RIFLESSIONI SULLE MASCHERE CARNEVALESCHE

DI MAMOIADA (E NON SOLO)



Ho letto le “Note etnografiche” scritte da Raffaele Ballore all’inizio della sezione “Saggi, studi e ipotesi…” della finestra MAMUTHONES E ISSOHADORES (www.mamoiada.org). Esse contemplano tutto quanto si è già scritto al riguardo delle maschere sarde. Il redattore Ballore ne tenta una sintesi, tesaurizzando il possibile e scartando ben poco, se non certe affermazioni del Naseddu.

Leggendo il testo delle “note” verrebbe voglia di risistemarlo, non tanto per farlo incedere con logica più stringente quanto per capitolarlo secondo i temi. La mancanza di capitolazioni ha nociuto all’insieme, trainando delle ripetizioni e delle contraddizioni probabilmente non volute, lasciate forse sussistere dall’appassionato autore, più che altro per non apparire un burbero chiosatore delle tesi altrui. Da scambi avuti con l’autore, so che la sua esposizione non ha pretese accademiche. Da cultore appassionato e da elemento del gruppo “Mamuthones” di Mamoiada, ha voluto spiegare una ricerca e chiarire il metodo procedurale per i ripristini fatti nell’abbigliamento e negli accessori delle splendide maschere carnevalesche.

Va dato atto a questo sito che è il più completo a proposito delle maschere mamoiadine, quanto a raccolta di dati, tesi e saggi.

Però al contempo va precisato che qualunque discorso sui Mamuthones e sugli Issohadores necessita di premesse solide, senza le quali ogni ulteriore confabulare avvizzirebbe le energie di quanti desiderano strappare il velo dagli antichi significati del Carnevale di Mamoiada.


1. La civiltà sardiana. Introduco la prima solida premessa, senza la quale ogni discorso rimarrà un vociare tra sordi: i Sardi nell’antichità precedente le prime invasioni storiche (possiamo datarle al 238 a.C., essendoci da discutere sul fatto che l’invasione dei Cartaginesi possa essere stata traumatica), furono un popolo libero. Non solo, parteciparono alla pari al commercio intermediterraneo, quindi parteciparono da protagonisti alla civiltà mediterranea, condividendo alla pari i fenomeni linguistici che si erano affermati durante una lunghissima temperie di 2000 anni nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente. Dai Sumeri in poi, passando per Accad, Ninive, Babilonia, gli Aramei, i Fenici, gli Ebrei, s’instaurò nel Mediterraneo centro-occidentale e nel Vicino Oriente una Grande Cenòsi Linguistica, resa inossidabile dal prestigio dei Mesopotamici che avevano inventato la scrittura. La Sardegna s’impregnò a tal punto di quella Cenòsi, che ancora oggi essa costituisce lo zoccolo duro della lingua sarda.


2. Il Carnevale. Altra solida premessa, senza la quale non ci può essere dialogo, è che il Carnevale come tale è sempre esistito fin da quando l’uomo del Paleolitico cominciò ad organizzare il ciclo dell’anno. Io, che sono linguista, arrivo a capire ciò per via lessicale. Ad ognuno gli strumenti che gli appartengono. Ma spero che i miei pochi lettori condividano la certezza che le parole sono un prodotto della civiltà (non della barbarie), nel senso che l’uomo produsse il proprio linguaggio momento su momento, per contrassegnare, localizzare, dare nomi alle cose, alle idee ed alle situazioni da lui create o che l’ambiente gli opponeva. Il termine Carnevale (e quindi lo stesso concetto di Carnevale) è arcaico, risale certamente al Paleolitico, ed è solo un caso che noi reperiamo questa parola registrata presso coloro che inventarono la scrittura, ossia i Mesopotamici, che sono i fautori della Grande Cenòsi Linguistica Semitica. Tale parola l’avremmo potuta reperire anche in altri contesti lessicali eurasiatici, se altre lingue fossero apparse per iscritto nello stesso tempo di quella sumerica. Così non è stato. Quindi è in Mesopotamia che dobbiamo andare a reperire la prima attestazione scritta.

Carnevále, carnasciále, carrasegáre sono parole assai simili tra di loro, e sono nate nel Paleolitico Superiore, anche se è vero che le rinveniamo e riusciamo a interpretarle soltanto con l’apparire della scrittura. Ma andiamo con ordine.

