QUARTÙCCIU NELLA TOPONOMASTICA ANTICA


Quartùcciu, comune della provincia di Cagliari, è contiguo a Quartu sant’Elena ed ha un edificato alquanto minore. Ma la diversa dimensione è un fatto recente e riguarda più che altro le scelte urbanistiche operate dai propri amministratori dal secondo Dopoguerra.

L’attuale minore dimensione rispetto a Quartu non è la ragione del toponimo Quartucciu, da molti inteso impropriamente ‘Quartu piccolo’ senza pensare che la forma del nome è antica. Ad esempio, nel medioevo Quartùcciu aveva lo stesso nome di oggi, ma era chiamato, alla spagnola, Quartocho, Quarto tocho, inteso impropriamente dagli occupanti come ‘Quarto grossolano, villano, zotico’.

In ogni periodo storico i toponimi preesistenti (anzi tutte le parole preesistenti) vengono adattati ad orecchio secondo la legge della paronomasia, ed anche gli Spagnoli li adattarono al proprio vocabolario, senza peraltro voler dare connotati spregiativi. È che non sapevano intendere in altro modo uno strano Quartùcciu per un borgo nient’affatto minore di Quartu, consci che i campidanesi, se avessero voluto sottolineare la piccolezza, avrebbero preferito un Piccìu (del tipo Sia-Piccìa), non un *Tùcciu.

Secoli addietro Quártu e Quartùcciu erano anche chiamati, in modo forse più congruo, Quartu josso e Quartu susu. Ma i significati di entrambi i nomi, ahimè, erano già da allora ignoti, obnubilati dalla caligine dell’indifferenza.

Occorre render chiara la questione. Ma per introdurla debbo anzitutto parlare di metodo. Il metodo d’indagine della toponomastica dev’essere basato rigorosamente sulla geografia ambientale. Occorre conoscere bene il territorio del quale s’intende tradurre i toponimi. Occorre conoscerlo palmo a palmo, in tutte le sue componenti, geologica, pedologica, climatologica, botanica, antropica, archeologica, storica, economica. E di questo territorio occorre tentare una lettura storica, fare uno spaccato storico, una storia che parta, guarda caso, proprio dalla geologia, ed arrivi – per un iter di vari millenni – sino all’economia e alla società che attualmente lo permea.

In secondo luogo occorre che il toponimo venga analizzato tenendo a un tempo presenti tutte le possibili forme fornite dai vocabolari di quei popoli che nei millenni hanno governato la Sardegna. Bisogna sciorinare tutti i vocabolari, a un tempo, tutti assieme sullo stesso tavolo. Desidero sorvolare sulla questione poiché già il mio libro Toponomastica Sarda nelle prime 100 pagine fa una panoramica di quelle lingue e le incastona storicamente nel tessuto linguistico della Sardegna. Se però c’è qualche distratto che non abbia compreso quali destini la Sardegna abbia vissuto nella sua complessa lingua e nella sua complessissima toponomastica, mi corre l’obbligo di spiegare che sinora tutti i ricercatori hanno sbagliato a fare tutt’uno della lingua e della toponomastica. Non hanno capito che la lingua scorre, e noi scorriamo e moriamo in essa. Essa dunque muore e rinasce continuamente. Il toponimo invece è la parola che s’arena nel momento stesso che viene inventata, resta come segno esattamente come il relitto archeologico. È quindi ovvio che il toponimo vada tradotto tenendo presenti dodici vocabolari, non uno, poiché se è vero che esso può essere espresso nel sardo attuale, più spesso il toponimo è espressione di una lingua già morta. Ed è per questo che risulta spesso incomprensibile a chi, non avendo talento per la storia del territorio e per la storia degli uomini che lo occuparono, non ha senso prospettico, non riesce a storicizzare le opere e i giorni, e quando ci riesce si ferma, come un asino stanco, all’Alto Medioevo.

Per rendere finalmente chiaro il nome di Quartùcciu, voglio partire da Quartu josso, oggi chiamato Quartu sant’Elena tanto per distinguersi da Quartucciu il quale, invece, ha conservato tutta intera la forma originaria. Il nome Quartu viene riferito al ‘quarto (miglio)’ della strada romana diretta da Cagliari ad Olbia; ma questo riferimento è una elucubrazione dotta fatta a freddo, ed al solito sbagliata, poi divenuta acriticamente patrimonio del popolo. Di etimologie popolari sono lastricate le vie dell’Inferno. Non solo gli Spagnoli andavano facili nelle paretimologie, ma anche i Greci e persino i Romani. Ma proprio qui i Romani non c’entrano.

C’è una bella truppa di dotti che giurerebbe sull’origine romana di Quartu S.Elena, e per la conseguente nascita seriore di Quartucciu come costola d’Adamo.

