QUALCHE CONFRONTO ETIMOLOGICO
TRA LINGUA SARDA E LINGUE SEMITICHE
I pochi esempi che seguono, tratti dai 6000 lemmi della lingua sarda finora indagati, riguardano in prevalenza il dialetto campidanese, in misura minore i dialetti centrale e logudorese. Ho privilegiato la presentazione di lemmi campidanesi per dimostrare la gracilità della teoria che pretende presentare questo dialetto in rapido processo di italianizzazione.
Si noterà l’impressionante somiglianza tra lingua sarda e lingue semitiche.
ABBA logud. 'acqua'. Come spesso andrò a dimostrare, gli etimologisti che mi hanno preceduto, convinti della "innegabile" origine latina di gran parte della lingua sarda, hanno persino inventato le leggi fonetiche che dimostrerebbero il processo di derivazione dei vocaboli dal latino al sardo. Wagner sostiene che abba deriverebbe direttamente dal lat. aqua, in virtù dell'esito (che altrove ho spiegato) del lat. -q- > sardo -b-. Invece per -q- e -b- non ci troviamo affatto di fronte ad un processo derivativo, a una norma fonetica derivata diacronicamente dall'altra, ma di fronte a due leggi fonetiche sincroniche, già operanti per proprio conto prima dell'invasione romana della Sardegna.
Abba esiste già nel vocabolario accadico: abbu 'palude, pantano'; abbû 'fauna acquatica'; bā 'acqua'. In Sardegna con abba assistiamo soltanto agli esiti d'una legge fonetica tutta sarda, che traduce in -a i termini accadici in -u, e che (per bā) ha aggiunto a-, operando la prostesi soltanto durante il lento processo di identificazione con la lingua del vincitore. Ma questo processo si è concluso soltanto in pieno Medioevo, con centro irradiativo nelle città di Kàralis e Thàtharis.
ABBASANTA comune situato a 313 metri sul mare, nell’immenso plateau basaltico omonimo, ad ovest del vulcano a scudo chiamato Monte Ferru. In Toponomastica Sarda avevo accettato, prudentemente, la normale traduzione di tutti i linguisti: ‘Acqua santa’. Secondo questi studiosi delle antichità (classiche), ivi o nei pressi c’era la stazione romana detta Medias Aquas, perch’era collocata tra due torrenti. Da qui, secondo loro, il termine Abba ‘acqua’, mentre Santa, sempre a loro dire, fu probabilmente aggiunto nel Medioevo dal clero per purgare il villaggio dai residui pagani.
Eppure Abbasanta è termine antico, appare già in RDSard. a. 1341, e quando i toponimi appaiono nelle prime carte sarde medioevali, c’è da ammettere che quasi sempre la loro formazione è plurimillenaria. Infatti Abbasanta è un composto accadico: abnu(m) ‘stone, rock’ + sāmtu, sāntu, sa’tu ‘rossore’. Quindi Abbasanta significa ‘rocce rossicce’. Ed è proprio quanto succede in quest’immensa plaga basaltica, dove i licheni predominanti, specie un tempo, prima dell’epocale prelievo da parte dei Galluresi nel sec. XIX, erano rosso-oro. Tali rocce poi, di per sè, si disfano creando argille rossicce. É lo stesso fenomeno di Paulilàtino (vedi), toponimo nato anch’esso per il ‘rossore’ dei fenomeni territoriali.
In ogni modo, se proprio vogliamo tenere il discorso sul sacro, per cominciare dobbiamo dimenticare l'acqua, poichè i torrenti che farebbero di questo territorio una specie di Mesopotamia sono praticamente inconsistenti, talchè i linguisti che propendono per l'ipotesi 'Acqua-santa' non sanno neppure indicare i nomi dei torrentelli indiziati.
Invece l'unica etimologia valida è l'epiteto orientale Abu Santas. Santas è la divinità sovrana maschile dei Luvi, un popolo dell'Anatolia coevo e propinquo ai Lidi (costoro, come più volte ho ammesso in sintonia col Pittau, possono essere approdati in Sardegna creando il popolo che poi fu noto come Jolaenses). Abu è l'accadico 'padre, pater', epiteto usato anzitutto per il Padre degli Dei. In Sardegna, l'epiteto Abu Santas 'Padre Santas' col passare dei secoli non fu più compreso, sembrando una contraddittorio affiancamento di maschile (Abu) e femminile (Santas), onde si passò alla solita forma dell'accus. accadico in -a, che una volta adottato fu presto inteso come abba 'acqua'; di cui Santas divenne - sempre per incomprensione - il suo aggettivo singolare, perdendo il suffisso -s.
ACCABÁRE 'finire, terminare'; logud. anche nel senso di ‘far morire un malato terminale o un ferito gravissimo’ nel senso di ‘completare l’esito’ della malattia o delle tribolazioni; logud. figur. ‘completare’ la distruzione economica di un miserabile. Wagner lo propone dallo sp. acabar 'id.'; camp. accabbàdda 'finiscila!, smettila!'; accabbu 'fine, termine' = sp. acabo 'termine'. La base etimologica comune dei termini sardi e spagnoli è l'accad. aqqabu 'rimanente', da forme aramaiche.
ACCALAMÁU camp. ‘chi perde vigore, illanguidisce, s’ammoscia (fiore, persona o altro)’. Wagner ritiene possa derivare dal cat. calima ‘calitja d’estiu, bruma estiva’. In realtà deriva dall’accad. akālu(m) ‘consumare, devastare’, ‘logorare, irritare, far male (a una parte del corpo)’.
