L’ORIGINE PREROMANA DI SASSARI
E LA COLONIZZAZIONE DELLA NURRA E DELLA ROMÁNGIA
Il nervo scoperto della ricerca delle origini è il testo. Gli eruditi della Sardegna sono orfani del testo. Essi, per quello che contano negli studi della protostoria, si sentono imbalsamati nell’aporia, afflitti da un dèmone che li rende inutili e impotenti in assenza d’uno strumento che è il testo. Come naufraghi in un’isola deserta, condannati alla monodieta, gironzolano disperati lungo la risacca, e di tanto in tanto montano sul loro mucchietto di testi antichi a scrutare l’oceano della protostoria, incapaci di costruire la piroga che glielo farebbe dominare e li collegherebbe ad altre terre. Nonostante il contratto accademico che li impegna a sfidare il mare dove mancano i testi, stanno inerti e non s’accorgono di non contare nulla nel vasto mondo universitario italiano, europeo, mondiale.
Soltanto l’archeologo riesce a scampare, almeno in parte, dall’afflizione indotta dall’assenza del testo. Ed è proprio il suo metodo d’indagine ad aprire spazi ed orizzonti anche ai colleghi di storia antica e di glottologia. Ma neppure ciò basta ai nostri linguisti, ai nostri storici, che potrebbero avvantaggiarsi della dovizia di cultura materiale apparecchiata dall’archeologo, potrebbero librarsi in voli interpretativi suffragati dall’oggetto, e talora andare oltre l’oggetto; invece non azzardano a muoversi oltre la siepe della testimonianza scritta. E si fermano agli informatori d’epoca greca e latina, e non a tutti, ma soltanto a quelli che hanno lasciato prove assai palpabili e incontrovertibili: il che significa pochissimo. E allora la Protostoria a chi la facciamo indagare, visto che per essa abbiamo solo miti e leggende?
È risaputo che a fare la differenza nella ricerca è l’interpretazione, la capacità di valutare una molteplicità di valori e di componenti culturali che nessun testo può spiegare; perché quando ci mettiamo a discettare sull’universo dei nostri più antichi antenati, viene postulata una realtà che spesso può raggiungersi solo per via d’intuizione.
Proprio per la carenza di talento interpretativo e di forti momenti intuitivi, gli studiosi che hanno tentato di evidenziare l’origine di Sassari e del suo nome non sono arrivati neppure allo strato bizantino, e si sono fermati ai primi anni bui del Giudicato di Torres. Tale iniziativa è rimasta in mano agli storici del Medioevo, la cui competenza è notoriamente ferma a certe date, e non si sentono in grado d’andare oltre. Ma anche il Meloni, che pure conosceva la storia romana, non andò lontano nella protostoria sarda, fermandosi al 238 a.C., e sbagliando clamorosamente quando tentò d’inquadrare il primo arrivo dei Punici. Più in là nessuno si è mai spinto, neppure il Barreca, al quale le epigrafi fenicie erano indigeste, talchè ringraziò altre teste d’uovo per la traduzione della Stele di Nora, una traduzione qualsiasi, il tanto perché si sapesse che quel testo venerando non giaceva nel mistero. Poco importava se tutte le traduzioni erano sbagliate.
In Sardegna gli specialisti delle antichità, ossia storici, archeologi, linguisti, hanno brillato per scaricarsi a vicenda l’onere della ricerca delle origini, e quindi ne ha sofferto anzitutto la toponomastica, ma pure le etimologie relative ai restanti campi dello scibile (come i nomi dei pani, delle malattie, della flora, ed anche i cognomi, per non parlare dei termini comuni). Illuminare le vere ORIGINI non interessa a nessuno, e quando Paulis ha tentato d’illuminare i fitonimi e Pittau i cognomi, erano armati esclusivamente di grecismi e di latinismi, e con essi hanno violentato la materia, abbandonandola come un cencio irrecuperabile.
Negli studi etimologici non basta essere linguisti, se poi fa difetto la capacità di valutare e interpretare una somma ragguardevole di elementi culturali che vanno dall’attuale ai tempi più profondi. E se all’imperizia aggiungiamo l’assenza del metodo, i danni possono essere catastrofici.
Uno squallore asfissiante ha prevalso sinora nella ricerca etimologica, e certi accademici rifiutano ancora, grottescamente, di vedere i 700 anni fenicio-punici della Sardegna per quello che sono: un fruttuoso campo di ricerca. Lo rifiutano, lo vedono come campo metastorico, come uno iato nella storia linguistica della Sardegna, a cui pongono il sigillo ermetico di “prelatino”, “protosardo”, “mediterraneo”, e altri aggettivi agghiaccianti. Tutto ciò, nonostante che esistano dizionari e grammatiche delle otto lingue semitiche.