C’è chi suppone infatti che Quartu derivi dal romano Quartus, o Quartum. E gli sembra facile accedere a tale ipotesi, per la seguente considerazione: Quartu si trova in felice compagnia assieme ad altri villaggi sorti accanto ad un miliario di strada romana. La Sardegna annovera in tal senso anche Sestu, Settimo, Ottava (tra Portotorres e Sassari), e Decimo.

Ma intanto, io dico, è riduttivo parlare di “strade romane” per la Sardegna, quando alcune prove archeologiche e linguistiche portano ad affermare che in Sardegna le strade sono sempre esistite, poiché, vivaddio, la civiltà non fu introdotta dai Romani ma esistette da molto prima in forma ugualmente alta e dignitosa. Non mi riferisco ai Cartaginesi e neppure ai Fenici, che si limitarono a ribadire l’uso di strade ch’erano già state costruite dall’evoluta civiltà dei costruttori nuragici, gli Šardana. Poi bisogna passare a considerare questi paesi che avrebbero – si dice – il proprio nome dal miliario romano. E cominciamo con Decimo (oggi Decimomannu). Esso non ha alcuna attinenza col decimo miliario romano, perché dista dalla capitale 18,300 km, anziché 14,780 come presupporrebbe la misura romana di dieci miglia. Ed infatti Decimo non deriva dal latino ma dal babilonese tīkum che significa ‘temporale’, gropada de aqua, come i suoi abitanti e quelli dei centri vicini sanno bene, essendo spesso bersagliati dalle alluvioni. E Decimo in questo fa il paio con Muravèra, anch’essa bersaglio di alluvioni, talchè quel paese deriva il nome dall’ugaritico Muru-wedu ‘nubifragi catastrofici’, come gli abitanti del Sarrabus possono raccontare a scadenze ravvicinate.

Altro toponimo frainteso è Sestu. Peccato che non possiamo capirne l’etimologia. Ma è un fatto che il termine è già inserito nel vocabolario babilonese (Šeštum), per quanto oggi non se ne conosca il significato.

Altro toponimo è Séttimo, la cui etimologia è invece chiara. Deriva dall’accadico Šitmu ‘pezzo di legno’ ossia ‘ramo d’albero’. A leggere il mio libro Toponomastica Sarda si troverà una montagna col nome equivalente, espresso in sardo antico. È il Monte Tratzális (Sinnai) che significa letteralmente ‘monte delle braccia’ (per intendere una grande foresta). Così s’intende la foresta in Sardegna: col termine tratzu o tratzi (da cui il cognome Tratzi), o anche bratzu, rattu (da cui il cognome Rattu). La si può intendere anche come nái (dal latino nāvis, per la sua vocazione alla fornitura di legname per le flotte): vedi Monte Nái e Monte Marga-Nái. Quindi è chiaro che la grande foresta dei monti di Sinnai 3000 anni fa cominciava proprio da Séttimo, dove non passava alcuna strada romana. Séttimo allora esisteva come borgo abbarbicato attorno a Cùccuru Nuraxi. La stessa Sìnnai, allora, non esisteva. Da Cùccuru Nuraxi in su era tutta un’immensa foresta, dove i cosiddetti Barbaricini, gli Ilienses, governavano le proprie greggi e tutti i loro beni territoriali, compresa la miniera di ferro di Corr’e Xerbu, che col “corno di cervo” non condivide proprio nulla.

Ma torniamo all’aritmetica di Quartu: va ricordato che il miglio romano (m 1478) moltiplicato per quattro fa m 5912, che non sono proprio i 7400 m che dividono i due capisaldi attuali (piazza Jenne a Cagliari e piazza S.Elena a Quartu). La differenza di 1,5 chilometri non si colma affatto supponendo una più corta direttrice romana impressa all’itinerario diretto ad Olbia. Essa era già cortissima: partiva dal foro romano (piazza Carmine) e transitava a un dipresso sotto l’attuale via San Giovanni (verosimilmente per gran parte della via Garibaldi), tirando poi drittissima lungo il bordo settentrionale della laguna di Molentargius, per segnare il suo quarto miglio molto prima di Quartu Josso. I conti sono chiari.


