SINNAI, GLI EBREI E LA TOPONOMASTICA ANTICA
In Sardegna la ricerca toponomastica è bloccata da 70 anni. I linguisti ufficiali continuano a credere che i 700 anni fenicio-punici in Sardegna abbiano prodotto cinque nomi e due toponimi, che fanno sette, uno ogni cento anni di parlata orientale. Credenza assurda e antistorica. In Sardegna, a dispetto dei discepoli del Wagner, si trovano non sette ma settecentocinquanta toponimi orientali: che non sono il totale dell’inventario isolano ma soltanto una quota dei 1900 da me analizzati. Statisticamente superano il 38% dell’interoVocabolario composto in “Toponomastica Sarda”. Dunque in Sardegna almeno il 38% dei toponimi è d’origine semitica. Se analizziamo bene pure i toponimi con una patina di latino, non tardiamo a percepire anche questi come paronomasie, ossia riadattamenti di fonetiche arcaiche sulla nuova fonetica dei conquistatori. Sommando anche questi ultimi termini, superiamo largamente il 60%.
Per dimostrare lo strato semitico, parlo del territorio sinnaese. Il toponimo Sìnnai è dichiaratamente ebraico. La sua storia è esemplare. Esso appare la prima volta nella Carta volgare di Marsiglia (scritta a caratteri greci tra il 1089 e il 1103) come Σίνναη, da leggere Sìnnai. 250 anni dopo appare in RDSard. del 1341 come Sinay. Non si può dire che la grafia con la nasale semplice sia scartabile, considerato che le Rationes Decimarum erano documenti fiscali. Dobbiamo quindi accettare che l’alternanza doppia-semplice risalga al medioevo, se non alle origini.
Nella Bibbia il nome appare spesso a celebrare il MonteSinai (Esodo 16,1; 19, 1-2; Numeri 10,12; e passim). La forma ebraica era scritta anticamente con la -i- lunga ma talora breve, ossia Sīnai e Sināi (סִינָי e סִנַי, pronuncia Sìnai e Sinái). Oggi gli Ebrei, che sono i più attenti filologi del proprio testo, traducono con la -i- breve e la -a- lunga, pronunciando quindi Sinái.
Naturalmente nella Vulgata di San Girolamo il nome non poteva che essere scritto alla latina, con la -ī- lunga, che in italiano produce l’accentazione sdrucciola (Sìnai). Non è un caso quindi se già nel medioevo ed ancora oggi dopo due millenni la pronuncia del toponimo rispecchia l’ambigua accentazione dell’uso più antico. Nei testi sardi prevale la fonetica latina: Sìn(n)ai, ma gli abitanti giurano che un tempo si pronunciava Sinnái (proprio con l’accento uguale a quello ebraico), e questo termine l’etimologia popolare lo riferisce maldestramente alla “segnatura” del bestiame, mentre è la precisa pronuncia ebraica Sinái.
Anzi, oggi il toponimo è pronunciato dal popolo (compreso quello dei paesi vicini) anche in un altro modo, Sìnnia, ancora una volta riferito, impropriamente, alla segnatura del bestiame. Prestiamo attenzione a questa forma! Si sa che le etimologie popolari nascono sempre per bocca di qualche dotto, la cui erudizione, pure magnifica, raramente riesce però a supportare elucubrazioni così specialistiche quali sono quelle mirate alla toponomastica ed alle etimologie. Il fenomeno delle etimologie popolari riguarda tutti i nomi dei paesi della Sardegna. Su circa 380 paesi, le traduzioni azzeccate dai dotti (e, pedissequamente, dal popolo) sono soltanto quelle estremamente facili (come Villa San Pietro e simili), mentre le altre etimologie sono buone intenzioni utili a confondere.