Wagner nel Dizionario Etimologico Sardo esordisce registrando il lemma sardo-centrale karrasekáre, logud. karresegáre ‘carnevale’; Carta greca 31: καρησεκ(άρη); Stat. Sass. I, 113 (39r): innanti de carrasecare; I, 114 (39r): sas festas de natale de carrasecare. Egli traduce il lemma dal latino carne + secare, ossia ‘tagliare’, ‘interrompere il nutrimento della carne’, dunque una formazione come l’it. carnelasciare; sp. carnestolendas o il greco απόκρεως.

Wagner non ha molta scelta, vista la sua mania latino-centrica. Lo stesso Dizionario Etimologico della Lingua Italiana non fa altro che interpretare l’it. Carnevale (apparso nel sec. XIII) o Carnasciale (apparso col Cavalcanti nel 1297) come, rispettivamente, < lat. carnem levare o carnem laxare ossia ‘togliere la carne’ o ‘lasciare la carne’, con riferimento al periodo di digiuno e penitenza della successiva Quaresima.

Ma suona assai strano che un periodo di follia, di licenza, di capovolgimento delle usanze, che appare come stacco ed alternativa rispetto al tran-tran della vita quotidiana, debba ricevere il nome dai caratteri di rigore e severità che sono propri di un periodo immediatamente successivo (la Quaresima). Dobbiamo ammettere che il pressappochismo degli etimologisti indoeuropeisti si è lasciato imprigionare, anche in questo caso, dalle paronomasie: si sono adagiati acriticamente al lat. carnem levare perché Carnevale gli assomiglia parecchio! Ben misero sforzo.

In realtà la tradizione del Carnevale nel mondo mediterraneo – non importa come venisse di preciso chiamato e organizzato: si tratti di Saturnalia o di altro – è vecchia com’è vecchia la nostra civiltà, ed è sempre stato un periodo di capovolgimento, di rottura delle usanze e della moralità tradizionali. E allora andiamo alle vere etimologie.

Il logud. e centr. Carrasecáre, Carresegáre non ha niente da spartire col ‘tagliare la carne’ (nel senso di privarsene) ma ha la base nell’accadico qarnu(m) ‘potenza, potere’ degli umani + sehu ‘rivoltarsi, distruggere, dissacrare’, col significato complessivo di ‘dissacrare il Potere, i potenti’. È quindi una rivolta non-violenta contro tutto ciò che gli uomini potenti hanno fatto al popolo durante un’intera annata.

Quanto all’it. Carnevale, l’etimologia è la seguente: accad. qarnu(m) ‘potenza, potere’ degli umani + (w)âru(m) ‘andare contro, scontrarsi con’, col significato complessivo di ‘andare contro il Potere’.

Quanto all’it. Carnasciale (sardo Carrasciale), abbiamo accad. qarnu(m) ‘potenza, potere’ degli umani + šalû(m) ‘sommergere, annegare’, col significato complessivo di ‘annegamento del Potere’.

Una breve nota circa i due termini italiani: essi hanno sempre vissuto paralleli al termine sardo, quindi sono coevi ed antichissimi, sono pre-latini e pre-indoeuropei. Il fatto che i ricercatori li abbiano “ripescati” soltanto alla fine del Medioevo credendoli latini, e non ne abbiano notato il primo apparire di 5000 anni fa, la dice lunga su quanto sia arretrata in Italia la ricerca delle origini, obnubilata com’è dalla cultura fascistizzante di tutti gli addetti, educati a credere ciecamente che la civiltà italiana, e con essa la lingua italiana, sorse con l’Urbe, e che prima dell’Impero i popoli italici grugnissero come maiali. La gran parte dei lemmi appartenuti alla Grande Cenosi Linguistica Semitica, di cui è piena l’Italia, riappaiono non a caso dal Medioevo in poi, poiché è proprio con l’apparire delle lingue volgari che il popolo si riappropria dell’antico linguaggio, mettendo in sordina buona parte dei lemmi latini che gli furono imposti durante l’Impero.