AGALBURSA (giudicessa di Arborea). Significa ‘figlia di Bursa’, o anche ‘originaria di Bursa’, dal fenicio ah ‘figlia’, che produce il personale Ahl (> Ahal, Agal) + Byrsa (nome dell’acropoli fortificata di Cartagine). Questa è una delle numerose prove che moltissimi nomi sardi del Medioevo avevano origini fenicie.
ALLILLONAISÌ, p.p. allillonáu camp. ‘diventar mogio, amminchionarsi, rintontirsi’. S’esti allillonéndi cun is videogiògus ‘si sta rincoglionendo con i video-giochi’. La voce manca nel Wagner. Ha base etim. nell’ant.accad. lillu ‘scemo, idiota’.
AMPSÌCORA, Amsìcora, abitante di Cornus, era considerato il primo fra i sardopunici latifondisti del basso Tirso, toccato negli interessi dall’occupazione romana del 238 a.e.v. La flotta cartaginese di Asdrubale il Calvo, venuta in soccorso della sua rivolta, fu sballottata da una tempesta verso le Baleari, e mentre Ampsicora nel 215 a.C. vagava in Barbagia a reclutare giovani, suo figlio Osto (Iosto) fu sconfitto dal propretore Tito Manlio Torquato alla testa di 22.000 fanti e 1.200 cavalieri.
Questo nome composto è molto simile al nomignolo di Asdrubale, detto dai Romani “il Calvo”. Infatti Ampsicora deriva dal bab. hamsum ‘calvo’ + hūru ‘figlio’, che per stato costrutto dà hamsi-hūru, e per legge fonetica sarda diviene Hamsì-cora (con la -u accadica che muta in -a). Il composto personale è da tradurre quindi come ‘Figlio del Calvo’.
ANNINNÒRA è il noto termine del sintagma Anninnòra anninnòra cùccu méu, il verso di un ritornello cantato dalle madri sarde per calmare o addormentare il bimbo. Il termine, nutrito di appropriate cantilene (una delle quali fu musicalizzata in un brano classico dal maestro Ennio Porrino) viene usato anche con varianti: Anninnòra anninnìa... e così via. Il sintagma è considerato un classico "bamboleggiamento", una catena fonica priva d'altro significato se non quello psicologico mirato a placare e addormentare il bimbo.
In realtà il significato c'è, ed ha la base etimologica nell'accad. annu(m) '(parola di) assenso, approvazione' + nūru(m) 'luce del sole', che in stato costrutto fa anni-nūru > anninnòra 'sì, stella; sì, sole'. In sardo c'è già un altro termine semanticamente simile a nūru, ed è istéddu 'stella' (gallur.), un ipocoristico rivolto ai bimbi e sostitutivo del termine criadùra, pizzínnu 'bimbo, bambino' (logud.).
L'altro termine ipocoristico citato è anninnìa, parimenti ignorato dai dizionari. Esso ha la base nell'accad. annu(m) 'sì' + ni’u 'signore, maestro' (rivolto specialmente al dio, al re, e in questo caso al "re" della casa, ossia al bimbo), col significato di 'sì, mio signore'.
Un altro termine del sintagma è cuccu 'dolce, miele', che possiamo equiparare al termine honey 'miele' usato dagli anglosassoni per i bimbi e per l'amata.
L'intero sintagma Anninnòra anninnòra cùccu méu ha dunque la seguente traduzione: 'Si luce, sì sole, dolcezza mia!'.
ANNU ‘anno’. I linguisti accademici sostengono che derivi direttamente dal lat. annus. Ma non sono d’accordo. Il termine è antichissimo, prelatino, ed ha la base direttamente nel bab. Annum ‘il dio An, il Cielo’, reso poi in lat. Janus, al quale fu intitolato il mese di gennaio.
ARÁJ DIMÓNIU. Questo essere malefico, richiamato in tante favole isolane, è apparentato col sardo ráju ‘fulmine, elemento distruttivo’, la cui origine sembrerebbe a primo approccio il lat. radius. In realtà deriva direttamente dall’accad. arāhu ‘divorare, distruggere, consumare (col fuoco)’. Vedi Aragone e Araxi. Ora è chiaro donde provenne alla Sardegna il concetto medievale dei demóni divoratori e distruttori, padroni del fuoco infernale.
ARBU. Questa è la parte aggettivale di un oronimo: Mont’Arbu, il quale a sua volta è stato talora italianizzato: Mont’Albo. I più celebri sono Mont’Arbu di Seùi, Montàrbu di Tertenia e il Monte Albo di Lula-Siniscola. Sono ritenuti degli oronimi di facile comprensione, dal latino albus ‘bianco’ con una tipica rotacizzazione presente in quasi tutta l’isola. A rendere ancora più intuitiva (falsamente intuitiva) l’etimologia di arbu è l’osservazione che i monti con questo aggettivale sono tutti di calcare, il quale notoriamente è bianco rispetto alle altre rocce.
