggio), anche sazzapórus significò ‘il salva-vita del villaggio’.
SEMIDÁNU. Vite a uva bianca. La base etimologica è l’accad. šīmtu(m), šēmtu ‘fato, destino’ + suffisso aggettivale sardo -nu. La forma sarda riposa, al solito, sulla desinenza in -a dell’accus. accadico (šīmta). La forma semidánu deriva dunque dalle forme intermedie *šim(i)tum, *šem(i)tum e significa ‘(vino) del fato, del destino’.
SINZILLÓSU. Vite a uva nera. Base nell’accad. Sîn, sînu ‘dio Luna’ + sillu(m) ‘protezione del dio’ (stato costrutto sîn-sillu + suff. sardiano -ósu) col significato sintetico di ‘protezione del dio Luna’ (il quale in origine fu il dio più importante del pantheon).
SPAREḌḌA. Vite a uva bianca. Base nell’accad. sippirû (a fruit tree) + ellû(m) ‘puro, limpido’ (stato costrutto sippir-ellû > *s(ip)par-ella > spareḍḍa. Probabilmente, la piantina produsse uva da mensa bianca: di qui il richiamo all’albero da frutta e alla limpidezza (del vino).
TENÁGI RÙBIU. Vite a uve nere. Base nell’accad. tīnu ‘un cespuglio fruticoso’ + aḫû(m) ‘fraternizzare’. In questo caso il significato sintetico è ‘alberello della fraternità’ (poiché berne il vino porta a… solidarizzare coi compagni).
TIDOCCO. Vite a uva bianca. Base nell’accad. tîtum ‘nutrimento, cibo’ + akû ‘palo d’ormeggio, d’appoggio’. Col che veniamo a sapere che le due viti titiacca (vedi) e tidocco producono uva da tavola, e che fin dalla più alta antichità i due vitigni furono utilizzati principalmente nelle pergole o appoggiati ad alberi o spalliere (palo d’appoggio).
TITTIÀCCA è un vitigno che produce uva da tavola bianca. Il termine è una agglutinazione, che tutti esplicano in titta de bacca ‘capezzolo di vacca’. In realtà ciò è vero soltanto per il primo membro dell’ampelonimo (titti-) che è il sardo titta, con suffisso -i- per il fatto che è in stato costrutto.
Ha un’equivalenza quasi perfetta con l’ampelonimo detto tidocco (vedi). La base etimologica è l’accad. tîtum ‘nutrimento, cibo’ + akû ‘palo d’ormeggio, d’appoggio’). Col che veniamo a sapere che le due viti titiàcca e tidòcco producono uva da tavola, e che fin dalla più alta antichità i due vitigni furono utilizzati principalmente nelle pergole o appoggiati ad alberi o spalliere (palo d’appoggio).
TRIGA. Vite a uva bianca. Base nell’accad. ṭīru(m) (un genere di alberello o cespuglio) + igû ‘principe, leader’. L’antico significato sintetico dell’ampelonimo è ‘alberello principe’. Di triga ci sono due vitigni, quello che produce uva nera e quello dell’uva bianca.
VERMENTÍNO. Vite a uva bianca. Tri-composto accadico: bēru ‘selezionato, di élite, scelto’ + mīnu(m) ‘incalcolabile’ + tīnu (un cespuglio che dà frutti). Il composto si combinò quindi in *ber-min-tinu. Significa quindi ‘alberello fruttifero altamente selezionato’.
VERNÀCCIA. Vite a una bianca. Base nell’accad. bēru(m) ‘selected’ + naqû ‘versare (vino in libazione, durante un sacrificio)’. Il nome significa quindi ‘(vino di classe) scelto per le libazioni’. Scopriamo così che questo vino prodigioso nell’alta antichità era usato, al pari del Nasco nel sud-Sardegna, per i riti divini: era insomma un classico “vino da messa”.
TZACCAREḌḌA. Vite a uve nere. Base nell’accad. zakāru ‘parlare’ + ellu ‘puro, chiaro’, col significato sintetico di ‘parlar chiaro’ (epiteto ironico dovuto alla “parlantina” causata dal vino prodotto). Con questo nome abbiamo viti a uve bianche e viti a uve nere.
ZIRÒNE. Vedi Girò.