Il lettore potrà leggere circa 700 etimologie, relative alla flora della Sardegna, su un mio libro d’imminente pubblicazione, che verrà opportunamente corredato delle fotografie al fine di consentire la migliore appercezione dei ragionamenti ivi condotti.

Le etimologie sono state ricavate conducendo uno studio comparato sulla base dei dizionari delle lingue indoeuropee e neolatine e di quelli relativi alle lingue semitiche.

Dal libro dei fitonimi estraggo, e riporto qui, soltanto qualche lemma, precisando fin d’ora che quasi ogni lemma indagato nel libro, ed i lemmi qui esaminati, fanno riferimento dialettico allo studio precedentemente condotto da G.Paulis nel suo Nomi popolari delle piante in Sardegna (NPPS, ed. Delfino).

Oltre al mio studio ed a quello del Paulis, al momento non esiste alcun altro studio etimologico sulla flora sarda.

Sarò grato al lettore se vorrà interpretare con saggio equilibrio il palese dissenso tra le mie ricerche e quelle del Paulis. Il mio non è stato uno studio contro, anzi la linea seguita, per quanto innovativa, si è attenuta a un rigoroso rispetto dell’alto valore dei linguisti sardi (nessuno escluso), i quali stanno conducendo utilissime indagini su vari campi della linguistica sarda. Ad essi faccio omaggio, e nutro fiducia nel reciproco rispetto e nella reciproca stima, basata anzitutto, ma non solo, sul ricordo dell’amicizia che abbiamo condiviso sui banchi dell’Università, e che nutriamo intatta ancora oggi.



CULURÁSSU, cunnurássu ‘favagello’ (Ranunculus ficaria L.). NPPS 178 fa notare che in varie parti della Sardegna questo bellissimo ranuncolo è chiamato culurássu o cunnurássu (culu rassu,cunnu rassu), che traduce alla lettera ‘culo grasso’ e ‘conno, vulva grassa’, dal lat. culus e cunnus. Avviluppato indissolubilmente da questa paronomasia, NPPS s’affatica a dimostrare l’apparentamento della piantina col cunnu, nonché col culu. «A tal scopo giova osservare che le foglie della pianta, da ovate a cuoriformi, sono lisce, lucide e grassette, spesso con una macchia porporino-scura verso la base della lamina, talora bulbillifera nell’ascella. Ciò fa pensare, in qualche modo, alle parti pudende della donna… Oltre a ciò l’etimologista non può mancare di ricordare che il favagello è provvisto di tuberi radicali carnosi e allungati, la cui forma ricorda in qualche misura quella dei condilomi o dei noduli emorroidali; ciò che ha valso alla pianta il nome scientifico di Ranunculus ficaria (fīcŭs = condiloma, escrescenza) e anche quello di apium emorroidarium…».

È uopo far notare che NNPS tenta la dimostrazione di tesi incredibili, ossia che una radice assomigli ad un condiloma, che apium emorroidarium significhi ‘sedano a forma di emorroide’ (ma è un errore, al posto di ‘sedano che cura le emorroidi’); e che una foglia ovata-cuoriforme e liscia-lucida-grassetta possa richiamare l’idea del cunnu.NPPS, oltre all’errore di traduzione lessicale suddetto, ne fa un altro, perché crede che l’aggettivale latino ficaria derivi da fīcŭs in quanto ‘condiloma’ per il semplice fatto che qualche dizionario latino s’interroga (senza certezze) se veramente fīcŭs possa significare condiloma.NPPS prende così per certo quello che Georges assume con beneficio d’inventario.

In verità in questo discorso occorre cambiare radicalmente registro, tanto per mettere le cose a posto, cominciando ad assumere per certo quel che pure gli antichi Romani sapevano (per quanto non riuscissero a dimostrarlo, mancandogli la competenza glottologica), ossia che fīcŭs era imparentato semanticamente col gr. συκον‘fico’, ed era pure imparentato fonologicamente con l’accad. pīqu,sīqu ‘essere stretto’, sūqum ‘stretta via di penetrazione, apertura’. Sīqu ci consente quindi un raffronto fonetico col termine greco συκον, mentre pīqu consente un corretto rapporto col termine latino fīcŭs, il quale frutto, per la forma molle, rossa e gradevolissima del siconio aperto, andò direttamente ad indicare, nell’area mediterranea, la vulva (vedi sardo figa ‘vulva’). Dalla spiegazione appena fatta possiamo ora capire che il lat. fīcŭs in quanto portatore di una semantica relativa alla figa, non potè che imparentarsi alla semantica di cunnus ‘vulva’; ed è così che è partita la sequela di paronomasie che hanno prodotto in tutta Europa forme e significati connessi a un tempo al fīcŭs > figa ed al cunnus.