Che lo si voglia o no, Sìnnai è toponimo ebraico, e si capisce perché il popolo ne rifiuta l’origine. Non sono soltanto gl’intellettuali di paese a rifiutarla; ad essi s’unisce il popolo, e la ripulsa risale a 1400 anni fa, al momento in cui papa Gregorio Magno, con le sue celebri lettere sulla Sardegna, diede il via ad una lotta strenua e senza quartiere per l’evangelizzazione dei Sardi abitatori delle campagne, che fino ad allora pagavano una tassa pur di essere lasciati liberi di praticare la religione dei padri. Ospitone, re dei Barbaricini, fu addirittura sconfitto con campagne di guerra (altro che redenzione!); fu sconfitto dal bizantino Zabarda, la mano militare del potere temporale e di quello spirituale, e fu in quel momento che, come primo atto dell’evangelizzazione forzata, il popolo delle montagne dovette abbattere migliaia di ligna et lapides, di totem e di menhir.
Peraltro gli Ebrei erano considerati gli assassini del Cristo, e la loro memoria non poteva certo sopravvivere in questo toponimo ingombrante, e come successe per centinaia di altri toponimi sardi (vedi libro Toponomastica Sarda), i monaci bizantini lavorarono finemente per non cambiare nulla cambiando tutto, e nel volgere di secoli convinsero il popolo che Sìnnai non è altro che un allomorfo di Sìnnia, il cui significato è sardo, è rassicurante, ma diverso da Sìnai.
Nell’accettare Sìnnai come termine ebraico, riusciamo anche a comprendere le ragioni dell’esistenza di due forme medioevali, Sìnnai e Sìnai. Succede anche per molti altri toponimi, e denota l’eterna altalena di semplici e doppie espresse nella pronuncia del sardo meridionale. L’originaria -n- semplice è divenuta doppia soggiacendo alla legge fonetica che porta al raddoppio delle postoniche. Quindi c’è da giurare che in origine il nome fosse con una sola -n-, giuste le attestazioni di RDSard. nel 1341. Ed anche la preferenza per la pronuncia Sìnnai a scapito di Sinnái è figlia della legge fonetica sarda relativa alla retrocessione dell’accento (ed in ciò siamo eredi dei Romani).
Fatta l’analisi glottologica, passiamo alla storia. Sìnnai è una rara sopravvivenza documentale dell’insediamento di una parte dei 4000 Ebrei trasferiti in Sardegna nel 19 da Tiberio coercendis latrociniis, per combattere gli Ilienses. I latrocinia erano, per i Romani, le azioni di brigantaggio, quegli atti ostili sequenziali ed organizzati, sia pure senza formazioni tattiche da battaglia, operati, magari anche con la guerriglia, da quanti non riconoscevano l’autorità costituita. Il reperto documentale di Tacito, suffragato sia pure con note diverse da Giuseppe Flavio e da Svetonio, ci pone di fronte a questa ondata di ebrei, che fu la seconda, ed avvenne esattamente mille anni dopo la prima invasione pacifica (come ho documentato nel libro).
La dislocazione di Ebrei tra le foreste dove poi nacque Sìnnai aveva chiaramente ragioni strategiche. E proprio questo lascia immaginare che quei giovani semiti, trasferiti a forza per ragioni di ordine pubblico, non fossero lasciati da soli ma fossero inquadrati, per motivi di disciplina, di arte marziale e di efficienza tattica, assieme ad altre unità insediative e combattenti più lealiste (il cui numero però va immaginato esiguo). Non solo, ma proprio qui (e per riflesso sulla vicina Karalis) gravava la pressione dei montanari di quell’acrocoro che occupa tutto il corno sud-orientale dell’isola. Il nuovo villaggio-caserma doveva essere dunque la base di partenza per ogni attacco (e contrattacco) avverso i montanari che insidiavano il vasto territorio coltivato attorno a Karalis-Karallu (Cagliari), a Qart-ugû (Quartucciu) ed a Ša-Elû-riu (cioè Selargius). Che il villaggio-caserma fosse chiamato Sìnai può avere le sue ragioni proprio nella strategia militare, a connotare etnicamente il sito dov’era insediato il nerbo dei difensori del limes. Sappiamo, al riguardo, come i Romani designavano le loro legioni ed i loro raggruppamenti zonali: appunto coi nomi etnici. La Sardegna ha numerosi toponimi etnici, e Sìnai si trova in buona compagnia: vedi Bari, Milis, Tiana, Valledoria, Sardara, Tharros, Sassari, Villasor, Dolianova, Oliena, Ollolai, anche se è vero che questi, a differenza di Sìnnai, nacquero sotto altra stella.
