I pani della Sardegna e il sacrificio cruento
(excerptum dal libro “I Pani della Sardegna”)
S’accabbadòra, la donna chiamata a praticare l’eutanasia sui malati terminali, è sempre appartenuta a un rango rispettato in quanto sacrale, ed è stata conosciuta financo nella città di Sassari. Persino la gente nata negli anni ’50 di questo XX secolo l’ha sentita nominare, senza veli di ipocrisia, da parenti e amici, poichè s’accabbadòra è stata una figura integrata nella società. L’autore di questo libro ha vissuto in questa temperie culturale. Va da sé che, ufficialmente, la figura di s’accabbadora non è mai esistita: se il popolo ne voleva parlare liberamente, la persona di s’accabbadora doveva prima subire la riduzione ad argomento metastorico, a mito plebeo, almeno dopo l’Unità d’Italia, poiché la sua figura rientrava tra quelle perseguite dal codice penale.
La funzione di s’accabbadora, violenta e benevola, mirata ad abbreviare le sofferenze umane, lascia intendere quanto fossero complessi e profondi pure gli altri usi della società, nei tempi in cui le leggi dello Stato, quando c’erano, venivano per lo più filtrate dalle pratiche consuetudinarie anziché da un ipocrita buonismo.
Passando ad altri riti di soppressione della vita umana, i miti mediterranei che ne velarono a tempo debito l’attività sono numerosi; e se oggi riusciamo a riesumare nella loro crudezza certe antiche verità, è soltanto perché le miriamo “in filigrana” mercè le accuse-contraccuse formulate dai testi delle religioni ieri (e oggi) reciprocamente contrapposte, oppure in virtù della distanza che separò un certo popolo dall’Italia. Oggi si sa tutto sulle pratiche sacrificali degli Aztechi; a giudicarle col filtro della formazione culturale da noi oggi acquisita, esse furono a dir poco allucinanti, non fosse altro che per la quantità delle occasioni che le determinavano. La Chiesa cattolica parla liberamente di tale pratica, ad essa radicalmente estranea, perché sa di essere stata uno degli attori che ne decretò la fine, dando nuove espressioni religiose al popolo messicano.
Dalla Bibbia sappiamo che, con le leggi del Sinai, YHWH (anzi Mosè, suo rappresentante in terra) stabilì definitivamente che i primogeniti degli uomini non fossero più scannati sul suo altare, come avveniva prima e dopo Abramo in territorio cananeo, ma fossero riscattati con l’olocausto di animali. Che i Cananei avessero fama di praticare il sacrificio cruento, non solo sui primogeniti, ci è noto da varie parti della Bibbia, e sappiamo che i redattori di Genesi (v. cap. 22) vollero prendere le distanze da tale pratica, inserendo proprio il mito di Abramo, il quale fu fermato appena in tempo mentre stava per sacrificare il primogenito Isacco. Ma Abramo non si era predisposto a cuor leggero a compiere il sacrificio, anzi era quantomeno scandalizzato dall’ordine perentorio ricevuto dal suo Dio personale, che pretendeva una pratica cruenta a lui ignota in quanto suméro, uomo educato ad una religione mite nella quale il sacrificio del primogenito non era neppure immaginabile. Dai tempi di Mosè gli Ebrei sostituirono definitivamente l’uomo con l’animale. Non sempre, però. La preponderante tradizione degli altri popoli cananei era forte, e l’ebreo Iefte, qualche secolo dopo Mosè, non si peritò d’immolare a Dio la sua figlia unigenita per ringraziarlo della vittoria sugli Ammoniti (Giudici 11). Va citata pure l’empietà di Achaz re di Giuda (2Cr 28, 2) e pure quella di Manasse (2Cr 33, 10); il primo ed il secondo bruciarono i propri figli, imitando le pratiche cananee. Le quali rimasero sempre fortissime, se è vero che Michea (6, 7-8), contemporaneo di Achaz, scrive: «Con cosa mi presenterò al Signore, / mi prosterò a Dio l’Altissimo? / Mi presenterò a lui con olocausti, / con vitelli di un anno? / Gradirà il Signore montoni a migliaia, / fiumi di olio a miriadi? / Gli offrirò forse il mio primo nato per la mia colpa, / il frutto delle mie viscere per il mio peccato?».