Chiarito ciò, andiamo ora al fitonimo sardo cunnurassu; esso ha la base accadica kundirāšu (un capo di vestiario prezioso; un ricamo di abito talare, un ornamento), oppure ha la base accad. kunnû ‘aver caro, coccolare’ + rāšu ‘sceicco, capo carismatico’. Dal che si capisce che in accadico i nomi delle piante non furono mai riferiti a termini volgari, specialmente in questo caso, poiché il Ranunculus ficaria è un vero gioiello che inebria gli occhi e lo spirito. Di qui il suo nome sardo, che possiamo significare nel complesso come ‘sceicco carissimo’, ‘capo-popolo carissimo’. Va da sé che gli antichi Romani, avendo presente il primo lemma del composto accadico (kunnû o kundi-), da loro male interpretato, ed avendo assemblato da secoli le semantiche di cunnus e di fīcŭs, favorirono nel tempo la nascita del fitonimo scientifico Ranunculus ficaria (con ficaria riferito a quello che sembrava, senza esserlo, il significato dell’accad. kunnû).

Mutatis mutandis, anche il fitonimo sardo culurassu non ha alcun rapporto con i ‘culi grassi’, come enuncia NPPS, ma ha la base nell’accad. hullu ‘collana’ + rāšû(m) ‘ricco’, col significato complessivo di ‘collana ricca’, ‘collana della ricchezza, della sontuosità’, in riferimento al fatto che il Ranunculus ficaria ha i petali laccati di un giallo intenso che annoverano questo fiore tra i più belli della Terra.



ERBA ‘E SÒLI ‘eliotropio’ (Heliotropium europaeum L.). NPPS 202 riporta quanto già notato da Plinio (N.H. 22,57) sul «prodigioso comportamento, per il quale essa gira seguendo il sole, anche col tempo nuvoloso, tanto è grande il suo amore per l’astro’… A questa proprietà si ispirano i nomi latini solaris herba /Celso 5,27, 5B);solastrum (Ps.-Diosc. 4,33), solago maior (Ps.-Apul. 63,3;Dynamid. 2,92; CGL 3,537,26; Gloss. Med. 71,21, ecc.);vertumnum da vertere ‘volgersi’ (scil. verso il sole) in Ps.-Apul. 49,11; Ps.-Diosc. 4,33; CGL 3,554… In tale tradizione onomasiologia s’inserisce il nome camp. +erba e sòli ‘erba del sole’ (Cossu 115), che ha riscontri amplissimi» in francese, siciliano, tedesco, rumeno, ceco, serbocroato.

Prima di procedere nella dimostrazione intendo ricordare l’etimologia dei seguenti fitonimi (vedi discussione ai rispettivi lemmi):

  1. δίψακος, termine mediterraneo che ha la base nell’accad. dišpu(m) ‘miele, sciroppo’ + saqqu ‘sacco’ (metatesi: *dips-sacco), col significato complessivo di ‘sacco di miele’;

  2. (erba de) spròni, ispròni, composto sardiano con base nell’accad. esu, eššu ‘sepolcro’ + pûru ‘(stone) bowl’ (stato-costrutto es-puru + suff. sardiano -ni), col significato complessivo di ‘(erba per) vasetti da sepolcro’;
  3. cima de pastori, dall’accad. pātu(m) ‘bordo, orlo’ + urû(m) ‘stalla’, col significato di ‘cardo per recinzioni’.

Questi tre fitonimi (ma l’elenco è assai lungo, com’è reso evidente in ogni pagina del trattato di etimologia botanica) sono mere paronomasie, che li hanno fatti intendere, in greco ed in sardo, il primo accomunato alla sete (δίψάω ‘ho sete’), il secondo accomunato allo sprone, il terzo accomunato al (bastone del) pastore.

Invito a capire meglio la problematica leggendo la trattazione dei tre lemmi. Non mette conto seguire il filo delle inconsistenti ragioni del NPPS, il quale per rafforzarle cita, quando può (come nel caso di erba ‘e soli ed in centinaia di altri casi), frasi o fitonimi di autori antichi o meno recenti, nonchè le similari denominazioni di altre lingue europee, senza neppure rendersi conto che alla base del fenomeno, pure negli autori antichi, e pure nelle lingue straniere, ci sono sempre delle paronomasie, condite dall’autorità della lingua latina. Ad esempio, il franc. verge de berger rispecchia la semantica della denominazione neolatina virga pastoris, ma le denominazioni neolatine sono influenzate semanticamente da quelle latine, e quelle latine dall’accad. pātu(m) ‘bordo, orlo’ + urû(m) ‘stalla’ (composto in pāt-urû, onde la paronomasia lat. PASTORE).

Qualunque popolo, sia moderno sia antico, è sempre stato vittima della paronomasia. I Greci non se ne salvarono mai, ed il fitonimo sardo erba ‘e soli, da loro chiamato heliotrόpion e dai Romani solaris herba, non fa eccezione. Va da sé che, laddove i Greci hanno prodotto la propria paronomasia, gli altri popoli antichi e moderni, che dai Greci, attraverso i Romani e poi attraverso la cultura neolatina, hanno ripreso spesso molte semantiche, non hanno fatto che ricreare nella propria lingua le formazioni fonetiche connesse alla semantica adottata.

