SARDEGNA EBRAICA





Indici

- Alcune considerazioni sui termini ebraici presenti nella lingua sarda

- Migrazioni di Ebrei in Sardegna

- Termini sardo-ebraici

- Termini denigratori inventati contro gli Ebrei della Sardegna

- I cognomi ebraici della Sardegna


(Avvertenza: la lettera h usata per trascrivere certi termini semitici ha valore di fricativa gutturo-palatale)






 ALCUNE CONSIDERAZIONI SUI TERMINI EBRAICI PRESENTI NELLA LINGUA SARDA


In Sardegna i Fenici non sbarcarono mai in aurea solitudine ma commisti ed affratellati ai pastori della Galilea: la base della dimostrazione sono i numerosi lemmi sardi esclusivamente ebraici o intrisi d’ebraismo, che non possono essere piovuti dal cielo.

Il nome del sito di Betilli (agro di Sàdali) ha riscontro esclusivo in bet-El (nome ebraico del luogo sacro rivelatosi ‘casa di Dio’ e contrassegnato da un cippo, da un bètilo). Canahini, l’antica curatorìa gallurese del territorio di Luogosanto, deriva direttamente dall’ebraico Canahan. Massada, villaggio sardo ora estinto, non può essere disgiunto dalla celebre Massada ebraica caduta nel 73 e.v. (questo è forse l’unico termine, dopo Sìnnai, Sini, Segossìni, attribuibile con certezza agli Ebrei del 19 e.v. ed agli scampati che li seguirono).

Sìnnai (v. Toponomastica Sarda 488) non può essere un’invenzione peregrina dei Sardi: è un segno d’inestinguibile nostalgia lasciato da un gruppo ebraico. Sini è un allomorfo di Sīnai. Segossìni è da accadico sehrum ‘piccolo’ ed ebraico Sīnai (= ‘piccola Sìnai’): ed infatti tale villaggetto stava affiancato al villaggio maggiore di Sìnnai. Il villaggio di Sìsini (agro di Suelli), un tempo pronunciato Sisìni (vedi la pronuncia del centro-nord Sardegna) deriva dall’ebraico Seh Sīnay (uno dei nomi di Yahweh, = ‘quello del Sìnai’).

Hafa, nome antico del villaggio di Mores, ha come referente Jāfa, nome di luogo della Galilea.

il villaggio Romàna, se lo ripuliamo dall’etimologia popolare che lo considera un aggettivale di Roma, appare per quello che è, il nome di un paese nato in luogo alto, dall’ebraico rūm ‘altezza, altitudine’, rōmēm ‘elevato’ (non a caso Romàna è l’unico paese sardo ad essere stato costruito sul cocuzzolo di un monte calcareo, anzichè alla base dove scaturisce l’acqua). Altra menda si riconosce nel Pecorino Romano, il formaggio più celebre della Sardegna, prodotto originariamente nella sola Barbagia, che i dotti ritengono introdotto in Sardegna dalle legioni romane nel 238 a.e.v., mentre significa semplicemente ‘pecorino delle alture, pecorino prodotto dai Barbaricini’, e deriva dall’ebraico rūm, rōmēm.

Bruncu Salàmu è una cima di Dolianova presso cui sgorgano le fonti di S.Giorgio, considerate terapeutiche da tempo immemorabile. Ha come referente il babilonese šalamu ‘pace, benessere, diventar sano’, identico all’ebraico šalom ed al toponimo Jeru-šalem.

Galilla, antico nome di Villasalto, ha il diretto ascendente in Galilea, e così la miniera d’argento di Sa Lilla, corruzione di Galilla. Per conoscere il popolo montanaro dei Galilla, leggi la celebre Tavola di Esterzìli (in T.S. 71-72, e qui riprodotta). Caillottu è il soprannome che quelli di Armungia e Villasalto si appioppano a vicenda, intendendolo oramai come cunillottu ‘coniglio, vile’, mentre è l’aggettivale antico della tribù dei Galilla, alla quale appartenevano.

Cùccuru S’Arráxu (agro di Sìnnai) è un pleonasmo, un nome ripetuto (nei toponimi sardi succede spesso, quando si perde il significato di uno dei termini), e significa ‘cima della cima’, dall’ebraico qōdqōd ‘sommità del cranio’ (pronunciato già nell’antico sardo cùccuru da un *cùccudu) + rōš ‘capo, testa’, che ha dato nel nord-Sardegna rasu e nel sud arrásu o arráxu. Il nome del paese di Giba viene dall’ebraico gib’a ‘gobba, elevazione’.

I golléis sono le caratteristiche ambe basaltiche del territorio della Baronìa, non molto elevate, dall’ebraico gūllā ‘coppa’, forse per il loro profilo caratteristico. Anche Su Gologòne, la risorgiva più potente della Sardegna, ha medesima radice. Qui il semantema è azzeccatissimo, ed ha l’accrescitivo -òne rafforzato dall’inserzione eufonica della -g-.

Tanto per restare in tema idrico, citiamo il demone sardo dell’acqua, Maimòne, dall’ebraico maim ‘acqua’.

Il ricordo della frutta c’è nei due toponimi Pirri e Pirréi, che ricordano i termini ebraici perrī ‘frutto’, pirreī ‘frutto (di un albero)’.

Il nome del paese di Oráni deriva direttamente da quello della divinità astrale cananea Horam, Horanu, e così pure il vicino oronimo Gonáre, oggetto di metatesi per *Horáne.

Bidda Mores, dall’ebraico moreh ‘piogge autunnali’, era un vicus nascosto tra le forre ricche d’acqua, nei monti di Sarròk. Dopo la siccità estiva, le piogge autunnali rivitalizzavano il territorio, ed il nome diventava tutto un programma.

Silki, un territorio ora inglobato nell’abitato di Sassari, celebre per il santuario romanico e per la rinascita della cultura sarda (oggi è più noto per il marchio dell’olio d’oliva), deriva dall’ebraico Silchi. Monte Sirái, celebre altura presso Carbonia edificata dai Fenici, ha i referenti nell’assiro Suru, fenicio Sr, ebraico Sôr e significa ‘Tiro’, o meglio ‘(città dei) Tirii’. Stessa origine ha Villa-Sor, che riproduce pari pari il termine ebraico Sôr = ‘Tiro’, e significa quindi ‘città di Tiro’. Mentre Sorres, l’antica diocesi celebre per la sua abbazia e per le bianche falesie, non significa ‘sorelle’ (etimologia popolare) ma deriva direttamente dall’ebraico Sūr ‘roccia’.

Succa, che è pure un cognome, deriva direttamente dall’ebraico sukka’ ‘tenda’. Il nome del paese Talàna deriva dall’ebraico talā ‘essere variegato, a macchie’, con riferimento al territorio cosparso di foreste miste a pascoli. S’Arcu Artilai (il ‘passo Artilài’) sul Gennargentu, agro di Desulo, deriva dall’aramaico talmudico ’artilai ‘nudo’, così chiamato non solo perché quasi tutti i passi montani erano disboscati per consentirne il controllo, ma principalmente perché questo passo glabro era veramente strategico, essendo il punto di contatto tra i pastori sardo-barbaricini con quelli di Fonni (Sorabile), gente esclusivamente romana, interessata a tenere relegati i Barbaricini nella loro “riserva”.

Arcuerì è, nella seconda parte del termine, prettamente ebraico, da accad. (w)arhu ‘varco, valico’ + segnacaso sardo de, ‘e = ‘di’ + da ebraico rē’û ‘pastore, re pastore’: il sintagma significa quindi ‘il passo dei pastori’ (era un passo strategico, adibito alla transumanza). Uguale termine si ritrova in Tedderì (‘altura dei pastori’) ed in altri toponimi pastorali, oltrechè in toponimi come Costa Réi = ‘la costa dei pastori’, e così via. Arcuéntu, il monte sopra Montevecchio, a sua volta ha subìto una corruzione: originariamente doveva essere *Arcubetu, da accad. arku ‘alto’ + ebraico bait ‘casa’.

Anche Benetutti è ebraico nella seconda parte, originato dal sardo bene, benas ‘sorgenti’ + ebraico takat ‘sotto, al disotto’. Il sintagma è riferito alle celebri fonti calde che stanno a valle (al disotto) del paese. Simile è l’esito di Teletottes (Supramonte di Urzulei), toponimo del sito dove il fiume della celebre Codula di Luna sprofonda sotto i calcari (da ebraico peleg-takat ‘corso d’acqua che va sotto’).

Tola (che è pure un cognome) ha il referente diretto nell’ebraico Tolā‛ che è un antroponimo notissimo (1Cr, 7/1 e passim) ma significa pure ‘tinto di scarlatto’, corrispettivo del greco φοινικός ‘quello della porpora, ossia fenicio’. Questo può essere un nomen professiōnis: quasi a indicare con appellativo ebraico (usato dagli Ebrei stabiliti in Sardegna con la prima ondata) chi tra i compagni Fenici imbarcava i muricidi sardi alla volta di Tiro (leggi T.S. a pag. 56, e leggi infra).

Il nome del paese di Teti deriva dall’ebraico tīt ‘fango’ e lega il suo nome a quello di tanti paesi sardi riferiti al fango (Paùli, Paùli Gerréi, Ovodda etc.), legati alle sorgenti fangose, ai siti umidi (ma dotati di capacità di sgrondo), dove normalmente si preferiva edificare il villaggio.

Torralba (Turarba) non significa – come i dotti pretendono – ‘torre bianca’ ma deriva dall’aramaico tur ‘altura’ + babilonese arbu ‘incolto’, e significa appunto ‘altura incolta, inadatta all’agricoltura’ (ed è in tali siti che si edificavano i villaggi, lasciando le terre buone per le coltivazioni).

Tsìppiri in sardo è il rosmarino, dall’ebraico sapīr, safīr ‘lapislazzuli, zaffiro’, a causa del colore dei fiori di questa pianta aromatica. L’abitato di Zuri deriva il nome dall’ebraico Zur (1Cr 8,30). Zurru, che è pure cognome, deriva dall’ebraico Tzur (1Cr 2,45).

Zìu, Otzìo (che indica dei prati irrigui) deriva dall’ebraico zuv ‘flusso, getto, zampillo’, ovvero da Ziu, Zio (secondo mese: aprile-maggio, che è quello della fioritura).

Urthàddala (Pischina Urthàddala) è un nome tricomposto del Supramonte di Baunéi, attribuito ad un laghetto profondo originato in un inghiottitoio otturato, situato dentro uno scenografico grottone. Deriva dall’accadico hurru ‘buca, cavità’ + ugaritico ta’t ‘pecora’ + ebraico dalu ‘tazza’ = ‘vascone per l’abbeverata delle pecore’.

Caddozzu, aggettivo campidanese per ‘sporco, lurido, sudicio’, è il perverso risultato della pervicace azione di smantellamento delle antiche religioni da parte dei preti bizantini. Deriva dall’ebraico qadòš ‘martire, santo’. E per restare nei termini sacrali, citiamo la valle di Villa Scema (agro di Villacidro), dall’ebraico Shemah Yisrael, invocazione liturgica quotidiana.






 MIGRAZIONI DI EBREI IN SARDEGNA


In T.S. ho affermato che gli Ebrei arrivarono in Sardegna con la prima ondata fenicia intorno al 1000 a.e.v. Non mi trovo isolato in questa segnalazione, che peraltro sono in grado di dimostrare. In ogni modo, anche Giovanni Spano (Storia degli Ebrei in Sardegna, 1875) ricorda che vari autori nei secoli scorsi congetturarono che gli Ebrei, quand'erano un popolo libero, mandarono per il mondo parecchie colonie.

"Strabone, parlando di essi, dice che non si trovava città del mondo dove non vi avessero stabilita la sede, godendovi di libertà civile, ed erano i più ricchi, perchè i più industriosi. Per la qual cosa vi furono dei Re, come un Antioco, che li richiamavano per servire d'incitamento e di esempio ai loro sudditi nel lavoro" (Spano 2).



Cananei. Per cananea intendo una lingua parlata da popoli che abitarono nella fascia compresa tra il deserto e il mare, estesa dalle oasi di Gaza sin oltre le foci dell’Oronte, dove cominciava l’impero hittita. Parlo di popolazioni cananee in senso lato (non diversamente sono note nella storia), e stricto sensu le definisco a un tempo prefenicie, fenicie ed ebraiche. Non interessa invece la terza popolazione locale, i Filistei, di lingua non-cananea, ch’erano uno dei Popoli del Mare insediatosi a forza su quelle coste al tempo in cui i Lidi occupavano le coste sarde. La lingua filistea era già fusa con quella cananea intorno al 1000 a.e.v., una fusione avvenuta con relativa rapidità perché i Sea Peoples, per quanto avessero dialetti diversi o complementari, in generale fruivano d’una parlata pan-mediterranea il cui collante era stato, e rimase ancora dopo le loro imprese, anzi lo era ancora intorno al 1000 a.e.v., la lingua accadica.

Gli antichi abitanti della Terra di Canaan ammettevano d’essere cananei, e per tale etnico Gerhard Herm propone la base accadica kinahhu ‘porpora’. Se vogliamo parlare di Fenici (letteralmente 'purpurarii'), da φοίνιος ‘ros­siccio, rosso cupo’, diciamo che essi non si riconoscevano nell’appellativo forgiato dai Greci: erano chiamati così per essere i monopolisti della ‘porpora’; ma con φοινιξ i greci indicavano anche la ‘palma’, in virtù dei grappoli di datteri che raggiungevano il colore rosso intenso.

