PREMESSE METODOLOGICHE AD OGNI FUTURA INDAGINE ETIMOLOGICA SULLA LINGUA SARDA
1. Il problema della lingua sarda, del suo primo alfabeto, delle sue etimologie
L’aggettivo greco étymos vuol dire ‘vero’, e la considerazione dell’etimologia come ’scienza del vero’ è stata sempre presente presso i filosofi antichi, nonostante che i loro tempi non fossero maturi per capire i misteri della nascita del linguaggio. Essi sapevano solo che la parola ci è data da Dio e che pure la scrittura fu un dono divino, concesso dapprima ai Popoli del Diluvio, ai Mesopotamici. Sappiamo che da questi popoli la scrittura si espanse ai popoli limitrofi (esempio gli Hittiti).
Dal XVI sec. a.e.v. la scrittura apparve pure presso i Proto-Ebrei, poi presso i Proto-Fenici (Ugaritici); immediatamente dopo tra i Fenici (e tra gli Etruschi, come vedremo). Ma già queste scritture presentavano una esplosiva novità: ogni segno indicava un fonema.
Può sembrare un’esercitazione accademica il tentativo di accertare chi sia stato il primo tra Proto-Ebrei, Fenici, Etruschi ad avere introdotto una alfabeto così semplice ed utile, rispetto all’alfabeto utilizzato dagli Ugaritici (ma espresso in cuneiforme) dal XIV sec. Sembra che Fenici ed Etruschi in contemporanea, una volta intuita l’enorme semplicità dei grafemi Proto-Ebraici (XVI sec. a.e.v.), li abbiano adottati ma presentandoli con grafia più chiara: tutto qui.
Stante la sequela delle scoperte sin qui registrate dagli studiosi, sembra che i primi a trattare l’alfabeto siano stati i Proto-Ebrei (alfabeto proto-sinaitico). Gli Ugaritici, da bravi navigatori, ne intuirono subito l’esplosiva modernità e lo adottarono immediatamente, ma lo scrissero in cuneiforme, forse per ingraziarsi gli Imperi del Vicino Oriente coi quali collaboravano attivamente. Un secolo dopo, furono i Fenici e gli Etruschi ad esserne i definitivi perfezionatori. La semplicità della forma del nuovo alfabeto fece sparire istantaneamente la grafia alfabetica ugaritica.
I Greci ed i Latini, sulle nuove forme alfabetiche fenicio-etrusche forgiarono poi il proprio alfabeto particolare. Ma è la fortissima somiglianza dei grafemi fenici ed etruschi a porre un problema importante, che a taluni potrà sembrare inestricabile mentre a noi pare di estrema semplicità. Se i Proto-Ebrei nel 1550 a.e.v. furono gli iniziatori dell’alfabeto, va chiarito – essendo di somma importanza – quale parentela ci fosse in quei tempi tra loro ed i fruitori (Fenici, Etruschi) che seguirono immediatamente. Ci consta che era strettissima, come diremo più avanti, e la ragione della stretta somiglianza degli alfabeti fenicio-etrusco sta proprio nella parentela (se non identità) di questi due popoli. Stretta parentela significa anche stretta vicinanza, ossia comunanza di destini, almeno in una precisa epoca della storia.
Ma prima di procedere apriamo una parentesi. Dalla precedente traccia storica relativa all’invenzione dei grafemi sono stati tenuti a parte i geroglifici che, pur essendo un’invenzione coeva del cuneiforme, se ne discostano per essere un sistema chiuso, gestito dai sacerdoti, dai potenti, con funzione antipopolare; mentre il cuneiforme è un sistema centrifugo, gestibile da chiunque. Come tale fu adottato dai popoli limitrofi, compresi gli Hittiti ed i Proto-Fenici (Ugaritici), ma pure dai Faraoni nella loro corrispondenza di politica estera (vedi le Lettere di Tell al ‘Amārna).
Chiusa la parentesi, va osservato che l’étimo è la parola più antica, documentata o ricostruita, cui si possa risalire percorrendo a ritroso la storia di una parola. Occorre quindi risalirla tutta, questa storia, per approdare ad un etimo valido che sappia veramente di origini. Gli etimologisti accademici, nell’ipotesi che tutte le cosiddette lingue neo-latine derivino dal latino, approfondiscono le proprie indagini dai tempi moderni sino allo strato romano, ossia sino a 2000 anni fa, e lì si fermano. Così fanno pure per la lingua sarda, che senza ragione viene catalogata ugualmente tra quelle neolatine. A tale operazione vanno opposte alcune obiezioni di metodo. La prima delle quali è che le parlate del Mediterraneo non sono sortite di colpo all’epoca di Cristo. Nessuna legione romana fu così potente da cancellare le antiche parlate ed imporre la propria. Le parlate mediterranee esistevano già da prima, e stettero in vita anche dopo i Romani.
Quanto alla lingua sarda (e siamo alla seconda obiezione), nessun linguista ha mai prestato attenzione ad un fatto importantissimo e determinante, ossia che il latino si parlò soltanto nelle città, tenute saldamente dai conquistatori che per l’occasione avevano scacciato i precedenti cittadini spingendoli nelle campagne e sulle montagne. La scacciata si ripetè pure, in Sardegna, ad opera dei Catalani e degli Spagnoli.
In Sardegna l’incommensurabile frattura tra città è campagna dura ancora. Sono le campagne (ossia i paesi) ad aver conservato lo zoccolo duro della parlata semitica, che Max Leopold Wagner non riconobbe, credendola – tout court – una neo-formazione latineggiante.
Auto-convinto della propra teoria, M.L. Wagner espose le sue note leggi fonetiche, che dimostrerebbero non solo che la lingua sarda deriverebbe da quella latina, ma addirittura che proprio in Sardegna (a Bitti e dintorni) si continuerebbe a parlare il latino di Cicerone. E così si giura che la -u dei Sardi non sia altro che la -us romana anziché l’antica -u accadico-assiro-babilonese; si giura che le velari /k/ e /g/ presenti nel centro-nord Sardegna siano d’origine latina anziché d’origine accadico-assiro-babilonese. E per studiare questa -u, principalmente per studiare queste velari mai documentate nelle lingue romanze, neppure nel Lazio, sciami di linguisti hanno visitato la Sardegna prima e dopo Wagner, riuscendo a “trovare ed evidenziare” nella parlata bittichese la “base originaria della fonetica latina classica”, altrove volatilizzata. Un riconoscimento che non fa onore alla Sardegna perché basato su presupposti errati, su pregiudizi di corte vedute e di gracile cultura. Così come non le fa onore l’assurda teoria che la Sardegna, per il fatto d’essere un’isola e come tale vocata all’isolamento, “abbia conservato proprio in Barbagia la più ampia congerie di apparentamenti linguistici col latino classico, dimostrazione – secondo gli esimi studiosi – del fatto che i Romani colonizzarono a fondo anche la Barbagia”. L’ultimo Solone di turno è il professor Massimo Pittau col suo Ulisse e Nausicaa. E non si sono accorti, ahimè!, che l’isolamento della Sardegna ha prodotto certamente gli endemismi conservativi, ma solo nel campo faunistico (lepri, conigli, cinghiali, cervi di piccola taglia), per l’avvento dei quali bisogna contare non i secoli, come per il latino, ma i milioni di anni.
Questo delle leggi fonetiche “sardo-latine” è un falso metodologico, poggia sul nulla, è un’invenzione campata per aria. La congerie di fantasie sinora sortite sulla lingua sarda è effetto di presunzione ed ignoranza, dell'idiosincrasia dei linguisti verso studi seri e profondi che, oltre alle lingue indoeuropee, avrebbero dovuto tenere in esame - a pari grado - anche tutte le lingue che primeggiarono nel Mediterraneo prima degli Indoeuropei e prima dei Romani.
Affinchè si capisca bene il fenomeno (ignoto ai più, compresi i sedicenti specialisti), occorre introdurre il concetto di Cenòsi Linguistica. Per ragioni che spiegherò più avanti, va immaginato che la Prima Cenosi Linguistica, nella quale si ricomprendono i popoli mediterranei e quelli della vicina Eurasia, appartiene all’Età Neolitica. Di questa Prima Cenòsi in Sardegna abbiamo qualche centinaio di termini, beninteso ancora vivi, che non possono spiegarsi se non riferendosi alla parlata neolitica. In tutta Europa la somma delle parole neolitiche assomma a qualche migliaio.
La seconda è una cenòsi storicamente accertata e validamente documentata, e fu dominata dalle lingue semitiche. Nell’alta antichità il Mediterraneo fu un immenso crocevia di comunicazioni, ed i Popoli del Mare ne erano i signori. Furono essi, gli Egei, i Proto-Fenici, i Micenei, gli Shardana a scambiarsi per 1500 anni strumenti, idee, tecnologie, parole, furono essi a tenere viva quella Grande Cenòsi Linguistica che, dopo la Grande Cenòsi Neolitica, aveva pervaso il Mediterraneo provenendo dalla Mesopotamia, da Akkad, in virtù dell’incalcolabile potere morale della prima invenzione dei grafemi da parte di Sumer. La lingua sumero-accadica fu l’inglese dell’antichità, e pervase il Mediterraneo e l’Eurasia.
Tale Grande Cenosi, dopo 1500 anni, cominciò lentissimamente ad “infarcirsi”, lasciando penetrare nuove parole portate per l’Eurasia dalle falangi di Alessandro e poi dalle legioni dei Cesari. Alla seconda si sovrappose pertanto la Terza Cenosi Linguistica (greca in Oriente, latina in Occidente), che però ebbe la forza d’instaurarsi soltanto nelle città (ad iniziare da quelle costiere), in virtù del fatto che le strategie della conquista, da sempre, hanno mirato ad egemonizzare le città quali centri nevralgici del commercio e del potere. Le campagne hanno sempre continuato ad usare gli antichi linguaggi.