Tale è stato il destino dell’eliotropio sia nelle lingue greca e latina sia nelle lingue moderne, ivi compresa quella sarda. Tutte le lingue che hanno adottato la semantica di ‘eliotropio’ ossia di ‘(erba) che si volge al sole’, ‘erba del sole’, hanno pure adottato la stessa credenza riportata da Plinio, ossia che i suoi fiori seguano la curva dell’astro solare. Il che ha dell’incredibile, visto che tutti i fiori si rivolgono naturalmente verso il sole, sebbene in modo affatto diseguale, mentre è puerile ammettere un fatto inesistente, cioè che i loro capolini seguano realmente la curva solare per i suoi 140-180-200 gradi d’arco di circonferenza. Lo stesso è stato sempre affermato del girasole, ma sono credenze ascientifiche e puerili. Se un linguista andasse a controllare, riderebbe di se stesso per anni, e capirebbe che Plinio ripeteva delle ciance riprese per giustificare la paronomasia e quindi la paretimologia.

Agire in questo modo da parte dei linguisti moderni non crea alcunché di scientifico, continua a produrre paretimologie, oggi come allora. Ciò non sarebbe successo se gli scrittori greci, e quelli romani che ne furono i seguaci, e pure i linguisti attuali che ne ricalcano le orme, avessero preso atto che, nonostante l’egemonia culturale della Grecia classica, e poi di Roma, il mondo mediterraneo in quell’epoca rimaneva ancora pervaso dalle antiche lingue semitiche, dall’accadico, dal babilonese, dall’assiro, dall’ebraico, dal fenicio, dall’aramaico. Ed è in tali lingue che già da allora occorreva trovare apparentamenti (non ascendenze, dico apparentamenti), e così scoprire che la grande LinguaMediterranea non solo esisteva davvero, ma era pure molto variegata ed oltremodo imparentata, concatenata. Le singole lingue nazionali che la componevano non hanno mai subito alcuna prevaricazione dall’egemonia culturale che si era manifestata da Alessandro in poi ad opera di due popoli (quello greco e poi quello latino) arricchiti da millenari apporti indoeuropei: lo zoccolo duro mediterraneo continuava ed ha continuato per millenni a vigere ed operare.

Tornando al nostro erba ‘e sòli, esso è un termine sardiano con base nell’accad. ṣulû(m) ‘via, viuzza’, col significato complessivo di ‘erba delle vie’. Infatti è noto che l’habitat di questa pianta è presso i ruderi ed i bordi delle strade, oltrechè nei terreni incolti.



FÉNU PÙDIU camp. ‘avena selvatica’ (Avena fatua L., Avena barbata Brot., Avena sterilis L.). NPPS 264 registra il fitonimo col significato di ‘fieno puzzolente’, senza chiedersene la causa. Ne ha ben donde, poiché questi tipi di graminacee in Sardegna hanno i nomi più disparati e spesso reciprocamente contrastanti: parlo ovviamente dei nomi oggi attestati, che sono – è bene precisarlo – delle mere paronomasie ricalcate sulle autentiche forme-significati che avevano millenni addietro. Per quanto lo riguarda, NPPS avvalora, ex silentio, la teoria affermata nel libro, ossia che certe graminacee, per la reciproca somiglianza, per le forme poco appariscenti, per il valore alimentare non quantificabile o quant’altro, abbiano ricevuto dei nomi fungibili, casuali, spesso spregiativi, quindi “liquidatori”.

In realtà la questione non sta in questi termini. Anticamente ogni fitonimo aveva significati ben precisi. E se è vero che in Sardegna, secondo le aree geografiche o linguistiche, la stessa piantina ricevette nomi diversi, ogni nome ebbe però in sè stesso la specificazione delle qualità o dell’aspetto che più colpiva la fantasia del pastore. La dimostrazione sta proprio nell’ampia casistica relativa alle graminacee (vedifenaìle,fenápu,fenáulu,fenu ávrinu,fenu traínu,ferrágine, e così via).

Fénu pùdiu è un fitonimo sardiano con base nell’accad. banûm ‘(pianta per) creare, produrre’ + pūdu(m),būdu(m) (designazione di una pecora), col significato complessivo di ‘fieno da pecore’.

Va osservato che la base accadica banûm sembra proprio un programma. Sappiamo infatti che nei tempi passati erano proprio i fieni (ogni tipo di fieno) ad essere usati, oltrechè nel pascolo dei ruminanti e dei cavalli, anche come preziosa materia ausiliaria utile a legare (o confezionare direttamente) ogni tipo di cestino, corbula, contenitore. La Sardegna ancora oggi conserva questa preziosa tradizione.



MUTTÙTTURU (Bosa e Cuglieri) ‘giusquiamo’ (Hyosciamus niger L. e Hyosciamus albus L.). NPPS 310 lo presenta come esatta copia fonetica di maθùθuru ‘crescione’ mentre Wagner, come spesso gli accade per i fitonimi, si dichiara impotente circa l’etimologia.