In realtà, vivere in Canaan fu assai duro per gli Ebrei, ch’erano di origini sumere. La Terra Promessa non grondava soltanto latte e miele: spesso grondava sangue, e la Bibbia non fa mistero della lotta strenua ed impari, specie ad opera dei profeti, tesa ad impedire al popolo ebraico di mescolarsi con le altre popolazioni che a macchia di leopardo abitavano la Terra Promessa nonostante le guerre di annientamento e di omologazione portate da Giosuè.
L’hostĭa presso gli antichi Romani era l’offerta sacrificale, dall’accadico hâšu ‘to give, offrire’, hašūtu ‘carni offerte per sacrificio’ (OCE II 428). L’offerta sacrificale era in uso a Roma e, da tempo immemorabile, in tutto il Mediterraneo e nell’Eurasia, ivi compreso il Vicino Oriente, e compresa la Sardegna.
L'hostĭa fu spesso, in origine, un essere umano, poi soltanto un animale, sgozzato sull'altare sacrificale. L’Antico ed il Nuovo Testamento, ossia l’intera tradizione ebraica, sono i testi letterari dai quali possiamo apprendere una metamorfosi completa dei riti cruenti, lungo il millenario travaglio della cultura ebraica, che dall’uomo passò all’animale, e con Gesù si trasferì definitivamente al pane.
In Sardegna sono stati trovati numerosi manufatti antichi relativi al sacrificio cruento, quali gli altari (celebre quello di S.Maria Navarrese), le conche di sgocciolamento presso le domus de janas, e così via. Ma ci sono pure delle prove eclatanti a dimostrare che il sacrificio cruento, già in epoca arcaica e comunque a cominciare dall’Età Neolitica, era stato reso fungibile con l’offerta del pane.
Sono celebri i bronzetti nuragici che in Sardegna sembrano mettere in primo piano la tradizione del pane rituale, coesistente se non prevalente rispetto a quella cruenta. Più di un bronzetto, anche femminile, raffigura un offerente di offa (di pagnotta) alla divinità. Tale offerta, rappresa nel bronzo, è certamente rituale, com’è noto pure da altre fonti dell’antichità. Il pane era offerto agli dei non in termini residuali o pauperistici (offerta dei nullatenenti) ma come vero e proprio tributo richiesto in tale forma dalla divinità.
Questo aspetto riporta nuovamente alla tradizione ebraica. È celebre l’obbligo imposto da Dio agli Ebrei di presentargli ogni Sabato dodici grandissimi pani, da introdurre direttamente nel Sancta Sanctorum, dove i pani avrebbero rilasciato la propria fragranza in onore dell’Altissimo. Va notato che nel Sancta Sanctorum del Tempio di Salomone c’era racchiusa esclusivamente l’Arca dell’Alleanza: il luogo era così sacro che nessuno poteva metterci piede. Eppure il pane ci veniva introdotto ogni Sabato, e veniva messo davanti all’Arca, poiché Dio lo considerava il più alto tributo sacrificale, e pretendeva di assaporarne l’aroma per l’eternità. «Prenderai anche fior di farina e ne farai cuocere dodici focacce; ogni focaccia sarà di due decimi di efa [1 efa = 45 litri]. Le disporrai su due pile, sei per pila, sulla tavola d’oro puro davanti al Signore. Porrai incenso puro sopra ogni pila e sarà sul pane come memoriale, come sacrificio consumato dal fuoco in onore del Signore. Ogni giorno di Sabato si disporranno i pani davanti al Signore sempre; saranno forniti dagli Israeliti; è alleanza. I pani saranno riservati ad Aronne ed ai suoi figli: essi li mangeranno in luogo santo; perché saranno per loro cosa santissima tra i sacrifici in onore del Signore. È una legge perenne» (Levitico 24 : 5-9).