Ma la faccenda non sta proprio così. C’è calcare e calcare. Quello del Terziario è normalmente biancastro (specie quello di Sassari-Li Punti; un po’ meno lo è quello di Cagliari-Monte Urpinu), ma per lo più ha il colore della crema chiara, come quello tra Senorbì e Mandas. Invece il calcare del Giurese, cui si riferiscono esclusivamente gli aggettivali arbu, non è affatto biancastro, è marcatamente grigio o persino rosso-ferrigno. Non è, però, che le sue masse non appaiano bianche, da lontano, e talora persino abbacinanti, com’è per il Supramonte di Urzuléi visto dalla statale 125, il quale a momenti appare come una cremagliera innevata, tanto è reso abbacinante dal sole estivo. Strano ma vero, la roccia calciomagnesiaca appare grigia o ferrigna soltanto spaccandola. Mentre le superfici madreperlacee (e quindi abbacinanti) sono dovute ad uno speciale lichene dal colore biancastro-sericeo che ammanta le rocce dilatandosi in forma normalmente tondeggiante (“lichene-dollaro”).
Ma, a ben notare, l’aggettivale arbu difetta proprio per quelle eminenze abbacinanti che più lo meriterebbero. Già questo aspetto deve far riflettere, onde il metodo storico-geografico che ci siamo dati nella ricerca toponomastica deve farci acuire l’immaginazione oltrechè la forza d’astrazione, per capire come potesse apparire la stessa montagna tremila anni fa. Ed allora, per ciò che adesso diremo, la sagoma abbacinante dobbiamo riservarla soltanto alla montagna di Urzuléi, in virtù del fatto che si oppone tutta intera al sole del mattino, i cui raggi l’impattano perpendicolarmente, rendendola affascinante.
Ma quella montagna, come ho detto, non ha l’aggettivale arbu. Ce l’ha, invece, il Mont’Arbu di Seùi il quale nella sua parte sud non è affatto impattato dal sole, poichè risulta integralmente sub-pianeggiante ed ammantato da una buia foresta di sclerofille (Quercus ilex). Le sue pareti sono invece libere esclusivamente a nord, in forma di paurosi precipizi, ma rimangono esse sempre in ombra, con una sagoma addirittura tenebrosa. Quanto al Mont’Arbu di Tertenia, esso ha la stessa giacitura del Supramonte di Urzuléi, si para al sole matutino con un impatto esattamente perpendicolare ma, ahimè, le sue pareti non sono lisce, anzi sono molto frastagliate, ed in più i licheni non sono affatto perlaceo-sericei. Talchè le sue gugliette appaiono anonime, grigio-terrose, e per soprappiù spuntano dalla foresta in modo insufficiente, con sagomature che dalla statale 125 non attirano punto l’attenzione dell’uomo, tantomeno il suo estro poetico. La montagna di Tertenia, vista dal basso, con l’occhio dei suoi fruitori, è dunque una sagoma-non-sagoma, un’altura boscosa spersonalizzata che col latino albus non può avere, evidentemente, alcuna parentela. La terza montagna, Il Monte Albo di Lula-Siniscola, è lunga venti chilometri ed apparecchia al sole molte pareti stagliate contro la vallata di Marreri-Isalle (territorio di Dorgali). Ma non è tanto lo scintillio dei suoi licheni a fare impressione quando la si guarda dal basso, quanto piuttosto l’asperrima sagoma che mette l’angoscia a qualunque pastore debba inseguire le capre su quelle pietraie mozzafiato, che rendono la montagna paurosa e imprendibile, se non dagli alpinisti. Talchè quella montagna non fu mai utilizzata dai Dorgalesi ma soltanto da quelli di Lula e Siniscola, che l’hanno raggiunta dalle vie più facili, quelle da nord. Insomma, il Monte è chiamato Albo proprio da quelli che, utilizzandolo, ne vedono costantemente la cremagliera-nord, che sta perennemente in ombra.
Mancano peraltro le condizioni per credere che l’aggettivo arbu sia nato, per tali montagne, in contrasto con le sagome montane circonvicine, le quali magari avrebbero un colore meno “bianco”.
L’arcano di questo aggettivo svanisce quando il visitatore s’addentra su quelle giogaie, s’affatica sino allo spossamento in una selva paurosa che non è certo fatta di alberi (o non solo): anzi questi servono spessissimo per aggrapparsi, per tenersi, per non precipitare, per non essere inghiottiti da fratture, da voragini che s’aprono a miriadi, terrificanti ed infinite, dove da millenni intere mandrie di bestiame hanno perduto la vita e molti morti ammazzati hanno perduto persino la possibilità d’essere rintracciati e riesumati. I vari Mont’Arbu sono le costruzioni naturali più impervie della storia geologica della Sardegna. Ecco perché dobbiamo attingere, per l’etimo, non al latino ma all’antico babilonese arbu che significa ‘abbandonato, incolto, devastato (waste, uncultivated: of meadow and cetera)’.
Con la stessa radice abbiamo il coronimo Barbagia (vedi), Brabaxiana ed il toponimo Arbus. Ma anche Torralba, Viddalba, Nuraghe Alvo in quel di Baunéi, i vari Monti Arbu o Albo, e c’è persino l’ormai italianizzato Aspro o Aspru (da originario arbu), nonchè il Monte Alvaro nella Nurra, composto anch’esso di aspri calcari del Giurese.
ARBÙΘΘU, arbùtzu. Questo termine non è da confondere col lat. arbutus, arbŭtum, forma secondaria di arbustus ‘arboreo, con forma d’albero’ che dà il termine Arbutus unedo ‘corbezzolo’. Arbuθθu, arbutzu nelle aree centrali della Sardegna significa ‘asfodelo’ (Asphodelus ramosus vel phistulosus L.). Paulis (NPPS) lo fa derivare dal lat. albucium ‘bianchetto’, considerando che è così tramandato dallo Ps.-Apul., dallo Ps.-Diosc. e da Isidoro il quale scrive “asphodelus quam Latini a colore albucium vocant”.
