ETIMOLOGIA DEGLI AMPELONIMI SARDI
(excerptum da FLORA SARDOA)
La conoscenza del vino si perde nella notte dei tempi. Nella Bibbia abbiamo due attestazioni. Spremere l’uva, fu una scoperta del Paleolitico. Secondo alcuni scavi, tracce degli acini d'uva potrebbero datarsi all'inizio dell'VIII millennio. Tracce di vinificazione sono in vasi del villaggio neolitico (5400-5000) di Hajji Firuz Tepe sui monti Zagros (Turchia). Nell'arcipelago greco si risale al III millennio. Lo stesso può dirsi per l'Antico Egitto.
La vite è di casa nell’Europa meridionale e nel medio-basso Mediterraneo. Probabilmente già cento milioni di anni fa, con l’inizio dell’Era Terziaria, esistevano le vitacee che, dopo le fasi glaciali del Pleistocene, si conservarono solo in alcuni territori, compresi quelli asiatici e americani. La paleontologia dimostra che la vite esiste nella penisola italiana almeno dal principio del Quaternario (ca. 2 milioni di anni fa).
Nonostante quest’ampia prospettiva, che suggerisce un’origine policentrica della viticoltura, certuni hanno l’idea che i primi viticultori fossero semiti. Facile arguirlo, poichè l’aridità dei loro suoli ha conservato ciò che in Sardegna è stato deteriorato. E le evidenze quantitative sono una ragione dirimente.
Ma persistono delle contraddizioni. Si ammette che tutto ebbe origine nella Mezzaluna Fertile, eppure si sospetta un’origine indoeuropea della viticoltura, stante la base armena dei nomi 'vite' (aiki) e 'vino' (guini). A rafforzare la tesi “indoeuropeista” ci si mise pure Noè, che andò ad arenarsi sulle montagne dell’Armenia. Ma è proprio dall’episodio del Diluvio che si arguisce, per quei tempi, una cultura comune a tutta l’Eurasia, se è vero che a tramandare la notizia di Noè sull’Ararat, un luogo lontanissimo da Canaan, furono gli Ebrei e con essi i Sumeri.
In ogni modo, non si è fatta la dovuta giustizia al fatto che la lingua scritta più antica del mondo (quella sumera) contiene già il nome della vite e del vino (vitis = geštin; cantina del vino = ekurun, e qui, in ekurun, si legge in filigrana la stessa radice armena di aiki); per arrivare al sardo vinu, dobbiamo attingere al neo-babilonese īnu ‘vino’, che quasi ripete la radice armena guini. Si vede che l’effetto “Torre-di-Babele” non era ancora intervenuto, e che sopra e sotto il 40° parallelo si godeva di una cultura vasta e uniforme, dove la koinè linguistica era un fatto assolutamente normale ed universale, e le parole, sia pure con fonetica alterata a seconda del popolo che le pronunciava, erano molto simili e legavano assieme il Sumer, la catena caucasica, le steppe kirghise, le Colonne d’Ercole, la Sardegna.
I nomi di certi processi culturali e quindi di certa flora furono comuni a tutta l’ampia zona peri-mediterranea, e risalgono allaPrima Cenosi Linguistica euro-asiatica, ossia alla fase culturale del Paleolitico-Neolitico.
Fu però la Seconda Cenosi Linguistica, quella Sumero-Accadica, ad influire profondamente sulle lingue.
In questa Seconda Cenosi rimane singolare la posizione della Sardegna, la quale annovera nel proprio lessico attuale più del 60% di termini accadici, altrove spariti da 2500 anni. Sono termini accadico-assiro-babilonesi e, parimenti, fenicio-ebraici, ossia cananei. Quindi è proprio in Sardegna che dobbiamo venire se vogliamo scoprire un’eredità tramandata inalterata a dir poco da 5000 anni (per quanto riguarda la Seconda Cenosi) e da parecchie decine di migliaia d’anni per quanto riguarda la Prima Cenosi.