Occorre precisare dei fatti a tutti noti (estraibili pure da parecchi passi di letteratura greca e latina), che sono i seguenti: il bacino linguistico semitico, ossia la Seconda Grande Cenòsi, produsse fino ai tempi di Alessandro e di Augusto (e pure molto dopo) una lingua franca usata senza contraltari egemonici per almeno duemila anni, alla quale attinsero tutti i popoli mediterranei (compresi gli Shardana) prima dell'espansione di Alessandro Magno e prima dell'Impero di Roma, e in larga misura anche dopo. Tutto ciò avvenne a dispetto degli studiosi che ancora credono alla fola di un Impero romano iniziatore della civiltà (con l'ovvio corollario che prima di Roma e prima di Alessandro il mondo occidentale fosse preda della barbarie e non parlasse affatto o avesse linguaggi non-indagabili per propria intrinseca astrusità).
Il fatto che la Grande Cenosi Semitica abbia pervaso durevolmente le parlate mediterranee è dimostrato da tanti passi degli autori classici. È famosa ad esempio l’affermazione di Paolo di Tarso il quale, naufragando nell’isola di Malta, fu salvato dai residenti che parlavano una lingua barbarica (ossia né greca né latina). Era una lingua semitica che, tra quelle poche centinaia di marinai e coltivatori, durava in purezza nonostante che Malta fosse diventata romana da centinaia anni. I Melitesi si rifiutavano, forse persino inconsciamente, di adottare la lingua di Roma, nonostante che fossero così pochi e così esposti, che per i Romani sarebbe stato facilissimo imporglielo.
Un altro episodio non trascurabile è quello del De Magia, 98, in cui Apuleio, difendendosi dall’accusa di aver indotto con arti magiche la vedova Pudentilla di Oea (l’attuale Tripoli) a sposarlo, apre uno squarcio impressionante sulla società africana del tempo (siamo nel 159 d.C.). Infatti colloca da una parte Pudentilla, donna ricca e colta, che scrive e parla correntemente non solo la lingua latina ma pure quella greca; dall’altra mette il figlio di questa, Sicinio Pudente, che non solo non sa il greco pur essendo stato allevato nella cultura, ma che addirittura balbetta continuamente nel tentativo di esprimere, durante il processo, qualche frase in latino: non gli riesce per il semplice motivo che ha trascurato lo studio delle lettere latine, preferendo vivere come il resto della popolazione, la quale parla esclusivamente il punico. Dall’affermazione di Apuleio veniamo quindi a sapere che nell’Africa latina, occupata da Roma nel 202 a.C. dopo la battaglia di Zama (Naraggara), ancora 360 anni dopo si parlava quasi esclusivamente il punico, nonostante che fosse stata romanizzata al massimo grado.
Se questi episodi vengono traslati in un’isola grande ed aspra come la Sardegna, allora l’esempio di Malta, ancor più l’esempio dell’Africa romana, possono rendere benissimo i processi linguistici che s’instaurano presso un popolo di vinti. La chiave per comprendere il problema si trova proprio nella conquista delle città e nella netta frattura che nella storia del mondo si è sempre creata tra città e campagna.
Nella storia della lingua sarda dobbiamo inserire, al riguardo, dei parametri senza i quali non riusciremo mai a comprendere tanti problemi dell’isola. Il primo parametro è che i Romani, sbarcando, s’impossessarono delle grandi città. Principalmente s’impossessarono di Kalaris, insediandovi l’armata, l’amministrazione, le strutture commerciali, i mediatori del commercio. Altrove, nell’isola, crearono dei punti fermi in funzione anti-Barbaricina, quali gli avamposti puramente latini di Forum Traiani e Sorabile. Ma dopo 150 anni essi avevano realizzato che pure il Capo di Sopra aveva bisogno di un saldo presidio. Di qui la fondazione delle colonia romana di Turris Libyssonis, che rimase per secoli puramente latina. Come si vede, ai Romani bastarono pochi gangli di residenze latine in purezza, per governare l’intera isola. Anche Tharros e Nora dovettero diventare romane in purezza, con l’ovvio corollario che gli indigeni che le avevano abitate in precedenza furono sicuramente scacciati.
Il fenomeno di creare o di tenere in pugno delle città dominanti, abitate esclusivamente da elementi coesi, contrapposti ai restanti residenti sparsi per le campagne o nei borghi, fu un’esigenza pure catalana: essi scacciarono i Pisani ed i Sardi dalla cinta fortificata del Castello, e scacciarono i Sardi dalla cinta fortificata di Alghero, per l’esigenza di padroneggiare con elementi puri almeno due città, dalle quali poter dominare il Capo di Sotto e quello di Sopra.
Va da sé che la situazione geografica preesistente ha pure giocato un suo ruolo peculiare, determinando delle eccezioni. Ad esempio, la città di Sassari non divenne mai catalana, né aragonese, e la stretta vicinanza di Alghero fu per Sassari una spina nel fianco dolorosa che durò lunghi secoli. Giunse a tanto l’odio anti-catalano dei Sassaresi, che essi chiamarono catalani (pronuncia caḍḍaráni) persino degli esseri immondi come le blatte. Ma non fu solo l’odio anti-algherese a rinfocolare le antipatie dei Sassaresi. Un odio maggiore fu covato per Cagliari, la capitale che governava mediante tasse ed impiccagioni, e che con zelo mandava spesso a Sassari gli sbirri a domare le intemperanze dei nobili locali (non fu un caso se le montagne di Balascia e della Gallura si riempirono di banditi di estrazione villana frammisti a banditi di stirpe nobiliare). Sotto forme popolaresche e pittoresche, l’odio anti-cagliaritano cova ancora oggi tra la plebe di Sassari. Ma la ragione non è l’invidia per Cagliari capitale dell’isola (nessuna capitale è mai stata odiata dalle altre città), ma è il ricordo, che dura dal 1324, di un governo nemico che al popolo sardo ha recato lutti, miseria, prevaricazioni feudali. La dimostrazione dell’odio anti-catalano dei Sassaresi sta nel fatto che a Sassari non si usa pressoché neppure una parola della Catalogna (lingua parlata correntemente, ancora oggi, nella vicinissima Alghero), mentre si usa a piene mani l’antico-italiano, che in fin dei conti non ha e non ebbe niente di nobile, essendo stato introdotto dalla plebe gallurese per due volte, quando venne a ripopolare Sassari devastata dalle grandi pesti. Come si vede, si è preferito un dialetto introdotto da plebei locali a quello assai più autorevole e cogente dei Catalani conquistatori.
Stanti così i fatti, quali ragioni dovevano esserci perché, tanto per tornare alla lingua latina, essa potesse espandersi liberamente o forzosamente nelle campagne, nelle ville? Le ragioni mancarono sempre, perché i Romani furono visti come occupanti, usurpatori di terre, ladri di grano, inibitori della navigazione indigena, quindi come nemici; ed il popolo sardo continuò imperterrito a parlare la lingua dei padri, quella a base semitica, ancora oggi conservata nello “zoccolo duro” della parlata paesana.
In questa situazione le etimologie della lingua sarda non possono che basarsi, per lo più, sulle antiche lingue semitiche, quelle della Seconda Cenòsi. A maggior ragione questo accade ai vari vocabolari tematici della Sardegna, quale quello delle malattie, delle erbe, dei cognomi, dei toponimi, dei pani. Queste affermazioni non significano che il redattore del presente testo abbia avuto la deliberata volontà di scartare la lingua latina dalla propria ricerca. Non c’è stato alcun preconcetto e nessuna rimozione, anche perché l’autore ha una formazione indoeuropea, essendosi laureato proprio in linguistica europea (con tesi sulla lingua gotica). La ricerca è stata fatta con estremo rigore scientifico, scendendo sempre dallo strato attuale attraverso gli strati linguistici delle varie dominazioni, quindi attraverso l’italiano, lo spagnolo, il catalano, il greco-bizantino, il latino. Soltanto dopo aver valutato l’impossibilità di attingere a queste lingue, si è attinto allo strato semitico, che è più antico.
A questo punto è doveroso un chiarimento: vanno esplicitate le ragioni onde si sia scelta la base accadica tra le tante lingue semitiche. Infatti alla Seconda Grande Cenòsi appartennero, a pari merito, pure le parlate cananee (pre-fenicie, fenicie, ebraiche), quelle siro-aramaiche, e quelle arabe. Ma intanto va detto che la lingua araba non ebbe nessuna influenza sulla lingua sarda, perché i tentativi arabi di penetrare in Sardegna, con numerosi episodi scanditi lungo mille anni, costarono carissimi alla popolazione isolana, spesso uccisa, depredata, più spesso deportata in schiavitù; onde i musulmani furono visti sempre come nemici acerrimi, anzi come il Nemico per antonomasia. Per questi fatti la loro lingua non potè mai essere appresa dai Sardi, mancandone i presupposti, che sono i contatti pacifici e di lunga durata.
Le altre lingue – unitamente all’arabo – hanno a loro volta parecchi termini che convergono verso la stessa lingua accadica, che è la più antica attestata nel Vicino Oriente dopo quella sumera. Sgombriamo il campo dalla lingua sumera, che non influì decisamente sulle sponde mediterranee; peraltro, il fatto che sia stata in gran parte assorbita dalla parlata accadica ci consente di affermare che la sua vitalità nella Seconda Grande Cenosi si consolidò specialmente attraverso la lingua accadica. Quest’ultima a sua volta viene distinta in antico-accadico; accadico; antico, medio, nuovo babilonese; antico, medio e nuovo assiro. Ma per semplicità nelle schede abbiamo preferito parlare di accadico tout court. Di fatto è proprio l’accadico ad essere diventato, in virtù dell’alta autorità maturata con l’espansione della scrittura cuneiforme ed in virtù della sua alta antichità (risale al 2385 a.e.v.), la lingua più famosa del Vicino Oriente.