È stupefacente che gli storici ed i linguisti abbiano sempre frainteso i nomi dei centri abitati, collegandoli alle paronomasie e paretimologie che gli risultano più comode per chiudere il cerchio di tesi tanto frettolose quanto neghittose. Anch’essi, nonostante la disponibilità di ottimi strumenti di ricerca, vengono assaliti dal morbo della paretimologia, della falsa etimologia, o etimologia popolare, che popolare non è mai stata, perché è stata sempre inventata da un dotto di turno. I linguisti non si sono mai accorti che, a parte il toponimo Quartu, anche il termine miglio non può derivare dal latino poiché i Romani non si sono mai sognati di scrivere *milium per le misure lineari. Essi hanno sempre scritto e detto mille passuum, che letteralmente non significa ‘mille passi’ ma ‘migliaio di passi’. Ed i loro miliari venivano scritti con la cifra I, II, III, IIII, V, X, L, C, esprimenti le migliaia di passus necessari a coprire quelli che per noi sono 1478 metri. Quindi non avrebbero mai detto Quartus, e neppure Quartum, ma Quattuor (sott. milia), ossia ‘quattro migliaia’. Tutto ciò, anche per non confondersi col milium ch’era la pianta, gia nota a Plinio, utile per ricavare il cibo degli uccelli. Qualche studioso dovrebbe acuire l’attenzione: s’accorgerebbe che il termine italiano miglio come misura lineare è una innovazione linguistica e fu usato per la prima volta nel XIII secolo da un tal Malispini. Quindi non dobbiamo mescolare l’antico italiano col latino.


Tutto quanto detto avvalora la tesi di quanti ritengono Quartu < Qart. Il quale peraltro era un termine antichissimo, usato prima dai Fenici (qrt ‘città’), ancora prima dagli Ugaritici (qrt ‘città’) e dagli Aramei (qiryā ‘città’, קִרְיָה), ed in pari tempo dagli Assiri (qrītā ‘città’). Guarda caso, in babilonese s’usava uno stesso radicale, ma per dire qarītu ‘granaio’: la qual cosa non è di poco conto, perché nell’epoca dei Grandi Imperi i granai erano di rigorosa proprietà statale e – per ragioni strategiche – non potevano stare in aperta campagna o in un luogo qualsiasi, ma dentro una città ben presidiata dalla truppa. Quindi se supponiamo Quartu < qart dobbiamo ammettere ch’essa, già in epoca šardana, ebbe la sua rilevante importanza, considerato che un radicale tipo qart non arrivò in Sardegna coi Fenici ma preesistette già con gli Šardana medesimi, poiché questi – come ho abbondantemente rilevato nel mio libro al capitolo ACCADICI ed al capitolo ETRUSCHI nonché in tante parti del suo Vocabolario – parlavano una lingua che aveva la sua base entro il vasto e rispettato paniere della parlata accadica, imperante nel Mediterraneo dal 2000 a.C.

Ma – ed ora spaziamo nella geografia ambientale – perché mai i Fenici (o i precursori Šardana) avrebbero avuto l’idea di costruire una città strutturalmente degna di questo nome in un sito relativamente distante dalle spiagge e dai porti, precluso dalla grande laguna oggi chiamata Saline di Quartu? Quali ragioni postulavano la nascita di due città, Cagliari e Quartu (anzi Quartucciu), vicine l’un l’altra cinque miglia? Circa la vocazione al grano suggerita dal citato lemma babilonese, è senz’altro possibile pensare che in queste vaste campagne si coltivasse (in epoca punica lo si coltivava certamente) il grano. Ma intanto va detto che la vocazione riguardò principalmente Quartùcciu (= Quarto Tocho che nel suo aggettivo ‘rozzo, zotico, agreste’, così voluto dal senso pratico degli Spagnoli, tradisce il concetto di ‘vocato all’agricoltura’). Ma nella vocazione al grano erano implicati tutti i centri di pianura, non solo Quartùcciu. Quello del grano era fenomeno comune, essendo tipico, ad esempio, della Trexenta e della Marmilla, dove però, notoriamente, non conservavano il grano ma lo trasferivano rapidamente ai granai custoditi dentro le mura della città di Cagliari (sappiamo ciò almeno in relazione alla storia del Medioevo).

Per Quartu occorre pure riflettere sul fatto che i vari pagi, in cui si suddividevano i fruitori del territorio, non avevano da pensare al solo grano ma anche alle saline, da cui traevano un valore aggiunto maggiore. Non si può fare a meno d’immaginare che gli indigeni di Quarto Josso da tempo immemorabile abbiano trasportato su chiatte il sale sino a Su Siccu (Cagliari), oppure sino al Poetto, per l’imbarco, navigando nella grande laguna.

In questa faccenda non ci può essere incertezza, e torno a difendere con più vigore l’interpretazione di Quartu = Qart ‘città’. Si può immaginare infatti che la dunosa spiaggia del Poetto fosse stata tagliata all’altezza dell’Ospedale marino o della “Bussola”, e che dunque le navi onerarie passassero tranquillamente collegandosi dritto a Quartu josso (esattamente come fecero i Fenici a Giorgino per raggiungere il loro porto di S.Igia).