Il territorio costiero del nord fu chiamato Fenicia primamente da Omero (Odissea, 4,83), ai cui tempi era occupato da città-stato dedite alla marineria. Ma i "fenici" invece prendevano il proprio etnico dal nome di quelle città (erano conosciuti infatti principalmente come Tirii o Sidonii, dalle città più importanti), non dalla porpora, che in effetti neppure producevano. Infatti le coste della Fenicia non avevano lagune degne di nota e dunque non potevano produrre tanto murice, che invece veniva dalla Sardegna grazie al fatto che quest'isola è l'unica del Mediterraneo ad avere una enorme quantità di lagune da cui si estraevano - e ancora s'estraggono - prodigiose quantità di murici (i più prelibati sono is buccònis). È pure risaputo che la Sardegna è stata da sempre grande produttrice di corallo rosso (oggi oramai la preda­zione è quasi completata), per la raccolta del quale in ogni epoca sono arrivate flotte specializzate di ūrīnātōres (palombari). Non è un caso che la primitiva Karali (Cagliari) prendesse il nome babilonese proprio dal corallo (karallu = ‘gioiello’).

La precisazione su chi veramente producesse la porpora nel Mediterraneo viene da Leonardo Melis (Shardana i Popoli del Mare, passim), ed è arduo confutarla. Egli rammenta inoltre che la porpora era cono­sciuta dagli Ebrei molti secoli prima dell'avvento dei Fenici (Esodo XXXV, 30,35). La tribù di Dan non solo conosceva la porpora 3-4 secoli prima dell'av­vento dei Fenici, ma la manipolava creando bellissime stoffe. Poichè le dodici tribù d'Israele furono formate ancor prima della partenza dall'Egitto, e poichè Dan costituiva non solo la tribù degli artigiani ma pure quella dei guerrieri (la retroguardia, durante l'Esodo), c'è da riflettere su chi fossero realmente questi personaggi, che noi soltanto per prudenza non colleghiamo al popolo Shardana, ugualmente stanziato sul Delta accanto a (o fuso con) gli Ebrei all'epoca degli Hyksos. Con questi ultimi gli Shardana erano certamente simbiotici ed ancor più lo erano gli Ebrei.

Il capitolo 18 di Giudici narra della ricerca di territorio in terra di Canaan da parte della misteriosa tribù di Dan, dopo che il precedente territorio assegnatole non era stato conquistato. Premuti dai Filistei, si stabilirono infine verso Sidone, a Laiš (chiamata in seguito Dan), della quale avevano passato a fil di spada tutti gli abitanti. Sui paralleli impressionanti tra i Daniti e gli Shardana il Melis (SPM 90-91) dà un proprio resoconto, cui rimandiamo, che non siamo tenuti a condividere.

Che alcuni tratti socio-culturali del popolo ebraico fossero maturati durante la permanenza nel Delta, è ancora il Melis a scommetterci (SPM, 86-87), a cominciare dal monoteismo professato da Amenofi IV (Akh-en-aton) che dagli Ebrei fu traslato e perfezionato nella propria religione. È più difficile invece accettare che Amenofi avesse creduto in un solo dio per merito degli Šardana.

Dopo essersi stanziato nell'entroterra cananeo, il popolo ebraico ebbe a un certo punto il sopravvento contro la presenza dei Filistei (dalla cui parlata indoeuropea ricevette forse qualche raro influsso), ed in epoca storica control­lava un territorio (comprese le coste) esteso da Gaza sin oltre la Galilea; solo più a nord, ma esclusivamente lungo la fascia costiera, si trovavano i Fenici propriamente detti, quelli delle città-stato “schiacciate” tra mare e montagna. La lingua fenicio-punica è il cananeo della costa, l'ebraico è il cananeo dell'entroterra. Ma qual era in realtà la lingua comune di questi popoli contigui? Per capirlo, dobbiamo indagare anzitutto sull'origine dell'alfabeto.

Scavando negli archivi di Ugarit si è scoperto che i fenici di questa città (e dell'hinterland) erano stati paradossalmente gli inventori non dell’alfabeto scritto con le "lettere fenicie" ma d'un alfabeto scritto con il sistema sumero dei cunei. Cos'erano, allora, le lettere fenicie usate in tutta la Palestina in competizione col cuneiforme di Ugarit? Anch'esse, come il murice, non erano autoctone della costa fenicia.

Erodoto (Storie, V, 58) ipotizza che l'alfabeto fosse arrivato ai Greci grazie a Cadmo, originario della Fenicia. Ma Platone lo contraddice, colle­gando le lettere fenicie a un'anteriore fonte egizia e attribuendone l'inven­zione a Thot, il dio della sapienza con effigie da scimmia. In realtà il potere della scrittura era tale ch'essa sembrava invenzione troppo profonda per essere il prodotto dell'uomo. La nozione del dono divino fu così forte da essere stata recepita nientemeno che dall'Enciclopedia Britannica del 1853. Ma perchè quest'origine egizia dell'alfabeto? Prima della decodificazione dei geroglifici egizi e delle relative forme corsive (ieratico e demotico) niente consentiva di considerare la scrittura egizia all'origine delle lettere alfabetiche. Ma così era, in realtà. Il corpo sacerdotale egizio aveva operato nei millenni una mirabile conservazione d'un sistema grafico che aveva usato come potente sistema di dominio sul popolo. Ma la storia non dipendeva soltanto da loro. Inseriamo l'intermezzo degli Hyksos, ed è fatta. Quei re-pastori (ca. 1700-1550 a.e.v.) che molti ricercatori recenti identifi­cano in tutto o in parte con la massiccia presenza ebraica del periodo di Giuseppe, furono quelli che, durante il loro dominio sul Delta, s'appro­fit­tarono evidentemente del sistema grafemico egizio, e non avendo interessi collimanti con quelli delle dinastie faraoniche, lo resero utile ai popoli asianici che li sostenevano (gli Apiru, o gli abitanti delle sabbie, o i Mentiu del Sinai) operando direttamente o indirettamente il miracolo di un protoalfabeto. La dimostrazione sta nelle tavole alfabetiche a noi note, la più antica delle quali fu trovata nel deserto dei Sinai (Protosinaitico del XVI-XV sec. a.e.v.), nelle miniere di turchese e rame di Serabit El-Kadem.

Il secondo apparato alfabetico è noto dal sarcofago del re Ahiram (Biblos, XIII-XI sec. a.e.v.), dove si nota una evoluzione in linea diretta dal proto­sinaitico. Il terzo apparato alfabetico è quello della stele di Meša (re di Moab, IX sec. a.e.v.) le cui forme sono appena più "evolute" (se così pos­sia­mo esprimerci) delle precedenti. Qualcuno confronta i caratteri della celebre Stele di Nora, in Sardegna, con quelli della stele di Meša: se così è, i caratteri norensi sono del 1000 a.e.v., ascendono ai tempi di Davide e di Salomone, o giù di lì.

In seguito non si può più neppure parlare di "lettere fenicie" tout court, perché ci fu una sempre più netta distinzione: da una parte avvenne l’evolu­zione ebraico-aramaica, a cominciare dai papiri aramaici di Ermopoli (Egit­to, V sec. a.e.v.), dai cui caratteri risalgono direttamente quelli dei Ma­no­scritti di Qumran (I sec. a.e.v.) ed in seguito quelli quadrati del Pentateuco ebraico; dall’altra parte ci fu l’evoluzione che fissò in caratteri immutabili l’alfabeto fenicio propriamente detto, trasmettendolo a Cartagine, agli Etruschi, ai Greci.

In realtà, una lingua fenicia originaria non esiste in quanto tale: esiste soltanto se non la disgiungiamo da quella ebraica ed ebraico-aramaica. "Lo studio sul primo sviluppo dell'alfabeto nel Levante avanzò di pari passo con le ricerche sugli antichi linguaggi semiti e con importanti scoperte archeologiche. La pietra moabita o stele del re Meša, rinvenuta a Dhiban nel 1868, sembrava serbare una forma arcaica precedente alle lettere fenicie. Il sarcofago di Eshmunazar re di Sidone, alcune tazze incise provenienti dal Libano e altri oggetti cominciarono a fornire le prove che l'alfabeto aveva avuto un'ampia diffusione nel tempo e nello spazio, già prima che i fenici lo diffondessero lungo le rotte del loro commercio" (Drucker, LA 28).

Dopo l'avvento delle lettere alfabetiche fenicie, etrusche e greche, così banali ma così terribilmente democratiche, il corpo sacerdotale egizio, declinante e sconfitto nelle prerogative sacrali, aveva perduto gran parte del potere. Con l'avvento dei primi re alessandrini il loro sistema grafico tramontò fatalmente. Ma fu proprio allora che i sacerdoti egizi si presero una rivalsa morale, riuscendo a dare una seconda eternità a quelle potenti immagini visive "originarie e divine". Il potere simbolico di quei grafemi s'indurì attorno al concetto di "geroglifico", che fu uno dei temi centrali del Corpus Hermeticum, un insieme di scritti che, prodotti tra il II e il III sec. e.v., univano gnosticismo cristiano e misticismo arcano in una dottrina che pretendeva di risalire alla figura di Ermete Trismegisto, forma grecizzata del dio egizio Thot. Da quel momento la trasmissione dei grafemi egizi come sistema di comunicazione era terminata.

È proprio attraverso il cuneiforme di Ugarit, strano apparato alfabetico così difforme dalle lettere fenicie, che conosciamo la prodigiosa evoluzione della civiltà ugaritica e, per riflesso, di quella palestinese. I fenici di Ugarit sono i promotori d’una letteratura poetica altissima, i cui vertici si riflessero nella Terra di Canaan e pervasero l’intera letteratura ebraica (quella nota come Bibbia). Possiamo affermare che nel territorio cananeo, eternamente compresso e travagliato tra le pretese imperiali assire, hittite, egizie, si svilupparono le condizioni per uno sviluppo vertiginoso della civiltà, cui fanno obbligatoriamente riferimento gli stessi storici e filosofi greci quando debbono render conto delle radici della propria grandezza.

Ad Ugarit fu rinvenuto il più antico alfabetario conosciuto, del 1350 a.e.v., i tempi del re ‛Ammittamru II. "Oltre il 70% del vocabolario ugaritico è attestato nelle altre lingue cananee - ebraico compreso - con gli stessi significati o, al più, con sensi molto vicini" (Baldacci, SU 224). Secon­do il Baldacci, i modelli più arcaici di ambo le lingue sono ipotizzabili al III millennio, dal quale sarebbero derivate le tradizioni narrative orali: Epiche arcaiche cananee > Tradizioni orali dei Semiti occidentali > Epiche amorree > Epiche ugaritiche > Epica biblica (le due ultime produzioni della filiera s'invertono ad ogni pie' sospinto e quindi diventano reciproche: Epiche amorree < Epiche ugaritiche < Epica biblica). È il caso, ad es., del tema biblico del Dio-Guerriero (Es 15, 1-18). La stessa tradizione si ritrova ad Ugarit nel ciclo di Ba‛lu e recentemente è stata ipotizzata anche nei miti amorrei del XVIII sec., vedendo in ciò l'indice di una grande unità non solo territoriale ma anche culturale nella Siria dei Semiti occidentali. La continuità dell'epica va vista anche nella religione, "soprattutto nelle epiche patriarcarli (XV-XIV secc. a.C.) dove, in aggiunta al nome di Yahweh, si può osservare l'equazione Yahweh = El che null'altro testimonia se non la continuità tra l'El di Canaan e lo Yahweh di Israele. El/Yahweh è quindi il dio che garantisce anche per Israele eredi (Gn 49,25) e che provvede alla salute (Nm 23,20); nel ciclo di Giacobbe, in Gn 49,24 è chiamato ’ăbîr ya‛ăqōb, 'il toro di Giacobbe', lo stesso titolo che Ilu ha in ugaritico, 'toro' " (Baldacci, SU). "Qualunque sia d'altronde la etimologia del nome di Israele (yiśrā’ēl), è chiaro che si tratta di un nome determinato dall'unione di una forma verbale con il nome divino ’ēl a conferma di un'originaria comunità di fedeli a questa divinità Cananea” (SU 230). "È stato fatto notare come dei 1454 termini utilizzati nei testi di Ugarit per descrivere il mondo del divino, ben 711 - quasi il 50% quindi - trovi precise corrispondenze (d'impiego, di significato e, a volte, persino di posizione, nella struttura della frase) nell'Antico Testamento" (Baldacci, SU).