Che in Sardegna sia ancora vivamente parlata la lingua accadica, e con essa le lingue parenti come l’ebraico, il proto-fenicio, il fenicio, non è un mistero. L’insularità ebbe una grande parte, salvando la Sardegna da tutte le invasioni e quindi dalle commistioni. I primi invasori, i Cartaginesi, parlavano la stessa lingua dei Sardi (o Shardana), ossia il semitico-cananeo. Quando i Romani s’innestarono nel 238 a.C., oramai lo zoccolo duro non era più attaccabile. Ed è durato sino ad oggi, portandosi appresso appena un 10% di latino. Ciò significa che la lingua oggi parlata in Sardegna è la più antica del mondo.
Nei vitigni sardi è proprio la nomenclatura accadica a irrompere; essa polverizza ogni altro tentativo di trovare, per gli ampelonimi, un’etimologia qualsivoglia. Quella che certi personaggi pretenderebbero d’imporre, risulta essere un’etimologia non scientifica ma ideologica, che si vuole gabellare con pasticciate, indimostrabili basi latine o romanze.
Qui appresso tratterò in ordine alfabetico i nomi di 24 vitigni, che sono quelli più celebri secondo tradizione.
Ma occorre prima cominciare col nome comune BINU o INU ‘vino’. Non deriva dal lat. uínum. Il termine sardo è molto più antico. Scopriamo che era già chiamato īnu in babilonese. Poiché la Sardegna ha parecchi toponimi riparii col termine binu, e poiché i toponimi sono in genere delle forme linguistiche assolutamente arcaiche, è assai probabile che i toponimi sardi che contengono il termine binu (esempio: Flumini Binu in agro di Sarrok), registrati esclusivamente nelle aree selvagge, indichino le fioriture di liane (Vitis) presenti allo stato selvatico in parecchie foreste primarie.
Il primo vitigno è chiamato ARÓFFU, dall'accad. bâru 'dura' + uppu ‘superficie’ o upû,ubû 'spessore, densità'. Il significato complessivo fu quindi, in origine, ‘(uva) dalla buccia dura’.
ARVISIONÁDU è noto a Benetutti. Dall’accad.-ebr. arbe ‘quattro’ + siyû una pianta (o se’û ‘pressare’) + nâdu ‘lodato, celebrato’. può tradursi come ‘pianta quattro volte magnificata’, in subordine ‘(uva) da torchio quattro volte magnificata’.
BOVÁLE. Vodret dice che è giunto in Sardegna dalla penisola iberica. È ricco di sinonimi, il più frequente è Muristellu, che vedremo. Il cosiddetto Bovale di Spagna è conosciuto anche come Nieddèra, che vedremo.
Wagner dichiara Bovale dal cat. boval (indicante un identico vino). Ma io dichiaro la parità storica, fonetica e semantica dei vini catalano e sardo. Poichè anche le coste catalane subirono un millenario influsso dei navigatori shardana ed orientali, e prima ancora godetterodella comune temperie culturale Paleolitico-Neolitica. La base etimologica è nel bab. bu’’u ‘ricercato, ambito’. Bovale è quindi un aggettivo col suffisso -ale (bu’’u-ale).
CAGNULÁRI. Wagner ha fatto confusione; pesca l’etimo nel catalano per la ragione che ad Alghero è chiamato cagliunart; in più ritiene cagnulari un secondo nome di cannonau. Ma cagnulari e cannonau sono diversi, come affermano gli specialisti. Cagnulari ha riscontro nell’accad. kanû(m) ‘trattare delicatamente, onorare’ (riferito agli dei) + larû(m) ‘ramoscello’. Significa quindi ‘piantina che onora gli dei’, ‘piantina che tratta gli dei con delicatezza’. Potrebbe significare pure ‘piantina molto delicata’ vuoi per la sua coltivabilità vuoi per il suo prodotto.
CANNONÁU. Wagner non trova l’etimo e collega il termine al cat. cananeu ‘cananeo’. In realtà cannonàu deriva direttamente dall’assiro-bab. kannu ‘germoglio, alberello’ + na’û(m) ‘nostro’, col significato complessivo di ‘alberello nostro’.
CARÀNAnon è un vitigno. L’idronimo riu Carana di S.Antonio Gallura ha base nell'assiro karānu, che riguarda un vino. Sembra che l’idronimo Caràna sia nato dal tipo di Vitis riparia ivi presente.