Siamo consci pure dell’importanza dell’aramaico e dell’ebraico, lingue molto simili che presero il posto dell’accadico durante l’Impero Persiano, espandendo la propria autorità fin oltre l’Età di Cristo e cessandola soltanto con la caduta di Gerusalemme per mano di Tito e con la definitiva Diaspora del popolo ebraico. Per dirla tutta, la lingua aramaica è ancora parlata in comunità cristiane ebraiche e mandèe disperse su una vasta area compresa fra il Mediterraneo e la Turchia orientale, da un lato, e Iraq e Iran dall’altro, oltrechè nell’Antilibano, in Kurdistan, in Azerbaidjan.
Un problema a sé lo pone piuttosto la lingua fenicia, notoriamente salvata in un apposito Dizionario, nonostante che le sue attestazioni documentarie in Sardegna, in Cartagine e nel Vicino Oriente siano state rare. Va fatta giustizia della poca rilevanza della lingua fenicia, causata dal fatto che la piccola terra libanese, nelle sue varie sovrapposizioni abitative, ha subìto una serie di rivolgimenti e scombussolamenti insediativi che hanno cancellato moltissime basi archeologiche.
Questa dolorosa perdita non preclude tuttavia la possibilità di un discorso storico. Questo popolo di navigatori è noto da quando esistono le storie scritte. Ne parlarono i Faraoni, e ci sono per giunta le disperate lettere di Ugarit (scritte dai Pre-Fenici proprio durante il tragico assalto dei Popoli del Mare). Si sa che i Fenici sopravvissero cercando una difficile neutralità tra le varie forze imperiali in campo, tra gli Egizi, gli Hittiti, i Babilonesi, gli Assiri, l’Impero Persiano. Una volta soccombuto (per il lasso di pochi decenni) alla forza d’invasione dei Popoli del Mare, il popolo fenicio si risollevò all’istante ed apparve alla storia trainato dalla splendida città di Tiro. In patria produsse soltanto manufatti di terza categoria; ma divenne famoso come commerciante e trasformatore di tutti i migliori prodotti del Mediterraneo e dell’Eurasia. Non è un caso che gli si attribuisca pure l’invenzione del vetro (per quanto altri propendano per gli Egizi). I Fenici furono i mercenari di tutti, gli ingegneri di tutti, i marinai di tutti, ed una grossa porzione della loro flotta fu sempre a disposizione dei potenti, ora come naviglio bellico, ora come flotta mercantile, ora come pattuglia di esplorazione, ora come flotta di circumnavigazione dell’Africa. I Fenici si rifiutarono sempre d’imbracciare le armi, ma non poterono rifiutarsi, pena la scomparsa, di trasportare le armate delle potenze dominanti. Trasportarono pure le armate persiane, e persero pure il fiore dei propri ingegneri, che furono decapitati quando la prima invasione della Grecia ebbe una sosta forzata per la rottura delle gigantesche gomene che trattenevano il ponte di barche sull’Ellesponto. Dove gli fu possibile, fecero grandi amicizie (amicizie paganti, beninteso), ad esempio con gli Ebrei, dei quali costruirono il Tempio, e persino la flotta, tollerando bonariamente che Salomone si pavoneggiasse nel Mar Rosso con una propria flotta che in realtà era composta da navi fenicie gestite da marinai fenici.
La lingua fenicia fu l’esatta omologa del popolo che la parlava, un “popolo di artisti-operai” che fece la storia come “operaio-ingegnere-ammiraglio per commissione”. Lingua riservata, preferì sottomettersi o fondersi con le lingue dei potenti. Non fu dunque una lingua strettamente locale, visto che gran parte del suo lessico si ritrova nell’ebraico e nell’aramaico, oltrechè nell’accadico. Come lingua propriamente fenicia non divenne importantissima soltanto per le disgrazie di Cartagine. I Fenici furono un popolo navigante dalla parlata franca, fortemente intrisa, oltrechè imparentata, delle lingue dei popoli più potenti dell’immediato retroterra. Furono i Fenici a portare nel Mediterraneo la propria lingua assieme a quelle degli imperi dominanti, furono i Fenici a portare nel Mediterraneo gli agenti degli imperi dominanti, furono essi a portare in Sardegna forti gruppi di pastori Ebrei, a quanto pare già dal 1000 a.e.v.; e questi cominciarono a risalire sulle nostre montagne meravigliosamente intatte, capaci di nutrire armenti di ogni tipo. Il formaggio “pecorino Romano” o - detto alla sarda - su casu berbechínu románu (da ebraico rōmēm ‘elevato’, rum ‘altura’, onde l’aggettivo sardiano rum-ánu), fu creato dai nostri pastori di stirpe ebraica; esso veniva venduto a Karalis e nelle altre città costiere ed esportato nel Mediterraneo col nome Rumánu (divenuto per paretimologia latina romanus: mentre invece era il ‘formaggio delle montagne’).
L’Isola oggi conserva poco della parlata propriamente fenicia (che tutto sommato è la meno nota), conserva un po’ di più la parlata ebraico-aramaica, ma conserva enormi quantità di lessemi della prestigiosa lingua accadica. Tutto ciò nonostante che gli Accadici, con i loro successori Assiro-Babilonesi, non abbiano mai messo piede in Sardegna.
2. 2.Gli Etruschi
Dopo questo excursus, giova riprendere il problema della forte somiglianza (diciamo pure identità) tra gli alfabeti fenicio ed etrusco. Tale problema non è mai stato indagato dagli studiosi, è stato sorvolato. Ogni studioso ha sentenziato lapidariamente che l’alfabeto etrusco è una “imitazione di quello greco”, e che l’intera civiltà etrusca è fortemente imitativa di quella greca. Come abbiano fatto a sostenere la derivazione dell’alfabeto etrusco da quello greco, lo si può spiegare soltanto percependo le varie sentenze dei linguisti come segno di un contagio collettivo di cui nessuno di loro ha indagato il focus. Lascia impietriti il fatto che nessun linguista si sia impegnato a confrontare realmente i tre alfabeti fenicio-etrusco-greco, nonostante che il confronto richieda pochi minuti. Suppongo che gli iniziatori dell’assurda tesi della derivazione Grecia > Etruria siano stati i germanisti dell’Ottocento, innamorati ad oltranza della grecità quale iniziatrice della civiltà del Mediterraneo e disposti, per tanto amore, a fare carte false. Da allora l’affermazione è stata accettata ciecamente, non si è neppure sentito il bisogno di confrontare i due sistemi grafemici. Tant’è.
Dobbiamo affrontare questo falso metodologico. Ma collegato ad esso va indagato il mistero dell’origine degli Etruschi.
Secondo Semerano, i Rasenna (così si chiamavano gli Etruschi fra di loro) erano chiamati Pelasgi dai Greci. E se è vero, com’è vero, che il termine Pelasgói (Πελασγόι) non ha radici greche, se ne intuisce un’origine forestiera. In Grecia si dava in genere il nome personale Pelásgo ai mitici sovrani capostipiti di popolazioni che pretendevano di essere autoctone. Il primo con questo nome fu ritenuto il capostipite dei primi abitatori (invasori) della terra greca, la quale secondo una tradizione molto antica si chiamava Πελασγίη (Erodoto 2, 56).
Andrebbero esaminate con pazienza, acribia ed umiltà (anziché con insofferenti alzate di spalle) le numerosissime notizie provenienti da Erodoto, mediante le quali percepiamo che i popoli della sponda a sud dell’Anatolia, ossia i Fenici (oserei affermare: i Sardo-Fenici fusi ai tempi dei Popoli del Mare), furono predominanti nello scenario di spostamenti, insediamenti, colonizzazioni, invasioni di molte regioni della Grecia arcaica. La linguistica aiuta l’indagine, ed è con l’etimologia che riusciamo a capire un po’ meglio chi fossero i Pelasgi. La base etimologica potrebbe essere l’accad. pelu ‘to be red’ + sāgu (a skirt, kilt) of soldier. Col che possiamo immaginare che I Pelasgi fossero gli stessi Fenici (‘i Rossi’), col loro bellissimo gonnellino noto dai bronzetti nuragici. Ma la base potrebbe pure essere pelu ‘to be red’ + sah’um ‘rebellious’, col significato complessivo di ‘Rossi (Fenici) ribelli’, nel senso di gente riottosa, invasiva. Ma occorre prudenza nelle opzioni. Sembra più congruo pensare non a pelu ma a bēlu ‘signore, dominatore’ o bêlu,pêlu ‘dominare, prender possesso di (territori)’ + ebr.-cananeo gōi ‘popolo, nazione, tribù’; col che avremmo lo stato costrutto pêla-gōi ‘popolo dominatore’.
Questo quanto ai Pelasgi (o Sardo-Fenici-Pelasgi). I quali erano pure chiamati Tyrsenoi perché secondo Semerano erano pirati ‘erranti’, dall’ebraico tūr ‘andare errando’ + accadico uršāni ‘guerriero’. È importante notare come anche Semerano credeva in una forte comunanza Etrusco-Sarda. (Da OCE, 831) «Sarebbe assurdo pensare… che i Tirreni della Calcidica, che non possiamo separare dai nostri Etruschi, che avevano dominato in Lemno e che troviamo in lontani secoli a Atene, ignorassero l’arte di modellare i metalli. Le più antiche tombe di Vetulonia attestano una maestria e una tecnica esemplari nel plasmare oro, argento, ferro e bronzo. D’ora innanzi, tutto ciò che interessa la facies culturale sarda nei suoi sviluppi e nelle sue manifestazioni come nei suoi rapporti e scambi col mondo italico prospiciente non può disinteressare lo studio dell’Etruria».