"Questa continuità tra religione cananea e religione di Israele è anche reperibile nei molti nomi di luogo formati dal nome bêt 'tempio' unito a quello di un dio: così bêt-’ēl (Gn 12,8) indica che originariamente era al culto dell'El cananeo che si riferiva il toponimo; bêt-dāgôn (1Sam 5,2) evoca il culto del dio cananeo Dagānu; bêt-hôrōn (Gs 16,5) quello della divinità astrale Horānu; bêt-‛ǎnāt (Gs 15,59) quello connesso col culto della dea ‛Anatu; bêt-šemeš (Gs 15,10) quello dedicato al Sole; bêt-‛azmāwet (Esd 2,24) quello connesso con Motu il dio dell'Oltretomba. Nel 1946, Julius Oberman nel commentare le attinenze tra la Bibbia ed i testi di Ugarit scrisse: «Essi (i.e. i testi di Ugarit) ci forniscono di nuovi elementi di base per il folklore religioso e letterario della Palestina e dell'Antico Testamento: elementi di base molto più antichi di quelli della Fenicia e molto più vicini di quelli dell'Egitto o di Babilonia». Naturalmente, come in tutti i casi analoghi, le similitudini della Bibbia sono anche sottolineate da alcune normali diversità che la stessa tipologia della tradizione orale determina quando si trovi applicata ad aree limitrofe e diverse tra loro, pur con un comune patrimonio culturale. Alcune di queste diversità sono unicamente imputabili alle scelte religiose operate da Israele: l'esclusiva posizione di supremazia sugli altri dei dimostrata da Yahweh/El, anche nelle più arcaiche tradizioni di Israele, creò un divario sempre maggiore con la religione cananea da cui aveva preso origine" (SU, 232).

Partendo da queste premesse poste dal Baldacci, è ovvio che la civiltà fenicia, sviluppatasi attraverso le città-stato, non poteva esprimere la propria potenza se non usufruendo della forza materiale delle popolazioni dell’hinterland, delle colline, delle montagne, con le quali dai tempi di Ugarit godeva d’una comune temperie culturale. Quella della civiltà fenicia fu una storia analoga a quella ateniese, che si espresse dentro la città ma con l’apporto di tutti gli abitanti dell’Attica e dei navigatori dell’Eubea e dell’arcipelago. I Fenici non potevano fare a meno dell’apporto in uomini e materiali da parte delle po­­po­lazioni dell’entroterra, che erano anzitutto quelle semi-stanziali ebrai­che (tribù di Dan, Neftali, Aser, Zabulon, Issacar) e quelle nomadi dei Palmi­reni, che parlavano un dialetto siro-accadico. Questa compenetrazione va tenuta presente, se vogliamo intuire la composizione etnica degli equi­paggi fenici che andarono per l’occidente mediterraneo a segnare del proprio crisma numerose terre straniere. In realtà la lingua di questa gente era una sola, scompartita in vari dialetti la cui comprensione reciproca era assicurata da una base comune (un po’ come avviene oggi nella lingua sarda, la cui diversità dialettale non impedisce a un campidanese di comunicare con un logudorese).

Parlare di Cananei significa parlare pure di genetica, di aplotipi. L’aplotipo è un insieme di geni che identifica una popolazione o un gruppo, e si caratterizza per le frequenze più ricorrenti dei suoi geni (es. colore degli occhi e dei capelli, altezza…). Un locus dell’aplotipo fenicio è quello caratterizzato dall’assenza del p12f. È proprio il p12f a mancare totalmente nei Fenici (delezione); non solo, ma questa mancanza si riflette dovunque siano passati i Fenici, con un gradiente che diminuisce dalle coste all’entro­terra. Ciò vale, a maggior ragione, per la Sardegna. Vedi al riguardo la ricer­ca di Mitchell-Hammer-Earl-Fricke del 1996 (Human evolution and the Y chromosome).

Da ciò possiamo capire meglio cosa successe in Sardegna. Cominciò tutto con i Sea Peoples, che arrivarono direttamente anche in Sardegna (difficile ipotizzare l’inverso, perché i Sea Peoples erano orde indoeuropee mischiate ai popoli indigeni tra i quali s’erano insediati, e per quanto attiene alla Sardegna arrivarono forse già mischiate ai Lidi o subito dopo i Lidi). Essi cominciarono quindi ad insediarsi nell’isola assieme (o in concorrenza) coi Lidi; ma il loro impatto maggiore lo si deve immaginare qualche decina d’anni appresso, ai tempi della catastrofe storica del XIII sec. a.e.v., allorché si videro i Sea Peoples discen­dere in massa nell’Egeo, far crollare l’impero ittita, ridisegnare la carta geografica delle coste palestinesi, tentare l’invasione del Delta.

Beninteso, i portatori dell’aplotipo fenicio non furono i Sea Peoples, essi furono semplicemente coloro che misero in moto la propagazione dell’aplotipo fenicio, in quanto misero in fuga le popolazioni ugaritiche, le popolazioni costiere che in parte scapparono verso altri lidi, anch’esse miranti, nel caos delle fughe, delle controfughe e degli annientamenti, agli stessi approdi da cui erano partiti od ai quali mirarono – prima o poi – gli stessi Sea Peoples. Questi ultimi, insediandosi anche nella Terra di Canaan (c’erano Filistei, Shardana e altri) furono assorbiti gradatamente dalle popolazioni proto-fenicie residue e dalle bellicose tribù ebraiche da tempo stanziate nell’immediato retroterra, le quali solo momentaneamente restarono tecnologicamente imbelli, poiché non maneggiavano il ferro. Ma in pochi decenni le popolazioni aborigene rivierasche (quelle che non erano scappate e che s’erano ormai mescolate agli ex Sea Peoples) trasmisero la propria eredità anche alle tribù ebraiche (l’aplotipo fenicio), resero democratica la tecnologia del ferro e delle navi d’altura, quella stessa tecnologia che dal 1000 a.e.v. fece emergere la prodigiosa presenza dei Fenici, i veri portatori – assieme agli Ebrei – dell’aplotipo qui accennato.

È sorprendente la sicumera con cui gli storici, gli archeologi ed i linguisti liquidano il problema della lingua sarda delle origini, che riconoscono soltanto essere “indoeuropea” al pari di quella etrusca, ma poi mostrano d’ingabbiarsi in una mera petizione di principio, non avendo approfondito alcunché, se è vero, com’è vero, che non ammettono nella toponomastica e nella lingua sarda altro che sette reperti fenicio-punici, mentre in realtà i reperti fenici e semitici lato sensu ascendono a parecchie migliaia. Sono d’accordo col Meloni e con altri studiosi sul fatto che la toponomastica fenicio-punica fu soppiantata spesso per “riqualificare” intenzionalmente il nome del luogo, al quale i Romani mirarono, dando forme latine (o greche), mentre i geografi greci non ammisero altre designazioni se non espresse da forme e semantemi propri. Eppure quel plancher di toponimi “riqualificati” non è l’unica eredità degli usi antichi; emergono qua e là centinaia di sagome originarie pietrificate, che ad una attenta indagine mostrano una forma spesso cananea (fenicia, ebraica, aramaica), oppure risalgono a più remote stratificazioni – pre-fenicie, quasi sicuramente sardiane visto che i Sardi furono ovviamente i padroni del proprio territorio – che però, non potendo azzardare troppo su tale strato (quello dei Sea Peoples e quello ancora precedente), siamo in grado di riconoscere e “certificare” soltanto se le misuriamo sulla base panmediterranea dell’epoca, che era accadica.

La presente ricerca non mi ha posto a contatto col solo strato accadico ma anche con quello appena successivo, anzi spesso coevo e commisto, ossia quello cananeo (lingua semitica dell’ovest), che nessun linguista sinora aveva considerato, per la Sardegna, se non per minimizzarlo o escluderlo.

Io non ho operato il miracolo dello Schliemann, che si mise a scavare nella certezza di mettere in luce la città di Troia, che poi in effetti scoprì. Il mio miracolo è capovolto. Quando ho iniziato il presente lavoro non avevo altra preoccupazione che di mettere un po’ d’ordine e di metodo nello studio della toponomastica sarda. Non avevo alcun sospetto che la toponomastica sarda fosse intrisa di lemmi semitici. Ridevo della semito-mania dello Spano. Convinto della teoria del Wagner che in Sardegna i toponimi fenici sono sette e basta (anzi cinque, i quali sono in definitiva dei nomi comuni, come precisa lui stesso: tsikkirìa, mittsa, tsingorra, kemu, tsippiri), avevo intrapreso la ricerca nell’intento esclusivo di dare finalmente un etimo ai nomi di tutti i centri abitati della Sardegna, soppesando la devastante insipienza con cui sinora erano stati considerati. Chi andava a immaginare che, strato dopo strato, lemma dopo lemma, campo semantico dopo campo semantico, avrei composto un elenco di 1900 toponimi (molti di più rispetto al numero dei paesi) e, sinora, un ulteriore elenco di 4000 lemmi, e che l’indagine comparata di questa messe di forme prima inesplorate mi avrebbe inchiodato ad una responsabilità nuova, proiettandomi fuori dell’orbita asfittica della linguistica indoeuropea? Non era mia intenzione, non avevo preconcetti in materia, non volevo onorare alcuna ideologia. Mi è bastato il coraggio, mi è bastata l’indignazione per come sono stati negletti gli studi sulla lingua sarda delle origini. L’orgoglio intellettuale ha fatto il resto. E dopo la toponomastica, i miei studi sono avanzati attraverso l’intero scibile della Sardegna. Per ora ho scandagliato: 1 un buon numero di toponimi; 2 i numerosissimi nomi dei pani; 3 tutti i nomi della flora; 4 tutti i nomi delle malattie, delle pratiche magiche, delle pratiche sciamaniche, della religione arcaica; 5 tutti i termini sardo-ebraici; 6 tutti i termini sul Carnevale sardo; 7 numerosi termini sulla musica antica della Sardegna. Altri campi dello scibile sono sotto attenta osservazione, e ne scaturiranno a breve dei dizionari tematici.

Riesumando lo strato cananeo, ho finito per completare il mosaico del plancher preromano. La fatica dell'inda­gine mi ha portato al fondo della sconvolta realtà della lingua sarda, che pochi linguisti hanno saputo governare con metodo adeguato. Molti di loro, impegnati a sepellire i lemmi che non capivano, ne hanno precipi­to­samente chiuso a migliaia nel cimitero “proto-sardo”, dichiarando di fatto la propria incompetenza sulle lingue semitiche e su quella etrusca. E invece è proprio da tale cimi­tero che bisogna partire, per riesumare tanti lemmi ancora vivi e parlati dal popolo.

Ba‛alu, Motu, Šamaš, Horanu, Šalimu, ‛Aštartu sono deità cananee che citiamo come un (minimo) esempio di sopravvivenza nella toponomastica sar­da, nei nomi propri, nei nomi comuni (es. Šamaš > Samassi, Horanu > Orani, Motu > Mom­moti, Dandannu > Tadannu). Sono migliaia di termini che dànno una sfilza di referenti e indicano un uso preciso del territorio, delle cose, degli ambienti, dei sentimenti, che non è soltanto sacrale (come suppose Sardella) ma economico, funzionale agli scambi, alla specializzazione, alla vocazione agraria, alla qualità dei pascoli, al paesaggio, alla flora, alla panificazione, alle malattie, alle credenze, alla religione, alla magia.

A questo punto debbo fare una precisazione. Mentre sui Fenici propriamente detti (ossia i Giudeo-Cananei) la ricerca linguistica in Sardegna può fermarsi facilmente ad uno-due secoli a.e.v., per gli Ebrei propriamente detti il discorso si fa più articolato. La loro presenza in Sardegna può essere analizzata su quattro piani temporali: epoca fenicia e fenicio-punica, epoca del primo impero, epoca del tardo-impero, epoca del XIV secolo dell’era volgare.



Circa il piano fenicio, sono convinto che la storia della convivenza (e delle frizioni) tra le popolazioni in Terra di Canaan (simile per certi versi allo “scontro” tra Sardi planiziari e Barbaricini delle montagne) abbia portato a formare spesso degli equipaggi misti. Per intenderci, la terra sarda fu colonizzata da semiti delle coste e dell’interno affratellati da un unico intento. A far propendere per questa tesi non è solo una stringente logica storica ma una ancor più rigorosa logica economica. I primi fenici (o uguaritici o pre-fenici) approdati in Sardegna propalarono (come che non fosse mai bastato l’Oracolo di Delfo) la notizia di un’isola strabiliante, dove alle magnifiche opportunità delle coste, delle immense fioriture di corallo rosso, delle lagune prodigiosamente ricche di murice, delle innume­­re­voli saline, delle pianure cerealicole e delle miniere si affiancavano gli ster­mi­nati territori montani ricchissimi di sughero, di foreste, di legname, di quer­ce, lecci, terebinti, tassi, ginepri; montagne ricche di pascoli, acqua, sel­vag­gina. È del tutto ovvio che la notizia pacificasse quelle tribù guerriere, determinando lo stop della secolare pressione delle tribù ebraiche che ambivano ad insediarsi sulla costa. Successe né più né meno quanto avvenuto in Italia nel Secondo Dopoguerra (dal 1946), con l’avvento della democrazia e dell’espansione economica, allorché centinaia di migliaia di pecore barbaricine furono traslate di peso sulle navi e trapiantate sulle montagne del Lazio e della Toscana ormai vuote di pastori. Oggi non c’è plaga montana dell’appennino centrale che non parli sardo.