Se non frughiamo proprio in quella millenaria storia e protostoria preromana, non conosceremo mai le ragioni onde la lingua sarda contenga, ancora oggi, uno zoccolo duro prelatino, che è pari almeno al 50%. È in questo zoccolo duro che s’annicchia il toponimo Sassari. Per analizzare il quale non basta il solo vocabolario latino e tre vocabolari romanzi (catalano, aragonese, antico-italiano), ma serve pure il vocabolario greco-bizantino e principalmente quello accadico, assiro, babilonese, ugaritico, aramaico, fenicio, ebraico. Sommando queste lingue al sardo antico, non abbiamo più cinque ma sedici lingue su cui indagare.
Ma veniamo finalmente al toponimo SÀSSARI. Il Pittau (OPSE 236) non affronta la complessa questione dell’etimologia e si limita a ricordare un parallelo tra Sàssari,Sàssara (Tonara) e l’etrusco Sàssera (isola d’Elba).
La radice originaria di Sassari è Thar- (identica a quella di Thar-ros), assoggettata al raddoppiamento delle due lettere della sillaba iniziale com’è d’uso già nel sumerico e poi nell’accadico per dare intensità, talora sacrale, al nome, o per renderlo al plurale. A Thà-thari il raddoppiamento non fu necessario per distinguerla da Tharr-os, anche perché Thà-tha-ri è, semmai, un coronimo, indicante le pertinenze, l’hinterland agrario dell’antichissima Turr-is (Libysonis), che fu un porto prelatino, quindi sardiano, che i Romani afferrarono e rimaneggiarono come propria colonia. Ad ogni buon conto, tra i Sassaresi è rimasto ancora oggi l’uso di raddoppiare i toponimi od i nomi comuni: es. la località Buddi-Buddi, l’erba giuru-giuru (nasturzio o sedanello d’acqua). Ma anche nel resto della Sardegna i raddoppiamenti non sono pochi: ciò avviene specialmente coi toponimi più pregnanti di storia, quale Ollollài (Ol-Ol-ai), oggi maldestramente chiamato Ollolái.
Nell’antichità e poi, di seguito, anche in epoca medievale, il toponimo Sàssari era già pronunciato in due modi: Ṣaṣṣari con le -s- uscenti in palatale affricata, e Thàthari con dentale affricata. Le affricate sono un retaggio che molti toponimi sardi si trascinano dall’uso mesopotamico e fenicio. Ancora oggi nel Logudoro Sassari è chiamata, a seconda del parlante, Ṣàṣṣari o Tàttari/Thàthari.
Non deve meravigliare la presenza in Sardegna di parecchi siti con lo stesso radicale fenicio (Tharros,Thathari,Biḍḍa-Ṣòrris,Turris Libysonis). L’iterazione dei toponimi, più o meno alterati nella fonetica, vale per altri siti sardi e per molte città del territorio europeo e vicino-orientale. Nel 1°-2° millennio a.C., ma pure in periodo bizantino, era usuale marcare con la stessa radice, magari iterando le prime due lettere, più di un sito, gemellandoli nel modo che le colonizzazioni e i tempi consentivano. I luoghi potevano essere vicini l’un l’altro come Thathari, Turris e Tharros, o mediamente lontani o addirittura lontanissimi tra loro (vedi per la Sardegna Tìana,Bari,Olbia,Neapolis e altri siti, che hanno il referente fuori dell’isola, segno evidente, quando non c’entrano i Fenici, della fuga o del trasferimento di gruppi etnici, quando non di monaci bizantini impegnati all’evangelizzazione, o costretti a scappare per scismi (es. quello iconoclasta) od a causa della lenta intrusione araba nei territori dell’Impero romano d’Oriente.
Sgombriamo subito il campo dall’ipotesi che Sassari sia antica quanto Tharros o pressapoco. Il punto non è questo, anzi dai dati storici e archeologici disponibili viene fatto di pensare che la piazzetta medievale di Pozzu di Biḍḍa (il nucleo originario della città di Thàthari) sia nata inizialmente come modestissimo agglomerato di laure bizantine, quanto bastava ai monaci per il ricovero personale (una capanna a testa), mentre poco più in alto fu eretta un’umile chiesetta dedicata a San Nicola di Bari (anzi a Nicola di Mira, città che stava in territorio bizantino classico, poi occupato dai musulmani). Ma intanto sappiamo bene che a un chilometro dal Pozzu di Bìḍḍa stava il celebre villaggio chiamato Silki (col suo bravo nome fenicio, ripetuto in Sulki), e che a metà strada tra Silki e questa fonte ci stava la notissima dragunàja delle Conce ed in più la fontana di Santa Maria. Era ricchissima d’acque, questa conca dove vivevano masse di agricoltori che da millenni parlavano il fenicio-accadico. Tragunàja,'corrente d'acqua sotterranea', 'grossa vena d'acqua nascosta', ha la base nell'accad. turku-nāru: turku 'tenebroso' + nāru 'fiume'. Significò già da allora 'fiume sotterraneo, fiume delle tenebre'.