Si deve immaginare che gli ebrei fondatori del villaggio-caserma non fossero trattati alla stregua di schiavi, tutt’altro. Erano assoggettati alla leva, erano militari, e di questi avevano lo stato giuridico, che non era affare da poco. La libertà di dare il nome più adatto al proprio insediamento era un atto preteso e dovuto, come contropartita dell’esilio. Non solo, c’è da presumere che poi essi fossero stati trattati con la gratificazione tipica di ogni leva di veterani (attribuzioni di terre), anzi dovettero essere trattati con le gratificazioni che poi ritroviamo presso i kabaddaris, i ‘cavalieri’ bizantini insediati nei limes con attribuzione di ampie proprietà terriere come garanzia reciproca della fissità dell’insediamento.
Ci sono ragioni geografiche che suffragano quanto sinora detto. Nel XIX secolo, con l’Unità d’Italia, Sìnnai risultò essere il comune sardo con maggiore superficie territoriale (in proporzione agli abitanti): possedeva nientemeno che l’intero corno sud-orientale dell’isola, un territorio immenso che, tanto per cominciare, fu ceduto in parte alle neonate Burcéi e Villasimìus. Non c’è altra spiegazione a tanto possesso, se non che fu proprio e soltanto Sinnai ad avere avuto l’incarico di controllare, già da epoca romana, quell’immensa estensione priva d’insediamenti. E se qualche minimo insediamento si verificò su quei monti, fu opera sempre di Sinnaesi i quali, al momento dell’estinzione del villaggio, tornavano regolarmente al paese d’origine.
Ho affermato nel libro che San Gregorio, altro sito sinnaese all’inizio delle montagne, non era altro, in origine, che un posto di frontiera. Di seguito spiegherò meglio come i preti bizantini fossero maestri di paretimologia, spregiudicati costruttori di nuovi nomi che ricalcavano quelli preesistenti. Tutti i loro toponimi dovevano essere intestati, se possibile, a un santo. E se Gregorio già di per sé significa ‘sto vigile, sono sveglio’, è perch’era il nome più adatto al precedente toponimo, anch’esso indicante il posto di guardia del limes. L’originario toponimo doveva essere il babilonese kerχu ‘muro, vallo di recinzione, muro di chiusura’, assai simile all’assiro kerku indicante una paratia dell’acqua di scorrimento, e pure simile all’assiro kāru ‘molo’; ed anche ‘sbarramento di canale d’irrigazione’. Su kerku intervenne al solito la metatesi sardiana > kreku, cui s’aggiunse il suffisso latino -rius, producendo *Krekurius, che in bizantino divenne Gregòrios.
È immaginabile che col passare dei secoli i semiti sinnaesi siano divenuti maggioritari. Che fossero ebrei sembra dimostrarlo anche il Monte Sette Fratelli, il cui nome la diceria popolare (creata dai dotti e seguita come sempre dal popolo) deriva dalle sette punte. Questa stantia storiella fu ripresa persino dal Lamarmora, il quale dimostra di non averle mai raggiunte (peraltro la vetta più alta può essere raggiunta solo con acrobazie alpinistiche ed era impossibile metterci il punto trigonometrico). Egli ascese il monte assieme al botanico Mori lungo la strada romana, dove ai primi del Settecento il padre Salvatore Vidal di Maracalagonis aveva fatto erigere un convento. Dall’epoca del Vidal le dicerie erano divenute due: sette punte e setti fradis, che fanno ‘sette fratelli’: c’era l’imbarazzo della scelta. In realtà i frati non erano sette, e neppure le vette erano sette. Esse sono di più o di meno (secondo come si contano) ma non sono sette. Altra caratteristica del Monte è che alla base delle punte non c’è mai passato nessuno, almeno dal Medioevo. Le stesse carbonaie di fine ‘800 si fermano prima delle vette. Manca ogni segno antropico di carattere diacronico. È stato il Club Alpino Italiano ad averle fatte conoscere tracciando con le scuri il Sentiero Italia circa vent’anni fa nella foresta ancora vergine.