Sono sempre gli Ebrei ad averci lasciato la più ampia testimonianza del significato civile e sacrale connesso al pane. Presso di loro il pane era associato a vari riti religiosi, ad iniziare dalla Pasqua e dalla festa degli Azzimi. Ma non c’è valore più alto di quello datogli da Gesù, allorchè spezzò il pane nell’Ultima Cena, dichiarandolo Suo corpo per l’eternità e tramandandolo nell’Eucarestia (Mt 26 : 26-29; Mc 14 : 22-25; Lc 22 : 14-23; 1Cor 11 : 23-26). L’episodio dell’Ultima Cena apostolica dimostra definitivamente, se ancora ce ne fosse bisogno, l’assoluta fungibilità tra i sacrifici cruenti e il “sacrificio” del pane. Ma Gesù, nell’offrire il pezzo di pane ai dodici apostoli, non intendeva affatto sostituire il pane al sacrificio cruento. Egli stesso si sarebbe offerto, di lì a poco, al carnefice come vittima di un sacrificio cruento, rimarcando in tal guisa l’imperituro valore che la cultura cananea aveva annesso al sacrificio umano. Volle però, allo stesso tempo, che fosse soltanto il pane a ricordare il proprio sacrificio, forse per la facilità e la pulitezza della sua distribuzione alle masse che sarebbero accorse all’Eucarestia.
In Sardegna non è soltanto su Pani 'e is Bagadìus di Siurgus a sostituire un'originaria morte cruenta. Pani speciali si producevano e si producono ancora in numerose località, in coincidenza con i lavori principali: la tosatura delle pecore, l'innesto delle viti, la trebbiatura ecc. Si tratta di attività che comportano la partecipazione di numerose persone, e si svolgono in tempi relativamente lunghi, la cui conclusione è spesso sottolineata da un pranzo comune cerimonializzato. Quei pani non sono altro che sostituti di sacrifici cruenti.
I legami assai stretti tra il mondo agro-pastorale e la cerimonialità del pane, oggi sono meno visibili di un tempo in Sardegna; la preparazione di pani speciali in determinati momenti dell'anno agrario o di quello pastorale, l'utilizzo di questi pani entro riti con cui si credeva di poter influire sull'annata agraria o sul bestiame, appartengono più che altro ad una memoria oramai (sia pure di recente) spazzata via dalla cultura televisiva, dalla cultura laicizzante. Probabilmente avevano funzioni rituali di questo tipo anche alcuni pani cerimoniali per bambini, o i pani fatti per feste religiose coincidenti con periodi importanti dell'anno agropastorale.
Di seguito presento alcuni pani sacrificali della Sardegna:
1. Mi soffermo anzitutto sui pani de sa Carésima. Ce ne sono di vari tipi e con varie funzioni, ed è meglio spiegarsi bene. Il primo pane di Quaresima si fa il Mercoledì delle Ceneri in forma di bambola a sette gambe: è la Pipìa de Carésima, utilizzata come calendario, ogni settimana si stacca una gamba.
Tra i pani quaresimali c’è pure su Lazzaréḍḍu di Villaurbana. Fanno genere a sè i pani della Passione, anch’essi numerosi e destinati alla mensa di Pasqua, consumati assieme a su coccorròi cun s'όu. Tra questi ci sono i dodici pani votivi, quanti furono gli Apostoli, benedetti in chiesa il Giovedì Santo e distribuiti ai poveri e ai bimbi (si noti l’atto della distribuzione, su cui torneremo).