NPPS sbaglia; mai come in questo fitonimo egli ha accumulato una nutrita serie di ipotesi infeconde circa la formazione dei fitonimi sardi. Dichiara, ad esempio, che soltanto il primo membro di muttù-turu è portatore di significato, mentre il secondo -turu (-θuru per il crescione) non sarebbe altro che un suffisso preromano atono (che si ritroverebbe ad esempio, con diverso elemento vocalico, in gírtharu ‘veccia’, in tásaru,tásuru ‘alaterno’, in písiri ‘cicerchia’, ğúğğuru ‘nasturzio’).

Così procedendo, NPPS sbaglia non soltanto circa l’infecondità del secondo membro (che invece è fecondo) considerandolo suffisso; sbaglia quindi a ritenere che sia soltanto il primo membro a portare dei significati; sbaglia completamente l’etimo di questi fitonimi; sbaglia – come al solito – a ritenere che la fitonimia sarda abbia origine esclusiva nel mondo greco-romano. Quattro errori in uno. Ma vorrei aggiungere un’osservazione non secondaria. NPPS, quando è in suo potere, controlla scrupolosamente la fonetica. Se scrive muttútturu e non muttúturu, ciò significa che è convinto della doppia anche in seconda battuta, per quanto sappia bene che i suffissi, normalmente, chiudono la parola senza richiedere rafforzamento. Non gli viene neppure il sospetto che il raddoppio presupponga (normalmente deve presupporre) la presenza di un composto, i cui membri, nella giustapposizione, hanno portato appunto a rafforzare la dentale.

Muttùtturu in realtà è un composto sardiano ed ha base nell’accad. mūtu(m) ‘morte’ + ṭuru (medicinal plant) col significato complessivo di ‘pianta della morte’. È lo stesso NPPS a sottolineare la totale velenosità del giusquiamo, produttore di un certo numero di alcaloidi usati per sedare, per modificare l’iride, per le malattie mentali, ecc. Ma proprio le spiccate proprietà sedative possono aver prodotto, al posto di mūtu(m) ‘morte’, muṭû(m) ‘deficit, difetto, carenza’, onde il significato globale in questo caso sarebbe ‘pianta dei deficit (fisici)’. Per il significato di maθùθuru ‘crescione’, vedi a suo luogo.



NINNIÉRI (Fonni) ‘rosa di macchia’ (Rosa canina L.). NPPS 358 sostiene che «questo fitonimo fonnese, rimasto oscuro al Wagner, è chiaramente derivato, per mezzo del suff. -éri di nomen agentis (HWS 75-78), da log. ninniare ‘cullare e addormentare i bambini cantando la ninna-nanna’; cfr. ninnía,anninnía ‘ninna-nanna’, andare a ninna ‘andare a dormire’ (DES,II,155). E quindi ninniéri significa propriamente ‘che fa dormire’». NPPS giustifica tale etimologia per il fatto che un tempo si metteva sotto il cuscino la galla midollare spugnosa che si forma sulla rosa canina, nella credenza di assicurarsi un sonno tranquillo di sette ore. Per rafforzare questa tesi NPPS scrive abbondantemente del saccus palearis o saccupale, termine medievale della rosa canina rimasto senza etimo, che propone d’intenderlo come ‘sacco di paglia’ sotto cui egli crede che anticamente si ponesse la galla della rosa canina. Con ciòNPPS risolve due etimologie per una sola pianta.

Ma NPPS, nonostante lo sforzo culturale ampio ed esaustivo, non riesce a cogliere il vero etimo di ninniéri, per il fatto che il fitonimo fonnese è un composto sardiano con base nell’accad. nīnû(m) (a medicinal plant) + erû(m) ‘aquila’ (in stato costrutto nīni-erû), col significato complessivo di ‘pianta delle aquile’. Non a caso questo fitonimo è nato nel paese più alto della Sardegna, sull’acrocoro del Gennargentu, dove le aquile reali erano numerosissime, ed ancora oggi volteggiano indisturbate.

Due parole sul suffisso in -i. Un tempo esso fu probabilmente in -is, ed in tal caso è chiaramente una sovrastruttura latina, dovuta al fatto che proprio presso Fonni fu creato l’avamposto militare romano per il controllo più interno delle Barbagie, con caserme a pianta quadrata, vasto cortile centrale e terme, presso la pericolosa strada ab Olbia-Caralis, dove risiedevano gl’indomiti Cunusitani e Celesitani (Di.Sto.Sa. 1711). Nomi e toponimi con suffisso in -i sono, infatti, patrimonio speciale delle aree dove maggiormente s’impose la presenza romana: vedi a mo’ d’esempio i toponimi Thàthari (Sassari), originariamente Thàtharis, e Calaris.

Quanto a ninnía,anninnía, di cui discetta NPPS, l’etimologia, ignorata dai dizionari, ha la base nell'accad. annu(m) 'sì' + ni’u 'signore, maestro' (stato-costrutto anni-ni’u, rivolto specialmente al dio, al re, e in questo caso al "re" della casa, ossia al bimbo), col significato di 'sì, mio signore'. S’anninnìa è cantata dolcemente per addormentare il bimbo che piange: di questa forma canora la Sardegna ha riempito le raccolte di canti popolari.