La prova della loro intangibilità viene anche da un’altra rupe del Monte, chiamata S’Eremigu Mannu ‘il Grande Nemico: ossia il Diavolo’; nonché dal vicino sito chiamato Poni Fogu ‘attizza fuoco’. Entrambi sono nomi attribuiti, con tutta evidenza, ad opera dei preti bizantini, che avevano buone ragioni per rendere fosca e impraticabile questa montagna che prima di loro veniva ascesa per la sacralità positiva. Poni Fogu è una banalizzazione persino offensiva. Doveva essere il sito sacro del Fuoco Perenne. S’Eremigu Mannu doveva essere il vicino sito dove stazionavano i celebranti del Fuoco Sacro. L’uno e l’altro sito dovettero essere denigrati con tutti i mezzi dai preti cristiani. Nel mio Vocabolario, di questi termini, all’apparenza innocui o fuori posto, ce n’è una pletora.
Sempre sul tale Monte abbiamo Bruncu su Gattu (in regione Cannesisa; ma è ripetuto in mezza Sardegna) il quale col gatto selvatico non ha nulla da spartire, perché deriva dall’accadico e dal babilonese gattu,kattu e indica nientemeno che ‘l’effige di Dio’. Qui non tratto il lemma, perché abbiamo una contrapposizione così violenta tra l’immagine di Dio ed il membro virile (katzu), che è meglio leggere tutto nel libro. È ovvio però che i preti hanno giocato a piene mani a creare questa oscena confusione, tanto per dare risalto alla nuova religione a discredito della vecchia.
È comunque quel fatidico Sette ad essere inconfondibile: era il numero sacro degli Ebrei, trasferito alla Montagna Sacra che stava al centro dei loro vastissimi possedimenti. La pervicacia del nuovo clero riuscì a sopprimere quel grumo di religione ebraica.
Ma quale fine fu riservata ai 4000 semiti? Beh, dai toponimi esistenti in Sardegna c’è da immaginare che furono sparpagliati su tante montagne, per quanto la tutela delle proprietà e dei latifondi attorno a Karalis obbligasse a fissarne il nerbo proprio a Sìnnai, ossia alla base del sistemi montuosi più vicini alla capitale. Tacito, in modo icastico da par suo, afferma che l’Imperatore era convinto che in ogni modo essi sarebbero stati annientati dalla malaria (si ob gravitatem caeli interissent, vile damnum) e così si sarebbe liberato della Questione Ebraica. Ma i dati storici dicono chiaramente che dei 4000 non ne morì neppure uno. Non è vero che ci sia mistero sulla loro sparizione, perché la storia ne parla così tanto, da strombazzarne la sopravvivenza.
Prima di dimostrarlo, corre l’obbligo di chiarire il mistero diSegossìni, ilvicus di minore ampiezza collocato proprio alle costole di Sìnnai. Anche qui c’è la ripetizione del toponimo Sìnai. La prima parte del composto, Sego-, ha la base accadica ṣeχrum che significa ‘modesto, piccolo’. Quindi Segossìni significa ‘piccola Sìnai’: nome evidentemente plasmato dagli stessi abitanti della “grande Sìnai” i quali se ne sentivano garanti e protettori, nonché fratelli. I Segossinati erano, con tutta evidenza, di etnia egizia, la seconda etnia trasferita in un solo blocco assieme agli Ebrei.
Ma allora, come sopravvissero i 4000? Lo chiariamo per vie biologiche, linguistiche, storiche e geografiche. La prova biologica è di due tipi. Tiberio ignorava che la malaria imperversava soltanto nelle pianure. Gli Ebrei furono mandati in montagna e si salvarono. L’altra prova biologica è scientifica, e riguarda l’aplotipo p12f. Tutti conosciamo il celebre locus biologico fenicio, caratterizzato dall’assenza del p12f. Esso riguarda esclusivamente i Fenici, gli Ebrei e tute le popolazioni rivierasche (o subrivierasche) entrate in contatto stabile coi Fenicio-Cananei. La Sardegna possiede al 100% il locus biologico fenicio-cananeo, e ciò significa che la simbiosi tra i due popoli fu perfetta e durò tanti, ma veramente tanti secoli, già dai tempi degli Šardana.