Quella di Isidoro è una paretimologia attratta dalla somiglianza fonetica con albus ‘bianco’. L’origine del fitonimo è più remota, sta nel bab. arbūtu e harbūtu ‘desolazione’; arbūtiš ‘in una landa desolata’.
Ciò che l’etimo babilonese impone alla riflessione è l’effetto dell’asfodelo, e ciò che quest’effetto rappresenta per i pastori. S’arbutzu è la “pianticella della morte”, perchè s’insedia nelle praterie dove l’humus, per incendi o eccessi di pascolamento, ha terminato il ciclo vitale creando il deserto. Per la parentela fonetica ed etimologica, vedi anche Arbu e Barbàgia ([B]arbàgia).
ARGÀLLA, gragàlla, argàglia, argàgia ‘(capra) primipara’. Wagner non la definisce in questi termini; per gragàlla e derivati (specie al maschile: gragallu) egli intende il ‘cucchiaio’ (che egli crede dal lat. cochlearium da cochlea ‘lumaca’). In realtà la questione, quanto al cucchiaio, è più complessa: non possiamo dimenticare le forme greche κόχλος ‘conchiglia, chiocciola, lumaca, tromba’, κοχλίας ’chiocciola’; il significato originario è ‘contenitore’: accad. kakkullu ‘vaschetta, contenitore’, kalakku ‘contenitore, scatola’, gr. κάλυξ ‘calice, cavità, bocciolo, guscio’.
Quanto ad argàlla, gragàlla nel senso di ‘capra primipara’, è termine sardiano con base nell’accad. bargallu (una designazione di pecora o capra).
ARÍTZO comune della Barbagia di Belvì. Questo lemma è gravido di numerosi modelli di traduzione. Sembrerebbe composto a tutta prima da Ara ‘e Itzo. Ara è vocabolo sardiano che ha il parallelo nell’aramaico ar‛a ‘territorio’ (> neo-babil. ārā ‘terra, territorio’); Itzo è parimenti sardiano, con base nell’accad. ittû ‘segnavia, segno di confine’. Si dovrebbe dunque tradurre il toponimo come ‘il territorio di confine’, con riferimento al fatto che le costruzioni nacquero proprio sulla linea di confine co (l’allora) misterioso villaggio di Belvì. Poiché però Izzo è anche un cognome, probabilmente antico toscano (oggi sparso un po’ in tutta Italia), sarebbe pure valida la traduzione ‘il territorio di Izzo’, con riferimento ad un latifondista toscano che può aver posseduto l’area. Terza ma non ultima è l'intuizione del Semerano, che vede Aritzo (Arizzo) identico ad Arezzo (toponimo etrusco) e - attenendosi alla nostra metodologia - richiama la simile condizione topografica dei due abitati, che tutt'attorno è molto declive. Egli (PSM 51) pone alla base dei due toponimi l'accad. ārittum 'declivio, tragitto in giù'. Quarta possibilità, più verosimile, è quella di vedere in Aritzo l’allomorfo di eritzu ‘riccio’.
Ma la quinta possibilità, la più cogente, è di vedere in Aritzo il significato di ‘sito della sorgente’ (ara ‘e itze). L’origine di izze (vedi, in agro di Aritzo, la Funtana Izze-Izze) è fenicia: is’ (izza) ‘fuoriuscire’, e aramaica: ittsa ‘scaturire’. Non è un caso che Aritzo sia stata costruita lungo una linea orizzontale, ai cui capolinea ci sono due potenti sorgenti, che sono l’orgoglio del villaggio.
ARRÓRI interiezione campidanese volgarmente tradotta, all’italiana, orrore; ma col brivido non ha alcuna affinità. Il termine è pronunciato spesso come clausola finale, commento esclamativo d’una frase che narra un episodio un po’ fuori del comune, non del tutto rilassante, poco edificante, ma spesso anche positivo, persino altamente positivo. Infatti è pronunciato e sentito sempre in modo soffice: Arròri! ‘che danno!, che vergogna!, che disgrazia!, che dispiacere!, che contrattempo!, che disdetta!, che insolenza!’; ma anche ‘Che portento!, che record!, che prestazione!’ e così via. Spesso è usato come nome comune nel corpo di frasi falsamente maleauguranti, che in realtà esprimono spiccata ammirazione. Ancu tengat arrori: est unu furriott’e pìbiri, cust’òmini! ‘Perdiana: quest’uomo è un turbine di pepe!’; Arrori mannu tèngada! ‘Che birbante!, Dio l’abbia in gloria!’; Arrori dhu càlidi! ‘Perdinci che cranio!’ (ad un bambino di cui si commenta l’ottima resa scolastica). E così via. In sè, quest’interiezione, o nome comune, è un modo plebeo per inserire un commento del tipo ‘Maledizione!’ (non inteso come bestemmia ma solo come termine esclamativo che va bene in ogni situazione). Succede anche con l’italiano Maledizione!
Il termine deriva direttamente dall’accad. arru ‘maledetto’ < arāru ‘maledire’.