Cominciamo a capire che la Sardegna è letteralmente zeppa di toponimi fenici o fenicio-accadici, e che tale pletora entra in rotta di collisione con le “certezze” degli archeologi, i quali restringono parecchio la presenza di tali navigatori nell’isola, relegandoli quasi sempre lungo le coste. Ma essi sbagliano; in mano loro, la “questione fenicia” è diventata uno dei più grossi imbrogli della storia sarda, ed è ora di gettare la maschera. Sappiamo con quanta approssimazione gli archeologi riconoscano come fenici certi manufatti, e non altri. Ma se è per questo, non hanno mai avuto pudore a sostenere che l’enorme quantità di scarabei e altro materiale “egittizzante” trovato a Tharros fosse tutto d’importazione, anziché nostro, ossia di creazione sardiana.
L’imbroglio sta nel fatto che viene posta una barriera invalicabile tra Sardi e Fenici, che li mostra come popoli antagonisti, mentre le ricerche biologiche sugliaplotipi e le ricerche linguistiche fanno riconoscere i due gruppi come un solo popolo. Tornerò sui Tyrr-eni, che erano gli abitanti di Tyrr-is (Libysonis), e che dettero il nome al Mare Tyrr-enus. E che erano gli stessi abitanti di Tyr-os. I quali, poi, non erano altri che gli Shardana (uno dei Popoli del Mare) che, avendo annientato la civiltà ugaritica ed avendo ricreato al suo posto quella Tiria, ripartirono proprio da Tyros per ritornare nella propria patria di origine. Ecco, di qui il ricorrere della radice tyrr- in Sardegna, di qui la validità della teoria del Pittau, che ritiene i Sardi ed i Tirreno-Etruschi della stessa stirpe, anche se è vero che lui li confonde coi Lidi.
Ma torniamo a Thàthari. Esso non è un toponimo ma un coronimo: designava un territorio, privo di grossi agglomerati civili, ma in grado di produrre molta ricchezza agricola e pastorale.
Ma perché abbiamo i due toponimi Thàthari e Sàssari? Al riguardo, possiamo verificare tre opzioni. Fermo restando l’originario Thàthari, possiamo derivare il suo somigliantissimo coronimo Sassari dalla base accadica ša-šērru che significa ‘quella dell’utero, bimba, discendente, ossia sorella’, tanto per ricordare così la “sorella di Tharros”. E che Sassari derivi da questa (o similare) base accadica, può suffragarlo anche l’attuale pronuncia palatale delle due sibilanti da parte dei residenti, eredità dell’antica pronuncia (š come in scena). Ma c’è pure da considerare un altro termine accadico, ša-ašari che significa ‘quella dello stesso posto’ (come dire: la gemella, colei che sta anch’essa in Sardegna). Terza opzione da considerare è šāššaru(m) che significa ‘dente (simbolo di Šamaš, il dio Sole)’. Abbiamo in tal modo un paniere di quattro nomi (Tha-thari da Tharros + šašērru + šaašari + šāššaru) coi quali possiamo comporre definitivamente l’etimologia. In pratica, a quei tempi dovette accadere a un dipresso quanto segue: i Sardo-Fenici chiamarono il territorio Thathari, che designarono con l’epiteto di ‘gemella’ (šaášari) o ‘sorella’ (šašērru) o addirittura diedero al territorio l’appellativo del dio Sole: Thathari-Šāššaru = ‘Thathari-di-Šamaš’. E questo, a lungo andare, procurò due designazioni della città in embrione, che ancora oggi sono rimaste.
Rimanendo alla forma Thathari, per essa ci può essere anche una quinta opzione di ricerca etimologica, fornita dall’etnico Uddadhàddar, che gli storici localizzano tra la Planargia-Marghine ed il Meilogu-Paese di Villanova. Poiché il problema che nasce da questo etnico coinvolge, volenti o nolenti, anche il termine Thàthari, per capirne le implicazioni e l’etimologia rimando alla voce Uddadhàddar contenuta nel mio libro Toponomastica Sarda.
Qui è meglio che salti l’argomento, per sfiorare invece altri temi della colonizzazione del territorio chiamato Thàthari e della città chiamata Tyrris, un territorio immenso inglobante, ancora prima dell’intervento romano, l’intera Nurra e l’intera Romàngia.
E qui parlo del toponimo PORTO TORRES che ha la base in Tyrris Libysonis. Fu da questa colonia romana che originò nell’alto medioevo la “fondazione” della vicina Sássari (Tháthari). Ma non si trattò di fondazione. In un primo momento è da supporre lo spontaneo agglomerarsi anzitutto di pellegrini poi di commercianti infine di artigiani ed agricoltori (provenienti dall’intero territorio della Románia o Romángia), che costruirono delle dimore presso l’insediamento di laure bizantine nate attorno a Pozzu di Bidda. Al primo assembramento comunitario s’aggiunsero poi le ondate di fuggiaschi turritani sospinti dalle incursioni arabe. Thàthari però era avviata ad una crescita lenta, perchè anch’essa era facile preda degli incursori arabi, tanto che la capitale turritana era stata trasferita nella lontana Àrdara.