ORROLÁRIU (Desulo, Laconi) orruláriu (Villagrande, Perdasdefogu, orrolári (Meana), orròsagullári (Busachi) ‘rosa di monte’ (Rosa canina L.). NPPS 359 sostiene che derivi da orrù culári, letteralmente ‘rovo del culo’. La motivazione semantica è determinata con sicurezza, secondo NPPS, dal fatto che i frutti della rosa canina stimolano l’evacuazione a causa della peluria interna dei loro semi, onde i nomi dialettali it. grattacü,brusacül,stopacül etc.; fr. gratte-cu e simili.

Chi ha mai riferito che il frutto della rosa canina stimola l’evacuazione? Quando mai? E quale analogia ha trovato NPPS tra l’evacuazione ed il bruciore al culo (brusacül)?, o addirittura tra l’evacuazione e la stipsi (suggerita da stopacül)?NPPS non può sorreggere la propria ricostruzione accampando certi fitonimi dialettali italici, poiché cade nella metalinguistica e nella paretimologia. Esso deve attenersi strettamente alla fonetica del fitonimo sardo e da qui deve cercare di estrarne il più antico semantema. Solo dopo, se del caso, può accampare i morfo-semantemi similari di altre aree (ma soltanto quelli similari!). Nel caso del fitonimo sardo, chi dice che orro-lariu possa avere attinenza col rovo e col culo? Quali leggi fonetiche, quali esempi può accampare con certezza NPPS per giustificare la caduta di cu- in *(cu)lariu?

Orroláriu è un composto sardiano con base nell’accad. urû(m),urrû ‘stallion’ nel senso di maschio (riferito a cavalli, arieti, tori) + larû(m) ‘branch, twig’ of plant, col significato complessivo di ‘virgulto degli stalloni, degli arieti’. Quanto a orrosa cullari attestato a Busachi, la base è l’accad. hulālam,hulālu (designation of horse): il significato antichissimo fu quindi ‘rosa dei cavalli’.



PÉI GOLUMBÍNU ‘arganetta azzurra’ (Alkanna tinctoria [L.] Tausch.).NPPS traduce alla lettera il nome di questa borraginacea come ‘piede di colombo’ e lo crede suggerito dal fatto «che si riferisce alle foglie: le inferiori picciolate, lineari-lanceolate, lunghe 6-15 cm e larghe fino a 2,5 cm; le superiori sessili con base cordata. Queste foglie sono paragonate alle zampe rosse di un colombo, perché la scorza della radice dell’arganetta azzurra, essiccata, fornisce una sostanza colorante rossa, l’alcannina».

D’accordo sul fatto che le zampe del colombo sono di colore rosso-porpora, resta però il fatto che NPPS, nell’inseguire l’idea del colombo, opera un… volo, che diviene pindarico. Che senso avrebbe, infatti, dire che péi golumbίnu si riferisce alla forma delle foglie, se poi queste sono verdi e non rosse, sono troppo larghe e troppo lunghe, e quindi non possono relazionarsi con niente; e viceversa, che senso ha sostenere che il piede del colombo è rosso come la scorza essiccata dell’Alkanna, se poi non si connette logicamente (non si riesce a connettere) quelle foglie a questo rosso? Ma diciamolo francamente che le foglie, lunghe 6-15 cm e larghe fino a 2,5 cm, non lasciano spazio all’immaginazione di chi pretenderebbe avvicinarle alle zampe di un colombo. Così dicasi della radice. Anche perché, fino a prova contraria, non c’è fitonimo, almeno secondo la metodologia da me seguita, che non prenda nome se non dall’aspetto esteriore della pianta o dal suo uso, mai dalla radice.

Péi golumbίnu è una paronomasia operata su un composto sardiano con base accadica, e si comprende il vero significato soltanto se osserviamo attentamente il fiore in sé, che è una specie di trombetta dal calice lungo e stretto che s’allarga di colpo all’estremità (la sua forma richiama, escluse le proporzioni, la tromba dei grammofoni di cent’anni fa, ma è proprio il collo lungo e stretto ad averle dato il nome). Il termine péi golumbίnu ha quindi la base nell’accad. pīqu(m) ‘stretto’ + lu’u(m) ‘gola, esofago’ + bīnu(m) ‘figlio’ (stato costrutto piqu-luum-binu), col significato complessivo di ‘bimbo dalla gola stretta’ (bimbo è in riferimento alla bellezza del fiore). Per capire l’importanza del termine bimbo, occorre ricordare che ovunque nel mondo un fiore od altra cosa graziosissima è talora chiamato bimbo o bimba. Ancora oggi in Gallura i bambini non sono nominati come nel resto della Sardegna, ma col termine steḍḍu,steḍḍa, che significa ‘stella, astro’.