Così avvenne per la Sardegna di 900-800 anni a.e.v., ma anche per la Sardegna del 1000 a.e.v., se accettiamo la notizia veramente eclatante della Bibbia relativa alla costruzione del Tempio di Salomone. Il re degli Ebrei era in pace ed armonia col re di Tiro, il fenicio Chiram, dal quale ottenne non solo tutti i cedri ed i terebinti necessari ad edificare la Casa di Dio, ma persino gli artisti che plasmarono le statue dei Cherubini, le foglie di palma ed i boccioli dei fiori. Salomone riconosceva che “fra di noi nessuno è capace di tagliare il legname come sanno fare quelli di Sidone”. Alla cava e alla lavo­ra­zione dei grandi massi per le basi e le mura del Tempio lavorarono artigiani ebrei ed artigiani di Biblos. Quindi artisti ed operai vennero in parte da queste tre città-stato fenicie. Salomone ricambiò i favori di Chiram rendendogli per parecchi anni orzo, grano, vino e olive schiacciate ossia olio d’oliva (1Re 5; 2Cr 2,2-15). Il longevo Chiram aveva avuto ottimi rapporti anche col re David, al quale aveva mandato legno di cedro e maestranze (2Sam 5,11; 1Cr 14,1; 22,4). Ricordiamo che Chiram aiutò Salomone anche con l’invio di marinai esperti per la flotta di Ezion-Ghèber nel golfo di ‘Aqabah, da cui fece rotta verso Ofir (1Re 9,26-28; 10,11-12; 2Cr 8,17-18; 9,10-11). La “flotta di Taršis” (Tartesso? = Ezion-Ghèber?) appartenente a Salomone navigava dal golfo di Aqabah al Mar Rosso ed oltre, assieme alla flotta di Chiram (1Re 10,22; 2Cr 9,21-22). Tiro intrapre­se la propria intensa attività di colonizzazione dopo aver preso il controllo di Kition, sull’isola di Cipro, in un momento compreso tra l’XI e il X sec.a.e.v., ed è da quei tempi che iniziò l’avventura cananea, capitanata dai Tirii, lungo le coste del Mediterraneo centrale occidentale.

Sembra quindi ovvio che i pastori ebrei, dal 1000 a.e.v. in qua, si mischiassero in pace coi cittadini della costa (coi "fenici"), e sbarcassero poi in Sardegna per ripopolare le montagne, che allora erano delle entità economiche ubertose e di grande promessa produttiva. Non solo, ma gli Ebrei si portarono appresso i propri ulivi. Non si capisce altrimenti perchè in Sardegna esistano ancora molti ulivi che, a detta dei botanici e dei forestali, risalgono a millenni prima di Cristo, ulivi che i Greci non piantarono di certo. Si sa che l'ulivo era conosciuto dai Sumeri 3000 anni a.e.v., ed in terra di Canaan è documentato da quando si cominciò a utilizzare l’alfabeto: Olio faranno piovere i cieli - di miele fluiranno i torrenti (Corpo del cuneiforme di Ugarit: III: 12-13, citato dal Baldacci). Ciò significa che ogni popolo portò in Sardegna i propri ulivi. Ciò, beninteso, non significa che i Sardiani precedenti non conoscessero l’ulivo, poichè esso in Sardegna è sempre esistito (ne esistono alcuni che fruttificano ancora da 7000 anni).

Questo è il primissimo strato ebraico in terra sarda, cui seguì sicuramente un altro sub-impulso al tempo dell’assedio di Gerusalemme da parte di Sennacherib, un altro quando Gerusalemme cadde sotto i colpi di Nabuccodonosor, un altro durante l’esilio babilonese; forse un quarto durante l’invasione che dette forma al primo regno ellenistico.



Il secondo strato storico della presenza ebraica in Sardegna è dichiarato bene da Tacito e da Giuseppe l’Ebreo, che narrano d’un trasferimento coatto avvenuto, secondo i testi, nell’anno 19 dell’Era Volgare.

Tacito, Annali, Libro 2°, LXXXIV, 85: Eodem anno gravibus senatus decretis libido feminarum coercita cautumque, ne quaestum corpore faceret cui avus aut pater aut maritus eques Romanus fuisset. Nam Vistilia, praetoria familia genita, licentiam stupri apud aediles vulgaverat, more inter veteres recepto, qui satis poenarum adversum impudicas in ipsa professione flagittii credebant. Exactum et a Titidio Labeone, Vistiliae marito, cur in uxore delicti manifesta ultionem legis omisisset. Atque illo praetendente sexaginta dies ad consultandum datos necdum praeterisse, statim visum de Vistilia statuere; eaque in insulam Seriphon abdita est.

Actum et de sacris Aegyptiis Iudaicisque pellendis, factum patrum consultum, ut quattor milia libertini generis ea superstizione infecta, quis idonea aetas, in insulam Sardiniam veherentur, coercendis illic latrociniis et, si ob gravitatem caeli interissent, vile damnum; ceteri cederent Italia, nisi certam ante diem profanos ritus exuissent.

“In quello stesso anno il Senato con severissimi decreti cercò di reprimere la dissolutezza delle donne, e dispose che a nessuna, che avesse avuto l’avo o il padre o il marito cavaliere romano, fosse lecito prostituire se stessa. Vistilia infatti, appartenente a famiglia pretoria, aveva dichiarato dinanzi agli edili di essere pubblica meretrice, secondo l’uso vigente fra gli antichi, i quali pensavano che pena sufficiente alle donne corrotte fosse la stessa pubblica confessione della loro infamia. Fu imposto anche a Titidio Labeone, marito di Vistilia, di giustificarsi perché aveva trascurato di ricorrere alla legge contro la moglie, rea confessa di tale colpa; e poiché quello adduceva come pretesto che non erano ancora trascorsi i sessanta giorni, concessi per formulare l’accusa, parve al Senato che bastasse prendere una decisione nei riguardi della sola Vistilia, che fu esiliata nell’isola di Serifo.

“Si trattò anche dell’abolizione dei culti egizi e giudaici, e si deliberò che quattromila liberti, seguaci di quella superstizione infetta, i quali, per età, erano atti al servizio militare, fossero trasportati in Sardegna, per la campagna contro il brigantaggio; se poi fossero periti per i miasmi del clima, sarebbe stato ben poco danno; agli altri fu comandato di uscire dall’Italia, se entro un giorno fissato non avessero abiurato e respinto quei riti profani.”

Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche, XVIII, 81-84) dà una versione alquanto diversa dell’episodio tacitiano: “C’era un Giudeo, un vero fuggitivo, allontanatosi dal proprio paese perché accusato di trasgredire certe leggi, e per tale motivo temeva una punizione. Proprio in questo periodo costui risiedeva a Roma e svolgeva il ruolo di interprete della legge mosaica e della sua saggezza. Costui arruolò tre mascalzoni suoi pari; e allorché Fulvia, una matrona d’alto rango, diventata una proselita giudea, incominciò a incontrarsi regolarmente con loro, la incitarono a inviare porpora e oro al tempio di Gerusalemme. Essi, però, prendevano i doni e se ne servivano per le proprie spese personali, poiché fin dall’inizio questa era la loro intenzione nel chiedere doni. Saturnino, sollecitato dalla moglie Fulvia, riferì tutto a Tiberio, suo amico; per tale motivo egli ordinò a tutta la comunità giudaica di abbandonare Roma. I consoli redassero un elenco di quattromila di questi Giudei per il servizio militare e li inviarono nell’isola di Sardegna; ma ne penalizzarono molti di più, che per timore di infrangere la legge giudaica, rifiutavano il servizio militare. E così per la malvagità di quattro persone, i Giudei furono espulsi dalla città.”

Svetonio (Vita Caesarum, Tiberius, Liber III, XXXVI) riporta anch’egli la notizia, sia pure in termini più generici: Externas caerimonias, Aegyptios Iudaicosque ritus compescuit, coactis qui superstizione ea tenebantur religiosas vestes cum in strumento omni comburere. Iudaeorum iuventutem per speciem sacramenti in provincias gravioris caeli distribuit, reliquos gentis eiusdem vel similia sectantes urbe summovit, sub poena perpetuae servitutis nisi obtemperassent. Expulit et mathematicos, sed deprecantibus ac se artem desituros promittentibus veniam dedit. Traduzione: “Represse i culti stranieri e i riti egiziani e giudaici, costringendo quelli che professavano tali culti a bruciare le vesti da cerimonia e tutto l’arredo sacro. Col pretesto del servizio militare distribuì in province dal clima piuttosto malsano i giovani giudei, e allontanò dalla capitale gli altri dello stesso popolo e quelli che seguivano culti simili ad essi, sotto pena di perpetua schiavitù se non avessero obbedito. Cacciò pure gli astrologi; poi però, quando lo supplicarono e promisero che avrebbero rinunciato alla loro professione, li perdonò.”

Dal testo di Tacito risalta primariamente un fatto, che i coatti non erano tutti ebrei, nonostante l'affermazione contraria di Giuseppe; ma possiamo supporre che in gran parte lo fossero, perchè non era costume degli egiziani di riconoscersi come popolo anche fuori casa. Gli Ebrei sono stati unici nella storia universale a sentirsi (e ricostituirsi sempre) come popolo ovunque si trovassero. Quindi Tiberio aveva fatto un atto antiebraico, uno dei tanti sopportati dagli Ebrei in epoca pre-costantiniana. Dalla notizia di Giuseppe risalta la difficilissima posizione degli Ebrei rispetto al servizio di leva imperiale obbligatoria, quale poi si configurò anche presso i primi cristiani. Su questa posizione ideologica l'imperatore operò, sperando di scardinare un'etnia poco disposta ad integrarsi. Non a caso i quattromila erano tutti maschi ed in età di leva, quindi giovani, pronti al matrimonio. Grazie al "guanto di velluto" dell'alleata malaria, Tiberio aveva la certezza che il drastico ridimensionamento mercè questa diaspora potesse avvenire proprio in terra sarda. Ma fu proprio lo stato di belligeranza dei Barbaricini che salvò i Quattromila, spediti in fretta su montagne che non conoscevano la malaria (Tiberio evidentemente non sapeva che la malaria era un fenomeno della pianura).

Una volta giunti in Sardegna, quale fu infatti il destino dei Quattromila? Dai toponimi e da altri reperti lessicali ebraici immagino che furono dispersi per le montagne dell'isola, ma alcuni nuclei ebraici furono tenuti coesi per finalità strategiche. Questi ultimi non furono lasciati soli ma vennero inquadrati, per ragioni di disciplina, di arte marziale e di efficienza tattica, assieme ad altre unità insediative e combattenti più "lealiste" (il cui numero però va immaginato esiguo). Le ragioni strategiche dettarono anche il numero e la dislocazione dei vari contingenti. Di questi forse il più grosso fu destinato a fare argine attorno alla capitale Karalis ed alle sue pianure, al fine di contenere il preoccupante fluttuare dei Barbaricini sulle montagne che da Sìnnai vanno sino al Flumendosa spaziando nell'intero corno sud-orientale dell'isola.

Così nacque l'accampamento militare che poi, trasformatosi lentamente in villaggio, prese il nome di Sìnai, (Sìnnai secondo la fonetica sarda, ma ancora nel medioevo Sìnai). Questo accampamento-villaggio doveva essere la base di partenza per ogni attacco (o contrattacco). La libertà di dare il nome più adatto al proprio villaggio-caserma era il minimo che questi coatti potessero pretendere. Non solo, per quanto diremo adesso dobbiamo immaginare che essi non abbiano avuto più ragioni per tornare a Roma, dopo la revoca dell'esilio da parte dell’imperatore Claudio. Paradossale ma non troppo, essi avevano scoperto di dover "mettere in riga" nientemeno che gente parlante la loro stessa lingua, o giù di lì. E chiaramente si rifiuta­rono, o temporeggiarono. Non importa quali modi ostili o astuti o garantisti abbiano usato presso il comando romano. Probabilmente escogitarono un modus vivendi tale da placare la foga dei Barbaricini, tenendoli a bada ed integrandosi con loro, impedendogli nel contempo di arrecare danno alle pianure. Senza questa intuizione, non capiremo mai nè il mistero della "sparizione storica" dei Quattromila nè il mistero della perpetuazione di certi toponimi-guida sulle montagne. Ricordiamo che la lingua latina, dopo due secoli dalla conquista, era parlata a malapena entro le mura cittadine, mentre tutto il resto dell'isola (specie sulle montagne) continuava ad esprimersi coi linguaggi cananei portati dai "fenici" e dai punici, oltrechè con la lingua accadica.

Un dato di storia territoriale conferma l'insediamento ebraico a Sìnnai, che non può essere spiegato adeguatamente senza immaginare che per i com­bat­tenti ebraici dovette essere applicata una compensazione terriera post-levam, o addirittura una compensazione tipo "leva dei kabaddáris", così rino­ma­ta nell'epoca bizantina, con attribuzioni di ampie proprietà in cambio del controllo del limes. Con l'Unità d'Italia nel XIX secolo Sìnnai risultò essere il comune sardo con maggiore superficie territoriale (in proporzione agli abitanti): possedeva nientemeno che l'intero corno sud-orientale della Sardegna, un territorio immenso. Non c'è altra spiegazione a ciò, se non che fu proprio Sìnnai ad avere avuto l'incarico di controllare, già da epoca romana, quell'immensa estensione priva d'insediamenti.