3. Mamuthone. Per capirne l’etimo dobbiamo necessariamente rifarci (ed è la terza solida premessa) alla base ugaritica Motu, che nel Vicino Oriente indicava un dio dal carattere demoniaco che poneva fine alle attività vitali: era ‘la Morte’. Da Motu prese piede nell’intero Mediterraneo un nome con tante sfumature fonetiche, che in Sardegna divenne Mommoti (termine raddoppiato in modo superlativo alla maniera semitica, Mom-moti, per indicarne la terribilità). Mammutthone, Mummuthone, Mommothone non è altro che l’accrescitivo di Mommoti, ed oggi il celeberrimo spauracchio – noto in tutto il mondo – domina il Carnevale di Mamoiada, e non solo. Mammuthone rappresenta la morte dell’anno vecchio e nel contempo celebra la nascita dell’anno nuovo che s’apre all’orgasmo della natura. Di qui la contrapposizione istantanea (e la pagana rappresentazione) della Morte e della Vita (l’una che arretra, l’altra che avanza). A Mamoiada l’attuale religione non è riuscita ad obliterare, se non in parte, le sacre funzioni del Nuovo Anno (altro che invenzione del Carnevale per volontà dei papi!) e, inserendo la nascita di Gesù all’inizio dei Saturnalia (le feste latine che aprono il Carnevale), ha tollerato che la sacra rappresentazione della Morte rimanesse relegata tra i lazzi del Carnevale.


4. Bisera de santa. Quindi la Chiesa non c’entra affatto nella nomenclatura mamoiadina della bisèra de santa, con la quale sos issohadores coprono il viso. La quarta solida premessa dev’essere pertanto basata sul fenomeno della “legge della paronomasia”. Con la millenaria influenza della parlata latina e poi delle lingue neolatine (italiano ed iberico), molte parole antico-sardiane subirono la paronomasia, ossia l’adeguamento fonetico e semantico dei termini dei quali si era perso il significato. Sa bisèra de santa non indica una ‘santa’ ma indica ‘su issohadòre’. Mi spiego. Santa è un’arcaica parola babilonese (šanṭu) e riguarda il concetto di ‘tormentare, lacerare, straziare, dilaniare’. Dilaniare chi? ‘Colui che si è slegato’, colui che si è sciolto dalla corda. Tutto questo indica il brevissimo termine semitico. Quindi sa bisèra de santa è ‘sa bisèra de s’issohadòre’, il quale evidentemente un tempo ebbe il ruolo oggi svolto da altre maschere barbaricine, che tengono alla corda un essere il quale spesso si slega e scappa, e poi lo riacciuffano picchiandolo selvaggiamente, fino a che – come da rito – quell’essere demoniaco non venga ucciso o arso vivo. Costui (su Mamuthone) è quello che in altri contesti carnascialeschi della Sardegna del centro-nord viene chiamato Giògli (ossia Giorgio).


5. Sas bisèras e sos thurpos. Nell’antichità non ci fu mai una manifestazione senza maschere (anche le processioni carnascialesche dell’antica Grecia, da cui ebbero origine le rappresentazioni tragiche – quelle dei teatri –, erano mascherate). Questa è la quinta solida premessa. Ne consegue che pure su issohadore – a dispetto della polizia del Ventennio Fascista – doveva stare, e deve stare, mascherato. Tutti gli attori, di Carnevale, dovevano avere una maschera, a meno che non fossero dalla parte del popolo spettatore. Gli attori di Mamoiada rappresentano una storia tragica: a maggior ragione devono stare mascherati. Chi non ha una maschera posticcia, si tinge almeno il viso di carbone.

C’è da immaginare che in Sardegna in età arcaica tingersi il viso era di gran lunga il modo più semplice e più tradizionale di un travestimento. Un esempio paradigmatico sono sos Thurpos, Tzurpos, le famose maschere del Carnevale di Orotelli totalmente nere, vestite con pastrano nero tessuto con lana di capra nera, incappucciati di nero, col viso nero di carbone.

Il mio amico Gesuino Murru sostiene che in mesopotamico il nome corrisponde a dei folletti, a dei diavoletti. In realtà gli unici termini foneticamente identici da me trovati sono il bab. ṭurpu ‘rimozione forzata, sequestro, confisca’ e bab. ṭupru ‘zoccolo (di bestia)’. Poichè il procedere dei Thurpos (Tzurpos) è simile a quello dei Mammuthones, una coppia in cui il primo thurpu imita l’animale che scappa mentre l’altro thurpu lo insegue e lo prende al laccio, sembra evidente l’origine dal bab. (ṭurpu: 'sequestrare'). Ma a ben vedere qui abbiamo un concorrere anche di altre forme e significati che tendono a fondersi. Perchè c’è pure il bab. šurpu(m) ‘burning, incineration (of wood); firewood, combustible’, ossia ‘bruciatura, incinerazione di legna; legna da ardere, combustibile’. É esattamente la figura che appare nel travestimento del thurpu: che è un ‘tizzone’ vagante.