Vari studiosi recenti, tra i quali il Tore, «hanno molto oramai da esibire sull’argomento dei rapporti remoti sardo-etruschi». «Senza contare gli elementi di produzione fenicia, è stato calcolato che i quattro quinti dei manufatti importati in Sardegna provengono dall’Etruria. Non è risultato sinora che gli elaborati sardi, dal IX secolo alla metà del VI, abbiano raggiunto un’area diversa da quella tirrenica».
Giovanni Semerano, come si può notare, è convinto che la civiltà etrusca si sia sviluppata dopo il tragitto che portò i Tirreni dalla Lidia direttamente in Etruria (con una sosta nella penisola calcidica, passando anche per l’antichissima Atene). Tale vagare fu coevo dei grandi spostamenti dei Popoli del Mare (quelli del Grande Verde).
Massimo Pittau, sostanzialmente d’accordo su tutte le posizioni del Semerano, se ne discosta su un punto fondamentale, secondo cui i Tirreni, prima d’approdare in Etruria, arrivarono in Sardegna e vi sostarono 400 anni. Le posizioni del Pittau possono essere lette su tutti i volumi citati in bibliografia, che sono un po’ riassunti in Origine e Parentela dei Sardi e degli Etruschi, Delfino, 1995.
Aggiungerei alcune altre prove della comunanza tra Etruschi e Sardi, o Sardòi (Shardana). Erodoto di Alicarnasso, nato proprio in Asia Minore (484-425 a.C.), a breve distanza dalla Lidia, sosteneva (I, 94) che “Le istituzioni dei Lidi sono press’a poco quelle dei Greci, salvo che essi prostituiscono le loro figlie”. Ebbene, la Sardegna ha oltre diciassette prove archeologiche e linguistiche (anzitutto linguistiche) dell’esistenza della cosiddetta “prostituzione sacra”. Si veda il paragrafo Cagliari, Lapòla e Semiramide in Toponomastica Sarda. Ma oltre a questo va ricordato – a supporto delle tesi del Pittau – che in Sardegna sopravvive anche l'uso della berretta frigia, quale ulteriore prova dell’influsso lidio in Sardegna.
Inoltre, Erodoto fa riflettere assai quando afferma che “Le istituzioni dei Lidi sono press’a poco quelle dei Greci…”. Quest’affermazione implica l’accettazione di un fatto che altrimenti rimarrebbe inspiegabile e inconoscibile, quello dellaritmica corale sarda. Dobbiamo convincerci che tra i Lidio-Tirreni-Fenici ed i Greci pre-omerici deve esserci stata una forte identità (irrobustita ulteriormente dalla permanenza lidio-tirrenica in Atene). L’identità era estesa anche all’uso della metrica lirica e corale. Come faremmo altrimenti, noi Sardi, a spiegare un rebus che generazioni di specialisti, da secoli, si rifiutano d’analizzare per incompetenza o per infingardaggine? Parlo del rebus della metrica dei Candelieri di Sassari. Tutti gli specialisti, anzitutto gli specialisti in musicologia, sono rimasti sempre sorpresi e imbarazzati di fronte alla confrontabilità dei ritmi dei Candelieri con l’antica metrologia greca.
I Candelieri rappresentano l’antico phallos, già portato in processione nella Grecia omerica durante i riti agrari e poi a Roma per il dio agrario Consus. Sono di legno, come all’origine, ch’erano di fico; la forma e l’addobbo attuali suggeriscono che in origine la parte alta dovesse essere a forma di glande, fatto svettare sulla cima, tra pennacchi, rami di fiori e spighe di grano. Il coro dei portatori degli attuali Candelieri, preceduto e governato da un corifeo-danzatore, riceve anima, forza e ritmo da un pifferaio e da un tamburino che sono la spina dorsale della struttura coreica. Il ritmo dei tamburi conserva da almeno 3400 anni la metrica greca del coriambo (ˉˇˇˉ, ˉˇˇˉ, ˉˇˇˉ, ˇˉ, ˇˇˉ), dell’anapesto (ˇˇˉ, ˇˇˉ, ˇˇˉ, ˉ ˉ), del giambo (ˇˉ, ˇˉ, ˇˉ, ˇˉ, ˇˉ, ˇˉ), dell’anacreontico (ˇˇˉ, ˉ ˉ, ˇˇˉ, ˉ ˉ, ˇˇˉ, ˉ ˉ, ˉ ˉ, ˉ ˉ) ma anche di altri metri antico-elladici. Non conosciamo la metrica semitica, che però esisteva e doveva essere simile.
Questa antichissima festa fu ovviamente immiserita e mortificata dai vari dominatori di turno seguiti alla caduta dell’Impero romano d’Occidente. Con molta miopia s’afferma essere stata inventata di sana pianta in epoca spagnola, con l’intento di ringraziare la Madonna per aver liberato il popolo dalla peste. Secondo questi esegeti la Fełtha Manna risalirebbe al 1580, allorché una terribile pestilenza fece 20.000 vittime. Altri ipotizzano essere stata mutuata nella seconda metà del Duecento dal mondo culturale pisano. Il Casula (DSS 297) rammenta però che il padre Francesco Gemelli nel 1776 riconosceva come incerta l’origine dei Candelieri. Come dire che s’ammetteva già da allora una possibile antichità del rito. È comunque importante registrare il passo del Gemelli (Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura) da cui si viene a sapere che la festa fu creata per onorare l’agricoltura, e lo dimostrava il fatto curioso che il candeliere della corporazione dei massai (‘agricoltori fittavoli’) scendeva per ultimo, al posto d’onore, ed i massai erano gli unici ad avere l’onore di sostare sotto il palazzo civico, di salire e donare al sindaco una bandiera dipinta con le spighe, e di essere poi seguiti dall’intera giunta sino alla chiesa, dove tutti i candelieri sostavano in piazza lasciando che l’ingresso trionfale fosse fatto proprio dal candeliere dei massai. Rito agrario, dunque, quello dei Candelieri, che risale al Neolitico.
3. I Lidi ed i Tirreni
È retaggio tipicamente neolitico, la festa dei Candelieri, ma l’impianto culturale sembrerebbe lidio-tirreno-ateniese-pelasgo-sardiano. Ma vediamoli più da vicino, questi Lidi. Erodoto narra la storia della loro migrazione con sufficiente chiarezza. “Raccontano essi che, sotto il regno di Atys figlio di Manes, una terribile carestia avvenne in tutta la Lidia. Per qualche tempo i Lidi poterono resistere, ma poi, non cessando la carestia, cercarono di rimediarvi, chi immaginando una cosa, chi un’altra. E il gioco dei dadi, degli astragali e della palla e gli altri giochi sarebbero stati inventati in questa occasione; non però quello degli scacchi, di cui i Lidi non si attribuiscono l’invenzione. Quanto al servirsi di questi giochi contro la fame, essi facevano così: di due giorni uno lo consumavano tutto nel gioco, per distrarsi dal bisogno del cibo; l’altro giorno cessavano di giocare e mangiavano. E vissero così per diciotto anni. Ma poiché il male, anziché diminuire, si faceva sempre più violento, il re divise tutto il popolo dei Lidi in due gruppi, e trasse a sorte quale doveva restare in patria e quale lasciare il paese. A capo di quelli designati a rimanere, pose se stesso ed a capo del gruppo designato a lasciare la patria pose suo figlio, di nome Tirreno. E quelli che ebbero in sorte di andarsene, si recarono a Smirne ed allestirono navi, sulle quali imbarcarono tutti i bagagli necessari per il viaggio e salparono alla ricerca di una terra in cui vivere, fino a che, dopo aver oltrepassato molti popoli, giunsero presso gli Umbri, dove fondarono città e dove abitano tuttora. Essi cambiarono il nome di Lidi prendendo il nome del figlio del re che li aveva guidati e si chiamarono Tirreni” (I, 94).
Pittau sottolinea la frase «…dopo aver oltrepassato molti popoli, giunsero presso gli Umbri», che giustifica l’ipotesi che oltre a sostare nella Calcidica si siano diretti anche in Sardegna, dove presumibilmente sostarono 400 anni, prima che tutti o parte di loro si trasferissero presso gli Umbri. La migrazione di Erodoto è confermata da 31 autori antichi, greci e latini; la tesi che gli Etruschi siano autoctoni è tenuta viva soltanto da Dionigi di Alicarnasso, un lontano compatriota di Erodoto. Il Pittau ricorda che gli abitanti della città di Sardeis ancora in epoca romana avevano la convinzione di essere imparentati con gli Etruschi dell’Italia, «dato che chiesero al senato romano, senza però ottenerlo, l’onore di poter innalzare un tempio da dedicare all’imperatore Tiberio; e chiesero questo in nome di quei vincoli di sangue che li legava agli Etruschi, vincoli dei quali gli stessi Etruschi erano ancora consapevoli e convinti, come dimostrava un loro decreto ricordato dai Lidi».
Pittau cita, tra i tanti documenti, anche uno scolio al Timeo di Platone: «Tirrenia [prese nome] da Tirreno Agrono, figlio di Atys il Lidio, ed anche il Mar Tirreno. Costui, salpato secondo un vaticinio dalla Lidia, giunse in quei luoghi, e da Sardo, la moglie di lui, dalla quale [prese nome] la città di Sardeis nella Lidia, [prese nome] anche l’isola che prima era chiamata Argyróflebs, adesso Sardegna».