CARIGNÁNO è pure un comune in provincia di Torino donde prese il nome il ramo dei Savoia: Savoia-Carignano.
Ma nulla lascia intendere che i Liguri insediati a S.Pietro e S.Antioco si siano portati dei vitigni piemontesi, e neppure che abbiano intestato al Re il loro celebre “rosso”. Si è operata una facile paronimia. Carignano è un vitigno autoctono ed ha nome arcaico. La base è nell'assiro karānu ‘vino particolare’ + Anu ‘Dio supremo’ (composto karan-Anu), col significato di ‘vino appartenente al Sommo Dio’ (come dire ‘vino immortale’).
CRANNÁCCIA è considerato variante fonetica di Vernaccia. Ma la realtà è diversa. Il termine granatza,crannaccia,granaccia è documentato in Spagna, ma assai dopo il termine Vernacha (Vernaccia), nel 1613, mentre grenache in Francia compare prima, intorno al XIV secolo, e sembra convivere con vernacie-vernage-vrenache-etc. Donde provenivano i nomi?
Finita l’egemonia bizantina, il commercio tra Sardegna e Liguria si sviluppò. Lo scopriamo soltanto quando Genova, potente repubblica marinara, aveva cominciato ad occupare il nord-Sardegna nel XII secolo. Ma la storia documentata nulla toglie ai commerci più antichi. Ad esempio, il Giudicato di Arborèa, già da secoli prima, combinava matrimoni col sangue reale della Catalogna. Questo è segno che i commerci sardi andavano lontani nel tempo e nello spazio.
Il termine mittel-europeo granaccia proviene dalla Sardegna. È rilevato “nel contado di Cagliari” oltrechè ad “Oristano e dintorni”. E se appartiene al campidanese rustico, si capisce l’altissima antichità di Cran-naccia, che ha base nell’accadico karānu ‘vino, vitigno’ + naqû ‘versare (vino in libazione, durante un sacrificio)’, col significato complessivo di ‘vino da libagione (per i sacrifici del tempio)’.
VERNÀCCIA compare per la prima volta negli Ordinamenti della gabella di San Gimignano, poi in Cecco Angiolieri, poi in Dante (Purg., 24, 24). Wagner, ritenendolo d’origine italiana, non lo prende in considerazione. Quanto a me, credevo sino a ieri che il nome fosse stato introdotto dai monaci camaldolesi nei Campidani arborensi, originato da Vernaccia, antico nome di Vernazza, villaggio delle Cinque Terre.
Però alla luce del vocabolari semitici Vernaccia ha la base nell’accad. bēru(m) ‘selected’ + naqû ‘versare (vino in libazione, durante un sacrificio)’, col significato di ‘(vino di classe) scelto per le libazioni’.
GIRÒ, Zirone è un classico vitigno del Campidano meridionale, ivi relegato di recente dopo che per millenni era stato coltivato in tutta la Sardegna. Wagner ritiene il fitonimo d’origine ispanica in virtù del corrispettivo catalano girò. AncheVodret lo ritiene spagnolo. Ma anche la Spagna, principalmente la Catalogna, beneficia, al pari della Sardegna, d’una pletora di lemmi d’origine semitica. Ancora oggi gli Ebrei dicono tiroš per ‘vino’. Inoltre c’è un preciso lemma accadico ṭīru che indica un non meglio precisato genere di ‘alberello’. E dobbiamo prestare attenzione all’aggettivo accad. ṣīru(m) ‘esaltato, supremo, splendido, eccellente; di alta qualità’.
É evidente l’incrocio delle due forme accadiche e di quella ebraica, che hanno prodotto il nostro Ziròne. A sua volta Girò è la forma secondaria, importata dalla Catalogna ma d’origine semitica, coesistita assieme a Zirone dal 1324, ma solo nelle città reali della Sardegna (dove i Catalani s’insediarono), mentre nelle campagne la forma Zirone non ha mai avuto contrasti.
MALVASÌA. Si dice che fu il Boccaccio a introdurre il termine. Ma intanto c’è anche in latino un secolo prima. DELI sostiene, all’unisono con tutti gli altri linguisti, che Malvasia ha il nome del luogo da cui originariamente è provenuta (sic!). In pratica Malvasia è considerata la versione occidentale del gr. Monobasia (pr. Monovàsia), che però non è nome di vino ma di luogo, un approdo sulla costa del Peloponneso.