ATTITTU. Qualcuno traduce attittu come ‘singhiozzo’. E sia. Ma questo è un modo alquanto libero di adattare i semantemi. S’attìttu è in ogni modo, prevalentemente, il gesto carezzevole e primitivo d’una madre che stringe al petto il bimbo piangente, al quale porge il capezzolo e canta la ninna-nanna. Da questo gesto materno è sortito il secondo significato di attittu, collegato al gesto della madre che stringe al petto il figlio morto, specialmente il figlio assassinato, (anticamente) il figlio morto in battaglia, al quale canta la nenia funebre. Da ciò nacque il grande significato di s’attittu, ancora vivo nei villaggi della Sardegna, che è la riunione funebre della parentela che piange e narra le gesta del morto. S’attittu è per antonomasia il canto funebre delle attittadòras, donne scelte per la funzione del lamento funebre, espresso in lunghi lamenti cantati (almeno un tempo). Il significato dell’attittu è così profondo, che a Bosa attorno ad esso è stato imbastito tutto il Carnevale, caratterizzato da uomini travestiti da donne che stringono al petto un (finto) bimbo e girano per la città pronunciando frasi oscene (accompagnate da gesti osceni) che burlescamente mimano il bisogno di calmare le pene del bimbo sofferente.
Attittu deriva da titta ‘capezzolo’ (vedi lemma), e come titta ha la base etimologica nel bab. tîtum ‘nutrimento, cibo’, ti’ûtu ‘nutrimento, sostentamento’, termine fuso con tiwītum (a song).
BABBU. Questo termine pansardo significa ‘padre’ ed ha l’eguale soltanto nel toscano babbo. Ma il termine toscano è d’origine sarda.
Oggi babbu si dice pure per il Padre Eterno. Nelle carte medievali (CSP 15, 262; CSNT 15,63; CSMB 33) prevaleva patre per designare il proprio padre, almeno nelle donazioni ufficiali dei Giudici, i quali evidentemente, se non altro nell’uso della lingua aulica, erano influenzati dalla lingua latina. Oggi si è tornati a dire babbu sia per il Padreterno sia per il padre carnale.
Il termine è tipicamente sardo, ed è collegato con l'accad. abu 'padre', cui si è aggiunta nel tempo la b-. Il termine si è fuso poi con bābu ‘piccolo ragazzo, bambino’ ed ha contributo ad espellere dalla parlata sarda l’omofono accadico bābu ‘porta (di casa, del tempio, della reggia, della città)’. Ma babbu in definitiva ha un fortissimo aggancio originario, etimologico e semantico, col sumerico Babay o Baba (vedi), che indicava la Gran Madre universale, corrispettiva della Astarte fenicia. Anche qui occorre ribadire quanto già specificato per il toponimo Mara (vedi) a proposito di un'ampia base linguistica cui attingevano sin dal Neolitico (e prima dell'arrivo degli Indoeuropei) i popoli stanziati nella vasta Europa, nell'Anatolia, nella Mesopotamia, in Sardegna. Ad esempio, nella mitologia baltica c'è la dea Baba Yaga, che gli antropologi ricordano essere l'antichissima dea slava della morte e della rigenerazione. I linguisti di quell'area sostengono che l'etimo slavo baba significa 'nonna', 'donna', 'pellicano'. Quest'ultimo etimo si collega alla natura aviaria di Baba Yaga, paragonabile all'archetipo della dea-avvoltoio o della dea-civetta della preistoria europea (e mesopotamica), che personifica la morte e la rigenerazione (Gimbutas 281).
BALOSSU camp. ‘poco accorto, stupido, cretino, imbecille’. Wagner non recepisce il termine. La base etimologica è l’accad. balu(m) ‘senza’ + uššu(m) ‘fondamenta (di casa o altro)’. Balossu è dunque l’equivalente del lat. imbēcillus ‘senza bastone, senza sostegno’ quindi ‘debole di corpo o di mente’.
BARBÀGIA. Questo è un coronimo sin troppo noto a chi abbia sentito parlare, sia pure per vie indirette, della Sardegna. Il termine è sempre stato interpretato da chiunque come ‘il luogo dei barbari’. Ma, a ben vedere, questa è una etimologia popolare inventata ai tempi dell’imperatore Tiberio, allorquando il vero termine aveva perso oramai i connotati, diventando incomprensibile. Il coronimo Barbagia è da confrontare con Arbu ed Arbus (vedi), coi quali condivide la radice antico-babilonese arbu, che significa ‘waste, uncultivated, territorio incolto (quindi adatto alle greggi)’. Il coronimo sardiano doveva essere pronunciato, originariamente *Arba-ria e, una volta perduto il significato d’origine, anche i Sardi gli agglutinarono la B- (seguendo le proprie leggi fonetiche), rendendolo quindi Barbaria (Barbàia > Barbagia), con gradimento da parte dei dominatori romani che forse per eufonia o, meglio, per etimologia popolare, così lo chiamavano da tempo.
BARBARICÍNO. È un composto sardiano con base nell’accad. arbu ‘(montagna) aspra, incolta’ + rīqu(m) ‘libero’ + suff. sardiano -ínu. Il significato sintetico è ‘(uomo) libero che abita sulle montagne’. È noto infatti che i Romani ebbero pieno uso soltanto dei territori di pianura o collinari, ma non di quelli pertinenti agli Ilienses, costituenti l’asse montuoso centro-orientale della Sardegna.
BARRUNTZEDDU, barratzellu, barracellu (camp.) è il componente d’una compagnia autorizzata dal governo ad assicurare dietro compenso il bestiame contro i ladri, nonchè di far la guardia al territorio. Il Wagner lo fa derivare dallo sp. barrachel. Il Corominas sostiene essere apparso in Italia nel 1516, derivante da it.ant. barigello (oggi bargello), dal franco barigild ‘funzionario di giustizia’.