Non sembri strano se aggiungo un dato che, osservato con superficialità, può destare persino il riso, anche perché riguarda le tradizioni gastro­nomiche: Sinnai è l'unico paese della Sardegna dove la coltivazione dei mandorli era, nel passato, proverbiale. Servivano e servono ancora a produrre il dolce sinnaese, che è celebrato in tutta l'isola per essere esclusivamente (ripeto: esclusivamente) a base di mandorle ed uova, oltrechè di farina. Se ne produce una decina di tipi. Il che significherebbe poco o niente se non si sa con quale talento le donne sinnaesi rendano la mandorla predominante e simbiotica all'impasto residuo. Nessuna donna sarda è capace di tanto. Ne risulta un dolce raffinato, celebrato in tutta la Sardegna. Ebbene, questa formula (il cui stupefacente equilibrio e la cui gestione sta nelle mani di poche signore accorte che nessuna donna sarda è riuscita mai ad imitare) è uno dei comandamenti più rigorosi della cucina cashèr, la cucina ebraica tramandata sin dalle origini della Bibbia (Levitico, cap. XI e XVII; Esodo, XII, cap. 19, ecc.).

Ora però dobbiamo entrare nel campo dei toponimi. Anticamente alla sommità del colle dell'antica Sìnai esistevano due villaggi perfettamente giustapposti, Sìnai e Segossìni (il secondo toponimo deriva dall’accad. sehrum ‘modesto, piccolo’ o sihru ‘bambino, servo’ + Sínai = 'piccola Sínai'). Stavano entrambi sul sito cacuminale, con posizione paritetica, unita ma distinta. Erano indubbiamente gruppi amici. Non si può allora non richiamare l'affermazione tacitiana che i coatti erano di religione "ebraica ed egizia". A noi sembra del tutto logico che i due gruppi coatti, una volta insediati nell'unico villaggio-caserma, abbiano costruito ognuno il proprio tempio, ben distinto ma senza intenti di reciproca sopraffazione (dissuasi a ciò dall'elemento militare romano). Fu poi attorno al tempio - quello ebraico doveva essere sotto l'attuale basamento della chiesa di S.Barbara - che elessero domicilio le famiglie dei militari congedati, creando ognuno un proprio distinto agglomerato che restò nei secoli. A dimostrare la presenza dell’elemento egizio abbiamo numerosi cognomi sardi di origine egizia, che in questo studio per brevità ometto.

La convivenza delle due religioni si protrasse non solo nel villaggio ma pure nel territorio divenuto proprietà delle due etnie. Anche in montagna abbiamo due distinte affermazioni di fede. Quella più eclatante appartiene al gruppo maggio­ri­tario (ebraico), ed è l'oronimo Sette Fratelli, il nome del monte più alto. La diceria popolare (suggerita dagli eruditi) deriva il nome dalle "sette punte": stantia storiella ripresa persino dal Lamarmora, il quale dimostra di non averle mai raggiunte. Egli ascese il monte assieme al professor Mori lungo la strada romana, dove ai primi del Settecento il Padre Salvatore Vidal di Maracalagonis aveva eretto un con­ven­to. Dall'epoca del Vidal le dicerie erano divenute due: sette punte e setti fradis, che fanno 'sette fratelli’ o ‘sette frati': c'era l'imbarazzo della scelta. In realtà non erano sette nè i frati nè le punte. Le vette sono di più (o di meno, secondo il metodo di conta). Altra caratteristica del Monte è che alla base delle guglie non è mai passato nessuno. Gli stessi itinerari carbonari di fine '800 si fermarono prima delle vette, in segno di rispetto. Manca ogni segno antropico di carattere diacronico. Gli unici segni sono dell'attuale, e riguardano esclusivamente gli uccellatori, che occupano il sito con sentierini la cui lunghezza complessiva - a disdoro delle guardie forestali che la proclamano l'area più protetta della Sardegna - misura 180 km. A parte i bracconieri, abituati ad agire nell'ombra e nella connivenza, è stato il Club Alpino Italiano ad aver fatto conoscere le vette tracciando il "Sentiero Italia" sul finire del XX secolo.

Quel fatidico Sette è inconfondibilmente legato al numero sacro degli Ebrei, trasferito alla Montagna Sacra che stava al centro dei vastissimi possedimenti. Sotto questi bellissimi inselberg, guglie superbe oggetto di religione positiva, sta un sito riferibile all'altro elemento annotato da Tacito, quello egizio. Si tratta di Bruncu su Gattu. Così come in Sardegna è rintracciabile il toponimo Sìnnai anche in altri siti, a dimostrazione del fatto che l'elemento ebraico non rimase tutto coeso, anche Gattu è rintracciabile in molte alture della Sardegna. Esso non è assolutamente da riferire al gatto selvatico ma alla Dea-Gatto Bubasti, una delle maggiori del pantheon egizio.

Ci sono altri due toponimi sacri sul Monte Sette Fratelli. Uno è Poni Fogu, l'altro è S'Eremìgu Mannu. Entrambi attribuiti con tutta evidenza dai preti bizantini, determinati a rendere fosca ed impraticabile questa montagna che prima di loro veniva ascesa in pellegrinaggio, proprio per la sua sacralità positiva. Poni Fogu 'attizza il fuoco, incendia' doveva essere il sito del Fuoco Perenne, mentre il vicino S'Eremìgu Mannu 'il Diavolo' doveva essere il sito dove stazionavano o abitavano i celebranti del Fuoco Perenne. Gli Ebrei, al pari di tutti i popoli del Vicino Oriente, tene­va­no perennemente acceso il fuoco sacro (anche a Roma avveniva l'uguale, mercè la casta sacerdotale delle Vestali). È più difficile immaginare lo stesso per l'Egitto, in virtù dell'assenza totale di legna (o di nafta: vedi Mesopotamia) che dissuadeva da un simile approccio nell'adorazione del Dio Sole. Quindi sembrerebbe potersi immaginare in Poni Fogu e in S'Eremìgu Mannu due siti ebraici. Discorsi analoghi possono essere fatti per altri luoghi della Sardegna.

Un buon spessore storico ha poi lo strano popolo dei Galilla, sui quali nessuno sinora ha azzardato altro che tenui o irresolute ipotesi, nonostante che l'etnico sia rimasto ad una miniera, ad un paese, ad un territorio. L’etnico appare, paradossalmente, proprio dove stavano quei Barbaricini che gli ebrei di Sìnai avrebbero dovuto combattere. Dopo 50 anni dall'episodio narrato da Tacito, ecco apparire il clamoroso casus belli dei Galilla, i quali hanno perennemente fluttuato su un vasto territorio "a cavallo" del Flumendosa e del suo lungo corso. Li ritroviamo nel Basso Gerréi (presso le foci del fiume) e poi su su fino a Esterzìli ("a cavallo" del medio corso), propinqui alla grande ansa oltre la quale siamo già alle falde del Gennargentu, alle scaturigini del più potente della Sardegna. Insomma, i Galilla erano il popolo del Flumendosa, i signori di quel grandioso corso d'acqua. Il loro nome appare sul territorio grazie alla celebre Tavola di Esterzili della quale parleremo. Galilla è stato inoltre il nome dell'attuale Villasalto sino a quando, con l'Unità d'Italia, il paese non decise di cambiarlo. Esso però è ancora il nome d'una miniera d'argento abbandonata, chiamata con evidente storpiatura Sa Lilla. Non credo fosse un caso che i Galilla sfruttassero questa miniera, incastonata in un sito selvaggio di stupenda bellezza.

Ma perchè questo strano etnico? Alcuni ipotizzano che il nome riproduca pari pari quello della Galilea (o dei Galilei). Io sono tra questi. Quanta importanza abbia poi, al riguardo, il periodo al quale far risalire l'etimo, non c'è bisogno di sottolinearlo. La migliore ipotesi è che una parte dei pastori ebrei che abbiamo ipotizzato aver popolato le montagne sarde avessero costituito il proprio etnico con riferimento all'Alta Galilea, dalla quale in prevalenza dovevano provenire. È più difficile invece immaginare che l'etnico sia nato in epoca romana da una "costola" dei famosi Quattromila, passati rumorosamente o clandestina­men­te oltre la barricata. La Tabula, che riproduco integralmente, delinea infatti dei diritti che si presumono antichi.

Imp. Othone Caesare Aug. cos. § XV k. Apriles § descriptum et recognitum ex codice ansato L. Helvi Agrippae procons(ulis), quem protulit Cn. Egnatius Fuscus scriba quaestorius, in quo scriptum fuit id quod infra scriptum est tabula V (capitibus) VIII et VIIII et X.

III idus Mart. L. Helvius Agrippa proco(n)s(ul) caussa cognita pronuntiavit:

Cum pro utilitate publica rebus iudicatis stare conveniat et de caussa Paluicensium M.Iuventius Rixa vir ornatissimus procurator Aug(usti) saepius pronuntiaverit fines Paluicensium ita servandos esse, ut in tabula ahenea a M.Metello ordinati essent

ultimoque pronuntiaverit

Galillenses frequenter retractantes controversia[m] nec parentes decreto suo se castigare voluisse, sed respectu clementiae optumi maximique principis contentum esse edicto admonere, ut quiescerent et rebus iudicatis starent et intra k. Octobres primas de predis Paluicensium recederent vacuamque possessionem traderent. Quod si in contumacia perseverassent, se in auctores seditionis severe anim[a]dversurum § et postea Caecilius Simplex vir clarissimus, ex eadem caussa aditus a Galillensibus dicentibus tabulam [s]e ad eam rem pertinentem ex tabulario principis adlaturos

pronuntiaverit

humanum esse dilationem probationi dari [et in] k. Decembres trium mensium spatium dederit, intra quam diem nisi forma allata esset, se eam, quae in provincia esset, secuturum;

ego quoque aditus a Galillensibus excusantibus, quod nondum forma allata esset, in k. Februarias qua[e] p(roximae) f(uerunt) spatium dederim, et mora[m] illis possessoribus intellegam esse iucundam:

Galil[l]enses ex finibus Paluicensium Camianorum, quos per vim occupaverant, intra k. Apriles primas decedant. Quod si huic pronuntiationi non optemperaverint, sciant se longae contumaciae iam saepe denuntiatae animadversioni obnoxios futuros. §

In consilio fuerunt M.Iulis Romulus leg. pro pr., T.Atilius Sabinus q. pro pr., M.Stertinius Rufus f., Sex Aelius Modestus, P.Lucretius Clemens, M.Domitius Vitalis, M.Lusius Fidus, M.Stertinus Rufus. § Signatores Cn.Pompei Ferocis, Aureli Galli, M.Blossi Nepotis, C.Cordi Felicis, L.Vigelli Crispini, C.Valeri Fausti, M.Lutati Sabini, L.Coccei Genialis, L.Ploti Veri, D.Veturi Felicis, L.Valeri Pepli.


Traduzione: “Imperatore Ottone Cesare Augusto console. Il giorno diciotto di marzo. Quest'ordine è stato trascritto e confrontato col registro sigillato del proconsole Lucio Elvio Agrippa, presentato da parte di Gneo Ignazio Fusco, scrivano del questore, nel quale registro era scritto ciò che era stato scritto nell'altra tavola nei capitoli VIII, IX e X. Il giorno 13 di marzo il proconsole Lucio Elvio Agrippa, sentite le parti in causa, ha reso pubblica questa sentenza:

"Poichè il bene comune prescrive che si debba tenere conto di ciò che afferma la sentenza nella causa dei Patulcensi e poichè Marco Giovenzio Rissa, uomo di grande autorità, procuratore di Augusto, molte volte ha ordinato che i confini delle terre dei Patulcensi si devono mantenere come erano stati fissati nella tavola di bronzo di Marco Metello, comunicando inoltre che era disposto a punire i Galillensi, i quali in molte circostanze avevano provocato il disordine con risse e atti arroganti e non avevano ubbidito al suo decreto, ma che tuttavia in ossequio alla benignità dell'imperatore ottimo massimo era ancora disposto ad avvertirli con un'altra ordinanza in maniera che stessero calmi rispettando questa giusta sentenza e prima dell'arrivo del mese di dicembre sgombrassero il territorio dei Patulcensi restituendone il libero possesso; che se intendessero con ostinati dispetti continuare la provocazione opponendosi agli ordini, egli stesso era pronto a punire tutti coloro che intendessero provocare disordini; dopo che i Galillensi per la medesima causa si erano rivolti a Cecilio Semplice, uomo illustre, affermando che dai documenti dell'archivio imperiale erano pronti ad esibire un'altra tavola con gli atti di questa causa; dopo che gli aveva fatto sapere che la buona volontà lo spingeva ancora a dare ulteriore proroga per la presentazione delle prove e per questo aveva concesso loro altri tre mesi fino ai primi di dicembre, trascorsi i quali, se la carta non gli fosse pervenuta, egli si sarebbe attenuto a quanto contenuto nella carta presente in provincia, anch'io, sollecitato da parte dei Galillensi che affermavano che la carta non era ancora pervenuta a loro, ho loro concesso tempo fino al primo di febbraio, rendendomi conto che a questi proprietari avrebbe fatto comodo un'altra proroga, ordino che i Galillensi, entro il primo giorno di aprile, si ritirino dal territorio dei Patulcensi Campani che hanno occupato di prepotenza senza averne diritto.

Qualora essi non siano disposti ad ubbidire a questo decreto, sappiano che saranno condannati alla pena che molte volte è stata loro prospettata per il ritardo eccessivo.

Al consiglio del proconsole hanno partecipato Marco Giulio Romolo, legato propretore, Tito Attilio Sabino, etc."