Le aree vocazionali sarde del Malvasia sono quelle a più alta densità di commerci fenici, ma si ritiene che sia stato veicolato in Sardegna dai bizantini. Certamente nel medioevo i nomi dei vitigni sardi, pur esistendo di già ognuno per suo conto, furono ricostituiti per influsso dei monaci bizantini, ed era sortita la nomea che tutti i vitigni sardi dovevano provenire dall’Oriente... anzi dalla Grecia. Ecco l’origine di Alvarèga (‘bianca greca’) il nome che al Malvasia è dato nel Nuorese. Peraltro l’isola di Creta, dove convergono le indicazioni dell’origine del Malvasia, fu anch’essa considerata dai Greci come Cosa Nostra sin dai poemi omerici. Quindi non dobbiamo adombrarci se la tradizione greco-bizantina vanta anche su questo ampelonimo la sua dubbia paternità.
Malvasia deriva il nome da un composto shardana, basato sull’accadico malû(m) ‘abbondanza, pienezza’ + (w)aṣu(m) ‘far crescere, germogliare, dischiudersi’ = ‘germoglio dell’abbondanza, germoglio dell’opulenza’.
MÓNICA. Vodret pensa che sia giunto in Sardegna intorno all’XI secolo, quando i monaci camaldolesi iniziarono a coltivare la terra. Ma può anche essere stato introdotto in epoca aragonese ed infatti in qualche zona esso viene chiamato “Monica di Spagna” o “uva Mora”.
Wagner ne ignora l’etimologia. L’ipotesi che il Monica sia nato nei conventi a causa delle assonanze, è puerile. Peraltro, la frequente attestazione, secondo la quale i vitigni dell’isola siano d’origine ispanica, è segno dell’abiezione culturale cui i Sardi furono costretti dal dominatore, sino a dichiararsi colonizzati anche in ciò che avevano di più autoctono.
In ogni modo, Monica non è spagnolo e non deriva neppure dal latino monacus. Ha invece la base nell’accadico munehhu ‘che rende docile, quieto’. L’appellativo curioso deriva dal fatto che la bassissima acidità fissa del vino lo rende appetibile, al punto che il bevitore varca facilmente la soglia dell’attenzione, restandone... domato, ‘docile, quieto’.
MURGULÉU. Il termine murguéu identifica tout court il ‘vino’. Già Plinio informa che si facevano i vini medicamentosi con vari prodotti dell’orto, compresa la santoreggia, detta in sardo murguléu. Gli antichi facevano ciò che noi moderni facciamo, ossia numerose “grappe” mediante l’associazione del distillato di vino ad una serie di piantine. Il cagliaritano murguéu identificò in origine un vino prodotto in associazione con la Satureja allo scopo di sfruttarne le capacità erotiche.
MURISTELLU è uno dei tre nomi del Bovale, vitigno trattato più su. Muristellu è rapportato dal Wagner al cat. monestrell e al nav. monastel, indicanti un tipo di vitigno. Ma è da ritenere che i fitonimi sardo e ispanico abbiano avuto la stessa base etimologica, che è il composto accadico mu’erru(m) ‘leader’ + šitlu(m) ‘piantina’, con esito *muer-sitlum > muer-sitellum > mu(e)r-sitellum > mur-istellu (per metatesi). Quindi Muristéllu significa ‘alberello leader’, a indicarne il valore.
MUSCÁU (Moscato). Il termine non è antico, stando alle fonti. Infatti DELI scrive che il termine moscatello è apparso nel 1348, mentre moscato (dal quale si suppone derivi moscatello) appare molto dopo, nel 1773. Come si vede, sono molti i termini che vengono registrati tardi nei testi, e sui quali dobbiamo procedere per induzione. In ogni modo DELI fa derivare moscato dal lat. mŭscu(m) 'muschio'. La voce è considerata prestito dal gr. mόschos, con significato di 'testicolo' (degli animali). Ma c’è frattura stridente tra il profumo del (vino) moscato ed il profumo del testicolo. Moscato è un "vino da donna", è soave, ha profumo gentilissimo, il testicolo no.