I veri e propri pani della Passione sono quelli le cui forme rappresentano i vari strumenti usati per la crocifissione del Cristo. Tali strumenti ispiratori non sono altro che i Mistéri cristiani (che poi misteri non sono, trattandosi di martello, chiodi, tenaglie, scala, croce, corona di spine). Tali Misteri sono d'una materialità disarmante, tutt'altra cosa rispetto agli antichissimi Misteri, celebrati in tono minore durante i riti dell'Equinozio di Primavera (corrispondente al tempo della nostra Pasqua) ed in tono maggiore con la ripresa vegetativa d'autunno. La processione cristiana dei Mistèri è poco nota (al pari di tutto ciò che la Chiesa ha tentato di stravolgere e occultare da 2000 anni senza riuscirvi appieno). Essa non è altro che l’edizione cristiana – quella tollerata, mistificata ed appositamente laicizzata – delle cerimonie sacre precristiane, che si concludevano portando in processione il Dio della Natura appena morto e già in procinto di risorgere. I Misteri furono una tradizione orientale ed egizia. Tutti gli Déi della Natura del Vicino Oriente morivano e rinascevano, al pari della vegetazione. Tali tradizioni si spostarono anche nell’area egea, e qui abbiamo ugualmente vari Misteri, ad iniziare da quelli Dionisiaci per finire con quelli Eleusini. Il mito che sta alla base di tali Misteri è sempre della stessa specie: il Dio (che per i Sìri, i Fenici, e poi per i Greci, fu Adone) viene ucciso o da un animale o da un rivale, viene pianto, sepolto nell’acqua, dalla quale risorge salendo in Cielo. Anche la tradizione del Cristo ripercorse questa forma canonica. Anch’Egli morì nel periodo pasquale, destinato in origine a chiudere l’anno agrario vecchio ed aprirne uno nuovo. Anche la morte del Cristo ha un significato sacrificale (lo dice Lui stesso prima e durante l’Ultima Cena).
Non c’è dubbio, quindi, che i pani della Passione siano riconducibili, fatta la tara delle operazioni metamorfiche compiute nel Medioevo, alla tipologia della vittima sacrificale, ai riti di Morte e Resurrezione.
Per la Domenica delle Palme il tema è il ramo della palma plasmato con la pasta. Ma si sfornano pure pani di altra forma, conservati per buon augurio da pastori e contadini: uno di questi è la pertusìta e s’òmine di Macomer (che vedremo oltre, considerato il suo significato sacrificale).
2. Tornando alla Domenica di Pasqua, il pane pasquale è ornato spesso da un uovo col guscio, chiamato angùli o angùllu, lo stesso nome che ha il Pane messo in croce a Siurgus.
Nella cultura sarda è conservata da millenni la tradizione dell’uovo di Pasqua, la cui manifattura è in voga pure presso gli Ebrei. L'uovo incastonato ha un arcaico significato pan-mediterraneo, già noto ai Sumeri ed ai Babilonesi, legato alla rinascita della natura, la quale avviene proprio nel periodo pasquale. Nei Misteri orfici narrati dalla letteratura greca si ricorda che Chronos genera nell'Etere un uovo splendente dal quale nasce Fanes. Egli è la prima luce. Crea il cielo, la dimora degli dèi, crea la terra e la luna. Per gli uomini crea sulla terra una dimora separata, nè troppo calda nè troppo fredda (vedi Frammenti orfici n. 68, 84, 88, 89, 90, corrispondenti ai frammenti Kern 70, 86, 91, 92, 93). L'Uovo è posto, insomma, all'origine dell'Universo; in qualche modo intravediamo in esso ciò che per noi, figli dell’Era Atomica, è il Big Bang.
Se qua ora affianco il pani cun s'òu (o s’angùli) alla congerie dei pani sacrificali di cui sto trattando, è perchè all'inizio della Primavera nell'alta antichità si praticavano dei sacrifici di fertilità, ed i Misteri orfici, per quanto legati a procedure non-violente, rimanevano pur sempre affiancati, temporalmente sebbene antagonisticamente, ai sacrifici cruenti attuati da chi non seguiva i riti orfici. C'è da immaginare che le associazioni private organizzatrici delle processioni e dei riti orfici, portatrici com'erano d'una visione più illuminata dei destini dell'uomo, procedessero - quasi come gandhiani ante litteram - a manifestazioni collaterali, che miravano ad avere gli stessi effetti ma senza sangue.