Circa la terza fase dell'insediamento ebraico, abbiamo le attestazioni di ebrei morti in epoca imperiale. Interessante è notare le catacombe ebraiche di Sulki (S.Antioco), del IV secolo, distinte da quelle cristiane e situate sotto gli edifici di Piazza Parrocchia. Tra gli altri c'è sepolto un tale Beronìce (leggi vocabolario al lemma Beronicenses) con l'iscrizione Beronice in pace iuvenis moritur, vir bonus in pace bonus, e l'invocazione salom. La citazione di Beronice non meriterebbe più di tanto, se non fosse stato il prudente Meloni, SR, 278, ad averlo accostato ai Beronicenses che fecero una dedica alla città sarda di Neapolis. È chiaro che i Beronicenses non erano un populus sardo ma semplicemente una popolazione rurale trapiantata da qualcuno, con allettamenti o con la forza (schiavitù). Erano schiavi appartenenti all'ebreo Beronice? Erano dei coltivatori semiliberi o liberi fatti arrivare da lui o da un suo omonimo per sfruttare meglio la pianura di Carbonia, e che dal "patrono" presero la denominazione (come avvenne in altre parti dell'isola, ad esempio alle Uddadhaddar)? Oppure (terzo caso) erano ebrei della diaspora provenienti da Berenìce, la cittadina accanto all'attuale Elat? O (quarto caso) ebrei provenienti spontaneamente da Berenìce della Cirenaica?

Non abbiamo fatto un'indagine a tappeto circa la presenza ebraica in periodo imperiale. Si può citare soltanto quella di alcuni ebrei a Turris Libysonis e ad Isili (vedi lemma). Ma ciò che lascia meravigliati è ancor sempre la situazione sociale nel corno sud-est della Sardegna. Sappiamo che tra quei monti (sui Sette Fratelli) passava la strada orientale romana Karalis-Tibula, che doveva essere una fascia franca dove i Barbaricini (come abbiamo supposto) non infierivano se non per ragioni profonde. Epperò alcuni fatti provano che il sud-est non fu mai controllato appieno dall'Autorità. Anzitutto in quel vastissimo sistema montuoso non nacque mai alcun paese (Burcéi è stato costruito di recente). Secondariamente l'eremo dei primi del '700 fu costruito nella parte più remota della strada romana (al centro dei Sette Fratelli) per difendere espressamente i viandanti dai grassatori, non certo per difenderli dai pastori. Terza osservazione: non c'è memoria che su quelle montagne i bizantini abbiamo mai eretto chiesuole, se non qualcosa a Mont'e Cresia, molto prima della montagna vera e propria, dove nacque la minuscola chiesa di Santa Furata e l'altra di S.Pietro in Paradiso (non a caso l'altura prese il nome di 'Monte della Chiesa'). Insomma, i monaci bizantini avevano popolato le basse colline sino a San Gregorio, nient'altro. Ed è proprio l'agionimo San Gregorio che lascia intuire una situazione nientaffatto pacifica. La sua chiesuola, un po' più a valle di S.Furata (Forada) e un po' più a monte di S.Basilio, ricevette indubbiamente quel nome perchè ci stava una guardia armata bizantina: lì c'era un limes. Gregorio significa appunto 'guardiano'. Questa situazione d'abbandono e di insicurezza era avvertita anche dall'altra parte della montagna, nella piana di Castiadas, dove i Foradesi ed i Biddamannesi, ancora nell'800, regolavano i conti reciprocamente con numerosi morti ammazzati. Se un uomo veniva ucciso tra quelle montagne, l'Angius è testimone che il colpevole non si trovava mai. Nel Medioevo il corno sud-orientale era divenuto una zona off-limits, e non solo a causa delle incursioni musulmane. Dobbiamo immaginare che la situazione di degrado socio-economico dei Sette Fratelli fosse cominciata dopo le famose Lettere di papa Gregorio Magno e la conversione forzata dei Barbaricini. Fatte terminare (con la forza) le pie visite a quelle alture, i pastori ed i porcari furono controllati a vista e lo sfruttamento della montagna ne risentì. Che gli antichi Ebrei sinnaesi non abbiano mai rinunciato completamente alla propria montagna lo testimonia ancora il toponimo Arcu su Giudéu e l’annesso idronimo Riu su Giudéu. L'area si trova in una posizione eminente rispetto al restante territorio e domina la sottostante vallata di Grommái, connotata anche dall’idronimo Riu Grommai e Rocca ‘e Grommai. Grommai è l’esito campidanese dell’antroponimo latino Cromatius, colui che anticamente detenne questo luogo ambito, dove poi s'eresse la cappella di S.Pietro in Paradiso.



Circa il quarto strato ebraico, esso è composto esclusivamente di nomi e cognomi di gente trasferita dalla Spagna in Sardegna nel XIV secolo, in virtù delle forti agevolazioni e della tutela diretta da parte del re sugli Ebrei qui pervenuti. Si tratta di gente di varia professione, tutta del settore terziario e quindi composta da commercianti, negozianti, rigattieri, segretari, medici, calzolai, maniscalchi, fabbri, rivenditori di ferraglia.

Neppure uno fra i tanti nomi di ebrei tardo-medievali insediatisi a Cagliari, Sassari, Alghero, Iglesias, Oristano è stato reperito tra i toponimi sardi, a testimonianza del fatto che le incombenze dell’economia terziaria non permettevano agli ebrei d’origine iberica alcuna permanenza sui campi e nelle foreste (dove si formano i toponimi). Ciononostante alcuni di questi nomi sono uguali (o quasi) ai nomi già attestati nei toponimi e nei condaghes, ma è puro caso.

La problematica dell’insediamento, del fortificarsi, del rapido declino e della definitiva persecuzione degli ebrei spagnoli in Sardegna è tema curato da Cecilia Tasca nel suo bel volume Gli Ebrei in Sardegna nel XIV secolo, al quale volentieri rimando. Qui mi compete soltanto far notare alcuni dei cognomi più interessanti, tra quelli che poi hanno dato il via, specialmente mercè la conversione forzata al cristianesimo, a molti cognomi sardi tuttora esistenti. Eccoli di seguito, elencati nell’ordine alfabetico del cognome sardo corrispondente (in corsivo):

Di Cagliari sono i seguenti: Abram 1352 > Aramu; Aaron 1367, maniscalco > Aroni; Asbili > Asili; Atzarch 1361-1393 > Atzara, Azara; Barraga 1385, fabbro > Barrago; Basso 1362 > Bassu; Abrahe 1381 > Cabrai; Gambay 1352, Cambai 1365, mercanti > Camba, Gamba; Cheffen 1354, mercante > Chieffi; Coffen 1352-1361, mercante > top. Coffu, Is Cioffus; Cohen 1366-1391, mercante > Cois, Coinu; Acorso Gabay 1384, mercante > cognome Corso; Vich, proveniente da Vic nel 1355 > Covaci-Vich; Crex 1352, mercante > Cresci; Dach 1346, segretario, Dachs 1369-1399 mercante > Daga; Fadalo 1359, Fadalen 1369, medici > top. Fadali; Faren 1377 > Fara; Ferrer, 1351, corredor de coll > Ferreri; Gango 1351-1368 > Ganga; Laho 1374, mercante > Lao, Lai; Levi 1367-1385, mercante > top. Lei; Lehone 1352-1361, mercante > Liori, Leoni; Magaluff 1361-1391, calzolaio > Magalli; Maymo 1365, sono numerosi: tutti mercanti > top. Mamone, spirito Maimoni; Mans 1355 > Manis; Marquet 1352, March 1369, mercanti > Marche; Mardoch 1367 > Marroccu?; Maset 1385, commerciante > Massenti; Meli 1385, mercante > Meli; Mosse 1366 > Mossa; Morell 1351, mercante? > Mureddu; Muxa, dalla Sicilia nel 1356, mercante > Musa; Muxi, Moxi nel 1343, provenienza dalla Castiglia > sardo Mussi e Mocci; Natziza 1379 > Naitza; Arsocho 1385 > Orzocco; Sabuc 1366 > Saba?; Salamo 1348, accetta pegni > top. Salamu; Ben Sechs 1350-1351, mercante > Secchi, Secci; Sina 1351, mercante? > Sena, De Sena; Sullam 1399-1401, mercante > Solla; Sollam, Sotlam 1391-1413, l’uno mercante e l’altro segretario > Solla, Sollai; Staffa 1351, mercante > Staffa; Termens 1361-1378, mercante + un altro nel 1366 > Thermes; Terner 1351, mercante > top. Turruneri? Di Alghero sono i seguenti: Bassach 1376-1385, uno corredor e l’altro segretario > Besa(ldu)ch?, top. Bassacutena?; Bonhom 1385, mercante > Bonomo; Massia 1362-1383 > Masia; Naset 1383 > Naseddu; Sabatì 1410, mercante > Sabatini. Abbiamo anche Farsis > Farci; Manahem > Manai; Nathan > Naitana.






 TERMINI SARDO-EBRAICI


Di seguito faccio l’elenco dei termini ebraici (o termini condivisi col sardo dalla lingua ebraico-biblica) reperiti sinora nel vocabolario sardo.


ABBIR è variante del noto appellativo del Sardus Pater Babay (Addir) adorato nel tempio punico di Antas. Deriva dall’ebraico ’abbīr ‘il potente, strong’. Da cui anche il greco ‛ύβρις ‘prepotenza, spirito oppressore, dissennatamente potente’, accadico ubāru ‘forza, violenza’. Vedi il nome proprio fenicio ’bbirba‘al = ‘Forte è Baal’. E vedi Addir.


ADDAS. Anzitutto è cognome. Baccu Addas è pure una forra del Supramonte di Baunéi, integralmente rocciosa e pietrosa come tutta questa plaga, e comunque moderatamente percorribile con buoni scarponi, almeno sino a quando essa precipita in un orrido spettacolare. Oltre a questo sito, abbiamo pure la Punta Salvu Adas (relativa a un nome e cognome) in agro di Berchidda, nonchè tanti altri siti con toponimi del genere. Il Manos, citando il toponimo Bingia Addài, afferma significare ‘là, di là’ (vedi logud. addàe). Ma l’ipotesi non è accettabile. Sarebbe più verosimile una derivazione dall’ant.it. fata (vedi cgn sardo Fadda).

In realtà possiamo cominciare a togliere il toponimo dall’oscurità derivandolo dal sum. adda ‘padre’ (OCE 352), fen. d (Hadad), Adda ‘Marte semitico’. Cfr. al riguardo il cognome moderno, ebraico ed arabo, Hadas (1Re, 4,6). Questa ricostruzione ha un buon vantaggio, visto che il toponimo resta pressoché identico in tutta l’isola.

Possiamo comunque proporre pure una seconda soluzione, della quale ci assumiamo parimenti la paternità, che però andrebbe bene soltanto in area barbaricina, essendo legata al “colpo di glottide”. Secondo questa, adas può essere un allotropo di ádanu (Genista aetnensis), fitonimo alla cui base appartiene pure il catalano cádec ‘ginepro rosso’ (Juniperus oxycedrus) da un più antico cade. Il dileguo della velare iniziale è tipico dell’Alta Ogliastra e dell’Alta Barbagia, e per questi luoghi andrebbe particolarmente bene, dal momento che i due alberi citati crescono magnificamente nelle gole del Supramonte di Baunéi ed Urzuléi.

Ma a proposito di alberi, sembra che il dizionario dell’ebraico antico possa cavarci definitivamente d’impiccio, col lemma adàs, הֲדַס , ‘Mirto’ (Myrtus communis: detto anche ‘albero folto’): Nee 8,15; Is 41,19. Baccu Addas significherebbe quindi ‘la gola del mirto’.


ADÓNI. L'etimologia del nuraghe Adòni, in agro di Villanovatulo, è discussa a proposito del lemma Gadòni. Paulis (NLS) e Pittau (UNS 144) propendono per vederci un latino (praedium) Atoni 'possedimenti di Atonio', con riferimento ad un latifondo. Non sono d'accordo: questo lemma fa tutt'uno con Gadòni e riguarda il dio siro-fenicio Adone.


ALÁBE. A Portu Alàbe, località marina in territorio di Tresnuraghes, corrisponde soltanto il sardo allabu < alabare, che significa ‘lode (a Dio)’ < sp. alabar ‘lodare’. Ma non sembra possibile che il toponimo derivi da questo termine. Ma c’è pure il termine spagnolo álabe ‘ramo curvo fino al suolo; stuoia ai fianchi del carro; tegola’, che però non ha prodotto alcun referente sardo. Un altro referente è invece ebraico e significa ‘leone’: lavì’.


ALLELÙJA camp. Oxalis acetosa. Paulis NPPS 433 scrive che «i fiori dell’Oxalis acetosa sbocciano sempre verso Pasqua, da qui il nome camp. alleluia = spagn. aleluja e ital. alleluia (DES,I,73), dal canto di alleluia in occasione della Resurrezione di Cristo. Analoga è la motivazione della denominazione franc. dial. ôzane ‘osanna’». Paulis, quando trova dei fitonimi stranieri trattati con semantiche che sembrano simili o parallele, pensa sempre di avere le prove provate delle sue intuizioni etimologiche che invece sono da dimostrare. Paulis non si è accorto che l’Ossalide è un’erba tipicamente invernale, che in Sardegna fiorisce tra gennaio e febbraio. A Pasqua è assai raro vederla in fiore, mentre in tale periodo sono in rigoglio tante altre erbe, più degne di essere prese a modello vivente per onorare l’Altissimo. Peraltro va segnalato che i Francesi scrivono hosanna, non ôzane. Quindi Paulis dovrebbe trovare argomenti più cogenti per convincerci che il fitonimo ôzane signichi hosanna.