Neppure Dolores Turchi coglie nel segno quando, nel trattare lo sciamanesimo, una materia antichissima, ritiene che l'aggettivo muscau 'allucinato' abbia come base diretta l'Amanita muscaria, il noto fungo allucinogeno che in Sardegna, a livello popolare, non è stato mai conosciuto col nome latino, il quale è pervenuto a livello colto attraverso l'alta cultura rinascimentale. Osservando una persona stralunata, la quale si estranea dall'ambiente, diciamo: Bene muscau ses? Oppure musca juches?, intendendo dire: 'Sei allucinato? Sei fuori di te?'. Lo diciamo pure all’ubriaco. Ma queste accezioni sono moderne, molto seriori rispetto al cognome Muscau ed allo stesso vino Muscau, entrambi antichissimi.
Con questi siamo a un composto shardana con base nell'accad. mû 'acqua' + ṣūhu 'risata', ma anche droga, incantesimo afrodisiaco, che porta alla risata. Il composto s’aggiustò col tempo in *mu-suh-au > muscau. Il vino Muscau originariamente fu chiamato 'acqua dell'incantesimo' o ‘acqua della risata’. La risata è il primo segno dell’ubriachezza muliebre. Da Muscau in quanto ‘acqua dell’incantesimo’ fu definita per estensione anche l'acqua nella quale veniva sciolta la polvere del fungo oggi noto comeAmanita Muscaria: da qui il termine muscau 'allucinato'.
NASCO. Secondo Wagner, nasco sarebbe anche in prov. e cat. una qualità di vino. È un vino da dessert, e si presenta all’ospite con l’orgoglio della superiorità, dell’alta qualità. L’etimologia è semitica (così anche per il termine catalano e provenzale), dall’assiro nasāqu ‘scegliere, selezionare’ > nasqu ‘scelto, prezioso; qualità raffinata’. Giusto il fatto che molti termini semitici sono condivisi dall’accadico e dall’ebraico, dobbiamo ricordare che l’ebraico nāsaq significa ‘versare (il vino), fare libagione, offerta di vino’: tutto ciò riferito al vino delle offerte, al vino sacro (al vino da messa).
NIEḌḌÈRA è, secondo i più, l’altro nome del Bovale, e sembra rapportarsi, a primo impatto, direttamente al sardo nieḍḍu ‘nero’ < lat. nigellum, e significare quindi ‘ilNero’ per antonomasia. Ma non è così. Nieḍḍèra è una classica paronomia, ossia l’adeguamento di un nome antichissimo, non più compreso, ad un altro recente e di più facile intelligibilità.
La base etimologica è l’accad. nīdu(m) ‘giacente, strisciante’ + ēru(m) (un albero), col significato complessivo di ‘alberello molto piccolo’, ‘alberello molto basso’. Cfr. la terminologia della palma nana, chiamata khamaerops humilis, due parole (una greca ed una latina) che sono una tautologia reciproca per dire ‘(pianta) dall’aspetto assai basso, che rasenta l’humus, pianta terra-terra’.
Il nome del nostro vitigno è assai interessante e porge gli stessi raffronti paleobotanici che provengono da Caràna (vedi). Sappiamo che pure l’Edera (in sardo èra, da accad. ēru ‘alberello’) è un rampicante, ed in Sardegna gareggia spesso con la Vitis selvatica per colonizzare i siti forestali ricchi di humus alquanto umido. Il fatto che Era ed il composto Niedd-èra partecipino dello stesso morfo-semantema lascia capire a sufficienza che gli antichissimi Sardi del Neolitico, nell’impiantare la propria viticoltura, andarono a prendersi proprio i rampicanti ripariali.
NURÁGUS. Per questo vino bianco si è invocata l’antichità per il solo fatto che ripete il nome d’un antico centro abitato e persino il nome del nuraghe. Ma il vitigno non ha attinenza coi due precedenti lemmi. É certamente antichissimo e autoctono, beninteso, ma ha la base etimologica nell’accad. numru ‘brillantezza’ + agû ‘onda, flusso, inondazione’, per cui significa, letteralmente, ‘flusso di brillantezza’. È infatti il bianco più chiaro della Sardegna.