Il pane confezionato per la Domenica di Pasqua si dà a parenti, amici, anche al parroco, ai bambini, ai dipendenti (si noti di nuovo questa cessione rituale).
Pure nella ricorrenza del Lunedì dell'Angelo il pane è un elemento fondamentale del rito propiziatorio. In molte località del Sulcis i contadini portano in campagna, insieme alle palme benedette, sa gruzhi de Paska, un pane-dolce a forma di croce latina. In ciascun lato del campo il contadino, dopo essersi segnato, spezza un braccio della croce. Al termine del rito, il pane è consumato insieme ai familiari. Questa è una reminiscenza degli antichi sacrifici cruenti, rappresentati dallo sgozzamento sul campo di un animale e dal consumo di una sua parte (mentre il resto era bruciato in olocausto).
3. Un altro pane ascrivibile agli antichi riti cruenti è su pani 'e sant'Antòni, legato al culto di sant'Antonio abate, diffuso in Sardegna.
Nella iconografia popolare e nelle leggende locali, il Santo eremita appare come protettore degli animali domestici e donatore del fuoco agli uomini (quindi è una caricatura medievale dell’antico Promèteo).
É diffuso l'uso di accendere la sera del 16 gennaio dei grandi falò. La festa si svolge attorno al falò, o ad esso si collega: benedizione del fuoco, processione degli animali, balli e canti, banchetti comunitari, distribuzione di pane - spesso votivo - a parenti, amici, sacerdoti, poveri, persone di nome Antonio.
Di forme, dimensioni e nomi molto vari (pistίḍḍu, turéḍḍu, panisceḍḍa 'e sant'Antòni, pan'e gònciu, pài de sant'Antòi), i pani fatti per la festa hanno quasi sempre la caratteristica comune di essere pani-dolci. Per lo più commestibili, hanno però un valore sacrale, come indicano le cerimonie della distribuzione tra i presenti alla Messa o all'accensione del falò, della divisione in tocchi uguali, della preparazione per un voto, della conservazione di parti del pane, o della dispersione del pane sbriciolato nei campi o negli ovili, analogamente a quanto avviene per le ceneri e i tizzoni spenti del falò. Anche qui siamo di fronte a residui metamorfici di un antico rito dello sgozzamento dell'animale sacrificale e del versamento del suo sangue sulla terra.
4. Su turéḍḍu è un altro dei numerosi pani-dolci di sant’Antonio.
Per lo più commestibile, è un pane con accentuato valore sacrale, come indicano le cerimonie della distribuzione tra i presenti alla Messa o all'accensione del falò, della divisione in tocchi uguali, della preparazione per un voto, della conservazione di parti, o della dispersione nei campi e negli ovili, analogamente a quanto avviene per le ceneri e i tizzoni spenti del falò notturno.
Turéḍḍu ha la sua base nell'accadico turu ‘carbone ardente’ + ellu ‘puro, sacro’ (riferito all’offerta del cibo). Il composto tur-ellu > turéḍḍu significò quindi in origine ‘offerta dei carboni ardenti’, ‘offerta, sacrificio, che si fa davanti ai carboni ardenti’. Il significato sacrificale di questo pane risulta evidente.