In ogni modo va sottolineato che sos Thurpos sono delle maschere aventi finalità religiose e riferibili tout court all'area babilonese. Paolo Matthiae 366 Rep. ricorda che "forme particolari e frequenti di preghiere sono quelle che accompagnano atti liturgici, come i sacrifici e le pratiche divinatorie, e tra questi sono assai importanti ed estese le serie denominate Maqlu e Shurpu, che si dovevano recitare in occasione di pratiche magiche vertenti sulla combustione".

Da quanto precede si capisce che chiamare in sardo thurpu un uomo cieco significa usare una metafora, in considerazione della figura dei Thurpos, che nell'aspetto generale sono di un nero totale, per giunta ricoperti da un grande cappuccio, onde dànno proprio l'impressione di essere dei ciechi vaganti.


6. Colore bianco e foggia muliebre. La maschera dell’issohadore non è nera come quella dei thurpos, e neppure tenebrosa come quella dei mamuthones. Anzi, tende addirittura ad assumere un aspetto muliebre, né più né meno di quanto accade alla Sartiglia di Oristano, cavalcata e mascherata arcaiche, nonostante che una petulante masnada di studiosi la voglia far dipendere dall’influsso della civiltà spagnola o italica.

Sa bisèra netta o bella o “santa” è un fenomeno che da Oristano s’espande a tutto il Nuorese. Penso che, giusto quanto registrato da Ballore nelle “Note etnografiche”, essa abbia subito le tradizioni cavalleresche medievali, le quali spaziano dai Cavalieri di re Artù ai Cavalieri di Carlo Magno sino ai trovatori ed ai cavalieri delle corti rinascimentali. Anche alla corte di Arborèa si praticavano le tradizioni cavalleresche europee. Questa considerazione ci apparecchia degli esiti che possiamo cogliere per intuizione. Poiché il mondo cavalleresco ha sempre coltivato il mito e l’ideologia del Bene in lotta contro il Male (e ciò finchè Cervantes non smascherò tale inganno perbenista), e poiché il Regno di Arborea s’estese stabilmente proprio nel centro-Sardegna, dobbiamo vedere sas bisèras nettas come un modo esclusivamente sardo di precisare i ruoli carnascialeschi e così distinguere il Bene (l’Anno Nuovo che avanza, rappresentato da tutte le bisèras nettas) dal Male (l’Anno Vecchio morituro, su Mommoti, rappresentato dalle bisèras thurpas).


7. Turcos, truccos. Nel carnevale di Ollolái sono maschere appartenenti anch’esse, come accade a Lodè, a sas mascheras nettas (maschere che non tingono il viso di carbone). Esse sono quindi di foggia modernizzante.

Non è affatto pensabile d’individuare tali maschere nei Turchi, perché Ollolai sta al centro della Sardegna, annidiata in una selva di montagne, e le bande musulmane che per 1000 anni sono sbarcate in Sardegna non si sono mai spinte così a fondo. In seconda opzione, turcos può sembrare un termine italianizzante: trucco; ma neppure questa soluzione è accettabile, per la sua banalità. È meglio pensare a una paronomasia. Questa è la settima solida premessa, anche se non è facile fornire un etimo di pronto apprendimento.

Truccos, turcos a tutta prima può sembrare un composto sardiano con base nell’accad. ṭīru (un genere di albero o cespuglio) + uqqu ‘paralisi’, col significato complessivo di ‘paralisi o morte della natura’. Il riferimento alla morte e rinascita della Natura, mimata da tutti i carnevali barbaricini, sarebbe evidente. Un accenno ai cespugli c’è persino nelle maschere di Samugheo, che si presentano col capo ricoperto da un cilindro di sughero sormontato da corna.

Eppure propendo per una soluzione più semplice, per quanto intrigante: turcu sembra l’esito attuale di un composto sardiano con base nell’accad. dūru ‘parti del corpo’ + uqqû ‘dipinto’ (in composto dūr-uqqu > *dur(u)qu > turcu), col significato complessivo di ‘corpo dipinto’. Col che ricadiamo nelle maschere carnascialesche, che in origine (immaginiamo sempre le origini arcaiche) dovevano essere variopinte, essendo il colore e la variegatezza il linguaggio delle feste primitive (oggi si pretende il multicolore di Armani). Ma nel concetto sardo essere dipinti non significa affatto che ci si tinga di vari colori. Basta che il corpo esca dall’usuale mediante la mascheratura, per la quale può ben valere il tizzone di sughero.