Il termine è, in realtà, pan-europeo, quindi neolitico, un composto antichissimo avente la base nell’accad. barû(m) ‘to see, look at; oversee, watch searchingly’, ‘vedere, guardare, dare un’occhiata, sorvegliare, vigilare il territorio’ + sēlû ‘incendiare’, anche ‘insultare’. Il composto quindi ha il significato identico a quello attuale. Gli antichissimi rangers o vigilantes erano vere e proprie guardie parastatali assunte per la guardia del territorio al fine di prevenire gli incendi ed anche le risse nonchè i dissidi tra i pastori.
BARÚMINI comune dell’alta Marmilla, a circa 60 km da Cagliari, in una pianura calcarea sopraelevata sul rio Mannu, il quale un tempo doveva essere un vero fiume. Presso il paese passava una delle rare vie di transumanza dalla Barbagia ed il fiume doveva essere guadabile. Il toponimo, apparso in RDSard. a. 1341 così com’è attualmente, sembra a prima vista il composto Ba-rúmini, che in Toponomastica Sarda avevo tradotto come ‘il guado dei pascoli’, figurando composto da bau ‘guado’ (< lat. vādum) + rámini ‘pascolo’ (lat. grāmĕn, mĭnis ‘pascolo’), che nei secoli avrebbe mutato la -á- in -ú.
Ma alla luce del significato reale di altri lemmi d’origine accadica quali Barumèle, ritengo che l’etimologia possa essere interamente accadica. Abbiamo un composto barû(m) ‘to see, look at’, ‘sovrintendere’ + menû ‘to love’ e possiamo interpretare che in questo sito fortunato ci fosse un tempio uranico al dio Sole. Ed esso c’era, in realtà, ed è proprio il nuraghe oggi ritrovato al centro del palazzo marchionale. Ma pur senza disturbare questo nuraghe, tutto sommato secondario, abbiamo il nuraghe principale, quello per cui Barùmini va famosa nel mondo. Quindi sembra chiaro che il paese prese il nome dall’epiteto che il popolo aveva coniato per il suo protettore: ‘colui che ci sovrintende con amore’ (ossia il nuraghe come tempio del Dio Sole).
BASUCCU camp. è una ‘specie di pagello’, ma è esteso anche ad un uomo ‘tonto’, ‘che comprende poco’. Wagner lo deriva dal cat. basuc, sp. besugo. Ma la vera base etimologica sta nell’accad. massuhum ‘di qualità inferiore’.
BÁU, bau-bau è lo 'spauracchio', un essere di cui si ha paura. Il termine è ritenuto dal Wagner onomatopeico, dall'abbaiare del cane, e sono ricordati simili espressioni in italiano e in altre lingue romanze. Può darsi che l'influsso pan-europeo attuale sia servito ad integrare quest'espressione sarda tra le altre europee. Ma va ricordato che i Babilonesi usavano già il verbo bâ’u(m) col significato - tra gli altri - di 'fare' cattivi segni, 'travolgere'. Quindi bau-bau non è altro che un raddoppiamento accadico con senso superlativo.
BÁU 'guado'. Wagner lo considera originario dal lat. vădum 'guado'. In realtà la base etimologica dei termini latino e sardo è, pariteticamente, il bab. bā’um 'mezzo, metà', 'dividere', onde bâ’um(m) 'passare, superare, varcare'. Quindi il sardo bau ed il lat. vădum indicano esattamente 'ciò che divide in due', 'ciò che separa o interrompe il transito'.
BAÙLLU, Baùle cognome che Pittau crede equivalente a sardo baùle 'baule, bara' < cat. baul (Wagner), e pensa a un cognome italiano dal significato uguale (Baùllo). In realtà la base etimologica del cognome è il bab. bā 'acqua' + ullû(m) 'esaltata' di dea (è la dea delle acque). Il composto è quindi uno stato costrutto riferito proprio alla Dea delle Acque, tanto venerata in Sardegna. Vedi baùle.
BEBBÉI camp. ‘coccola del ginepro’. Paulis NPPS 444 la ritiene una voce elementare indicante qualcosa di ‘tondo’. Ma sbaglia.
Il lemma è una iterazione sardiana (usata in termini superlativi) dell’accad. be’u (a bird), col significato di ‘(coccola degli) uccelli’. Il nome non ha nulla di strano. Infatti la coccola fu usata, ed ancora oggi è usatissima, dagli uccellatori sardi per attirare e catturare al laccio gli uccelli da passo.
BELLU. Per questo cognome Pittau trova il raffronto in bellu ‘bello’. Ma in sardo non esiste un tale aggettivo. In TS lo avevo raffrontato al fiore Bellis perennis. Ma a bene osservare ha origine babilonese. La sua base etimologica è infatti bēlu(m) ‘signore, proprietario, maestro’. Tale termine si ritrova nel personale Belu < Belo, re della lista reale lidia ma di origine assira (IX-VIII sec. a.e.v.: Erodoto I, 7). Si ritrove pure nel nome divino Bel, appellativo di Marduk e voleva dire ‘Signore’, come Adonai era appellativo di YHWH.
BIDE, IDE ‘vite’. Non è detto che la forma sarda derivi dal latino, poichè anche vītis ha una base nell’accadico. Come nota acutamente Semerano (OCE II 616), la vite è un rampicante, ed ha la base in accad. ebētu ‘legare; essere avvinto’, da cui ebītu (una pianta non meglio identificata); ma accanto a queste forme c’è ebtu ‘essere gonfio, turgido, swollen’, ebētu(m) ‘to swell up, gonfiarsi, ingrossarsi’, riferito ai grappoli d’uva.