La prova linguistica è ampiamente illustrata nel mio libro e nell’annesso Vocabolario, e qui non m’attardo. Dico solo che, su 1900 lemmi indagati, almeno 250 sono ebraici o comunque cananei. Non si capirà bene il fenomeno se non si accetta quanto la storia e la letteratura si sono già impegnati a chiarire (mi riferisco ai testi di Ugarit, alla Bibbia e ad alcune steli fenicie). Nel libro traccio un profilo linguistico ma anche commerciale dal quale si evince che i celebri Fenici altro non erano che Cananei, gente della Fenicia costiera mischiata con quelli dell’entroterra, ch’erano Ebrei in purezza.
La lingua presente in Sardegna prima dei Fenici e degli Ebrei ha una base mesopotamica (accadico-assiro-babilonese) ed anche semitica tout court. Quella era la stessa lingua dei Nuragici (o Sardòi o Šardana), lingua che oggi tutti vagheggiano, che tutti cercano, che nessuno scopre perché la calpestiamo ogni giorno, ci camminiamo sopra, ce l’abbiamo tra le mani, nei libri, principalmente in bocca, e le cose che occupano la banalità quotidiana non vengono notate dagli uomini educati a guardare il cielo. Il mio libro elenca oltre il 38% di termini šardana, fenici ed ebraici, ma i miei studi stanno progredendo, ed ho già elencato il 60% di semitico (meglio, sardo-semitico, visto che i Sardi parlavano semitico per proprio conto, senza attendere le lezioni dei Fenici e degli Ebrei). Oggi restituisco una lingua che generazioni di ricercatori, abbagliati esclusivamente dalla grandezza dell’Impero romano, si sono trovata tra le mani senza mai comprenderla. I Fenici e gli Ebrei non soppiantarono la lingua shardana, semplicemente la integrarono, e non gli fu difficile, perché la parlata fenicia e quella assiro-babilonese avevano in buona parte una base comune nell’accadico e nello stesso sardo.
Che c’entra tutto questo coi 4000 ebrei che dopo il 19 “sparirono”? Altro che, se c’entra! Quegli Ebrei erano bilingui: parlavano latino in ossequio al Governo di Roma, ma tra di loro – ci mancherebbe – parlavano la lingua dei padri. Ed appena trasferiti in montagna rimasero letteralmente sbalorditi a sentire che i montanari parlavano, come loro, la lingua semitico-ebraica. La parlavano come prima lingua, esattamente come loro. Solo un romanziere può intuire le cose belle che accaddero allora, a cominciare dai matrimoni. Se i 4000 "sparirono", è proprio perché tra Sinnaesi e montanari si cercò e si trovò un modus vivendi per moderare i latrocinia, per soddisfare ambo le parti e, nel contempo, per soddisfare il governatore provinciale di stanza a Karalis. E tutti vissero felici e contenti. Ma non per molto. Perché il problema ebraico ce lo ritroviamo tra i piedi esattamente cinquant’anni dopo, due generazioni dopo.
E qui siamo ad una prova storica più marcata. La Tavola di Esterzili dimostra che i Galilla non sortirono dal nulla ma ripetevano il proprio etnico dal nome della Galilea, il territorio appiccicato alla Fenicia, dalla quale provenivano gli Ebrei che s’imbarcavano per la Sardegna. Il termine fu pronunciato in Sardegna con la doppia -ll- in ambo le sillabe (Gallilla in forza della legge fonetica del raddoppio esistente nel sud-Sardegna) ed i Romani lo semplificarono, salomonicamente, almeno nella prima sillaba.