Ma detto ciò, perché sos turcos debbono essere identificati proprio in sas mascheras nettas, visto che, tutto sommato, sono le meno dipinte? Per dirimere il problema dobbiamo cercare d’intuire i ruoli che in epoca arcaica (visto che il termine è arcaico) si ripartivano tra sos turcos e le maschere tragiche antagoniste sospinte verso la Morte (Mamuthones, Maimones, e altre). Certamente in origine (e prima del regno di Arborea) sos turcos non dovevano avere sas bisèras nettas ma altre bisèras, le quali però dovevano in qualche modo distinguerle nel ruolo, visto che sos turcos sono il Bene che avanza, le maschere pungolate e strattonate cun sa soga sono il Male che recede.


8. Bisèra bella, bisèra merdùle, bisèra de sinnòre. A Ollolai nel ‘700 e nell’800 c’erano tre bisèras lignee. Sulla prima ho già detto, sulla terza sorvolo poiché sembra un particolare paesano.

Interessa invece precisare il discorso, ponendolo come salda premessa, a riguardo della bisèra merdule. Merdùles sono anzitutto le maschere carnascialesche di Ottana, forse le più rappresentative ed originali della Sardegna assieme a quella dei Mamuthones. Tutte le maschere di Ottana vengono in genere chiamate Merdùles. Ma su Merdùle vero e proprio indossa bianche pelli di pecora (sas peḍḍes), porta sul capo un nero fazzoletto muliebre e sul viso una nera maschera antropomorfa (sa carazza) in legno di perastro; sovente questa maschera impassibile è resa deforme da bocche storte, dentacci o nasi lunghi o adunchi. Su Merdùle tiene in mano un nodoso bastone (su mazzuccu) e una frusta di cuoio (sa soca). Ha gambali in cuoio e calza le solite scarpe da pastore. Nella rappresentazione scenica egli tiene legato il bue (su bòe, la seconda maschera) e in disordinato e tumultuoso corteo lo sospinge ma tenta di limitarne la furia. Su bòe si ribella e si scaglia contro il padrone, tentando goffamente di moderarne le aggressioni; sbuffa, scalcia, infine si getta a terra sfinito. La terza maschera è sa filonzàna, 'la parca' che tesse il filo dell'esistenza: tipico paradigma di ciò che è il Carnevale, in cui il Bene e il Male si combattono, e la Parca sta lì presente, attendendo il momento di tagliare il filo.

Qualcuno presume che il nome Merdùle derivi, sic et simpliciter, da merda; altri, con più acume filologico, pensano abbia origine nuragica, da mere 'padrone' + ule 'bue' ('padrone del bue'). Così la pensa anche Ugas (L’Alba dei nuraghi 242), precisando l'antichissima origine da Merre. Ma Merre in Sardegna è il dio universale dell'acqua di vena, fecondatore della Potnia Madre mediterranea (vedi accad. mīru ‘toro d’allevamento’, in sumero riferito esplicitamente al dio). E poiché il Carnevale è pure una cerimonia d’implorazione delle piogge (vedi l’equivalente del Mamuthone in Oniferi, che è Maimone, Mamone, il dio della pioggia, dall’ebraico maim, accad. māmū ‘acqua’), supponiamo per Merdùle il composto Merre + accad. dullu(m) 'rituale religioso' (in composto Mer-dullu > Merdùle). Da non dimenticare che il dio semitico Mer, attestato nell’età accadica soprattutto nell’onomastica, era un dio minore, e fu poi adorato principalmente presso gli Amorrei, che furono i semiti nord-occidentali (Paolo Matthiae 284).

Ma torniamo alla bisèra merdùle, considerata a torto una ‘ maschera sudicia’. Tale costume ricopre il viso col simbolo dell’uomo baffuto e barbato, e solo nella restante veste intende raffigurare un vecchio logoro e sdrucito. Sembra proprio che l’abbrutimento dello stato di tale maschera derivi dal contagio della paretimologia, che ha ridotto i Merdùles alla triviale merda.