Tyrris Libysonis fu certamente fondata dai Romani, e gli scavi archeologici non dànno appigli sicuri a quanti, immaginando dietro l’aggettivo Liby- una prefondazione punica, pensano di tradurre il toponimo come ‘Torre libica, ossia cartaginese’ (i Cartaginesi, si sa, erano spesso chiamati Libici). Ammesso che ci fosse stato un precedente sito punico, perché i subentranti romani avrebbero dovuto dare al porto-estuario sul rio Mannu il nome della peggiore nemica? Dobbiamo consentire che tale volontà difettava e che il sito preesistente non agganciasse il proprio nome ai punici. Un sito comunque preesistette, e seppure gli archeologi non abbiano trovato prove materiali concrete, dobbiamo ammetterlo con la prova linguistica. Sia chiaro una volta per tutte, se allo storico per pronunciarsi serve una fonte storiografica del passato, se all’archeologo per pronunciarsi serve un manufatto del passato, a noi linguisti per pronunciarci serve la parola del passato. E possiamo dire, spavaldamente, che “quando le pietre rimangono mute, le parole continuano a parlare”.
La radice Tyr- non s’addice ad alcuna ‘torre’ ma alla città fenicia Tyr-os. Ma ammesso Tyrr-is < Tyr-os, dobbiamo rimettere in discussione pure il nome Tyrrhēnói ‘Tirreni’. Essi non furono i ‘costruttori di torri (nuragiche)’ come sostiene Pittau, ma i Tyr-ii, la cui predominanza navale diede persino il nome al Mare Tirreno.
Tyrris Libysonis esisteva già prima che rinascesse come colonia romana. Altrimenti non si spiega questo nome, che romano non è. I Romani avrebbero avuto tutto l’interesse a dargliele uno tutto laziale, ma debbo ammettere, dagli studi sin qui condotti, che i Romani rispettarono sempre tutto l’impianto sociale dei territori conquistati, bastandogli impadronirsene. E se ne impadronirono a tal punto, da romanizzarlo al massimo grado, seminandolo di nomi romani o di sovraimpressioni romane che noi possiamo tranquillamente elencare come paronomasie. Tyrris è una paronomasia latina, poiché i nuovi “fondatori” la interpretarono erroneamente come ‘torre’. Da quel momento cominciò il destino romano dei Torresi e dei Thathariani che abitavano l’hinterland.
Che tra la gente di Portotorres e di Sassari (oltrechè di Sorso) ci sia antica unità di lingua e di tradizioni, è documentato in tanti modi. Tutta questa gente doveva menar fierezza d’essere “cittadina” (originaria di una città romana, in contrapposizione ai rurales del contado ch’erano portatori delle tradizioni fenicio-puniche). Questo iato tra città e campagna dura da duemila anni. Ancora oggi i Sassaresi hanno vivo fastidio verso i biddíncuri, ‘quelli dei paesi’, ed è sempre tra i Sassaresi che dopo tanto tempo dalla fondazione di Tyrris persiste ancora la memoria della croce, supplizio riservato ai non-Romani, tramandato con la maledizione, tipicamente latina, La crozi mara! = Malam crucem!
Questo fastidio è rinvenibile anche nel contrasto tra Sorso e Sénnori. I Sorsinchi (antichi Sossinates: Strabone, V, 1-7) dovevano opporsi con una certa boria ai confinantiSinnarési, i quali dovevano essere dei pastori vaganti. Sènnori (= accadico ṣenu ‘greggi, pecore’+ suff. -ri) dovette essere il normale tributario di prodotti pastorali in favore della stanziale Sorso e della vicina Thathari. Questa separazione storica – Sorso con parlata sassarese, Sénnori con parlata logudorese – dà anche la chiave per capire che i Sorsinchi, al pari dei Thatharesi, avevano subito il repentino e radicale soppianto da parte degli immigrati romani. Se è vero che la ri-fondazione di Tyrris avvenne ad opera di Giulio Cesare, sappiamo quali sistemi spicci avesse quest’uomo, dal genocidio facile. Per Sorso abbiamo la certezza ch’erano cittadini (ossia stanziali). In accadico šuršu(m) significa ‘fondazione, base’, inteso come ‘insediamento’ di agricoltori (contrapposti al non-insediamento, all’erratica vita dei pastori che stavano sulle alture dove poi nacque Sénnori).
La schifiltosità dei Sassarési , dei Turrési e dei Sorsinchi verso li biddìncuri risale a quando i Romani, colonizzando tutta la Romània (ch’era agricola e sufficientemente irrigua) e dunque respingendo sempre più indietro i Corsi ed i Bàlares (relegati a un destino di pastori, da esercitare sulle alture non-agricole), determinarono pure le differenze dialettali e gli scontri etnici. Sassari, dopo il declino di Porto Torres a causa degli Arabi, visse il proprio destino di città-capitale della Romània, e governò la regione imponendo persino la propria parlata (estesa a Sorso, Porto Torres, Stintino, la Nurra, Alghero), e lasciando che le popolazioni delle colline (i biddíncuri, ‘quelli dei villaggi’) parlassero altra lingua e vivessero un destino di tributari dei prodotti che la Romània non aveva (legname, cera, maiali, prosciutti, formaggi, latte, carne, lana, pelli, vino). (Alghero poi sfuggì al suo destino di borgo sassarese, quando i Catalani la ricrearono da fondo, espellendo i sardi: ma questa è un’altra storia).