Pittau adduce anche una prova decisiva a favore della tesi che i Sardi presero nome di Tirreni dopo l’approdo in Sardegna e prima di arrivare in Toscana. È quella del geografo Strabone il quale, parlando delle varie popolazioni della Sardegna, scrive testualmente: «Si dice infatti che Iolao, portandosi dietro alcuni dei figli di Ercole, sia arrivato là [in Sardegna] e l’abbia colonizzata assieme ai barbari che occupano l’isola (erano Tirreni)». La frase di Strabone comincia con un prudente si dice, che però non investe l’inciso finale (erano Tirreni).
A chi obietta che i Sardi furono chiamati da Strabone Tirreni solo perché la Sardegna era bagnata dal mare Tirreno, Pittau risponde che solo i Sardi e gli Etruschi furono così chiamati, «mentre non lo sono stati altri popoli che pure abitavano sulle rive di quel mare, come i Latini, i Campani, i Bruzi, i Siculi».
Ma le ulteriori prove del Pittau sono così forti che sembra stolto chiudersi nella nicchia e lasciare sbraitare lo studioso. Di peso schiacciante sono le prove linguistiche portate dal Pittau, un vero e proprio dizionario sardiano-etrusco, dal quale bisogna partire per ogni seria ricerca linguistica.
Secondo lo stesso racconto di Erodoto, la grande migrazione sarebbe avvenuta nel XIII secolo a.C., forse attorno al 1250, in virtù di un documento egizio del 1235 a.C. citato dal Barnett, I popoli del Mare, Cambridge (OPSE 69).
4. I Fenici, l’alfabeto e la lingua degli Shardana
Alla posizione del Pittau, che noi accettiamo, diamo però un seguito, o meglio una sistemazione storica più latamente coinvolgente, che il Pittau tralascia quasi fosse questione di poco conto, se non deviante. L’arrivo dei Lidi in Sardegna avvenne in un quadro mediterraneo molto sfaccettato, in un periodo in cui c’erano già altri movimenti migratori, causati solo in parte dalla spinta dei Dori e degli Indoeuropei in generale (vedi l’assedio di Troia). Movimenti che ben presto sarebbero sfociati nella terribile spinta collettiva dei “Popoli del Mare”. Non intendo sposare nessuna delle due tesi le quali, annoverando gli Šardana tra i Sea Peoples, da una parte li considerano provenienti direttamente dalla Sardegna, dall’altra li considerano approdati in Sardegna dopo la loro pluridecennale ricerca di terra. Per quanto sembri lineare accettare che l’etnico Sardoi (Šardana?) appartenesse ai Sardi già prima del 1400 a.e.v., verrebbe da sposare la tesi che il nome di Sardi provenne agli isolani soltanto dopo l’arrivo dei Lidi da Sardeis (giusta l’attestazione di Erodoto).
Ma tale sbarco, a ben vedere, fu all’incirca coevo del movimento degli Shardana contro le coste orientali. Se i Lidi e gli Shardana ebbero a che fare entrambi con la Sardegna, appare problematico immaginare i loro movimenti reciproci, quegli strani andirivieni che dipingerebbero gli Shardana in partenza ed i Lidi in arrivo, quasi un darsi il “cambio della guardia”, un alternarsi simultaneo, o forse, per ironia della sorte, un ignorarsi reciproco causato da rotte parallele ma non convergenti.
Se potessimo capire tali misteriosi movimenti, potremmo anche inquadrare meglio il problema della lingua. Infatti, come vedremo, lo “zoccolo duro” della lingua sarda attuale e, ovviamente, di quella del 1250 a.e.v., è semitico; mentre invece si potrebbe pensare che i Lidi parlassero una lingua anatolica, un po’ più marcata in senso indo-europeo. Questo problema non è di facile soluzione ma può ricevere luce dalla “teoria delle dominazioni” più su esposta. Sappiamo infatti che i predecessori dei Lidi (gli Hittiti) erano di lingua indoeuropea, ma erano pure degli occupanti formanti uno strato guerriero feudale che sottometteva brutalmente lo strato popolare originario. I contatti tra Hittiti e popolo sottomesso furono quindi repulsivi, non attrattivi, un po’ come avvenne in Sardegna tra Sardiani, Sardi e popoli occupanti. Non fu un caso se gli Hittiti sparirono nel nulla, non appena i Popoli del Mare gli ebbero dato una violenta zampata. Se così stanno le cose, la lingua lidia va vista anch’essa come una lingua mediterranea (pre e post-hittita) che aveva moltissime forme semitiche con decisive basi di accadico (apparteneva quindi alla Seconda Grande Cenòsi). Solo così si può spiegare pure lo stato attuale della lingua sarda (ovviamente se vogliamo accettare i Lidi come uno degli elementi fondanti della civiltà nota come Protosarda).
A sua volta il problema fenicio è, secondo come lo si contempla, anteriore oppure seriore rispetto al problema lidio. Ma è più opportuno vederlo come contemporaneo. Infatti sappiamo bene che lo strato linguistico degli Ugaritici (i predecessori dei Fenici) condivideva già con la lingua ebraica almeno il 50%, ed il resto era ugualmente imparentato con tutte le lingue semitiche della Mezzaluna Fertile. Ciò significa che i Popoli del Mare, occupando Ugarit, le coste della Fenicia e l’immediato entroterra ebraico, non innovarono affatto le lingue locali, dato che lo “zoccolo duro” linguistico dei Paesi occupati rimase tale anche dopo l’ondata dei Sea Peoples. Rimasero indenni, quindi, sia la lingua ebraica sia quella ugaritica, la quale già all’epoca di Omero (parlo delle saghe omeriche cantate dai rapsodi almeno dal 1000 a.e.v.) era nota come linguafenicia. Anche Salomone, nel 1000 a.e.v., conosceva benissimo i vicinissimi e civilissimi Fenici, portatori di uno splendore che non poteva essere nato dal nulla in così poco tempo.
È proprio lo strato latamente “fenicio” (che possiamo chiamare pure cananeo, e pure ugaritico) ad avere contribuito, assieme allo strato accadico, prima dell'occupazione romana, a connotare meglio la lingua sarda. Per chiudere correttamente la nostra posizione sul Pittau, dobbiamo precisare che lo strato fenicio-cananeo era profondamente intriso di lingua e cultura accadica. Grazie alla "rivoluzione copernicana" del Semerano (OCE) abbiamo capito, e dobbiamo aggiungerlo qui ed ora, che pure lo strato etrusco era profondamente intriso di lingua accadica. Insomma, non si esce da questa problematica se non ammettendo che nel secondo millennio e (quasi per intero) nel primo millennio a.e.v. i Sardi, gli Etruschi, i Cananei, insomma tutti coloro che lasciarono un'impronta indelebile nell'isola di Sardegna, si nutrivano alla koiné mediterranea (e dell'entroterra) che aveva alla base una forte matrice proveniente dalla civiltà accadica.
La forte somiglianza tra gli alfabeti fenicio (cananeo) ed etrusco va nella direzione proposta dal Semerano circa la comune temperie accadica fruita pure dagli Etruschi, ma se ne discosta poi in direzione del Pittau, nella convinzione che gli Etruschi non furono altro che una costola degli Shardana.
Sono proprio gli Shardana a fungere da cardine di tutta la questione, essendo abbastanza chiara la loro posizione diacronica nel Mediterraneo. Si sa che gli Shardana, menzionati dagli Egizi, stazionavano nel Delta del Nilo accanto o assieme agli Ebrei (ai Proto-Ebrei) al tempo degli Hyksos, dal 1530 a.e.v. giù per qualche secolo. Si sa che furono proprio i Proto-Ebrei ad avere inventato il primo alfabeto nello stesso periodo degli Hyksos. Si sa pure che gli Ebrei, una volta entrati nella Terra di Canaan ed una volta insediati sino al territorio di Dan, dirimpetto alle coste fenicie, influenzarono (e furono influenzati) profondamente (da)gli abitanti costieri, gli Ugaritici anzitutto, assorbendo appena possibile pure i Filistei, i quali al contrario dei Fenici si erano mostrati alquanto ostili all’integrazione (non a caso la loro lingua sparì senza essere pacificamente assorbita dall’ebraico).
Le date in cui vengono segnalati i Sea Peoples sono numerose e precise, e fanno intravedere che le escursioni, le guerre, le invasioni durarono oltre un secolo e mezzo, addirittura quasi due secoli. Nel 1174 ci fu l’invasione delle coste palestinesi e di Gaza (The Sacred Bridge 108). Ma le coste siriane, a nord di quelle palestinesi, furono invase circa 15 anni prima; al riguardo abbiamo due termini ante quos, che sono il 1195-1190 allorchè Ugarit venne distrutta (Baldacci SU 125) ed il 1182, anno in cui fu cessò di vivere ‘Ammurapi III ultimo sovrano di Ugarit (Baldacci SU 30).
Ma le prime apparizioni dei Popoli del Mare sono ricordate già nel poema di Qadesh, e riguardano proprio gli Shardan, che combatterono contro gli Hittiti nel 1285 (quindi 90 anni prima della presa di Ugarit): erano truppe scelte del faraone Ramesse II (1304-1237) e combatterono a fianco della cavalleria imperiale.
Non è che gli Etruschi-Lidi-Pelasgi-Tirreni, abitatori della Penisola calcidica e poi di Atene, e poi trasferitisi in Sardegna, e infine in Etruria, fossero diventati anch’essi uno dei popoli erranti, un popolo che al momento opportuno fu identificato con i Sardi di Sardegna e chiamato, in uno con gli autoctoni isolani, Shardan?