RETTI (Lodè, Lula, Siniscola), rethi (Orani, Sarule, Orgosolo) ‘clematide’ (Clematis vitalba L.); in Logudoro c’è rétiu ‘erba velenosa’. NPPS 184 scrive che «Siccome in trent. la clematide si chiama erba engartiada < *(IN)CRATICARE, CRATIS e denominazioni simili esistono anche in Friuli (PellZamb.,I,321), con riferimento agli intrecci creati dalla pianta, pare giusto interpretare réthi e varr. come imparentato con (Siniscola, Orosei) rettha, log. rettólu ‘piccola rete’ e anche ‘piccolo branco di bestiame’ (dagli ingraticciati e simili chiusure retiformi degli ovili). L’etimo di queste voci è in parte RETIOLUM, in parte, con adattamenti alla fonetica locale, l’it. rezza (DES,II,3356,358). Quanto alla forma, rétti,réttiu è una retroformazione del tipo rettólu, sul modello di tétti,téttiu nome della smilace, altra pianta rampicante».

Lo sforzo dimostrativo di NPPS è lodevole, ma scientificamente scorretto; anzitutto per il fatto che è sempre un azzardo presentare le etimologie congeneri di altri territori italiani od europei, poiché in ogni area ed in ogni tradizione linguistica giocano numerosi e sempre diversi fattori, che quasi mai coincidono con i fattori presenti altrove: talchè non ci si può fidare affatto della veridicità dell’etimo ivi presentato. Siamo certi che il friulano erba engartiada derivi dal latino *(IN)CRATICARE, CRATIS? Peraltro non è affatto secondario il fatto che *(IN)CRATICARE (da CRATIS?!) è una mera ipotesi di lavoro, non documentata in nessun dizionario latino. Come dire, che tutto si campa per aria. Inoltre NPPS dovrebbe spiegare che cosa c’entri una ‘piccola rete’ (rettha) col ‘piccolo branco di bestiame’ e perché venga avanzata l’illazione che tutto il discorso verta sul concetto degli ingraticciati in quanto ‘chiusure retiformi degli ovili’. NPPS dimentica, al riguardo, che la parola retti è (fino a prova contraria) antichissima, appartenente ad un periodo in cui i Sardi non chiudevano i recinti con le reti; mai nel passato si chiuse l’ovile con une rete, ma soltanto con ramaglie di piante pungenti. Lo si fa comunemente anche oggi. Si potrebbe continuare per dimostrare tutta l’inconsistenza dell’impostazione di NPPS.

In realtà rétti,réthi è un termine sardiano dall’accadico retû(m) ‘fisso, installato,’ fissarsi’ in un posto, ‘installarsi’, con l’evidente significato di ‘(pianta) che si fissa, che s’installa (sulle altre piante)’, com’è tipico della clematide.



SPERRA-PILLÍTTU ‘borsa del pastore’ (Capsella bursa-pastoris L.). Per questa piantina NPPS 247-8 mira, come solito, ad assicurare una etimologia basata precipuamente sul latino e sulla tradizione onomasiologia europea, dalla quale veniamo a sapere, tanto per iniziare, che pressoché tutti i Paesi europei hanno uguali denominazioni riferite alla borsa del pastore: basti per tutte il fr. bourse de berger e l’ingl. shepherd’s bag. Non fanno eccezione alcune parlate sarde: camp. bussa de pastòri emusciglia de pastòri. E fin qui NPPS non ha fatto altro che analizzare i lemmi con metodo auto-referenziale, cioè con dimostrazioni che dimostrano se stesse mediante le molte parole latine ed europee riflettenti serialmente lo stesso significato. Questo è un procedere senza costrutto, una petitio principii, un sofisma nel quale si assumono come premesse dei semantemi che sono identici alla conclusione che deve essere dimostrata, provata: in altri termini, sono premesse assunte senza prova, come vedremo. Per il resto, sulla questione NPPS non ha creato ulteriori garbugli.

Questi però arrivano quando egli s’accorge che la società sarda non si è limitata a ripetere il refrain auto-referenziale basato su semantiche-fotocopia, peraltro nate in epoca medievale, com’è facile immaginare. Egli infatti presenta, per la Capsella bursa-pastoris, quattro nomi fuori contesto: camp. erba de fémminas ‘erba delle donne’, camp. sperra-pillίttus ‘spacca-vulve’, centr. isperra-culu ‘spacca-culo’, sass. iparra-pacciόcciu ‘spacca-vulva’, (Santulussurgiu) isperra-codzònes ‘spacca-coglioni’.

NPPS, nel passare ad etimologizzare questi termini anomali, scrive intanto che erba de fémminas ‘erba delle donne’ richiama la capacità della pianta «di frenare e regolare i flussi mestruali troppo abbondanti e, aumentando il tono del muscolo uterino, di regolarizzare la cadenza delle mestruazioni». E qui, a ben vedere, il discorso esce definitivamente dai gangheri. Qui non siamo neppure di fronte ad una petizione di principio ma alla mera indimostrabilità. NPPS scrive più in là che la pianta ha nello stesso tempo la miracolosa proprietà di frenare i flussi mestruali e di forzarli a scorrere; qualità contraddittorie dei principii attivi, ambivalenza non dimostrata dai farmacologi, per la quale NPPS non presenta alcuna dimostrazione sul campo, né un’indagine diretta o indiretta presso le donne rurali, anche perchè l’erba de fémminas, nell’imbrigliare i flussi mestruali (ma non il contrario), è in buona compagnia con varie altre erbe, che però non hanno questo strano nome (fémminas) che spiega tutto e nulla.