Ma a mio avviso il Semerano sbaglia. Giusta la sua intuizione che la vite è un rampicante, il sardo ìde, bìde ‘vitis’ ha la base nell’accad. bītu ‘tenda, abitazione’. Tenendo conto che le abitazioni di molti popoli della Mezzaluna fertile furono costituite spessissimo da una mera tenda, è da lì che prende origine il nome della vite, in considerazione che essa cresce e s’espande “a tendone, a pergola”.
BILISÒNE, pilisòne, chelleisòne, ghilisòne, lisòne, lisiriòne ‘corbezzola’ (la polposa e dolcissima bacca rossa del corbezzolo). Paulis NPPS 413 ipotizza la possibilità che derivi da mimaecylon, nome della corbezzola in Diosc. lat. 1,133.
Non credo affatto a tale derivazione: mancano le ragioni fondanti, ossia le somiglianze fonetiche. Questo fitonimo è sardiano, con base nell’accad. billu (a plant), pillû (a plant) + isu(m) ‘mandibole’ + unû (a kind of meat) (stato-costrutto bil-is-unu, pil-is-unu), col significato sintetico di ‘pianta che dà polpa gioiosa al palato’. È noto che la corbezzola è, in assoluto, il frutto selvatico più dolce e più abbondante della flora sarda. Gli antichi dovevano mangiarne moltissimo, anche sotto forma di marmellata.
Le varianti chelleisòne, lisòne hanno un etimo particolare (vedi). Mentre ghilisòne reca la contaminazione reciproca di chelleisòne e bilisòne.
BILLÒTTIRI (Oristano, Orroli, Usellus), billòtti (Nuragus), canna de billòtti (Isili, Serri) ‘cardo del lanaiolo’ (Dipsacus fullonum L.): Cossu 204. Wagner non ne conosce l’etimo; Pittau 1984,247 propone il confronto con la famiglia di veratrum ‘elleboro bianco’. Paulis NPPS 190 dubita «assai del carattere preromano della voce. Infatti, nell’acqua che si raccoglie in quella specie di coppe di cui è provvisto il dipsaco, originate dalle basi fogliari intorno al fusto, annegano certi insetti che, demoliti da determinati batteri, liberano delle sostanze, di cui beneficia la pianta. Poiché, accanto a baballòtti ‘insetto’ (DES,I,116), esiste, anche come soprannome, la variante (Villamar) +bibillòtti, da cui deriva per riduzione +billòtti, soprannome di Lunamatrona, interpretato dalla gente del luogo come significante ‘insetto’, ritengo conveniente identificare con questo vocabolo il fitonimo billòtti ‘cardo dei lanaioli’».
L’illazione del Paulis pecca di eccesso di fantasia, che mal s’adatta ad una ricerca ponderata. La base etimologica è un composto sardiano con base nell’accad. billu (una pianta) + terû(m) ‘penetrare’, col senso compiuto di ‘pianta spinosa, penetrante’.
BINU, inu. Normalmente in sardo significa ‘vino’ e si fa discendere l’etimo dal lativo vinum. Invece l’etimo discende, per ambo le lingue, dal bab. īnu ‘vino’, ebr. iāin.
BOH termine non riportato dal Wagner, che evidentemente lo considera locuzione fonosimbolica, di vaga origine onomatopeica, acquisito attraverso impieghi esclamativi occasionali di parole normali, e comunque utilizzato per mero vezzo o per economia di tempo.
Invece questa è una vera e propria parola autonoma, che il popolo sardo utilizza continuamente e consapevolmente. Quando uno non sa o non comprende, risponde boh! ‘non so!, non capisco!’; quando uno non sa nulla di quanto gli domandano, risponde boh! ‘che ne so!?’ Ma oltre a questo, c’è un uso certamente più arcaico, che si carica di toni di disappunto, di disapprovazione, di meraviglia, persino di toni canzonatori. È un uso vastissimo in tutta l’isola, specialmente nel Campidano. Di seguito faccio quattro esempi in dialetto logudorese. Esempio di disappunto: benzènde sèse, annò, boh! ‘Stai venendo o no? Boh!’ (rivolto ad uno che non si vuol muovere o avanza pigramente). Esempio di disapprovazione: cuddha fémina tzicchirriaìada pro nuddha, boh! ‘Quella donna faceva chiasso senza ragione. Boh!’. Esempio di meraviglia: Bìdu àsa, s’attilibrìu si ndhe cheret arpiare s’andzòne. Boh! ‘Hai visto, quel falchetto pretende di portarsi via l’agnello. Boh!’. Tono canzonatorio: Ite zàntara! Cuddh’òmine bétzu s’èsth’elthìdu comente una femineddha. Boh! ‘Che vergogna, quel vecchietto si è vestito come una fanciulla. Boh!’.
La parola viene pronunciata sempre in tono esclamativo. È d’indubbia origine sardiana ed ha la base nell’accad. bû, bâ’u(m) ‘andiamo! suvvia!’, ‘va’ per la tua strada!’, ‘come on!, now then!, adesso basta!, dunque!, allora!’. In origine, come si può notare, era un termine coortativo.