E quando abbiamo accertato che Sassari e Portotorres e Silki hanno nome fenicio, che Sorso e Sénnori hanno nome accadico, siamo già al centro d’una scoperta gigantesca, siamo al centro di quel famoso 50% di lemmi sardo-semitici da me conclamato. Il territorio sassarese ne è zeppo e, fatto salvo qualche toponimo latino (quale Ischara di la ciogga, dal latino cochlea ‘lumachina’, oppure La Crucca, ugualmente dal latino cochlea,ciogga minuda, oppure ancora S.Michele di Plaiano dal latifondista latino Plarianus), per il resto ci troviamo in mezzo ad una lingua certamente fenicia in quanto sardiana, ed ancora più antica del fenicio, la lingua shardana tout court (che ha dato per esempio Sorso e Sennori), lingua dominata dalla parlata universale del 2000 a.C., quella accadica, poi tenuta viva dagli Assiri e dai Babilonesi, anche attraverso le loro conquiste dell’Amurru (i ‘paesi dell’ovest’, da cui il nostro Murru, il più antico cognome della Sardegna assieme a Saba). Gli Assiri ed i Babilonesi procedettero ben oltre l’Amurru, con le conquiste della Terra di Canaan e della Fenicia, ma prima che le sparute bande indoeuropee mettessero il naso nel Mediterraneo, il plancher linguistico, con una lingua pan-mediterranea che dominò per oltre mille anni, era già costruito. Lo zoccolo duro era fatto. Se vogliamo usare un termine negativo, tanto per placare in qualche modo le ossa del Wagner che si stanno rivoltando nella tomba, diciamo che la Sardegna è letteralmente “infestata” dai termini semitici, dappertutto, anche sulle pietraie più implacabili del Supramonte, dove ne troviamo a bizzeffe.
Wagner sbagliò a scartare dai suoi studi la parlata sassarese in quanto ritenuta una costola dell’italiano antico. Parimenti ha sbagliato il Comitato che ha imposto sa Limba Sarda Unificada. Sassari conserva certamente una buona porzione d’italiano antico, nella misura in cui fu ripopolata da plebe gallurese in occasione delle due grandi pesti, ma resta sempre intrisa delle parlate prelatine e prefenicie, né più né meno come le restanti popolazioni che chiamiamo biddìncuri. Il pre-latino è lo zoccolo duro dei Sassaresi che li accomuna a tutti i Sardi. Ed in più, ecco il punto, Sassari è maggiormente intrisa di latino, per avere origini direttamente urbiche. L’origine romana dei cittadini di Tyrris e quindi di Thàthari si legge in filigrana ancora oggi nella iattanza e nel ridicolo orgoglio di essere cittadini contrapposti ai villani, complesso di superiorità duro a morire perché nacque come “marchio di fabbrica” della potenza imperiale. Ma gli studiosi di lingua sarda avrebbero dovuto vedere queste particolarità come una ricchezza particolare della lingua sarda, anziché una conventio ad excludendum, una auto-denegazione di sardità, tale da trattare i Sassaresi come gli Algheresi che parlano catalano puro.
Ma torniamo al ricchissimo dialetto sassarese. Quando si dice a uno Chi ti faria un raju non s’intende che cada l’osso appuntito usato per lavorare l’asfodelo (dal latino radius) ma che gli cada un fulmine (dall’accadico raħium ‘fulmine’, cui attinge anche lo spagnolo rayo!). Quando si nomina la cannaguru non s’intende, all’italiana, la volgare ‘canna del culo’. Il termine deriva dal babilonese ħanāqu (+ suffisso sardiano –ru) che significa ‘strozzare, stringere, circondare in modo soffocante, uccidere strozzando’; indica insomma lo ‘sfintere’. È tipico dei Sassaresi mandare al diavolo uno dicendogli Esciminni dall’iłtampa manna di lu curu, che è tutto un auspicio, mirato non solo a liberarsi del peso della persona molesta ma di vederla strozzata nell’uscire dall’intestino.