Ma soffermiamoci ora sui due villaggi che avevano lo stesso nome: Quartu e Quart-Ucciu. Se di porto e di città dobbiamo parlare, dobbiamo capire che la loro economia, oltrechè salaria, era principalmente agraria, e dunque Qart era necessitata a smerciare le proprie derrate. I due (ex)villaggi hanno un retroterra territoriale immenso. Quartu spazia ad est in una ampia fascia pedemontana e marina, Quartucciu spazia anche a nord per campagne prima piatte poi ondulate, adatte (allora ed oggi) alla migliore agricoltura. Certo, Quartu josso nel medioevo subì l’onta della corvée per la raccolta del sale. Ma aveva enormi estensioni anche per le coltivazioni, e viene dalle sue campagne la prova delle prime vigne della storia sarda: i Campidani (= ‘campi vitati’). Ma andiamo con ordine. Poichè è proprio il termine Quartu Josso che fa riflettere e che, tutto sommato, sembra l’elemento cardine di tanto garbuglio e di tanta discussione. È mai possibile che il medievale Quartu Josso al tempo dei Romani ed anche prima si chiamasse, sic et simpliciter ‘Città’? No, non è possibile. Gli antichi per i loro agglomerati parlarono sempre e soltanto di Città Nuova (Neàpolis o Kart Hadasht), di Città alta, di Città Vecchia, di Città Grande (Megalopoli), e così via, ma il termine asciutto di Città non è mai apparso nella storia del mondo.

Allora, nel mentre che dobbiamo essere ammirati per i Quartesi, che da oltre un secolo hanno sanato l’aporia aggiungendo a Quartu un bel sant’Elena, nel contempo dobbiamo essere schietti e dire che l’agglomerato che nacque per primo in questa pianura fu Quartùcciu. Eh, sì. Perché ha un nome completo da sempre, valido per presentarsi alla storia: il toponimo significa ‘Città Madre, Metrò-polis’.

Quindi chiariamo l’origine di *-Ucciu. Né il latino né il greco hanno referenti di tale forma. Ed è chiaro il perché: se qart è semitico, anche il secondo membro -ùču deve esserlo. Ed infatti in accadico troviamo ugû, col significato di ‘madre’. Ecco dunque Quartùcciu, ‘Città Madre’, termine completo e bello.

Nel mio libro c’è il capitolo che illustra l’origine d’una città. Oltre agli elementi dell’agricoltura fiorente e delle comunicazioni facili, la città cresce con l’elemento della forza. Se una città fiorisce, è perché attorno i rivali si sono fatti da parte, si sono allontanati di decine di miglia, oltre la pianura, sopra le montagne. Non è un caso che i tre agglomerati di Quartu, Quartucciu e Selargius siano sempre stati pressoché fusi ed abbiano sempre avuto attorno a sé il vuoto totale: immense campagne coltivate senza altri villaggi, raramente punteggiate da qualche ciuffetto di case. L’opposto di quanto avvenne in Trexenta ed in Marmilla. Dunque sembra di capire che i tre villaggi di Quartu-Quartucciu-Selargius producessero bene e molto, e governassero con intese comuni il loro immenso territorio, da cui traevano lo status di città. Selargius, dal babilonese Ša-Elû (cui s’aggiunse poi il suffisso aggettivale -ius), significa ‘quella vocata ai raccolti e alle vendemmie’.

Quartu Josso invece, a mio parere, fu per secoli, prima dei Romani, la necessaria espansione (quasi una moderna “zona industriale”) dei primi due villaggi, per la necessità di curare la raccolta e la vendita del sale, un prodotto d’incredibile potere economico, che già nell’alta antichità veniva scambiato come moneta e dal cui nome deriva il termine salario.

Quindi dobbiamo ammettere che la Città (Quart), così tripartita ma efficientissima, acquisisse potenza dalle derrate agricole, ma anche dall’allevamento, dal legname, dalla lana e dai formaggi ottenuti nelle montagne di Quartùcciu. Essa fu perfettamente in grado di presentarsi alle potenze mondiali con la propria moneta internazionale, il dollaro di quei tempi, ossia l’oro bianco delle proprie saline.

Qui manca lo spazio per illustrare in qual modo Quartùcciu e Cágliari, due città distanti appena cinque miglia, riuscissero a forgiare ognuna la propria peculiare economia. Posso anticipare comunque che Karalis-Karallu (Cágliari), città senza territorio, era un porto strategico e interzonale (oltrechè internazionale), destinato all’imbarco di tutti i surplus dei villaggi e delle città viciniori, che erano merci d’incredibile valore, a cominciare dal sale, dal corallo rosso, dai murici porporini destinati a Tiro, cui seguiva la massa incalcolabile di selvaggina fresca appena abbattuta nelle montagne di Sìnnai e di Uta (vedasi al riguardo ciò che narra Vittorio Angius nel suo trattato enciclopedico sulla Sardegna).