QUARTU, QUARTUCCIU, SELARGIUS
NELLA TOPONOMASTICA ANTICA, TRA KARALIS E IL CAMPIDANO
Quartùcciu, comune della provincia di Cagliari, è contiguo a Quartu sant’Elena ed è alquanto più piccolo. Ma la diversa dimensione è un fatto recente e non è la ragione del toponimo, inteso impropriamente come ‘Quartu piccolo’. Nel medioevo Quartùcciu era grande come Quartu, aveva lo stesso nome di oggi, ed era chiamato, alla spagnola, Quartocho, Quarto tocho, inteso dagli occupanti come ‘Quarto grossolano, villano, zotico’.
In ogni periodo i toponimi esistenti vengono adattati ad orecchio, per paronomasia, e gli Spagnoli li adattarono senza peraltro voler dare connotati spregiativi. Non sapevano intendere in altro modo uno strano Quartucciu per un borgo già da allora nientaffatto minore di Quartu, consci che i campidanesi, se avessero voluto sottolinearne la piccolezza, avrebbero preferito un Piccìu (del tipo Sia-Piccìa).
La storia ha sempre unito Quartu e Quartucciu. Nel passato costituivano assieme a Selárgius una triade di villaggi paritetici e contigui, per quanto distinti. Secoli addietro Quártu e Quartùcciu erano chiamati, in modo più congruo, Quartu josso e Quartu susu. Ma entrambi, ahimè, con dei nomi ignoti e obnubilati dalla caligine dell’indifferenza: al pari del nome Selargius.
Per rendere finalmente chiara la questione, parto da Quartu josso, oggi chiamato Quartu sant’Elena. Il nome Quartu viene riferito al quarto miglio della strada romana diretta da Cagliari ad Olbia, ma questo riferimento è una elucubrazione dotta fatta a freddo, poi divenuta patrimonio del popolo. Di etimologie popolari sono lastricate le vie dell’Inferno.
Ma ci sono anche uomini di buona volontà. C’è chi pone il discorso su buona carreggiata, supponendo che Quartu non derivi dal romano quartus o quartum ma dal punico qart ‘città’. Ad altri invece sembra difficile accedere a tale ipotesi, per una serie di considerazioni negative. Primamente ricordano che Quartu si trova in felice compagnia, non solo in Sardegna, in qualità di villaggio sorto accanto al miliario d’una strada romana. La felice compagnia sarda sarebbe costituita da Sestu, Settimo, Ottava (tra Portotorres e Sassari), Decimo. Ma tutti questi toponimi sono paronomasie che sottendono toponimi un tempo significanti qualcos’altro.
Quartu ha la base nel semitico Qart, termine usato dai Fenici (qrt ‘città’), dagli Ugaritici (qrt ‘città’) e dagli Aramei (qiryā ‘città’,קִרְיָה), ed in pari tempo dagli Assiri (qrītā ‘città). A Babilonia s’usava lo stesso radicale (qarītu) per ‘granaio’: la qual cosa non è di poco conto, perché nell’epoca dei Grandi Imperi i granai erano di rigorosa proprietà statale e – per ragioni strategiche – non potevano stare in aperta campagna o in un luogo qualsiasi, ma dentro una città ben presidiata dalla truppa. Quindi se supponiamo Quartu < qart dobbiamo ammettere ch’essa, già in epoca šardana, ebbe la sua rilevante importanza, considerato che un radicale tipo qart non arrivò in Sardegna coi Fenici ma preesistette già con gli Šardana medesimi, poiché questi parlavano una lingua che aveva la base entro il vasto paniere della parlata accadica, imperante nel Mediterraneo dal 2000 a.C.