Com’è che prima e attorno all’epoca di Salomone ritroviamo i Fenici con un proprio alfabeto maturo, identico a quello etrusco? Com’è che, all’apparire dell’alfabeto fenicio, comincia la simultanea visitazione dei Fenici in Sardegna e viene scolpita all’istante la celeberrima Stele di Nora, il documento più antico dell’Occidente, scritto appunto in caratteri fenici? Ma tali caratteri erano veramente fenici?erano soltanto fenici?od erano pure caratteri sardi, quindi condivisi dagli Shardana (e dagli Etruschi-Pelasgi loro fratelli)? A leggere la Stele di Nora, da me tradotta in Toponomastica Sarda 98-102, sembra proprio che i Fenici fossero a dir poco fratelli, se non lo stesso popolo, degli Shardana (e degli Etruschi). Gli Shardana stavano nell’isola ormai da secoli (sia che fossero autoctoni o che fossero dei Lidi-Pelasgi nuovi arrivati accettati dagli indigeni e ad essi omologati).
Gli Shardana in quel lasso di secoli avevano avuto il tempo di contribuire alla nascita del regno degli Hyksos, d’essersi mescolati con i Proto-Ebrei, e probabilmente di aver collaborato all’invenzione dell’alfabeto proto-sinaitico. Ebbero poi il tempo d’inviare truppe d’invasione nel Vicino Oriente (di andarci probabilmente assieme ai Lidi-Pelasgi), di distruggere Ugarit, d’invadere il Delta del Nilo.
Certamente gli Shardana (uniti ai Lidi-Pelasgi?) collaborarono all’invenzione dei grafemi fenici. Infatti è noto che, dopo la distruzione delle città ugaritiche, nella Terra dei Cedri s’insediarono saldamente i Popoli del Mare. Furono essi, non altri, ad aver rimesso in piedi, rapidamente ed efficacemente, la civiltà ugaritica, poi chiamata, dai rapsodi omerici in poi, civiltà fenicia.
Ma allora, vediamo se la Stele di Nora può aiutare, per se stessa, a risolvere il mistero del suo proprio alfabeto:
BT RŠ Š NGR Š H’ BŠRDN ŠLM H’ ŠLM SB’ MLKTNBN Š BN NGR LPNY
la sua traduzione è: [Questo è] il tempio principale (il tofet) di Nora che lui [il dedicante] in Sardegna ha visitato in segno di pace [o: per compiere un voto sacrificale, un olocausto]. Chi augura pace (o: visita in segno di pace) è Ṣb’ figlio di Milkaton, che edificò Nora davanti all’isola [di Capo Pula].
La traduzione interlineare è: bt (il tempio) rš (principale) š (di) ngr (Nora) š (che) h’ (egli)bšrdn (in Sardegna) šlm (ha visitato in segno di pace). h’ (Chi) šlm (augura pace) ṣb’ (è Ṣb’: leggi Saba, nome proprio di origine berbera che si ritrova tra i Punici, ma è pure di origine cananea) mlktnbn (figlio di Milkaton) š (il quale) bn (edificò) ngr (Nora) lpny (davanti all’isola, quella oggi detta di S.Macario).
Cosa possiamo dedurre da questa lettura? Anzitutto che Saba è un cognome antichissimo della Sardegna: esso è noto a tutti e non merita chiarimenti, se non questo, che è comunissimo anche nel Vicino Oriente, a cominciare dal nome del celebre Regno di Saba. Seconda nota: la visita del dedicante fu pacifica ed amichevole, anzi familiare: infatti egli si comporta come ci si comporta tra familiari ed amici di vecchia data. Saba doveva essere un personaggio importante ed amato in tutta la Sardegna, forse abitava a Karalis (Karallu, la città dei coralli). Terza nota: egli si trovò a rivisitare Nora, che era la sua città: infatti se ne dichiara fondatore, ecista. L’importanza della sua visita a Nora fu segnata da un gesto eclatante, com’è quello di deporre una lapide nel punto più importante del sito.
Questi tre elementi bastano per capire che l’alfabeto da tutti chiamato fenicio era in realtà pure l’alfabeto degli Shardana, per la semplice ragione che gli Shardana, gli originari invasori delle coste ugaritiche, si erano insediati colà, e da là avevano ripreso subitanei contatti con la madre-patria, ossia con la Sardegna. In questa visione si contempla e si spiega abbondantemente pure il carattere assolutamente pacifico rilevato nelle visite e nei commerci fenici in Sardegna.
Che un folto gruppo di Tyrreni (Shardana) si fosse trasferito in seguito dalla Sardegna all’Etruria, portandosi appresso un alfabeto già forgiato in terra cananea, è la spiegazione migliore, quella che mette a posto le idee sull’identità dei due alfabeti fenicio-etrusco, sulla costante e preminente relazione commerciale tra la Sardegna e l’Etruria, sulla vocazione metallurgica degli Shardana e degli Etruschi, e quant’altro ancora.
5. I Tirreni
Dopo aver messo a posto la questione dei due alfabeti e dato un alfabeto ai Sardi delle origini, dopo avere sistemato la strettissima parentela sardo-etrusca, occorre rimettere a posto pure l’etimologia del nome Tyrreni. Semerano sbaglia a crederla dall’ebraico tūr ‘andare errando: anche come mercanti’, onde il nomignolo Tyrsenoi significante, secondo lui, ‘(pirati) erranti’, appellativo fuso con la voce accadica uršāni ‘guerriero’.
Per gli antichi Greci i Τυρςηνοί provengono dalle alture dell’Athos, le quali figurarono da loro occupate. Secondo Erodoto I 94, Tyrsenos, figlio di Atys, avrebbe guidato i Lidi in Italia e avrebbe dato nome ai Tirreni. Anche Dionigi d'Alicarnasso (I 27) dà la stessa filiazione Atys-Tyrrhenus. È più pregnante la citazione di Strabone (V, 2,7), secondo cui, arrivando in Sardegna, gli Joléi, si mischiarono con gli abitanti delle montagne che si chiamavano Tυρρηνοί. Secondo Ellanico, i Pelasgi sono stati designati col nome Tυρσηνοί dopo il loro arrivo in Italia. Propendo per quest’ultima interpretazione, anche se essa va corretta ammettendo il previo passaggio degli Etruschi in Sardegna. Ciò detto, le attestazioni sin qui prodotte vanno interpretate.
Possiamo accogliere il nome Tyrseni nel senso di gente che ‘è andata errando’? Sarebbe un nome che lo stesso popolo etrusco non gradì, pago del nome ‘signore’, rāš-,Rasenna (da accadico rēšu ‘head, top quality’, cananeo rāš, ebraico rōš ‘capo, principe, leader’). L'interpretazione di Tirreni come “erranti” sarebbe stato forse più consono ai Tirreni della Sardegna, perché in tal caso l’appellativo sarebbe stato semanticamente identico a quello di Diagesbeís (= *Transhumantes< gr. dià-ghes-baino ‘vago per il territorio’), come in seguito i montanari sardi da certi scrittori greci furono chiamati per le loro migrazioni semestrali dal monte al piano e viceversa.
Ma cerchiamo il vero etimo del termine. Il nome Tyrseni, che il Semerano distingue da Tyrreni, secondo lui corrisponderebbe a una voce assira tartânu,turtânu ‘capo, dignitario, comandante in capo’, ebr. tartān (titolo di un dignitario assiro, ‘generale’. La -σ- al posto della -τ- sarebbe una normale assibilazione, uguale a quella greca del tipo Poseidone < Poteidaion). In latino secondo lui abbiamo Tyrrheni, per normale assimilazione progressiva di -rs-. Ma io non sono d’accordo con l’interpretazione del Semerano. Tyr-seni semmai è un composto con base semitica, da aram. tur ‘altura, monte’ + bab. sînu ‘luna’, col significato complessivo di ‘(quelli delle) alture della Luna’ (con riferimento alle rupi di abbagliante calcare dell’Athos, su cui vivevano i Tyrseni).
Le due versioni parallele Τυρρανοί (assimilazione regressiva) e Τυρσανοί si posero su un piano di rispettivi raffronti (ma non di fusione, né tantomeno di confusione) con latino turris ‘fortezza, castello’ e greco τύρσις ‘fortezza, torre’. Cfr. pure lidio Tύρρα, Tyrrha ed osco tiuris. Il riscontro con queste radici manca nell’i.e. mentre si ha una forma calzante nell’accadico dūru ‘fortificazione, torre, difesa’. Ma, preciso, non c’è alcuna parentela tra Τυρρανοί-Τυρσανοί e turris-τύρσις-dūru. Il gr. Tυρσηνία (Tirrenia) non è dunque calcato su turris, gr. τυρ-σις che secondo Semerano richiamerebbe in ogni modo (ma sbaglia) l’accad. dur-uššu ‘fondazione d’una casa, d’una città, mura di una città, fortezza’, ‘recinzione di una casa’.
Va precisato invece che l’accad. dūru ‘fortificazione, torre, difesa’ è l'appellativo di Tyrrha, che è la turrita città lidia nella quale Gige (capostipite dei cinque re mermnadi della Lidia, ultimo dei quali fu Creso) signoreggiò prima di prendere lo scettro dell'intera Lidia insediandosi a Sardeis. Stante la ricostruzione filologica proposta da Talamo 32, di Tyrrha non si conosce l'esatta ubicazione ma pare che stesse nella Torrhebis, immediatamente a sud della Lidia. Quindi va sottolineato che il nome personale Tyrrhenus non è invenzione greca ma risale soltanto ad una inattaccabile tradizione lidia, che Erodoto soltanto riferisce. Va segnalato che dell'antichissima Tyrrha, da cui presero l'appellativo i Tirreni (in quanto “originari di Tyrrha”), la Sardegna conserva persino il cognome Turra. Ma non affrettiamo le conclusioni, visto che dei Tirreni, oltre a questa etimologia, ed a quella più su citata di ‘(quelli delle) Alture della Luna’, propongo tra poco una terza etimologia che sembra la più calzante.