Ma chi erano questi Galilla che lasciarono tre volte il proprio etnico, nella Tavola di Esterzili anzitutto, nel coronimo Galilla poi cambiato in Villasalto, e addirittura nel nome d’una miniera d’argento tra Villasalto e Armungia che ora, per incomprensione fonetica, viene chiamata Sa Lilla. Attenti! i Galilla non erano i 4000 che, moltiplicando la figliolanza per eccesso d’amore per le donne sarde, erano passati armi e bagagli dall’altra parte. Erano proprio e soltanto “l’altra parte” che almeno dal 1000 a.C. pascolò le greggi e fece molte altre cose per tutto il corno sud-est della Sardegna, trattenendosi a cavallo del Flumendosa. Nel mio libro si saprà di più. Ma sembra chiaro che i Sinnaesi, che stazionarono anch’essi per tutto il corno sud-est della Sardegna sino al Flumendosa, quindi in perenne contatto coi Galilla, non furono estranei alla sopravvivenza di quell’etnico, non furono alieni dall’avere una simpatia sfrenata per i Galilla, loro consanguinei, coi quali nel tempo combinarono una pletora di matrimoni.
Questa è la storia. Quanto alla prova geografica, ce ne sono parecchie. Oltre al Monte Sette Fratelli, che rimase sempre selvaggio perché l’adorazione del Dio supremo ha bisogno della naturalezza, occorre dare uno sguardo al territorio sinnaese, a quello antico, e allora si capiranno molte cose. Ma per capirle, dobbiamo pur dare un senso alla Bibbia ed ai suoi racconti. E se alcuni di essi sembrano favole, da quelle favole discese però una realtà notoria. Ad esempio Noè. Ammesso pure che non fosse l’inventore del vino, sappiamo bene con quanto amore gli Ebrei s’adoperarono per essere degni del grande progenitore, e coltivarono la vite dovunque si recassero.
Da qui, e non da altro, abbiamo la prova del significato di Campidani, e la prova del perché i Sette Fratelli restarono selvaggi mentre il resto del territorio montano fosse coltivato, dove possibile, a vite. Campidani significa ‘campi chiusi e vitati’, dal latino campus ‘orto racchiuso’ e sardo ide ‘vite’. I “linguisti della domenica” hanno sempre sostenuto che Campidanu significa ‘grande estensione di pianura’, da cui prese nome la grande pianura del Campidano, lunga 120 chilometri. Senonchè questo coronimo è recentissimo, al pari dell’altro coronimo Iglesiente, ed è nato per pigrizia mentale: è, insomma, una paretimologia. Nell’antichità giudicale ed in quella feudale il Campidano come noi lo conosciamo non esisteva. Al suo posto c’erano le curatorie di Bonorzuli, Gippi, Nuraminis, Decimo, Cixerri. Ed il territorio era chiamato coi nomi delle singole curatorie. La vasta area da Sardara verso il Montiferru era chiamata Arborèa, e per Campidanu gli arborensi intendevano soltanto quello di Simaxis, Milis e Maggiore, così chiamati perché ci cresceva la prodigiosa Vernaccia, e non per altro. Quanto al Campidanu di Cagliari, al cui centro sta Sinnai, esso non comprende affatto la pianura ma quasi esclusivamente le montagne, quelle che arrivano sui più alti spalti di Burcéi. Anche qui Campidanu non ha alcuna parentela con la ‘pianura’. E allora torniamo agli Ebrei di Sinnai. Chi mai piantò per primo il Campidanu di Sinnai con orti vitati? Ditelo voi.
Perché sostengo che furono gli Ebrei ad introdurre la vite nel Campidano di Cagliari? La prova geografica, se vogliamo, è un po’ gracile. Ed allora introduco una prova linguistica inoppugnabile. Il vino noto come Nasco, si sa, è considerato dagli esperti dell’Unione Europea il migliore del mondo. Proprio così: il migliore del mondo. Trent’anni fa una commissione europea di esperti, mandata in giro per l’Europa a delineare la geografia dei vini che potevano fregiarsi del marchio doc (denominazione d’origine controllata) arrivò a Cagliari e riunì alla Fiera Campionaria tutte le teste d’uovo sarde implicate nello sviluppo vitivinicolo. Il capo dell’équipe europea, indispettito perché i sardi stavano lasciando sparire il Nasco, esclamò ch’erano un branco d’idioti, poichè il Nasco non era vino da possibile marchio doc, era il vino da mettere in testa a quelli con marchio doc, perché era, nientemeno, il vino migliore del mondo. I Sinnaesi lo sanno. Ma da dove viene questo nome misterioso? Nasco deriva dall’assiro nasqu ‘scelto, prezioso, di qualità raffinata’. È nome di ampio uso tra i Semiti. Gli Ebrei nella Bibbia usano un infinito, nāsaq (ךּנָסַ) per significare ‘versare il vino, fare libagione sull’altare, fare l’offerta del vino santo’. Oggi parleremmo del ‘vino da messa’, come dire del vino migliore disponibile.