Ma l’invocazione più sconvolgente è senz’altro quella per cui i Sassaresi vanno famosi. E nel sentirgli spesso quell’espressione in bocca l’estraneo li reputa una massa di maleducati. Se qualcuno andasse in Marocco ed in tutto il mondo arabo, sentirebbe i musulmani, che pure non possono nominare il nome di Dio invano, ripetere ad ogni frase: Insciallàh, che significa ‘se Dio lo vuole’. Così è per i Sassaresi. Perché questo termine venerando, da noi esportato persino nel resto d’Italia al tempo dei Pisani, non è altro che una invocazione all’effige del Dio onnipotente. Le donne non la dicono più, perché quei pervasivi dei Gesuiti spagnoli le convinsero ad invocare la Madonna, ed ancora oggi, per ogni motto di paura o di dolore, la donna logudorese dice Soberana! ossia ‘Sovrana!’. Mentre l’uomo dice ancora Cazzu!che significa, letteralmente, ‘Dio mio!’, ed è riferito alla ‘immagine di Dio’, derivando dal babilonese kattu. Il termine è molto simile a quello dei cagliaritani, che nei momenti di sorpresa o di dolore dicono Tadannu!, dall’accadico Dandannu, che è appunto una invocazione al Dio onnipotente.
Il territorio sassarese è zeppo di termini shardana, come Serra Secca, il cui etimo sembra sin troppo facile ma denuncia una sovrapposizione di concetti antico/moderni ormai inestricabili, che però vale la pena di esaminare partitamente.
Oggi Serra Secca è un quartiere della città di Sassari ma sino alla metà del ‘900 era campagna, nota più che altro perché lo Stato italiano sul finire dell’800 ci aveva tracciato la polverosa strada 127 collegante ad Osilo (anche Osilo è nome shardana). La strada era nata su questo lunghissimo crinale, più elevato rispetto alla restante piattaforma inclinata, delimitata dai corsi d’acqua Ruseddu e Bùnnari (anche questi due sono nomi shardana: vedi libro). La strada non era nata lungo le fiancate perché l’immane schiena di calcare rilasciava le sorgenti proprio lungo le fiancate (che si prestavano alla coltivazione degli ortaggi), lasciando secca (‘arida’) l’interminabile gobba del crinale, che in tal guisa poteva essere utilizzata per la viabilità cantonale, sulla quale fu ricalcata la statale.
Dobbiamo immaginare questa plaga nella condizione ambientale che aveva intorno al ‘500. Doveva essere una dorsale spoglia di alberi, percorsa da greggi di pecore, mentre le fiancate, parimenti prive di alberi, erano utilizzate intensivamente per gli ortaggi, grazie all’acqua sorgentifera. Tutto cambiò con l’arrivo dei Gesuiti dell’Università di Sassari, e dal ‘600 l’immensa plaga da Sassari ad Osilo si coprì d’una “foresta” di ulivi (il che non precluse la prosecuzione delle coltivazioni orticole all’ombra degli alberi). Ma rimase il nome: Serra Secca, con riferimento alla roccia pura la cui sagoma doveva essere stata visibile da ogni dove.
Si potrebbe immaginare che il termine serra sia stato forgiato dagli Spagnoli fin dal ‘300 (sierra = ‘sega’ ma principalmente ‘crinale montuoso arido e impervio’). Fosse stato così, gli sarebbe costato uno sforzo di fantasia, perché Serra Secca non presenta forme “a sega” e neppure un crinale frastagliato e impervio. È più facile ritenere che gli Spagnoli ricevessero (con meraviglia) un termine che i Sardi già utilizzavano, seppure con finalità opposte. Gli opposti si toccano, e il termine ugaritico ṭrr (pronunciato in sardo tzerra) ‘ricco d’acqua’, riferito alle fiancate bagnate da sorgenti, fu riplasmato dagli Spagnoli per il crinale.
Serra Secca era pure la via dei disperati, perché una variante viaria, l’antica strada nuragica poi diventata romana ed infine l’ex Carlo Felice, conduceva direttamente alla Rocca di Chighizu, la rupe dei suicidi, declassata a innocua falesia soltanto dopo che Mussolini ebbe fabbricato un surrogato cittadino, il Ponte di Rosello. Chighizu ha la base nell’accadico kikkišu ‘recinzione, palizzata’ (in Mesopotamia non esistono né monti né tantomeno dei baratri: le verticalità erano espresse da mastodontici incannicciati riempiti di fango), e in Sardegna indica appunto le falesie di calcare bianco.
E se La Landrigga, ‘il salto dei porcari, il ghiandatico’ ha un tipico nome latino (da glans,glandis ‘ghianda’, onde *glandicola > *landiricola > Landrigga), il selvaggio Monte Alvaro nella Nurra di Campanedda non ha origine spagnola né italiana ma babilonese e significa ‘aspro e selvaggio, non coltivabile’, come i numerosi monti Alvu, Arbu o Albo della Sardegna e come la stessa Barbagia, che i Romani per paronomasia ritennero riferita ai barbari e la chiamarono Barbaria mentre per gli Shardana, che la chiamavano *Arbaria, significava soltanto ‘territorio non adatto all’agricoltura’.