9. Su passu tzoppu. È lodevole l’intento del professor Naseddu di rintracciare una precisa metrica coreica nel passo cadenzato dei Mamuthones. Sarei tentato di entrare nella polemica che divide Ballore da Naseddu per approfondire il tema. Ma non credo di avere al momento tutti gli strumenti del caso. Ciò che mi divide dal Naseddu è piuttosto il suo credo ineffabile che lo àncora fedelmente alla mitologia della grandeur sintetizzabile nello slogan “o Roma o morte”. Avrei piacere di ascoltare a fondo tutte le ragioni del Naseddu, che per ora condivido in parte. Desidero comunque dire che le antiche feste e processioni della Sardegna conservano ancora, in certi casi, dei ritmi arcaici che per comodità (soltanto per comodità) possiamo riferire all’antica metrica greca. Ciò è vero, ad esempio, per la ritmica coreica dei Candelieri di Sassari, composta da giambi, anapesti, coriambi, anacreontici. Ma la festa dei Candelieri, una delle più belle del Mediterraneo, è da me seguita da 65 anni e col tempo l’ho potuta assimilare, mentre il passo dei Mamuthones non l’ho ancora studiato, e non saprei dire se esso non rispetti più (per deviazione modernista) i canoni di un antico metro classico, o abbia invece nella propria struttura un quid che la nostra cultura non riesce ancora ad inquadrare.

Ma Dio ci liberi dal credo “a una dimensione”. Se oggi noi possiamo citare a proposito l’antica metrica greca e, di rimando, quella latina (persino il Verso Saturnio), cosa possiamo affermare invece della metrica ch’era in uso nell’Egeo arcaico, in Anatolia, nella Mezzaluna Fertile, sul Nilo e tra gli Ebrei? Dei Salmi biblici conosciamo, oltre all’ineffabile altezza poetica, soltanto una metrica imprecisa, e così dicasi della grande letteratura di Ugarit, con la quale i Salmi si apparentano.

Per tornare al passo zoppo dei Mamuthones, osservo che esso è in buona compagnia. Nel sud Sardegna non c’è festa etnica senza ballo-zoppo. Tanto vino buono, tante sbornie, in quelle feste, sino ad andare sciampitténdi, con le “gambe a sciarpetta”. Già. Perché la locuzione “gambe a sciarpetta” non è altro che una pacchiana italianizzazione per is cambas a sciampìtta. Nel Campidano di Cagliari sciampittái significa, oggi, ‘zoppicare saltellando: perché impedito a un piede’ (considerato che sa sciampitta è anche la breve catena flessibile cui si lega il porco in casa). Da qui è derivato il caratteristico ‘ballo zoppo’ di Quartu sant’Elena e di tanti altri paesi, detto Sciampìtta. Per essa abbiamo la descrizione generica di Fagher sos passittheddos de su ballu, fagher zenìa de mustra cun su ballu. E per Sciampitta in quanto ‘danza’ abbiamo questa descrizione del Puddu: Fagher de ancas ballendhe; de comenti, a bortas, de unu ballu intendis sa connota pichiada, tentas casi una lestra sciampitada.

Il termine Sciampìtta ha la base nel babilonese ṣapītu (un genere di giunco, la cui cedevolezza evidentemente ha fornito il concetto della gamba claudicante, flessibile nella danza, implicata in nervose variazioni ritmiche). Prima dell’Età del Ferro, la sciampìtta doveva essere una corda fatta di giunchi intrecciati. Da qui possiamo intendere quanto sia antico il termine, che ha generato, come stiamo vedendo, numerose locuzioni moderne. E così, se le gambe fanno Giacomo-Giacomo, non dobbiamo andare ad arrampicarsi sugli specchi per vedere l’origine del maldestro procedere in “San Giacomo”, il quale era anzi un forte camminatore, se è vero che da Gerusalemme arrivò sino a Compostela. Questa locuzione oramai italianizzata è anch’essa in puro babilonese. Deriva originariamente da ħaħħu ‘flegma, mucus’, termine ripetuto secondo l’uso semitico (ħaħħu-ħaħħu) per dargli maggiore forza icastica. Al tempo degli Spagnoli, essendosi ormai perso il significato di ħaħħu-ħaħħu, i Sardi, per paronomasia, hanno identificato la locuzione con l’ispanico antico Jacome y Yago (che sono due forme per dire ‘Giacomo’). In sardo abbiamo, alla spagnola, Jagu, Jacu, Giagu, che in ispanico è pronunciato con l’iniziale velare-affricata, proprio come il termine semitico. Di qui la locuzione sarda, oramai italianizzata: Le gambe mi fanno Giacomo-Giacomo.