Ammesso e non concesso che l’attuale ôzane abbia la base semantica di “Osanna”, questa andrebbe ricercata nell’antico modo di nominare il fitonimo nella più vasta area mediterranea all’epoca della Seconda Grande Cenosi Linguistica (quella semitica). Pertanto dovremmo cominciare col dire che il fitonimo francese dovrebbe essere preromano, ossia celtico, e la sua base fonetica arcaica dovette essere, in origine, la stessa di quella sardiana, con la differenza che in area celtica, una volta perduta l’originaria fonetica unitaria, rimase una semantica che oggi si conserva come osanna (anzi ôzane), mentre in area sardiana la semantica si attenne sempre all’originario corrispondente fonetico.

Ma questi sono ragionamenti accademici, e lasciano il tempo che trovano. In realtà allelùja è un composto sardiano con base nell’accad. ālu(m) ‘ram, montone, ariete’ + elû(m) ‘risultato’ di un raccolto (stato-costrutto āl-elû). Il significato originario del fitonimo fu quindi ‘pabulum di arieti’, e solo in era cristiana prese la semantica attuale. Ma forse è più congruo immaginare che già in epoca preromana in Sardinia il fitonimo fosse chiamato e inteso già come allelùja, in virtù delle numerose ed importanti presenze ebraiche disseminate in Sardegna.


AMBUATTSA. Stando alle sue lievi varianti fonetiche, può essere a volte la ‘senape bianca’ (Sinapis alba L.: armulatta); a volte può essere il ‘rafano selvatico o ramolaccio selvatico’ (Raphanus raphanistrum L.: armuratta, armuranta, irimulatta, ambulattsa, ambruattsa).

Per l’etimologia, vale tutto ciò che ho scritto a proposito di armuratta, che ha base nell’accad. armu ‘coperto; incluso, racchiuso’ + ūrātu (a garment), col significato complessivo di ‘(frutto) rivestito di una teca’, com’è proprio del rafano.

In ogni modo sulla forma ambuattsa può avere influito in parte l’antico nome ebraico della Cipolla (Allium cepa), che fa bātzāl, בָּצָל , Nm 11,5-6.


ANNA. Sant’Anna è una borgata della Riforma agraria che prende il nome dalla località (in agro di S.Giusta). In fenicio hnn significa ‘essere clemente (epiteto di Ba‛al)’. Hanni-bal significa ‘Ba‛al è clemente’. Hanna è pure nome ebraico.


ARABÁTTU sassar. ‘romice crespo’ (Phalaris coerulescens Desf., Rumex crispus L.). La base etimologica è la stessa di alapattu e lapathu (dall’accad. lapātu ‘toccare, afferrare, prendere alla gola’). E tuttavia non va taciuto che su questa forma fonetica può avere influito l’antico nome ebraico del Pioppo (Populus euphratica: ‛arāvāh, עֲרָבָה , Os 4,13).


ARÁRU in sassarese è l’alloro (Laurum nobilis). Questa forma fonetica sembra inusuale, ma trova conferma soltanto se la confrontiamo col nome biblico dell’alloro, che è ’ōren, אוֹרֶן (Is 44,14). In tal caso la fonetica sassarese appare chiara: ha la base nell’accad. aru ‘ramo’ (sineddoche di albero) + ebr. ’ōren, col significato di ‘albero dell’alloro’. In stato costrutto fa ar-ōren, ma nel Medioevo subì l’influsso del latino laurum, mutando la -ō- in -ā-.


ARCUÉNTU è il monte più alto del Guspinese (m 785). Geologicamente è un neck, costituito dalla lava rappresa nell’ultimo conato eruttivo. Ne è risultato un monte subconico che s’allunga spettacolare e solitario verso il cielo. L’oronimo deriva da un Arculentu. Alcuni lo farebbero derivare da Erculentu, collegando il nome ad Ercole, cui sarebbe stato dedicato un tempio sulla vetta. Non sappiamo se un tempio antichissimo sia stato real­mente eretto. Certamente vi sorse un castello medievale, del quale resta­no le fondamenta. In sardo per arculentu, argulentu intendiamo tre tipi di erba legnosa, Artemisia abrothanum, Achillea ligustica, Achillea millefolium. Ma non è lì che possiamo trovare l'origine dell'oronimo. L’origine pare chiara invece dalla base accadica araku(m) ‘essere alto’, arku ‘lungo, alto’ + bītum, fenicio bt, ebr. bait ‘abitazione’. Originariamente la pronuncia doveva essere *arcu-betu, poi vi fu l'inserzione della -n- per il richiamo all’idea del vento (dovuto alla eccezionale ventosità della cima). Col tempo la b- del secondo lemma divenne liquida per eufonia, quindi decadde. Arcuentu significa ‘sito alto’, 'abitazione alta', forse riferita proprio ad un tempio eretto in onore di Ercole-Melkart.


ARCUERÍ. Il noto toponimo in agro di Ussassai può significare il ‘passo dei pastori’. Infatti non solo nel lungo pianoro di Arcuerí (oggi ricalcato dalla strada statale 198) ma anche nel pianoro immediatamente alle spalle del nuraghetto lì accanto c’è molta terra pascolabile, priva di bosco. La bontà di questo alto-pascolo situato a quota 1000 può essere stata espressa originariamente con accad. (w)arhu = ‘arco della luna nascente’ e, per estensione, ‘passo, valico transitabile’ (la variante fonetica è urhu ‘way, path’) + ebr. rē’û = ‘pastore’, ed anche ‘re pastore’ (come dire: patriarca, padrone di mandrie), cui in epoca medievale si è inserito lo specificativo ‘e ‘di’. Vedi lemma réi e -.


ARTILÁI. S’Arcu Artilái è un passo glabro, strategico, che divide due porzioni del Gennargentu desulese, dominate a nord dall’altissimo Bruncu Spina, dal quale si può agevolmente discendere al passo. Nessuno è mai riuscito a capire il significato del toponimo, e l’Angius, 170 anni fa, s’azzardò a vedervi il ‘passo della rupe di Jòlao’ (Artilai, dal latino Arx Jolai ‘la rupe di Jòlao’). Egli era innamorato del mito di Jolao, e lo vedeva dappertutto. Qui però sbagliava. Artilái è una sella, un passo, non una rupe, e deriva dall’aramaico talmudico artilai col significato di ‘nudo’. Essendo strategico e troppo propinquo ai confini del territorio dell’antica Sorabíle (Fonni) abitato dai Romani, sicuramente il passo veniva disboscato apposta ed assiduamente dagli Ilienses, per renderlo meno esposto ad imboscate improvvise ed indesiderate. Il toponimo ha un alto valore storico-ambien­tale, e testimonia e converso quanto ho sempre so­ste­nuto, che pure il Gennargentu era boscoso sino alle cime, almeno duemi­la anni orsono. ‘Il passo nudo’ è una identificazione icastica, un classico pre­dicato ambientale, e ricevette il nome, evidentemente, da un gruppo di Ebrei trasferiti presso la cittadina romana di Sorabile per dare la caccia agli Ilienses.


BACCU barbaricino ‘valle’ (Desulo); ‘forra, dirupo’ (Ogliastra), ‘sella tra due montagne’ (Tonara), ‘forra, gola di montagna’ (campid.). È termine frequente nella toponomastica. Nonostante che la maggioranza dei linguisti propenda a trovare la base etimologica nel lat. vacuum ‘vuoto’, Wagner non crede a tale derivazione e pensa semmai ad un termine preromano. Ed intuisce bene, poichè la base è l’ebraico bakah ‘canalone infossato’, ugaritico bq‛ ‘scindere in due, to split’, ‘spaccare in due’, ‘solcare’, arabo beqā ‘parte valliva (di un fiume)’.


BADDE è una fonetica della Sardegna centro-occidentale; ad Aggius è giaddigoni, a Siniscola gadda; significa ‘papula’; baddas = ‘acariasi’. Wagner (DES) accoglie soltanto il significato di ‘pomfo’ e propone badde (che in sardo normalmente significa ‘valle’) dal lat. vallis. Non tiene conto che badde è invece variante di gadda, e deriva dal lat. galla ‘gallozza (di quercia e simili)’. Il termine sardo per ‘papula’ (e, per estensione, acariasi) è una metafora dall’originario latino.

Il lat. galla ha per significato originario ‘ampollina rotonda’, della stessa base di ebr. galgal ‘ruota’, gōl ‘oil-vessel’, galil ‘rullo, gālal ‘roteare, rigirarsi’ (OCE II 416).


BAGONCHI dicesi volgarmente di 'persona dalla testa grande' (Cagliari), ma anche di un 'essere che viene dalle tenebre' (Sassari). L'origine di questo strano nome, non contenuto nei dizionari sardi, sembra doversi cercare nella Bibbia e nell'Apocalisse, e ritenerlo corruzione di Magog. Il nome ebraico è associato a Gog, il quale appare trasformato in una figura apocalittica che marcia dal nord (Ez 38,6.15; 39,2) e saccheggia Israele prima di essere a sua volta distrutta da Dio (Ez 38,19-22; 39,3-5). Le fonti della descrizione dell'attacco e della successiva sconfitta di Gog si trovano nel nemico "dal settentrione" già citato da Geremia (Ger 1,14; 4,6; 6,1.22; 10,22; 13,20) e nel motivo isaiano della distruzione dei nemici d'Israele sulle sue montagne (Is 14,24-25; 17,12-14; 31,8-9). Gog ricompare nell'Apocalisse 20,8 in coppia con Magog. Il Dizionario della Bibbia sostiene che in Ezechiele 38,20 Magog equivale probabilmente all'espressione accadica mat Gog 'terra di Gog'.

Anche nell'Apocalisse Gog e Magog appaiono quasi come esseri demoniaci che vengono dal nord per assalire e distruggere Israele, e dev'essere specialmente attraverso la lettura dell'Apocalisse che poi in Sardegna ha attecchito la strana deformazione popolare Bagonchi. Per effetto della semantica che Bagonchi si porta appresso, non credo alla traduzione di Magog come 'terra di Gog', ma tendo a vedere in esso un adattamento dal bab. mahû(m) 'delirare', 'diventar frenetico' + uqu 'gente, popolazione, truppe', da tradurre quindi come 'truppe deliranti' (per il furore distruttivo manifestato dagli Assiri e dai Babilonesi contro il popolo d'Israele).


BARRACÓCCU log., piricóccu camp. ‘albicocco (albero)’ e ‘albicocca (frutta)’. Wagner si limita a trovare i paralleli in corso, siciliano, francese (abricot). Il camp. piricóccu, giusto Wagner, è corrotto per ingerenza di pira ‘pera’. Il DELI, in relazione all’etimologia dell’italiano albicocco, risale soltanto all’arabo, che fa (al)-barquq (birquq) ‘prugna, susina’, e suppone risalga all’aram. barquqa.

Ma l’etimologia di questo composto, pur passando per l’aramaico, si basa sull’accad. barāqu(m) ‘rischiarare, splendere’, ‘divenir giallo (frutta)’, anche ‘colpire (i nemici con luce accecante)’. In sardo, il termine barāqu fu “arrotondato” ed iterato nel suffisso, con riferimento al termine coccu, col quale si denominano tutto le forme rotondeggianti, quali un ‘sasso levigato’, la ‘pastadura tonda’, un dolce, termine derivante anch’esso dal mesopotamico (ass. kukku, che è un genere di dolce). L’antico significato del sardo barracoccu è dunque ‘(frutto) dolce, dorato e rotondo’. Stupisce notare quanto gli Accadi (Babilonesi) amassero questo frutto, il cui bellissimo colore dorato veniva rapportato ai cromatismi solari.


BENETUTTI comune del Marghine. Il toponimo è composto da Bene + Tutti. Sinora l’incomprensione della seconda parte del toponimo (l’etimologia popolare la risolve a modo suo) aveva indotto i linguisti a sor­vo­lare sul significato complessivo, che invece è da ricostruire sulla scorta di Tele-tottes (vedi). Bene- è allotropo di benas ‘sorgenti’, molto usato nel­le aree montane (barbaricine ed ex-barbaricine) e addirittura tale allotropo è preferito a Baunéi e dintorni. -Tutti è corruzione italianeggiante di -Tottes: < ugaritico e fenicio tht ‘sotto’, ebr. takat ‘sotto, al disotto’. Dobbiamo ram­­mentare che proprio nel territorio di Benetutti, proprio “sotto” Benetutti, ci sono le meravigliose sorgenti calde, fonti termali che scaturiscono dal granito e che dal tempo dei Nuragici hanno dato luogo a cure, ad abluzioni, ad atteggiamenti di adorazione religiosa, talchè vi sorsero edifici nuragici i quali, per la solita foga bizantina di cancellare la memoria religiosa arcaica, furono sostituiti dall’attuale chiesetta, che doveva essere originariamente di stile bizantino e poi è stata sistemata con stile romanico. I Romani in quel sito avevano edificato pure le thermae. È dunque chiaro che Benetutti riceve il nome dalle ‘sorgenti che stanno sotto, nel piano’.