5. Altro tipo di pane sacrificale, ipostasi d'un antico rito cruento di fertilità, è sa pertusìtta (o peltusìtta), pane dei riti di Capodanno (ma pure dei riti equinoziali, o pasquali che dir si voglia). Sa pertusìtta è in uso presso le famiglie contadine o pastorali. L’etimo del termine è il bab. pērtu(m) 'testa, capigliatura' + ṣibtu(m) 'un genere di pagnotta'. Quindi in origine consistette in un pane spezzato ritualmente sul capo. Anche in Israele c’è la tradizione di spezzare il pane sul capo della fanciulla che si sposa. Si taglia sul capo ciò che in tempi arcaici si scannava, si arrostiva e si tagliava in parti uguali tra i sacrificanti. Infatti la pertusìtta non solo è spezzata sul capo, non solo è appesa nell'ovile, ma è pure sbriciolata nel campo o nell'ovile medesimo, quale gesto di buon auspicio per i futuri raccolti o per le future figlianze. Un gesto che ricorda vividamente l'antico sgozzamento d'una vittima sacrificale.
6. Per Capodanno, con significati analoghi, abbiamo su cábude e sa giùda o giuàda, pani o pani-dolci delle famiglie benestanti. Nel Logudoro sono spezzati dal padre sul capo del primogenito o distribuiti tra i familiari e i dipendenti (servi-pastori o servi-zappatori). A Tresnuraghes su cábude 'e su massággiu era offerto sino a pochi anni fa ai servi impegnati nei lavori agricoli.
A Busachi contadini e pastori preparano sa tunda, che raffigura il lavoro dei campi o dell'ovile; dopo essere stata benedetta da tre persone di nome Maria, è tagliata dal capofamiglia che tiene per sè la prima fetta, per il bestiame la seconda.
A Sédilo, Noragugume ed altre località della zona si modellano sa mandra e s'arzòla, pani simbolici con la raffigurazione dell'ovile o dell'aia; generalmente è il padrone a farne dono ai suoi pastori ed ai suoi contadini.
Il cábude fu usato non solo per essere appeso nell'ovile, ma anche per essere sbriciolato nel campo o nell'ovile medesimo, quale gesto di buon auspicio per i futuri raccolti o per le future figlianze. Pure questo è un gesto che ricorda l'antico sgozzamento sacrificale.
L’etimo di cábide, cábude è l'accadico hâbu ‘purificare’ cultualmente una persona + u’du (un gruppo di lavoratori a giornata), oppure udû ‘attrezzi, attrezzatura di lavorante’. Il significato arcaico del composto fu quello della purificazione dei lavoratori dipendenti e di benedizione degli attrezzi da lavoro.
7. Tacchínu, pastadura di Scano Montiferro, è un altro pane sostitutivo dei sacrifici cruenti. Dal nome sembra a tutta prima significare ‘tacchino’ (italianismo). Ha forma semplice, “a duas melas” non decorate. A Cuglieri c’è una pastadura tripartita chiamata tacchίnu a tres concas. Indubbiamente manca l’attinenza col tacchino introdotto in Sardegna da pochi secoli. Peraltro in sardo il tacchino è detto dindu o piócu.
Per l’etimo abbiamo il composto accadico: ṭabhu(m) ‘scannata’ (detto di pecora) + ēnû ‘sostituto’. Questo pane era il sostituto povero portato al tempio da chi non poteva permettersi una pecora da scannare. Ricordo al riguardo che il cerimoniale del Tempio di Salomone comprendeva una sequenza scalare di animali o manufatti da portare sull’altare, ma era compreso pure il pane per la gente meno abbiente.
8. Anche su Pani de is Bagadìus è collegato ai riti cruenti, in questo caso al rito dell'uccisione del dio siro-fenicio Adòne. La sua antica funzione è riconoscibile dal fatto che, una volta terminata la solenne processione del Pane di Siurgus, esso viene distribuito fra numerosi richiedenti, che lo utilizzano come strumento apotropaico per difendersi da vari malanni, spezzettandolo e gettandolo, secondo i bisogni, o sul campo, o nell'ovile, o sul tetto di casa o altrove.
Il ruolo sostitutivo di antichi riti cruenti è avvalorato peraltro dall’analisi etimologica dei suoi singoli componenti, per la quale rimando al capitolo 5, dedicato interamente a tale Pane.