Pittau sostiene una tesi monca quando scrive che l’origine dell’etnicoTirreni sia dal termine turris, τύρσις, τύρρις ‘torre, fortificazione’, credendo ciecamente alle paretimologie greche. Nel suo procedere, Pittau riprende soltanto uno dei termini coinvolti dalla ricerca del Semerano. Egli è partito da una posizione ideologica, più che logica, lasciandosi guidare dalla convinzione che i nuraghi siano fortezze. E questa tesi obsoleta, ancora oggi sostenuta da alcuni studiosi ed estimatori dell’archeologia sarda, rafforza un’altra teoria dello stesso Pittau, secondo la quale gli Etruschi/Tirreni sarebbero sbarcati anzitutto in Sardegna, soggiornandovi quattrocento anni prima di navigare verso l’Etruria. Solo così si spiega un termine ingombrante e clamoroso, il Mare Tyrrhenum, che secondo il Pittau fu chiamato così dalla navigazione dei costruttori di torri (gli antichi Sardi) che in certi momenti ebbero ad esercitare una sorta di talassocrazia.
Inserisco momentaneamente uno stop alla discussione per sottolineare una stranezza: Pittau s’ostina ad affermare che le torri sarde (i nuraghi) siano seimila. Lilliu (il massimo esperto) ne ha contato settemila, ed a suo dire ha messo nel novero soltanto quelle segnate nelle tavolette. L’Angius, quando decise di farne la conta per qualche paese, scoprì una realtà molto più espansa. Ad esempio, per Armungia citò nominalmente quindici nuraghi, mentre la tavoletta oggi ne segna tre. Di questo passo dobbiamo ammettere che non si è lontani dal vero parlando di diecimila nuraghi originari, forse ventimila (come opina qualcuno), molti dei quali, ahimè, sono ormai smantellati (ecco una delle ragioni sul ballo delle cifre). La Sardegna è letteralmente invasa da una pletora di nuraghi (considerati erroneamente “torri” militari). Praticamente da ogni nuraghe se ne vede un altro, talora persino cinque. Sembrano strutture marziali, e se lo fossero sarebbero i castelli più antichi e più inutili dell’umanità, fatti per morirci asfissiati dalla prima pira addossata dagli assalitori. I quali assalitori sarebbero stati poi quelli del nuraghe allocato trecento-seicento metri più avanti, i loro amici, i fruitori degli stessi pascoli. In ogni modo, Pittau ha buoni argomenti per essere affascinato dalla pletora di nuraghi, strabilianti monumenti che solo i Sardi posseggono. Ma il fascino suggerito dal lat. turris lo porta fuori strada.
Stupiscono molte questioni a riguardo dei Tirreni (e dei nuraghi), ma una di queste dovrebbe far riflettere. Eccola. Pittau sostiene l’identità turris-Tyrreni ma non rende conto del fatto che le “torri” antiche in Sardegna sono chiamate nurághes, anzichè turres. Il Semerano è convinto anch’egli che i nuraghi fossero fortezze, ma non mette affatto in relazione i Tirreni con tali “torri”. Meno male. Egli non si cura dell’origine del nome nuraghe, ma è sicuro che i Tirreni non erano “costruttori di torri” sibbene avessero un nome etnico (da Tirreno che li conduceva) richiamante il concetto primitivo di ‘capo, dignitario, condottiero’, nonché quello paritario di dūru ‘cinta muraria’ (riferita alle pareti delle rupi dell’Athos).
Più su ho già scritto che l’accadico dūru ‘fortificazione, torre, difesa’ precisa bene il fatto che i Tirreni abitarono per secoli nelle caratteristiche torri dell’Athos, che sono alture dalle pareti precipiti, talora isolate tra di loro (vedi aramaico tur ‘altura, monte’). Ma va aggiunto che il termine accadico dūru sembra essere a sua volta l'appellativo di Tyrrha, che dicevo essere la turrita città lidia nella quale Gige (capostipite dei cinque re mermnadi della Lidia, ultimo dei quali fu Creso) signoreggiò prima di prendere lo scettro dell'intera Lidia insediandosi a Sardeis.
Fatta questa lunga disquisizione, osservo che nessuno ha mai notato che l’accadico dūru e l’aramaico tur ‘altura, monte’ hanno la stessa radice, condivisa anche dal nome della principale città fenicia, che è Tiro, chiamata dai fratelli ebrei Thor, Σ̣ôr.Tyros sopravvive negli autori greci e latini nella forma Sarra, Zώρ(oς); abitualmente però è Tyrus, Tύρος che invece del paleocananeo-fenicio ṣ- mostra una t-. L’origine più vicina di Tyros è il fenicio Σ̣r, ebraico Σ̣ôr (cfr. Villa-Sor, pronuncia Bidda-ssôrri), e poi l’accadico Σ̣urrum (Σ̣- da leggere Tz-); egizio Dr (trascritto anche Daru). Dal più antico Σ̣urru (vedi cognome sardo Zurru) si arrivò alla pronuncia fenicia Çurru o Tzur.
La Tyros originaria è una cittadella sul dorso roccioso dell’antica isola addossata alle coste fenicie: infatti la base nominale corrisponde all’ugaritico ṣrry ‘altura, dorso, schiena’, ed all’ebraico Σûr, tzur ‘roccia: antico nome divino di Yahweh’ (Dt 32,4), affine peraltro all’accadico ṣeru ‘dorsale, territorio elevato’ < accad. ṣūrrum ‘esaltare’, aram. tur ‘monte’, da collegare comunque, quanto a semantica, al babilonese ṣīru ‘augusto, eccellente, di rango primario’ e al nome dei governanti filistei seranîm.
Dopo questa defatigante analisi etimologica, va rimessa in primo piano la notizia di Strabone (V, 2,7) secondo cui i Tyrrenoí abitavano le montagne della Sardegna. Questa notizia non fa che fortificare la mia interpretazione che a ripopolare le montagne sarde nel 1000 a.e.v. furono i pastori ebraici (mischiati ovviamente a pastori Tirii). È quindi del tutto chiaro che i Tyrr-eni non erano altro che i Tyr-i, gli abitanti di Tiro, ossia erano i Fenici che ritornavano ad abitare la propria madrepatria. Di essi sono rimasti in Sardegna quattro toponimi (vedi Toponomastica Sarda): il primo dei quali è Thar-ros, il secondo è Tà-thar-i (Sassari), il terzo è Villa-Ṣor, il quarto è Tyrr-is Lybissonis (Porto Torres); è rimasto pure il cognome Zurru e, sia pura con la forma lidia, il cognome Turra.
L’appellativo Tyrrèni può essere spiegato, in definitiva, come un composto creato sulla base dell’aramaico tur ‘monte’ + accadico di origine sumerica enu ‘lord’, col significato di ‘signori dell’Alltura’. Tiro stava sopra un alto scoglio, e la tradizione vicino-orientale di chiamare monte persino un breve rialto è rimasta intatta pure in Sardegna: ad esempio, il Monte Campanedda (agro di Sassari) si solleva sulla pianura di soli 10 metri. Il sardiano Tur-enu (poi lat. Tyrrenus) significò quindi, letteralmente, ‘signore di Tiro’, ‘abitante di Tiro’, “signore dell’Altura, della Alta”.
Quindi, quando si parla dei Tirreni in quanto Etruschi, occorre sapere che erano abitanti della Sardegna ma derivavano propriamente da Tiro, città rinata dopo l’invasione degli Shardana. Quando si parla di Mare Tirreno, occorre sapere che quel mare ebbe il nome dagli antichi Shardana che ritornarono in Sardegna col nome di ‘signori di Tiro’. Quando si parla di alfabeto etrusco, occorre sapere che esso è lo stesso col quale fu scritta la Stele di Nora per mano degli Shardana.
6. Monocentrismo archeologico, aristotelismo linguistico
Le schede etimologiche della lingua sarda scendono spesso (necessariamente) sotto lo strato iberico e sotto quello romano, e attingono alla Seconda Cenòsi Linguistica, che è quella semitica, alla quale appartennnero gli Shardana, ossia i creatori dei nuraghi.
Scoprire questa Cenòsi con riferimento alla Sardegna è stato semplice. È bastato aprire i dizionari sumerico, accadico, assiro, babilonese, ugaritico, aramaico, ebraico, fenicio, ed attingere a piene mani una miriade di parole simili o identiche a quelle sarde. Sono parole che gli orientalisti hanno tradotto in 200 anni di letture effettuate su milioni di tavolette d’argilla scavate nei tell della Mesopotamia. Ovviamente, prima ancora di questi otto dizionari, sono stati attentamente scrutati i dizionari dai quali la maggior parte dei linguisti crede originata la lingua sarda, quelli iberici ma specialmente quello latino.
Distinguere le parole shardana da quelle propriamente latine (o italiane, o iberiche) non è difficile, basta capire l’importanza della paronomasia, e sospettare che molte parole che oggi sembrano latineggianti non siano altro che modesti riadattamenti di forme arcaiche molto simili, delle quali si era perso il significato. Il sospetto, l’acribia,il metodo sono stati tre alleati indispensabili in questo lavoro.
Gli elementi della civiltà sarda assoggettati dagli studiosi ad omissioni o riduzioni non sono pochi, ed è urgente tentare di metterne a posto almeno qualche aspetto, ad iniziare dalla storia del grano e delle viti sarde, che sono state neglette.