In Sardegna il ballo zoppo o sciampitta riceve pure il nome di bìcchiri. Dolores Turchi (Lo sciamanesimo in Sardegna 186) dà gli elementi antropologici per inquadrare il fenomeno nell'ambito del Carnevale sardo. «Tra le maschere tradizionali, antico retaggio del culto dionisiaco, la vittima sacrificale si muove mimando uno squilibrio deambulatorio. Questo risulta molto evidente soprattutto nella maschera del mamuthone di Mamoiada che esegue una sorta di danza zoppicante. In alcuni paesi in cui il Carnevale tradizionale è scomparso già dall'Ottocento è rimasta la danza che si svolgeva prima del sacrificio della vittima, in genere simboleggiata da un fantoccio arso su un rogo. Questa danza, in paesi come Sarule e Orani, era chiamata "su ballu tzoppu", a Ollolai "s'indassia", altrove "bicchiri" o "ballu bicchirinu", tutte danze caratterizzate da un certo passo claudicante, fatte con compostezza, in silenzio, con lo sguardo perduto nel vuoto. Pur non conoscendone il significato, è presumibile che tali danze simboleggiassero il passaggio della vittima sacrificale dal mondo dei vivi a quello dei morti».

Poichè il lemma bìcchiri è rimasto sinora senza comprensione, tento di spiegarlo nella stessa direzione proposta dalla Turchi. In accadico c'è la forma behēru 'selezionare; scegliere animali'. Sembra di capire che bìcchiri indicasse in origine proprio l'animale sacrificale (nel caso sardo inquadrato nel Carnevale, ma comunque scelto in tutta Europa e specialmente nel Vicino Oriente durante le cerimonie della Primavera: vedi il capro espiatorio degli Ebrei, e vedi specialmente il lemma spistiδδare).

Gli Ebrei attuano il sacrificio del capro espiatorio nella ricorrenza di Yom Kippur (il Giorno dell’Espiazione), che cade dieci giorni dopo il capodanno autunnale; in tale giorno si purifica il santuario e l’altare per espiare i peccati e le impurità del sommo sacerdote e d’Israele tutta. Il sommo sacerdote sacrifica un toro per sé e un capro per Israele, ed usa il sangue per rimuovere le impurità del santuario. Subito dopo questo rito, si svolge un rito collegato nel quale il sommo sacerdote pone simbolicamente i peccati del popolo sulla testa di un altro capro (il cosiddetto capro espiatorio) che viene portato vivo nel deserto e gettato dall’alto di un dirupo.


10. S’Urtzu. Altro punto fermo e (sarei per dire) non negoziabile è l’etimo di s’Urtzu, che non ha alcun collegamento con l’orso, il quale peraltro in Sardegna non è stato mai conosciuto. Riconosco che in varie parti dell’isola, credendosi ciecamente (per paretimologia) alla figura dell’orso, si manipolano le maschere in questo senso, mettendo a correre un orso che viene “martoriato” usque ad mortem dai suoi persecutori. A Mamoiada un tempo s’Urtzu precedeva i Mamuthones. Esso era preso al laccio, come i Mamuthones, da parte degli issohadores. La maschera scomparve perché, correndo liberamente, entrava nelle case e con la sua mimesi metteva fortemente in imbarazzo la gente.

Il termine non è attestato dal Wagner. In ogni modo debbo affermare che per capire la natura di questa maschera occorre andare a Samughéo, dove una maschera zoomorfa con tale nome compare nel periodo di Carnevale. Oggi la maschera si presenta con la testa di caprone nero, e per attuare la sua pantomima carnascialesca indossa anche un’intera pelle di capro (nero), correndo per le vie del paese in cerca di donne con le quali, afferràtele, imita (un tempo almeno imitava) il coito. É tenuto da una fune alla vita e il suo furore è regolato da s’Omadore (‘il domatore’), l’uomo-animale che indossa, sotto la maschera, un fazzoletto muliebre, e che cade a terra fingendo una sorta di passione che precede la morte. Oltre a questa coppia, a Samughéo abbiamo i mumuthònes (per il significato vedi lemma mammuthone), vestiti di pelle di capra, con copricapo di sughero sormontato di corna caprine, i quali mimano lo scornarsi reale delle capre quasi a implorare la pioggia, danzano attorno alla coppia urtzu-omadore e, muniti di grosso e nodoso bastone, producono il frastuono dei sonaggios, i solidi campanacci portati in spalla.