PASCÁLE. Il nome di questo vitigno è secondo Vodret di origine incerta. Egli suppone l’arrivo del vitigno dalla Toscana in età giudicale, impiantato originariamente nel Sassarese e solo in seguito migrato in Campidano. Wagner non lo prende in considerazione. Eppure questo rosso, indubbiamente tra i migliori della Sardegna, ha un nome autoreferente, che richiama la Pasqua. É il classico ‘(vino) pasquale’. Non dimentichiamo che la Pasχa,Pasqua (Pesaχ) è la più grande festa ebraica, in cui è consentito persino ubriacarsi. Il ‘vino pasquale’ dev’essere dunque il migliore in assoluto. In ogni modo possiamo pure proporre un secondo significato, anch’esso significativo: poiché questo vino è a lenta maturazione e lo si serve soltanto a Pasqua, forse è da questa usanza che ha preso il nome.
PREDI OLLA. Questo vitigno campidanese, che dà uve bianche, ha uno strano nome intestato ad un tale Olla, di professione prete.
In realtà è un composto shardana con base nel bab.pitru(m) + ullû che significa, letteralmente, ‘terreno esaltato’ (rivolto a una dea), che in questo caso possiamo tradurre come “tralcio divino” (rivolto a una dea).
REMUNGIÓ,Remmungiáu,Ramungiáu è una varietà d’uva bianca del sud-Sardegna di cui Wagner ignora l’etimo.
Esso, basato sul vocabolo remungiadu, è dall’assiro rêmum ‘essere misericordioso, compassionevole’, re’mu ‘amico, unico grande amore’ + hadû ‘gioioso’. Il composto è quindi da tradurre come ‘amico gioioso’.
SEMIDÁNU è un vino bianco. La base è l’accad. šīmtu(m),šēmtu ‘fato, destino’ + suffisso aggettivale sardo -nu. La forma sarda riposa, al solito, sulla desinenza in -a dell’accus. accadico (šīmta). La forma semidanu deriva dunque dalle forme intermedie *šim(i)tum, *šem(i)tum e significa ‘(vino) del fato, del destino’.
TITTIACCA è un’agglutinazione, che va esplicata in titta de bacca ‘capezzolo di vacca’ (è un tipo d’uva da tavola). L’etimologia è la stessa di titta che in sardo indica il ‘capezzolo’, ma anche l’intera ‘mammella’. Il termine ha la base nel bab. tîtum ‘nutrimento, cibo’.
TRAMARÌGHE log. ‘viticcio’. Wagner lo lascia senza etimo, mentre Paulis lo collega al toscano tamaro, lat. tamnus ‘vite nera, uva tamina’, con lo sviluppo di r ascitizia dopo occlusiva dentale, come spesso in sardo. Può darsi che Paulis sia nel giusto. Resta però la possibilità di una etimologia basata sull’accad. tamum ‘essere sbalordito, incantato’ ( o tamu ‘tipo di alberello’) + rīqu(m),riqqu ‘sostanza aromatica’, col significato complessivo di ‘aroma dell’incanto’.
VERMENTÍNO. Battaglia pensa che questo bianco sia di origine ligure, poichè c’è un genovese vermentin catalogato nel dizionario Genovese-italiano del 1851. Vero è che lo stesso Battaglia indica il Vermentino come tipico vino gallurese e sembra riconoscerne la sardità, per quanto ne individui la presenza in Toscana e in Liguria. Battaglia comunque ignora l’etimo di vermentino. Wagner neppure considera il lemma, vedendolo come accatto dall’italiano.
Non meraviglia che il Vermentino appaia anche in Liguria e in Toscana, appartenendo a queste due regioni le repubbliche marinare che governarono la Sardegna per alcuni secoli nel medioevo. Ed è da supporre che il Vermentino sia migrato dalla Sardegna verso l’Italia, non viceversa. Infatti la base dell’enonimo è un tri-composto accadico: bēru ‘selezionato, di élite, scelto’ + mīnu(m) ‘incalcolabile’ + tīnu (un cespuglio che dà frutti). Il composto si combinò quindi in *ber-min-tinu, significando ‘alberello fruttifero altamente selezionato’.