Ma – ed ora spaziamo nella geografia ambientale – perché mai i Fenici (o i precursori Šardana) avrebbero avuto l’idea di costruire una città in un sito discosto dalle spiagge e dai porti, precluso dalla grande laguna oggi chiamata Saline di Quartu? È debole l’argomento che la laguna era facilmente aggirabile approdando alla spiaggia dell’attuale Margine Rosso (presso la quale sta infatti una lunga sopraelevata d’epoca romana). Seconda obiezione: quali ragioni postulavano la nascita di due città, Cagliari e Quartu-Quartucciu, vicine l’un l’altra quattro-cinque miglia? Circa la vocazione al grano suggerita dal citato lemma babilonese, è senz’altro possibile pensare che in queste vaste campagne si coltivasse (in epoca punica lo si coltivava certamente) il grano. Ma intanto va detto che la vocazione riguardò principalmente Quartucciu (= Quarto Tocho che nel suo aggettivo ‘rozzo, zotico, agreste’, così voluto dal senso pratico degli Spagnoli, tradisce il concetto di ‘vocato all’agricoltura’). Ma nella vocazione al grano era implicata anche Selárgius, come vedremo. Eppoi quello del grano era fenomeno piuttosto comune, essendo tipico, ad esempio, della Trexenta e della Marmilla, che però, notoriamente, non conservavano il grano in loco ma lo trasferivano rapidamente ai granai custoditi dentro le robuste mura della città di Cagliari. Per Quartu occorre pure riflettere sul fatto che i vari pagi, in cui si suddividevano i fruitori del territorio, non avevano da pensare al solo grano ma anche alle saline, da cui traevano un valore aggiunto maggiore. Non si può fare a meno d’immaginare che gli indigeni di Quarto Josso da tempo immemorabile, magari aiutati da quelli di Quarto Tocho e di Selargius, abbiano trasportato su chiatte il sale sino a Su Siccu per l’imbarco, navigando nella grande laguna. Non a caso Mammarranca indica quel lunghissimo canale navigabile collegante le Saline a Su Siccu (Cagliari), che in termini semitici significa ‘lunga via d’acqua’.
In questa faccenda c’è da dare, francamente, un colpo all’incudine ed uno al martello. E qui torno a difendere l’interpretazione di Quartu = Qart ‘città’. Difendo con più vigore la definizione di ‘città’ per tre motivi. Primo: si deve immaginare che la dunosa spiaggia del Poetto fosse stata tagliata all’altezza dell’Ospedale marino o della “Bussola”, e che dunque le navi onerarie passassero tranquillamente collegandosi dritto a Quartu josso (esattamente come fecero i Fenici a Giorgino per raggiungere il loro porto di S.Igia). Secondo: il fatto che tre popolose borgate fin dall’estrema antichità si siano trovate sempre unite, è la dimostrazione provata che tale conurbazione fosse chiamata veramente Qart ‘città’, in quanto nell’estrema antichità le città nascevano quasi sempre dall’incontro e dalla fusione di vari pagi contigui, costituiti ognuno da un singolo gruppo patriarcale avente dei connotati che si preferiva tenere distinti. Il terzo motivo si nutre d’aritmetica: va ricordato che il miglio romano (m 1478) moltiplicato per quattro (quartu) fa m 5912, che non sono proprio i 7400 m che dividono i due capisaldi attuali (piazza Jenne e piazza S.Elena di Quartu). La differenza di 1,5 chilometri non si colma affatto supponendo una più corta direttrice impressa all’itinerario diretto ad Olbia. La direttrice era già cortissima: partiva dal foro romano (piazza Carmine) e transitava a un dipresso sotto l’attuale via San Giovanni (verosimilmente per gran parte della via Garibaldi), tirando poi diritta lungo il bordo settentrionale della laguna di Molentargius per segnare il quarto miglio molto prima di Quartu Josso. I conti sono chiari.
Ma torniamo all’agglomerato dei tre villaggi uniti e distinti. Se di porto e di città dobbiamo parlare, dobbiamo capire che l’economia cittadina, oltrechè salaria e porporaria (poi parleremo di ciò), era principalmente agraria, e dunque Qart era necessitata a smerciare le proprie derrate. I tre villaggi hanno un retroterra territoriale immenso. Quartu spazia ad est in una ampia fascia pedemontana e marina, Quartucciu e Selargius spaziano a nord per campagne prima piatte poi ondulate, adatte (allora ed oggi) alla migliore agricoltura. Certo, Quartu josso nel medioevo subì l’onta della corvée per la raccolta del sale. Ma aveva enormi estensioni anche per le coltivazioni, e viene dalle sue campagne la prova delle prime vigne della storia sarda. Ma andiamo con ordine.