Per uno dei quattro lemmi osé, che è isperra-codzones ‘spacca-coglioni’, egli apparecchia una lunghissima circonlocuzione che lascia la questione irrisolta, ossia a pie’ fermo.

Per quanto riguarda poi le altre denominazioni osé quale sperra-pillittus ‘spacca-vulve’, isperra-culu ‘spacca-culo’, iparra-pacciòcciu ‘spacca-vulva’, egli scrive «che questi nomi sottolineano non già le proprietà antiemorragiche della pianta, ma, al contrario, la sua capacità di dilatare i vasi sanguigni, stimolando il flusso nel caso di mestruazioni irregolari» (sic!). Ma che c’entra l’idea di spaccare le vulve, spaccare il culo con la dilatazione dei vasi sanguigni?!

Noi non possiamo accettare questo metodo d’indagine che per un verso lascia le cose al punto di partenza, irrisolte, per altro verso dà l’impressione (mera impressione) che ogni tessera del mosaico sia stata incastrata bene, per altro verso s’arrampica sugli specchi con invenzioni incredibili. Questo è un gioco di fantasmagorie, un procedere da illusionista.

Nel mentre che invito a leggere NPPS all’originale, dichiaro che serve uno sforzo di sistemazione, e comincio con lo scardinare le evidenti paronomasie che hanno annichilito o reso grottesca la trattazione di NPPS.

NPPS non ha mai riflettuto sul fatto che pure i Greci ed i Latini sono stati vittime (o ammiratori) della paronomasia. Nel loro vocabolario sono moltissime le parole che gli etimologisti si sono affaticati a tradurre (etimologizzare) con delle semantiche inadatte e comunque sbagliate, per le quali sono state scelte delle basi fonetiche con forme simili o identiche ma con significati assai diversi (vedansi gli studi del Semerano in OCE II). I linguisti attuali incappano nella paronomasia allo stesso modo in cui incapparono a loro volta gli scrittori greci e romani, che etimologizzavano a senso, del tipo canis a canendo (come che il canecantasse, credendo ciecamente che tra canĕre ‘cantare’ e canis ‘cane’ ci fosse un rapporto generativo, di appartenenza).

Agire in questo modo da parte dei linguisti moderni non crea alcunché di scientifico, continua a produrre paretimologie, oggi come allora. Ciò non sarebbe successo se gli scrittori greci, e quelli romani che ne furono i seguaci, e pure i linguisti attuali che ne ricalcano le orme, avessero preso atto che, nonostante l’egemonia culturale della Grecia classica, e poi di Roma, il mondo mediterraneo in quell’epoca rimaneva ancora pervaso dalle antiche lingue semitiche, dall’accadico, dal babilonese, dall’assiro, dall’ebraico, dal fenicio, dall’aramaico. Ed è in tali lingue che già da allora occorreva trovare apparentamenti (non ascendenze, dico apparentamenti), e così scoprire che la grande LinguaMediterranea non solo esisteva davvero, ma era pure molto variegata ed oltremodo imparentata, concatenata. Le singole lingue nazionali che la componevano non hanno mai subito alcuna prevaricazione dall’egemonia culturale che si era manifestata da Alessandro in poi ad opera di due popoli (quello greco e poi quello latino) arricchiti da millenari apporti indoeuropei: lo zoccolo duro mediterraneo continuava ed ha continuato per millenni a vigere ed operare, nonostante l’indoeuropeo.

Detto questo, va ora precisato che capsella e bursa-pastoris sono mere paronomasie latine che hanno prodotto l’inossidabile paretimologia che conosciamo. Capsella passa per ‘piccola cassa’, bursa-pastoris passa per ‘borsa di pastore’: e nessuno si è accorto di tali assurdità. Il frutto, che è una minutissima siliqua triangolare a forma di cuore, non richiama affatto l’idea della ‘piccola cassa’, richiama semmai la forma del cuore. Ciononostante, nel periodo latino classico il fitonimo fu costretto al nuovo significato dalla paronomasia, cui si pervenne da un originario accadico kapṣu ‘curvato, distorto’ + ellû,elû(m) ‘alto, lungo, elevato’ (stato-costrutto caps-ella), in relazione al fatto che il fusto esile, quasi filiforme, dellaCapsella tende a salire verso lo zenith serpeggiando. Quanto a bursa-pastoris, è un composto paronomastico che pretende di fare assomigliare le minutissime silique triangolari alla bisaccia del pastore, la quale invero ha una sagoma fortemente diversa, come tutti sanno. La vera etimologia è l’accad. burussu(m) ‘tappo, turacciolo’ + pāštu ‘ascia, scure’, col significato complessivo di ‘tappo (o zeppa) a forma di scure’. In questo modo le cose trovano una precisa sistemazione, poiché la forma triangolare della siliqua è certamente assimilabile ad un turacciolo o ad una zeppa, così come la stessa sagoma piatta e triangolare è fortemente simigliante alle antiche scuri, che erano forgiate in tal guisa per essere strettamente legate al manico.