Gli Shardana permearono della propria lingua l’universo sardo; persino l’intero vocabolario delle malattie; ed anche tutte le piante conservano i termini semitici, e così pure molti animali, come curisàida che è la Motacilla flava, il curioso passeraceo invernale dalla coda frenetica, chiamato ‘cutrettola’ che in sardo, ancora oggi, ripete identico il composto accad. kulu’u ‘prostituto sacro’ + sā’idu ‘fremente, mobilissimo’, e significa in sintesi ‘prostituta dal culo fremente’. Con questo non voglio entrare nell’affascinante mondo della prostituzione sacra, di cui in Sardegna abbiamo almeno 20 toponimi ad essa riferiti, su 1900 che ne ho indagato. Preciso però che i toponimi sono predicati territoriali, servono cioè a indicare le vocazioni territoriali, come appunto il citato Alvaro, come la Valle di Giòscari, che ha le basi semantiche nell’aramaico-cananeo Ziw ‘(Mese della) fioritura’ + accadico ħārru ‘canale, corso d’acqua’ (da cui il nostro cognome Arru):Gioscari (da Ziw-ħārru) significa ‘il rivo della primavera’. Buddi-Buddi a sua volta significa ‘la valle dei canneti’, dall’assiro budduru ‘fascio di canne’. La Sardegna è piena di toponimi riferiti alla canna ed ai suoi manufatti, segno che la canna serviva molto, non solo per le launèḍḍas, il cui nome composto significa ‘gote gonfiate’, dal babilonese laħu ‘bocca, gote’ e nīlu ‘ingolfare, inondare’, che produsse un *lahunellas > launèḍḍas.
Sulla storia della canna in Sardegna i toponimi narrano vita e miracoli. Ma ciò accade anche per la palma nana, che un tempo doveva essere produttiva, visto che in Sardegna abbiamo una autentica pletora di toponimi a lei riferiti, nonchè il cognome Talu. Dal nome comune ebraico tâlu ‘giovane palma da datteri’ abbiamo parecchie varianti, tutte riferite a vere e proprie foreste di palme (di cui la Sardegna allora era zeppa). Tratalìas è una di queste varianti, che per l’importanza della foresta subì persino il raddoppio fonetico: *Tal-tal-ias (che poi per la metatesi e la rotacizzazione tipica del sud Sardegna divenne Tra-Tal-ias. Manca lo spazio per tratteggiare, qui, le quattro ondate di migrazione ebraica, la prima delle quali si svolse assieme a quella dei Fenici. Le ondate ebraiche sono acclarate da centinaia di toponimi sardi. E che fossero proprio ebrei lo dimostrano tanti toponimi precisi, come Talu e Tratalias, ad esempio, che sono molto diversi da altri toponimi, anch’essi riferiti alla palma nana o da datteri, lasciati dagli Shardana, come Portoscuso, che i faciloni già dal ‘700 cominciarono a ritenere alla spagnola un ‘Porto Nascosto’ mentre è un Portu Scussu, dal babilonese suħuššu ‘giovane palma da datteri’.
Basta coi toponimi. Ora parliamo della ritmica corale sarda. Dobbiamo convincerci che tra i Lidio-Fenici-Tirreni, i Sardi ed i Greci pre-omerici deve esserci stata una forte identità, estesa anche alla metrica lirica e corale. Tutto ciò si capisce a fondo se, oltre alla lirica greca, andiamo a rileggere le tavolette epiche di Ugarit, molto simili ai Salmi biblici. Nell’alta antichità la metrica corale era diffusa e apprezzata in tutto il Mediterraneo. Come faremmo altrimenti, noi Sardi, a spiegare un rebus che generazioni di specialisti, da secoli, si rifiutano d’analizzare per incompetenza o per infingardaggine? Parlo del rebus della metrica dei Candelieri di Sassari. Tutti gli specialisti, anzitutto gli specialisti in musicologia, sono rimasti sempre sorpresi e imbarazzati di fronte alla confrontabilità dei ritmi dei Candelieri con l’antica metrologia greca.
Ma che cos’è, anzitutto, la Festa dei Candelieri? È la festa più importante dei Sassaresi, la più antica della Sardegna, sicuramente una delle più antiche del Mediterraneo. È La Fełtha Manna ‘la Festa Grande’, ed anche La Faraddha ‘la Discesa’, perché i Candelieri attraversano tutta la città vecchia, che è in discesa, l’attraversano da mura a mura (oggi sparite), da Piazza Castello a Porta Sant’Antonio. Ed è una ‘Discesa’ veramente mitica. Un immane tripudio di folla, almeno duecentomila persone, tutta Sassari e l’intera provincia si riversa per le strade partecipando attivamente al passaggio dei nove (oggi dieci) colossi. L’incontenibile fiumana, come i polmoni d’un titanico drago, si stringe e s’allarga, avvolge e sommerge i pesantissimi Candelieri per poi lasciarli correre liberamente nelle antiche vie, portati da cori festanti e variopinti e seguiti dai gremi, antichissime corporazioni rigorosamente imbustate negli splendidi costumi dell’ultimo dominatore, quello catalano-spagnolo. Il popolo fa l’amore coi suoi Candelieri, per il modo come si comporta. E nell’antichità questo far l’amore doveva essere d’una mimica sconvolgente per noi moderni, perché i Candelieri rappresentano l’antico phallos già portato in processione nella Grecia omerica durante i riti agrari e poi a Roma per il dio agrario Consus. Sono di legno, come all’origine, ch’erano di fico; la forma e l’addobbo attuali suggeriscono che in origine la parte alta dovesse essere a forma di glande, un glande svettante sulla cima, tra pennacchi, rami di fiori e spighe di grano. Il coro dei portatori, preceduto e governato da un corifeo-danzatore, riceve anima, forza e ritmo da un pifferaio e da un tamburino che sono la spina dorsale della struttura coreica. Il ritmo dei tamburi conserva da 3400 anni la metrica greca del coriambo (ˉˇˇˉ ˉˇˇˉ ˉˇˇˉ ˇˉ ˇˇˉ), dell’anapesto (ˇˇˉ ˇˇˉ ˇˇˉ ˉ ˉ), del giambo (ˇˉ ˇˉ ˇˉ ˇˉ ˇˉ ˇˉ), dell’anacreontico (ˇˇˉ ˉ ˉ ˇˇˉ ˉ ˉ ˇˇˉ ˉ ˉ ˉ ˉ ˉ ˉ) ma anche di altri metri antico-elladici.