Se accettiamo per la conurbazione di Quartu-Quartucciu-Selargius il nome di ‘città’, dobbiamo pure chiarire l’origine di *Qart-Ucciu.Né il latino né il greco hanno referenti di tale forma. Ed è chiaro il perché: se qart è semitico, anche il secondo membro -ùču deve esserlo. Infatti in accadico troviamo ugû, col significato di ‘madre’. Eccoci dunque a Quartùcciu ‘Città Madre’, termine completo e bello.
E Selárgius, cosa significa? Troppi dotti l’hanno avvicinata al ‘sale’, incrostandola in una servitù che certo subì anch’essa nel medioevo garantendo le corvées per le saline. Ma vivaddio Selárgius s’espande assai nell’entroterra, andando a incunearsi tra Sestu e Settimo, sin quasi ai confini di Dolianova. I suoi territori dovevano sembrare la mano di Dio, tant’erano belli, tanto sono belli ancora oggi. L’agricoltura in questi poggi potè osare veramente di tutto. E non è un caso se l’abitato potè fregiarsi d’un bellissimo aggettivale babilonese che significava ‘quella vocata ai raccolti, alle vendemmie’: Ša-Elû, cui s’aggiunse col tempo il suffisso sardo-latino -ius, da compattare in *Saelarius con l’inserzione d’una -r- eufonica. I fonemi giustapposti -a-e- in epoca romana non vennero più sentiti come antica dieresi ma come dittongo discendente, che divenne regolarmente -e- nel medioevo. Dunque *Selarius e poi Selargius. (Questa stessa forma babilonese dette il nome anche all’abitato di Sellùri,Seḍḍòrị,Sanluri).
L’agricoltura di pregio stava qua, dove cominciavano i Campidáni. E la prova sta proprio nel termine Campidáni, che i soliti dotti traducono (per ictus immaginifico) in ‘campagne pianeggianti’ mentre significano ‘campi vitati’ (dal sardo ide ‘vite’). E così traducendo abbiamo vendicato il toponimo Capitana, che le torme gaudenti dei bagnanti immaginano come una fanciulla prosperosa che s’è meritata sul campo, chissà con quale mestiere, i gradi di capitano, mentre invece riguardava una zona ornata di pampini. C’era tanto vino, da queste parti, e non è un caso se furono gli agricoltori dei Campidani cagliaritani a creare, 120 anni fa, la Scuola Enologica che poi divenne l’Istituto Tecnico Agrario di Cagliari.
Tanto vino buono, tante sbornie. Sino ad andare sciampitténdi, con le “gambe a sciarpetta”. Già. Perché la locuzione “gambe a sciarpetta” non è altro che una pacchiana italianizzazione per is cambas a sciampìtta. Nel Campidano di Cagliarisciampittái significa, oggi, ‘zoppicare saltellando: perché impedito a un piede’ (considerato che sa sciampitta è anche la breve catena flessibile cui si lega il porco in casa). Da qui è derivato il caratteristico ‘ballo zoppo’ di Quartu denominato Sciampìtta. Per essa abbiamo la descrizione generica di Fagher sos passittheddos de su ballu, fagher zenia de mustra cun su ballu. E per Sciampitta in quanto ‘danza’ abbiamo questa descrizione del Puddu: Fagher de ancas ballendhe; de comenti, a bortas, de unu ballu intendis sa connota pichiada, tentas casi una lestra sciampitada.
Il termine Sciampitta deriva direttamente dal babilonese ṣapītu (un genere di giunco, la cui cedevolezza evidentemente ha fornito il concetto della gamba claudicante, flessibile nella danza, implicata in nervose variazioni ritmiche). Prima dell’Età del Ferro, la sciampitta era esattamente una corda fatta di giunchi intrecciati. Da qui possiamo intendere quanto sia antico il termine, che ha generato, come stiamo vedendo, numerose locuzioni moderne. E così, se le gambe fanno Giacomo-Giacomo, non dobbiamo andare ad arrampicarsi sugli specchi per vedere l’origine del maldestro procedere in San Giacomo, ch’era anzi un forte camminatore, se è vero che da Gerusalemme arrivò sino a Compostela. Questa locuzione oramai italianizzata è anch’essa in puro babilonese. Deriva originariamente da ħaħħu ‘flegma, mucus’, termine ripetuto secondo l’uso semitico per dargli maggiore forza icastica. Al tempo degli Spagnoli, essendosi ormai perso il significato di ħaħħu-ħaħħu, i Sardi hanno identificato la locuzione con l’ispanico antico Jacome y Yago (che sono le due forme per dire ‘Giacomo’). In sardo abbiamo, alla spagnola, Jagu, Jacu, Giagu, che in ispanico è pronunciato con l’iniziale velare-affricata proprio come il termine semitico. Di qui la locuzione sarda, oramai italianizzata: Le gambe mi fanno Giacomo-Giacomo.