È ovvio che tutti i popoli medievali che hanno subito direttamente o indirettamente l’influsso della lingua latina hanno adottato la paretimologia della capsella e della bursa pastoris.

Ed ora veniamo alle quattro parole osé della Sardegna:

  1. Sperra-pillittu è un composto sardiano con base nell’accad. per’u(m) ‘germoglio, virgulto’ + piltu, pištu(m) ‘abuso, scandalo’ (a quanto sembra, per il fatto che l’intera piantina appare nuda e glabra);

  2. Isperra-culu è un composto sardiano con base nell’accad. per’u(m) ‘germoglio, virgulto’ + qullulum ‘disprezzato, sottovalutato’ (con riferimento al fatto che la piantina è, tutto sommato, poco o punto appariscente);

  3. Ipparra-pacciocciu è un composto sardiano con base ugualmente nell’accad. per’u(m) ‘germoglio, virgulto’, ma nel secondo membro ha subito l’influsso del sardiano piltu ‘abuso, scandalo’ e, sulla scia della paronomasia pillittu evidentemente già presente nel Campidano, ha adottato uguale semantica chiamando il secondo membro pacciocciu ‘vulva’;

  4. Isperra-codzònes è un composto sardiano con base nell’accad. per’u(m) ‘germoglio, virgulto’ + qullulum ‘disprezzato, sottovalutato’ (con riferimento al fatto che la piantina è, tutto sommato, poco o punto appariscente). Per capire meglio questa etimologia, preciso che il log. codzònes ‘coglioni’, passando per il prototipo camp. callònis, ha la base nell’accad. qallû, gallû ‘(human) genitals’; ma evidentemente anche la fonetica di qullulum portò col tempo alla paronomasia relativa a is callònis, sos codzònes.

Quanto a (erba de) fémminas, essa sembra ricevere l’etimologia dall’accad. pēmu(m) ‘coscia’ + enû ‘loincloth or kilt’ (stato costrutto: pēm-ena > *fémena), col significato complessivo di ‘perizoma, copricosce, mutande’ (suggerito dalla forma perfettamente triangolare delle capselle).



TRIGU DE FROMMÌGAS ‘gramigna stellata’ (Aegylops ovata L.). La traduzione come ‘grano delle formiche’ è proposta da NPPS 260, che ricorda peraltro la stessa denominazione in Toscana per l’Agropyrum repens Beauv. ed in Puglia per l’orzo selvatico (Hordeum murinum L.). Ma le tre denominazioni sono paronomasie basate sull’accad. purmah,pirmah,purmuh (designazione di cavalli) (> *purumah > *purumiga > frummiga), col che veniamo a sapere che queste erbe anticamente furono note come ‘erba dei cavalli’.

C’è da sottolineare pure una seconda denominazione sarda di quest’erba, che è trigu antigu, tradotta alla lettera da NPPS ‘grano dei tempi passati’, col che lascia intendere, con suggerimento subliminale, che nei tempi antichi esso fosse una varietà di grano realmente in uso. Ma non è mai stato così, onde c’è da sospettare che pure questa denominazione sia paronomastica. In realtà lo è. In virtù del fatto che il capolino di tale graminacea assomiglia alla spiga dell’orzo, abbiamo l’accad. antu ‘spiga dell’orzo’ + suff. sardiano -ίgu.

Per tornare all’orzo selvatico, chiamato dagli antichi Romani Hordeum murinum L. ‘orzo da topi’, NPPS 262 sottolinea un fatto per lui assolutamente normale e ricorrente, che «i cani, i topi, le formiche si alternano in queste denominazioni fitonimiche alla stregua di varianti più o meno equipollenti. Così, in sardo, con όrğu e đòppis ‘orzo da topi’ si designa non già il loglietto, bensì l’orzo selvatico (Hordeum murinum L.), altrimenti noto come (Orgosolo) èrba mùrina, spiga mùrina ‘erba, spiga bruna’, spiga murra ‘spiga grigia’». NPPS ha sottolineato l’identità dei modi con cui s’instaura un semantema, onde la denominazione latina e quella orgolese, identiche nella fonetica, producono semantemi equipollenti. A NPPS interessa notare soltanto questa ricorrenza delle nomenclature, spregiative o no, riferite ai cani, ai topi ecc.; ma ciò che veramente conterebbe notare è che la comunanza culturale dei popoli mediterranei dopo l’invasione romana del Mare Nostrum ebbe per base esclusiva le paronomasie, le quali nell’area mediterranea erano già operanti in quanto tali: ecco il punto. Queste evidentemente venivano da lontano, cioè dal momento in cui alcuni popoli mediterranei (compresi i Latini), per influsso dei nuovi sviluppi linguistici dovuti all’invasione indoeuropea, avevano perduto il contatto originario con la Grande Cenosi Linguistica Accadica, onde non capivano più certi significati originari. Il latino Hordeum murinum ha la base nell’accad. mūru(m) ‘puledro’. Col che ritorniamo alla base etimologica già notata per trigu de frommigas.