BUGGÍNU, buginu camp. ‘boia, carnefice’, settentr. boccinu < bocchìre, occhìre < lat. occīdere. È detto popolarmente che il termine buggínu sia stato creato a ricordo della severità del ministro savoiardo Bogino, che abolì i privilegi nobiliari. L’immaginario collettivo ha fuso i riferimenti al cognome e al nome comune per istigazione della nobiltà locale.
Sbaglia il Pittau a derivare il termine dall’ital. aguzzino. Wagner lo collega tout court al cat. butxí ed allo spagnolo antico, che hanno lo stesso significato sardo. Ma l’origine più profonda è nel bab. ugu ‘morte’, uggu ‘rabbia, furia’, uggugu ‘molto furioso’ + suffisso sardiano in –nu (oppure accad. inû ‘mestiere, craft’). In quest’ultimo caso il significato sarebbe ‘mestiere di morte’ ossia ‘boia’.
BURRICU camp. ‘asino’ Wagner lo fa derivare dal lat. burricus ‘cavallino’, ma non dà l’etimologia. Il termine latino e quello sardo hanno la base nell’ant.accad. būru col senso di ‘puledro; piccolo quadrupede’, ‘vitello da latte’ e altri animali giovani.
BURRUMBALLA. Questo termine sardo, con le sue varianti fonetiche, significa ‘cosa o gente di poco conto o valore; segatura, trucciolame, ciarpame’. Significa anche ‘confusione, tumulto’, specialmente nel nord Sardegna. Il Wagner lo riporta accertando l’identica forma anche in catalano ma non intrigandosi nella ricerca dell’etimo. Afferma soltanto che l’estensione del termine e del suo significato a tutta l’isola è causata forse dal fatto che si poteva intravedere un elemento onomatopeico.
I Catalani erano mediterranei come i Sardi, ed a suo tempo recepirono l’influsso dei navigatori pre-fenici e fenici. Questo termine è antichissimo, deriva dal sumero, ed è attestato nell’antico babilonese nella forma burubalûm col senso di ‘sconquasso, rovina; agglomerato urbano abbandonato, deserto’.
Ma burubalûm indica anche un serpente soprannaturale, un Leviatano, possibile oggetto di culto cui, a quanto pare, i monaci cristiani appiopparono un significato diabolico.
CABU. Oggi in Sardegna s'usa tradurre il termine come 'capo, promontorio marino'. Ma il concetto è più complesso, coinvolgendo anche certi fenomeni lontani dal mare. L'origine non è dal lat. caput ma dall'accad. kāpu ‘roccia, riva, cliff, embankment (of river, of mountain)’.
CADDÉMIS, caddémini 'persona miserabile, vestita di stracci o comunque male vestita, sporca' (Puddu); kaddémis cagl. plebeo 'straccione, sporco, malvestito' (Wagner); bestίu a caddémis; Wagner lo presenta come equivalente del sic. gaddémi 'chi somministra legna alla caldaia, abietto, dappoco' allato a gaddìmi 'idem' e lo ritiene una probabile derivazione dall'arabo hadîm 'servo'. L'ipotesi del Wagner va senz'altro bene per la Sicilia. Per la Sardegna propendo, per ovvie ragioni, a vederci l'influsso dell'accad. qaddu(m) 'piegato' da miseria, preoccupazioni, malattie + emû, ewûm ‘diventare’, ‘essere come’; questo verbo si usa spesso col suffisso modale -iš ‘come, like’. Il significato complessivo è ‘diventare come uno schiavo, un servo’.
Alcuni sardi, influenzati in buona fede dal fatto che certe parole della Sardegna assomigliano stranamente a lemmi inglesi con significato similare, giurerebbero che il termine è stato creato da emigranti sardo-americani di un secolo fa, dalla locuzione God damned 'che Dio sia maledetto'. Registro questa curiosità per far capire quanto forte sia la legge della paronomasia, la quale esercita la sua tirannia sia nel popolo sia tra gli intellettuali.
CADDOZZU campid. e specialm. cagliaritano 'sudicio' (di persone). Ma il termine si ritrova pure ad Escalaplano, ossia sulle montagne degli antichi Galilla. Wagner propone una probabile etimologia da kaddu 'cotenna, pelle del maiale o del cinghiale' < lat. callum. Ma è difficile accostarsi alla proposta wagneriana. Era nota nell'antichità l'abitudine all'igiene del maiale (a maggior ragione del cinghiale), che non è nè più sporco nè più pulito di altri animali, ed appare “sporco” solo allorchè viene chiuso nell'abiezione del brago. Ma il brago, si sa, viene cercato naturalmente dal maiale (e pure da molti animali della savana) per crearsi addosso un impasto che, seccando, racchiude e uccide le zecche e tutti i parassiti della pelle. Nella stagione calda è usuale vedere branchi di maiali (quelli liberi in natura) immersi per lungo tempo nei fiumi d'acqua pura, col solo muso fuori, proprio come i bufali. Il termine 'sozzo, sudicio' non poteva dunque richiamare il maiale, nonostante che gli Ebrei lo avessero considerato un essere immondo. Ciò riguarda soltanto la loro religione, per la quale era immondo persino il cammello, ed in questo, soltanto in seguito, sono stati imitati dagli Arabi.
Suppongo che il termine caddozzu col semantema attuale sia nato nell'alto medioevo ad opera dei preti cristiani, decisi a far tabula rasa di ogni forma di religione anteriore, della quale bersagliavano i termini sacri distorcendoli nella forma e molto più nel significato, che veniva capovolto, umiliato, lordato e quindi demonizzato. In Sardegna - giusta