Ad esempio, in premessa alla storia del grano va urgentemente inserita una nota sul policentrismo. Già nel V-VII millennio a.e.v. nella grotta naturale di Filiéstru (Mara di Cabuabbas) dei resti di grano (Triticum monococcum e Triticum dicoccum) attestano la coltivazione del frumento in Sardegna. Nella grotta si sono rinvenute pure le coeve macine a mano in pietra. Stante quanto gli archeologi riportano sull’origine della panificazione nel Vicino Oriente, la Sardegna registra analoga antichità. Questo dato, da solo, sarebbe argomento bastante per spazzare via la teoria derivazionale, secondo la quale un fattore di civiltà deriva primamente da un certo popolo, al quale gli altri hanno fatto da semplice palcoscenico o da trasmettitori o da recettori. Se infatti la Sardegna fosse stata, come parecchi continuano a sostenere, una mera recettrice di innovazioni avvenute altrove, si porrebbe il problema della navigazione agli albori del Neolitico e la conseguente dimostrazione che il popolo trasmettitore (o il popolo mediatore dell’innovazione) avesse avuto una tecnologia navale superiore a quella sarda. Sinora nessuno è riuscito a dimostrarlo. In ogni modo, che ogni accenno di civiltà in Sardegna sia arrivato da fuori è poco credibile, salvo che non vogliamo acquiescere a certe immagini stereotipe della civiltà sarda, che la presentano spesso come riflesso di altre civiltà.
La teoria del policentrismo dura a farsi strada, e nessuno vuole ancora prendere coscienza della necessità di capovolgere, in relazione al grano, al pane, ai vini, principalmente ai nuraghi e ad altri fattori di civiltà, il proprio pregiudizio storico, di fronte all’evidenza che la Sardegna è stata sempre coeva (talora precorritrice) di innovazioni che difficilmente può aver subìto.
Sui vini, lo scontro tra opposte teorie dipinge addirittura di grottesco lo stuolo dei derivazionisti, poiché i vitigni della Sardegna sono stati sempre creduti o di origine spagnola o greca o italiana, mai sarda, mentre prove recentissime dimostrano che i vitigni ed i vini sardi sono assolutamente autoctoni (integralmente autoctoni, dal primo all’ultimo) sia nel nome sia nella pianta. La dimostrazione non poggia soltanto su uno studio etimologico inoppugnabile, fatto dallo scrivente e d’imminente pubblicazione (ma già divulgato mediante conferenze), ma pure sul fatto che le foreste della Sardegna conservano tutte le matrici dei vitigni attualmente coltivati: sono matrici sarde, risalenti a 100 milioni di anni fa, e come tali certificate dai più prestigiosi centri di analisi biologica.
Siamo portati a constatare che gli studiosi di antichità, tra i quali si annoverano tutti gli accademici sardi della materia e molti specialisti di enti etnografici, soffrono acutamente di sindrome derivazionale, in forza della quale le produzioni ed i manufatti della Sardegna sono considerati spesso un adeguamento, una imitazione (quindi un sottoprodotto) della tecnologia, il cui focus s’immagina altrove.
Se l’archeologia non è in grado di risolvere l’enigma della fioritura della civiltà sarda, non resta che risolverlo per induzione ed affermare un fatto di per sé semplice e chiaro: ossia che i Sardi sin dalle origini hanno prodotto quasi tutto in casa propria, senza per questo rimanere isolati, beninteso, anzi costruendo di volta in volta le navi più adatte a tenere i contatti (i commerci) con le altre sponde del Mediterraneo. Ed infatti i contatti ci furono, e lo dimostra la comune temperie culturale che si respirò, sin dal Neolitico, nell’intero Mediterraneo e pure nell’Eurasia.
Questa precisazione non fa che toccare un nervo scoperto della ricerca delle origini, che è iltesto. Gli eruditi della Sardegna, per quello che contano negli studi della protostoria, si sentono imbalsamati nell’aporia, afflitti da un démone che li fa sentire inutili ed impotenti in assenza d’uno strumento che è iltesto. Orfani e naufraghi in un’isola deserta, dannati alla monodieta, gironzolano disperati lungo la risacca, e di tanto in tanto montano sul loro mucchietto di testi antichi a scrutare l’oceano della protostoria, incapaci di costruire la piroga che glielo farebbe dominare e li collegherebbe ad altre terre. In un mare dove mancano itesti, non s’accorgono di non contare più nulla e di restare volutamente isolati negli ambienti accademici italiani, europei, mondiali.
Sembra, a tutta prima, che soltanto l’archeologo riesca a scampare all’afflizione indotta dall’assenza del testo. Il suo metodo d’indagine potrebbe aprire orizzonti anche ai colleghi di storia antica e di glottologia. Ma questi non s’azzardano a confrontare tra di loro le parole simili apparse sulle sponde del Mediterraneo; addirittura non s’avvantaggiano neppure della dovizia di cultura materiale della sola isola di Sardegna, dalla quale potrebbero librarsi in voli interpretativi almeno suffragati da un oggetto, e talora andare oltre l’oggetto. Non azzardano. I linguisti e gli storici (talora anche gli archeologi) si fermano agli informatori d’epoca greca e latina, e non a tutti, soltanto a quelli che dànno prove palpabili e incontrovertibili (il che spesso significa poche prove). Gli archeologi sardi, a loro volta, davanti all’imboscamento dei linguisti e degli storici, si sentono padroni della piazza, e con iattanza si vantano di dominare il campo della protostoria, tanto da osare assurde incursioni nella linguistica e nel vastissimo campo delle etimologie, dove bacchettano qua e là, ergendosi a pontefici dello scibile. Situazione grottesca.
A quale testo antico diamo fiducia nelle indagini sulla protostoria, visto che di essa si sono scritti solo miti e leggende, peraltro partigiane, visto che provengono soltanto dal pensiero greco e, per riflesso, da quello latino? Eppure è risaputo che a fare la differenza nella ricerca è l’interpretazione, la capacità di valutare una molteplicità di valori e di componenti culturali che nessun testo può spiegare, perché quando discettiamo sull’universo dei più antichi antenati viene postulata una realtà che spesso può raggiungersi solo per via d’intuizione.
Uno squallore asfissiante ha prevalso sinora nella ricerca delle etimologie della lingua sarda, e parecchi linguisti viventi rifiutano ancora, grottescamente, di vedere il mondo pre-romano della Sardegna come un fruttuoso campo di ricerca. I popoli presenti in Sardegna prima dei Romani avevano anch’essi una lingua, che ci è nota attraverso dizionari e grammatiche; eppure i nostri studiosi guardano all’epoca pre-romana come a un campo metastorico, come a un pozzo nero nella storia linguistica della Sardegna, a cui pongono il sigillo di “prelatino”, “protosardo”, “mediterraneo”, ed altri aggettivi che per ammissione degli stessi linguisti debbono rimanere ignoti e incomprensibili. Questa situazione è agghiacciante.
I nostri studiosi, per scusarsi, sostengono in coro che le etimologie sono già state studiate da Max Leopold Wagner settant’anni fa, e che nulla si può innovare in materia, se non in relazione a qualche errore assolutamente raro del loro Maestro. E poiché il Maestro sostenne che i termini semitici della lingua sarda sarebbero appena sette (sic!), essi postulano l’assoluta inutilità di scavare gli strati preromani. Agghiacciante.
E così da 70 anni si è bloccata la ricerca delle origini. E se Giulio Paulis ha poi intrapreso lo studio di qualche toponimo (I nomi di luogo della Sardegna, ed. Delfino) nonché lo studio delle etimologie delle erbe (Nomi popolari delle piante in Sardegna, ed. Delfino), è perché in quei campi il suo Maestro non aveva fatto niente. Però l’ipse dixit gli ha pesato, talchè Paulis ha indagato le etimologie soltanto nel campo greco e latino, incappando in un colossale errore metodologico e producendo delle etimologie che in nessun caso (o quasi) corrispondono al vero.
Alla base di queste incredibili procedure metodologiche, che minacciano di continuare anche nel futuro con un trend inossidabile, sta la forza demoniaca di certi umanisti della Sardegna, i quali oppongono una sorda e tenacissima resistenza ad ogni innovazione. Qualunque non-cattedratico è conscio che l’unico modo di rilanciare gli studi umanistici dell’isola è la creazione di almeno tre cattedre di lingua e cultura semitica (ebraico-aramaico, ugaritico-fenicio, accadico-assiro-babilonese). A questo proposito, il silenzio tombale dei nostri accademici ha un solo minaccioso significato: sulla loro pelle la Regione Sarda e le Università non riusciranno a far passare nessuna innovazione. Le loro cattedre saranno quindi rimpiazzate a circuito chiuso. Wagner, il loro simbolo, l’usbergo della loro “modernità”, nelle loro mani è diventato uno zimbello oscurantista.
Nessuno di questi umanisti si è posto mai una domanda: perché il Dizionario Etimologico del Sardo scritto da Max Leopold Wagner è considerato un mostro sacro? E un’altra domanda: perché nessuno studioso ha ripreso in mano il DES per studiarlo con cura? Nelle Università sarde (e non solo) ci vuole stomaco d’acciaio a insegnare che la Lingua Sarda cominciò con Roma, senza trovare la ragione onde Il DES abbia il 25% di termini non etimologizzati (con base ignota, contrassegnati da Et.?); un altro 15% incredibilmente inventariato tra le onomatopee; un altro 15% di termini sui quali l’Autore opera eleganti by-pass, lasciandoli ugualmente senza etimologia; un altro 20% classificato d’origine catalana, senza accorgersi che buona parte dei termini era già sarda prima di misurarsi col catalano, e fruiva per giunta delle stesse etimologie semitiche che segnarono, prima dei Fenici e coi Fenici, ma prima di Roma, quasi tutte le coste d’Occidente. La credibilità del Wagner resta appesa, insomma, a un residuo 25% di lemmi, tra i quali si evidenziano basi catalane, aragonesi, antico-italiane e, finalmente, le basi latine. Di latino nella lingua sarda abbiamo, sì e no, un 10%. Wagner ha partorito un topolino.