Questa antichissima festa fu ovviamente immiserita e mortificata dai vari dominatori di turno seguiti alla caduta dell’Impero romano d’Occidente. Con molta miopia s’afferma essere stata inventata di sana pianta in epoca spagnola, con l’intento di ringraziare la Madonna per aver liberato il popolo dalla peste. Secondo questi esegeti la Fełtha Manna risalirebbe al 1580, allorché una terribile pestilenza fece 20.000 vittime. Altri ipotizzano essere stata mutuata nella seconda metà del Duecento dal mondo culturale pisano. Il Casula (DSS 297) rammenta però che il padre Francesco Gemelli nel 1776 riconosceva come incerta l’origine dei Candelieri. Come dire che s’ammetteva già da allora una possibile antichità del rito. È comunque importante registrare il passo del Gemelli (Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura) da cui si viene a sapere che la festa fu creata per onorare l’agricoltura, e lo dimostrava il fatto curioso che il candeliere della corporazione dei massai (‘agricoltori fittavoli’) scendeva per ultimo, al posto d’onore, ed i massai erano gli unici ad avere l’onore di sostare sotto il palazzo civico, di salire e donare al sindaco una bandiera dipinta con le spighe, e di essere poi seguiti dall’intera giunta sino alla chiesa, dove tutti i candelieri sostavano in piazza lasciando che l’ingresso trionfale fosse fatto proprio dal candeliere dei massai. Rito agrario, dunque, quello dei Candelieri, che risale agli albori del Neolitico. La Fełtha Manna pertanto non fu “inventata” dagli Spagnoli ma soltanto fatta riemergere. Essa era stata certamente vietata dal clero bizantino sin dall’inizio dell’VIII secolo perchè terribilmente “scandalosa”. La Fełtha, sicuramente, è rimasta sempre in auge, celebrata in qualche forma dal popolo (lo dimostra e contrario il fatto ch’era sopravvissuta a Nulvi, a Ploaghe e ad Iglesias). Gli Spagnoli, fortemente incuriositi, ebbero il destro d’intervenire affinché quegli strani riti incomprensibili ed innocui, celebrati da secoli senza alcun “santo” di riferimento, trovassero nuova dignità in onore della Madonna. E così la festa riapparve, seppure in forma castigata, solo perchè gli Spagnoli, nella foia d’evangelizzare a loro modo il popolo ed indirizzarne il culto verso la Madonna, inventarono o cambiarono i connotati a decine di feste in ogni angolo dell’isola. Questa di Sassari è dedicata alla Madonna dell’Assunta ma in essa viene esclusa categoricamente la partecipazione del clero. Festa laica in ogni senso, essa si “sacralizza” soltanto nel momento in cui i Candelieri, al termine della corsa chilometrica, entrano nella chiesa di Santa Maria in Betlehem per ricevere la benedizione. Epperò la Festa si tiene, stranamente, non il 15 ma il 14 di Agosto. Anche questo è un dato che fa riflettere, oltre alla sua laicità. Evidentemente Sassari, città d’etnia interamente latina (seppure integrata col substrato lidio-fenicio-shardana), ha sempre impedito a chiunque di sovrapporre qualsiasi festa a quella “sacra” del 15, destinata originariamente all’Imperatore (Ferragosto, Feriae Augusti). Ma gli Spagnoli, pure cedendo sul giorno 14, riuscirono ugualmente nell’intento, facendo in modo che Sassari, unica in Sardegna, figurasse avere non una ma due feste dell’Assunta, quella del 14 e quella del 15 d’Agosto.
Come si è visto, le tradizioni più antiche, se sapute comprendere, sono quelle che più si sono fuse col nostro territorio e col nostro comportamento, a disdoro di quanto affermano i musicologi, che per pronunciarsi in materia attendono una certificazione notarile, che non arriverà mai.