Gli Ebrei, pastori ed agricoltori, non furono dunque soltanto i guardiani di questo territorio, ne furono anche i solerti trasformatori. Ed è proprio da loro che derivano le più alte tradizioni della Sardegna, come il PecorinoRomano. Ed eccoci a un’altra prova linguistica. I “linguisti della domenica” vanno cianciando che il PecorinoRomano è un formaggio nato esclusivamente in Sardegna (e sin qui non sbagliano), e che ha l’aggettivale Romano dal fatto che furono i legionari romani a portarne la formula. Bontà loro. Ma intanto chiariscano questa contraddizione in termini: se è nato in Sardegna, perché lo portarono i Romani? E chiariscano pure la seconda contraddizione: perché i Romani divennero i maestri casari di un popolo, gli Ilienses, che essi combattevano e che avevano destinato ad una segregazione sulle montagne, guai a mettere il piede in pianura?
In realtà Romano ha la stessa etimologia del paese logudorese Romana (che sta in vetta a una collina: caso unico per un villaggio sardo) nonchè l'etimologia della lunga altura sassarese chiamata Rumanedda. Romano non è aggettivo d’origine ma aggettivo d’altura. In ebraico rōmēm significa ‘elevato’, rūm significa ‘altezza, altitudine’. Quindi Pecorino Romano significa ‘Pecorino delle montagne’, Pecorino prodotto dai montanari di Sinnai ma anche in certa misura dagli Ilienses, e principalmente da quei rompiballe di Galillenses. Gli Ilienses, si badi bene, non furono mai confusi con gli Ebrei stanziati a Sinnai. Essi non erano altri che gli Shardana, ed a loro s’erano affiancati gli Ebrei della prima ondata, arrivati ai tempi di Salomone e stanziati anche sulle montagne. Sembra evidente che la tribù dei Galillenses costitui da quel momento il braccio meridionale del più vasto insediamento di Ilienses.
È chiaro che i Galillenses avevano molto da rivendicare al governatore provinciale stanziato a Cagliari, che invece stava dalla parte dei Patulcenses Campani, gente di fiducia. I Galillenses tentavano di tenersi le loro montagne perché lì ci avevano anche le vigne, nonchè le miniere. Delle miniere d’argento parlo nel libro, e si presume che tutta la Via dell’Argento fosse in mano dei Galilla-Galilei. Com’era in loro mani Correxerbu, dove stavano le miniere di ferro. Ecco il vero motivo onde il governatore romano protesse i propri amici, i Patulcenses Campani. I Sinnaesi di oggi ricordano ancora le miniere di ferro che stavano sulle creste di Correxérbu, e dànno a questa montagna un nome che sembra riferito al ‘corno del cervo’. Ma nell'area non ci sono vette che giustifichino l’etimologia popolare. Correxérbu infatti non è oronimo ma coronimo; i due monti che racchiudono (e racchiudevano) la zona mineraria avevano già il proprio nome, e Corr’exérbu stava tra le due vette. Serpeddì deriva dall’accadico ṣipru + eṭû che significa letteralmente ‘cima ombrosa’: su cui è intervenuta la solita metatesi del sud-Sardegna: *Sirpetu.Tratzális significa anch’esso ‘monte boscoso’, dal sardo bratzu, tratzu ‘ramo d’albero’ e per estensione ‘foresta’. Va da sé che questa zona un tempo non era la landa desertica che oggi ci ritroviamo tra le mani. Ma insomma, che significa Correxérbu? Deriva dal babilonese kuru + χarbu.Kuru significa ‘fornace per metalli’, χarbu significa territorio aspro, non utilizzabile per l’agricoltura’.