Di termini semitici nel Campidano di Cagliari ne abbiamo unu sciáccu, ‘un sacco’. Questo termine, se espresso nella locuzione sciaccu mannu, è inteso normalmente come ‘danno grande’, ma conserva ancora l’originario significato di ‘enorme quantità’, dall’accadico šakku (un vaso), e šaħħu (un indumento tessuto a canovaccio), ebraico sāq ‘sacco’, da cui poi è derivato il greco σάκκος ‘sacco’.
Fozzu unu sciaccu mannu!: come dire ‘faccio un gran fracasso!’. Tadannu! Un uomo arrabbiato mette paura a molte donnicciole, che immancabilmente si ritraggono spaventate esclamando Tadannu!
È locuzione campidanese, quest’ultima, interpretata popolarmente come Ita dannu ‘quale danno!’. Essa è una vera e propria esclamazione, reazione improvvisa e vivace sul piano delle sensazioni e degli affetti. La si trova spesso a sigillo d’un commento su avvenimenti brutti o lacrimevoli, ed esprime lo stato d’animo del parlante. Molto più spesso Tadannu diventa qualcosa di più della semplice esclamazione di commiserazione o di autocommiserazione. Trapassa alla vera e propria interiezione, espressa istintivamente nei momenti d’improvvisa paura o di terrore. Tadannu!, urlato, accompagna così i momenti personali estremi: un incidente improvviso, una caduta, una botta, un trauma. È una locuzione semanticamente identica a quella usata dalle donne del Capo di Sopra: Soberana! ‘Sovrana!’ (invocazione alla Madonna, d’origine spagnola). Nell’italiano si dice, con la stessa intenzione: Dio mio! Madonna! I maschi sassaresi hanno l’abitudine (a torto considerata plebea) di esclamare molto spesso: Cazzu! Ebbene,Soberana!, Tadannu!,Cazzu! sono locuzioni semanticamente identiche all’invocazione accadica Dandannu! ‘Onnipotente!’ (che è un titolo divino, esattamente come Soberana!). I Fenici avevano il termine ’Dann ‘Nostro Signore’. Quanto a Cazzu!, il termine è accadico e babilonese (kattu,gattu) poi pronunciato alla sarda con la fricativa dentale, che a Sassari divenne -zz-. L’antichissimo kattu,gattu è pan-europeo, si ritrova nell’antico-alto tedesco Got, nell’angosassone God, nel tedesco Gott. Originariamente significava ‘immagine di Dio’. Poiché Dio presso i Semiti e gli Ebrei non poteva essere espresso con statue a lui dedicate (come invece succedeva presso gli Egizi), l’unica ‘immagine di Dio consentita era il membro virile, emblema del Dio creatore della natura. Ecco perché ci fu presto l’identità tra kattu, gattu come ‘immagine di Dio’ e lo strumento del quale Dio Universale si serve per tenere viva la Creazione tra gli uomini, le piante, gli animali.
Il concetto di creazione nell’antichità era d’una importanza che neppure riusciamo a immaginare. Gli dei supremi (maschio e femmina) erano i soli deputati alla creazione e alla rinascita. Anticamente c’era una tensione quasi disperata verso la creazione. La donna sterile era maledetta, e così gli animali sterili, gli alberi sterili. Gesù maledisse addirittura un fico sterile.
Il concetto di creazione era portato agli estremi, tanto che esso operò una suddivisione storica di enorme importanza, dalla quale sortirono due tipi di civiltà. Ebrei, Greci e Romani si fermarono prima del limite, e non consentirono che le loro donne, per onorare la dea della fertilità, si dessero alla prostituzione. Questi tre grandi popoli dettero origine alla cosiddetta Civiltà Occidentale, della quale noi siamo eredi. Ma ne siamo eredi adesso, non nel passato.