Urtzu deriva dal bab. urṣu ‘tormentare’ (perchè tormentato dal desiderio e per converso anche dal domatore), o uršu ‘desiderio’ (per il furore sessuale impersonato).


11. Buttùdos. Connessi a s’Urtzu ci sono i buttùdos. Nel carnevale di Fonni sono i guardiani di s’Urtzu (vedi), il quale a Fonni è la vittima sacrificale indossante l’intera pelle di un caprone che gli ricopre anche la testa. Sos Buttùdos lo tengono al laccio e lo sospingono pungolandolo e facendolo soffrire usque ad mortem; essi portano il gabbano nero abbottonato ed il cappuccio calato sulla fronte, segno di lutto profondo, secondo Dolores Turchi (La Nuova Sardegna del 15 febbraio 2007).

Ma a mio avviso sos buttùdos non sono lì per una processione luttuosa: mimano semplicemente gli spiriti maligni che tramano la morte della Natura. E non sembra un caso che la base etimologica stia nell’accad. utukku (un demone malvagio) + ‘garment, veste’, ‘maschera’, con stato-costrutto utuk-tû ed il significato complessivo di ‘maschera da spirito maligno’.


12. Issohadòres. In ultimo e per concludere, credo vada corretta qualcun’altra delle affermazioni presenti nel pezzo dal quale ho preso le mosse.

Gli insoga-dori (issohadòres) non possono essere presentati come i ‘Dori con la soga’. Infatti tale affermazione è quantomeno paretimologica, basata soltanto su un gioco di parole, non sulla linguistica sarda. Tantomeno si può immaginare che sos issohadores furono poi chiamati turcos per l’arrivo… dei Turchi. Le ragioni negative sono quelle già addotte al punto 7. Parimenti, il registrare che la bisèra santa degli issohadores abbia preso tale nome per imposizione della Chiesa, significa attribuire alla religione cristiana ed ai suoi preti una forza veramente sbalorditiva, che nonostante i reiterati tentativi non è mai stata esercitata. Spero di averlo dimostrato, al punto 4.

Quanto a su curittu portato dall’issohadore, tale panciotto non prende il nome dall’antico corythos greco (il quale, a dire il vero, era un elmo, almeno da Omero in poi; mentre per i Babilonesi kurītu era lo stinco, latibia). A parte il fatto che su corittu nell’800 era di foggia muliebre, sembra proprio il caso di cercare il suo etimo in su coro ‘il cuore’, visto che nell’antichità per ‘cuore’ s’intendeva non solo il muscolo pulsante ma anche tutta la zona centro-toracica da cui proveniva la vita.

Non mette poi conto accettare una stranissima identità tra sos Issohadòres ed i Lacedémoni (che poi erano gli Spartani), il cui etimo, si badi bene, non proviene da un metastorico Lacent Mones (‘facce di luce’?!). Il termine greco Λακεδαίμων rende semanticamente soltanto come ‘terra lungo il corso (dell’Eurota)’, da accad. alākum ‘andare, scorrere’ + ebr. ’dāmā ‘terra, paese, contrada’.

Ma poi, perché questo discorso sui Lacedémoni? Si vuole forse dimostrare che furono gli abitanti della terra argiva, espressamente quelli di Micene, a portare la civiltà in Sardegna, previa la loro lotta contro i Fenici soccombenti (quelli delle ‘facce nere’)? Ma intanto Phoinicòi in greco significa espressamente due cose: o ‘produttori di datteri’ (gr. phoînix ‘palma’), oppure ‘produttori di porpora’ (phoînix). Poi, perché immaginare che i Fenici fossero stati soggiogati e relegati in Sardegna, e quindi tenuti a bada dagli Issohadores, che sarebbero dovuti essere i Lacedemoni loro nemici? È possibile immaginare ciò soltanto partendo da posizioni ideologiche e metastoriche.

In realtà, i Fenici furono amici-fratelli del popolo sardo, andavano e venivano in santa pace, commerciando alla grande, in quanto si sentivano completamente a casa loro. Certamente anche i Micenei vennero in Sardegna per commercio, ma le loro brocche trovate in Sardegna sono talmente poche, che sarebbe più saggio pensare che furono gli Shardana ad andare a prendersele a Micene.