BERONICENSES è una popolazione d’epoca romana attestata – secondo le registrazioni cartografiche degli storici – nel Sulcis dirimpetto all’isola di S.Antioco, nei territori delle attuali Carbonia e S.Giovanni Suergiu. Per capirci qualcosa cominciamo a far parlare due ricercatori. Meloni, SR 278: “Un’iscrizione mutila, di datazione incerta, rinvenuta a S.Antioco, contiene una dedica alla civitas di Neapolis da parte di univer[sae] tribus di Sulci e dei Beroni[cen]ses. La divisione in tribù, le antiche sezioni di voto, è più comune nelle colonie che nei municipi, ma data la scarsità della nostra documentazione, non è possibile dedurne che Sulci fosse, al momento della dedica, una colonia. Nei Beroni[cen]ses, poi, è probabile che debba vedersi una popolazione rurale stanziata intorno a Sulci e legata a qualche perso­naggio di nome Beronice. Questo nome è attestato da un’iscrizione in una tom­ba giudaica datata nel IV-V secolo d.C. nella catacomba di S.Antioco. Si può anche pensare ad un consistente nucleo di ebrei provenienti da Berenice – è attestata anche la forma Beronice – oggi Bengasi, nei primi decenni del II secolo d.C., o deportato dopo le grandi rivolte giudaiche in Cirenaica, o giunto seguendo le vie della diaspora”.

A sua volta Carlo Tronchetti (S.Antioco, 65) nel descrivere le catacombe di Sulci, afferma: "Pare, infatti, caratteristica la divisione delle catacombe in più nuclei, anche di dimensioni ridotte: si vedano, appunto, quelle di Santa Rosa ed il percor­so illustrato parlando della necropoli punica. Un’altra piccola unità cata­com­bale è stata rinvenuta di recente sotto gli edifici di Piazza Parrocchia, sul lato destro della Chiesa, mentre scoperte degli inizi del secolo avevano rivelato almeno due nuclei di catacombe, stavolta non cristiane ma ebrai­che, poste sempre nelle vicinanze della Piazza di Chiesa. Gli arcosoli di­pinti, i più importanti dei quali furono asportati, sono visibili adesso pres­so il Deposito Comunale. Si può notare la rappresentazione del candelabro e­brai­co a sette braccia, ed iscrizioni, sia in latino corsivo che in ebraico, con dediche: Beronice in pace iuvenis moritur, vir bonus in pace bonus, e l’in­vo­cazione salom (sic). Anche queste tombe si collocano nel IV sec. d.C.”.

Noto anzitutto che in Sardegna questo nome greco è attestato al ma­schi­le, mentre nel bacino del Mediterraneo era conosciuto esclusivamente al femminile, Bερενίκη, che è forma macedone per Φερονίκη e significa ‘appor­tatrice di vittoria’. L’equivalente italiano è Verónica. Era il nome di varie regine ellenistiche, citate dai grandi poeti dell’epoca. È famosa La Chioma di Berenice opera del 246 a.e.v., nella quale Callimaco di Cirene celebrò e trasfigurò in una costellazione la chioma della figlia del re Tolomeo Filadelfo. Col nome Bereníke esistettero due città nel regno dei Tolomei: una sulla costa cirenaica, rivolta verso la Sirte, e l’altra presso il sito del­l’attuale Elat, sul golfo di Aqabah-Elat. Che il nome sardo-ebraico appaia al maschile è poco rilevante, dopo sette secoli dal primo uso, per l’evidenza del peso esercitato dal primo lemma in -o nel composto Bero-Nice (Fero-Nìke). Non ha neppure rilevanza che un ebreo potesse avere un nome greco, perché già dall’epoca ellenistica la Palestina aveva subito una incredibile assimilazione filo-ellenica. Qui c’interessa invece uscire da un dilemma. Il Meloni chiarisce bene che da una parte sta l’ebreo Berónice della cata­com­ba, dall’altra stanno i Beronicenses che fecero la dedica alla città di Neapolis. È pure chiaro che i Beronicenses non erano un populus sardo ma semplicemente una popolazione rurale trapiantata da qualcuno, con allet­tamenti o con la forza. Erano schiavi appartenenti all’ebreo Bero­nice? Erano dei coltivatori liberi fatti arrivare da lui o da un suo omo­nimo per sfruttare meglio la pianura di Carbonia, e che dal “patrono” prese­ro la denominazione (come avvenne in altre parti dell’isola)? Oppure (terzo caso) erano ebrei della diaspora provenienti da Berenìce-Elat? O (quarto caso) ebrei provenienti spontaneamente da Berenice della Cirenaica? Ma, infine, erano veramente ebrei, od è un caso che tra i Beronicenses e Berónice ci fosse soltanto la corrispondenza del nome d’origine?


BETILLI località di foresta attualmente interessata dal casello ferroviario in agro di Sàdali. È un evidente composto. Betilli sembra non abbia altro significato che quello dell’italiano ‘bétilo’. In tal caso la sua origine è fenicia (bt), e parimenti ebraica (bait), e bet-el significa ‘casa del dio’. Nella storia biblica di Giacobbe bet-El è il nome del luogo sacro rivelatosi casa di Dio e contrassegnato da un cippo. In un testo fenicio del sec. VII a.e.v. (il famoso trattato di Asar-haddon) Baitili è il nome di una divinità (o meglio, di una persona divina). Presso i Sumeri Beletili era il secondo nome di Damkina, paredra dei dio Enki poi divenuto Ea. Da notare che in Sardegna sono attestati questi due nomi (per Ea vedi lemma). Quanto al betilo, esso è la più antica forma che, agli occhi del semita, poteva esprimere la divinità: una scultura aniconica, come si deduce dal testo biblico ove si narra del betilo in forma di cippo, che Giacobbe ricavò dalla pietra da lui usata come capezzale.


BITHIA è un’antica città fenicia situata nell’estrema punta meridionale dell’isola, ad ovest di Nora. Pittau (OPSE 84) pensa che il toponimo si riferisca alla celebre Pizia. «L’esistenza delle Pitie nel mondo sacrale della Sardegna antica è confermata da una notizia tramandataci da Solino, ma presa da Plinio il Vecchio: "Apollonide riferisce che nella Scozia nascono donne che sono chiamate Bitie: queste hanno doppie pupille negli occhi e privano della vista colui che per caso esse abbiano guardato irate. Esse esistono anche in Sardegna" …Ebbene si vede abbastanza facilmente che il vocabolo Bitia non è altro che una variante di quello greco Pythía ‘Pitia, Pitonessa’… Tutto questo trova un’ulteriore conferma nel nome di una città della Sardegna antica… chiamata Bitia in latino e Bithía in greco».

Non credo soverchio a questa ricostruzione etimologica. Il nome Bithia è noto tra gli Ebrei. Bitia era la figlia del Faraone (1Cr 4,18). Ma può derivare dall’accad. bītum, fenicio bt, ebraico bait ‘abitazione’, il che s'adatta perfettamente al fatto che Bithia era una città, un luogo dove si abitava. Va considerato infatti che presso gli antichi il concetto dell'abitare si riferiva esclusivamente agli agglomerati urbani, non alle capanne sparse dei pastori.


BÙA, bubbùa ‘piaga’, ‘ferita’. C’è la tendenza a relegare questa parola tra i termini infantili. Lo stesso Wagner ne è convinto. Ma così non è; se lo stesso Zonchello (DMCDS 24) riporta, per il terribile ‘carbonchio’, la denominazione sa bua ‘e còghere ‘la piaga da bruciare (col ferro rovente, l’unico rimedio di un tempo)’, chiamata anche porca mala (vedi porca), vuol dire che d’infantile c’era poco.

Il termine ha la base etimologica nel bab. bubu’tu, pl. bubu(m)ātu ‘foruncolo, pustola’. Abbiamo anche l’aram. bua‘ ‘bolla’. Il termine sardo è anche cognome.


CÀCCAO, Caccaòne. Càccao, già trattato in TS, è un toponimo del Supramonte di Baunéi presente in forma diminutiva anche nel territorio di Laconi (altopiano di Santa Sofia). Significa principalmente ‘pingiata a due manici’. Ma denota pure il 'biancospino' (Crataegus oxyacantha, var. monogyna). Vedi Caccaeddu. Caccaòne è anche il ‘picciolo, peduncolo di frutta e di foglia’. Pittau OPSE 204 riporta una serie di corrispondenze rintracciabili in tutta Italia, e Wagner parla di “probabile corrispondenza” fra il sardo caccaòne e l’italiano cacchiòne.

In realtà alla base di questi lemmi sta l'accad. qaqqadu, ebraico qōdqōd 'capo, vertice' (PSM 96). Pittau UNS 146 riporta anche il cognome sardo-medievale Cacabu, Cacau derivante dall'antroponimo lat. Cacca­bus. Ma anche questo sembra oriundo dall'accadico, che è kakkabu 'stella'. Su Caccaéddu in agro di Laconi significa invece ‘la piccola cima’ (così è la sua sagoma), da ebr. qōdqōd.


CACCAÒNE. Vedi càccao.


CACCHÈDDA, caccarèdda (Escalaplano, Perdasdefogu, Siurgus) ‘ovolo’ (Amanita caesarea), ‘sorta di tartufo’, ‘porcino’ (Boletus aereus e Boletus edulis) e poi ‘fungo’. Paulis NPPS 448 lo fa derivare dal lat. caccăbus ‘marmitta, pentola, calderotto’. Ma sbaglia.

Il fitonimo è sardiano ed ha la base nell’accad. qaqqadu ‘testa’ di umani e animali, col significato di ‘testina’ (vedi anche ebr. qōdqōd). La variante caccarèdda ha ugualmente la base in qaqqadu (con rotacizzazione della -d-) + suff. diminutivo -èdda, col significato di ‘testolina’.


CAMA 'calura forte d'estate'. Ha la base nell'accad. qamû ‘ardere’ ed anche 'vampa del fuoco o dell'incendio'. Vedi anche sanscrito kāma ‘amour; objet du désir’, ma principalmente ebr. hammah ‘calore, arsura’ (חַ מָּ ה).


CANAHÍNI era l'antica curatoria di Chanain o Chanaini o Chanahim (territorio dell'attuale Luogosanto, Gallura). Dall'ebraico Chana’an, che ha sempre indicato la 'Terra di Canaan'. Le lettere di Tell Amarna nel XIV sec. a.e.v. indicano Kinakni (OCE 371-7). La base antica del coronimo sta nel bab. hanābu ‘sbocciare, fiorire (del grano, degli alberi, del divino splendore)’, antico accadico hanāmum ‘crescere robusto, rigoglioso; prosperare’. Canaan fu detto così, in origine, pure il paese dei Sumeri (Ka-na-am), ma non solo. Esso s’intende come ‘territorio, nel senso patrio’.

La stessa Bibbia nelle numerose citazioni della Terra di Canaan, aggiunge sempre la precisazione “un paese dove scorre latte e miele”, che sembra un appellativo, un predicato che commenta più ampiamente il significato radicale del termine. È da rifiutare quindi l’etimo che Gerhard Herm propone, dall’accad. kinahhu ‘porpora’.


CANCARÀDU. Wagner, con molto giudizio, non se l’è sentita di mettere assieme il sardo càncheru, càncaru ‘granchio, spasimo’ col verbo sardo cancaráre ‘intirizzire, irrigidire’. Riconosce che cancaráre non è voce indigena e neppure dal latino cancer, e lascia la questione sospesa.

In realtà cancaráre è tipicamente ebraico, espresso col raddoppiamento per esprimere l’effetto-limite. Deriva da kar ‘freddo’, karàh ‘fredda, gelida’. Il termine ebraico è da confrontare col bab. kâru(m) ‘essere stordito, intorpidito, incapacitato (di arto)’. La -n- contenuta nella sillaba del raddoppiamento è l’effetto della commistione con càncaru.


CANNA ‘canna’. Wagner lo fa derivare dal latino canna. Ma è pure uguale al gr. κάννα. Come l’equivalente latino, greco e italiano, ha varie accezioni. Indica la pianta ed altre piante del genere, con i diminutivi del caso. Metonimicamente può indicare un oggetto fatto con la canna o che somiglia alla forma tubulare di questa. In Sardegna su cannoni è lo ‘scarico a tubo di una sorgente’.

Il termine, con tutte le sue accezioni, deriva direttamente dall’accad. qanû(m) ‘canna’ (sumero kan ‘recipiente’, ebraico qāne ‘canna’, קָנֶה (1Re 14,15); ugaritico qn, arabo qanā: OCE II 360), da cui anche il cognome sardo Canu. Quest’ultimo infatti non deriva dal lat. canus ‘dai capelli grigi, canuto’, come propone Pittau, ma dal termine su detto, il quale poi per suo conto ha prodotto kanû ‘condotto, canna; vulva, vagina’.


CHENABURA, cenàbura, cenàbara. La Sardegna è l’unica regione romanza dove il ‘venerdì’ ha il nome chenàbura, sardo antico chenàpura.

M.L. Wagner (La lingua sarda p. 72, traduz. di Paulis, Ilisso, 1997) nel tentativo di fornire l’etimologia imbocca direttamente la