La stele di Nora

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La memoria linguistica più alta ed importante dell’antichità fenicia in Sardegna è la celebre Stele di Nora, il documento scritto più antico dell’Occidente. Sin dall’Ottocento, non c’è stato studioso di razza che non abbia tentato di misurarsi con la sua traduzione. Ed ogni tentativo ha lasciato una versione radicalmente diversa dalla precedente e da tutte le altre.

  Non è che la pluralità delle versioni non abbia qualche aspetto da addurre a propria scusa, a causa della condizione alquanto precaria della stele, la cui vetustà (quasi 3000 anni) gareggia con la sua composizione arenacea. Infatti attualmente soltanto metà delle lettere lascia intendere nettamente il solco tracciato dal lapicida, mentre le altre possono essere percepite solo dopo un’attenta osservazione delle slabbrature e degli sfarinamenti prodottisi nel lungo lasso temporale. Trovata nel tophet, la stele fu utilizzata per l’erezione della casa del guardiano. Oggidì il testo è leggibile più che altro per la vernice che rimarca ogni lettera, cui occorre attenersi fedelmente, non foss’altro che per uniformare la base di partenza della traduzione. E tuttavia il team di studiosi che ha coraggio­samente deciso di marcare ed evidenziare le lettere con la vernice rossa e violetta deve avere avuto qualche problema, ed ha persino preso qualche cantonata. Ad esempio, la prima lettera della seconda riga è stata rimarcata come che fosse una W (da pronunciare u) mentre, a volerla osservare meglio, la traccia fenicia indica una N (qui ed in seguito mi esprimo con l’alfabeto latino, e ricordo che l’elenco dei grafemi è indicato secondo la moda fenicia, da destra a sinistra).  A complicare i fatti ci si sono messi anche i “fedeli” traspositori dei grafe­mi fenici, che in certi libri sono chiaramente alterati rispetto a quelli lapi­dei. Ad esempio, l’osservazione diretta della riga sesta della lapide fa ca­pi­re, con sicurezza, che ci sono 6 lettere e non 7. Quindi la settima lettera, inserita in GES 614, è da espungere perché nella lapide non è riportata.

  Quanto ai traslatori delle singole lettere dall’alfabeto fenicio a quello latino, essi hanno avuto forse una moderata difficoltà dal fatto che alcune lettere fenicie cambiano significato secondo l’inclinazione. E quindi non gli faccio colpa per aver proposto come D una R (riga 7, lettera 6). Ma ritengo che non dovevano procedere meccanicamente e alla cieca sibbene dovevano, con un pizzico di senso comune, notare anzitutto le incertezze del lapicida, che nell’intera stele esistono, e dovevano poi aiutarsi eventualmente col dizionario fenicio per capire a fondo le intenzioni del lapicida medesimo e la correttezza lessicale delle parole.

  Singolare poi è la lezione che si trae dalla lettera M scritta a riga 4 ed a riga 8. A riga 4 il lapicida aveva inizialmente scritto una N, che poi, notato l’errore in corso d’opera, corresse in M, vista la possibilità d’emendarla con poco danno. A riga 8 il lapicida, credendo d’operare secondo le intenzioni del committente (forse assente al momento), scrisse d’impulso una M (ipercorreggendosi ma sbagliando, perchè proprio lì occorreva invece una N, che a quel punto non fu più possibile emendare considerata la grafia complessa della M). Evidentemente il lapicida non era un fior di letterato. Forse non era neppure fenicio. In ogni modo, e tutto sommato, l’intero testo fenicio non è proprio quella palestra di difficoltà che qualcuno sembra voler accreditare, e con l’aiuto del dizionario fenicio il testo può essere tradotto con sicurezza e senza sbavature.

  Il testo, secondo Semerano, reciterebbe così: Et rš š ngr š Ea b Šrdn šlm et šm sbt mlk t nb nš bn ngr lpn j. Ma evidentemente il Semerano non ha letto la stele nell’originale, altrimenti non avrebbe fatto una messe di errori e sbagliato totalmente la traduzione, che per lui è la seguente (OCE 836): Et (Accanto è) (il sacello) š (quello che) ngr (l’ambasciatore) š (di) Ea (Ea) b (in) Šrdn (Sardegna) šlm (ha edificato): et (questa) šm (memoria) sbt (*) (esprime il voto)  mlk (che il re) t (per iscritto) nb (espone): (elevi) bn (la costruzione) ngr (l’ambasciatore) lpn (davanti) j (all’isola).

  Altri studiosi in varie epoche hanno messo la propria impronta su questo testo venerando, sbagliando anch’essi. Nonostante che le difficoltà fossero facilmente sormontabili, sembra proprio che la traduzione sia stata intrapresa più per dovere che per passione. Altri studiosi, nella presunzione di dare una datazione precisa del testo (e dell’alfabeto che lo sottende), hanno persino dimenticato d’inserire alcune lettere nell’alfabetario ricavabile dalla Stele (vedi ad esempio Giovanni Garbini apud Moscati F 110).

  La penultima clamorosa scorrettezza è stata l’interpretazione del Moore-Cross nel 1984, avvenuta quattro anni dopo la pubblicazione del Dizionario Fenicio della Fuentes Estanol. La traduzione del Cross – cui attinge anche Ferruccio Barreca (CFPS) – viene proposta dal Rassu in SFI 89: btršš (…a Tarsis) wgrš h’ (ed egli li condusse fuori) bšrdn š (tra i Sardi) lm h’ šl (egli è adesso in pace) m sb’ m (ed il suo esercito è in pace) lktn bn (Milkaton, figlio di) šbn ngd (Subna, generale) lpmy (di re Pumay: ossia Pigmalione).

  Tralascio di registrare altre vergognose scempiaggini, dalle quali però non posso evitare di trarre scandalo per la superficialità dei ricercatori, i quali si sono perfino dimenticati, candidamente, la tecnica delle epigrafi dedicatorie imparata sui banchi dell’Università. Non gli sarebbe stato difficile trovare la giusta traduzione, se avessero preso in mano il Dizionario Fenicio, dal quale si estrae senza difficoltà un testo lineare, pulito, inappuntabile, che è il seguente:

 

BT   RŠ   Š   NGR   Š   H’   BŠRDN   ŠLM   H’   ŠLM  SB’ (*)  MLKTNBN   Š   BN   NGR   LPNY

 

la cui traduzione è: [Questo è] il tempio principale di Nora che lui [il dedicante] in Sardegna ha visitato in segno di pace [o: per compiere un voto sacrificale, un olocausto]. Chi augura pace (o: visita in segno di pace) è S,b’ figlio di Milkaton, che edificò Nora davanti all’isola [di Capo Pula].

  La traduzione interlineare è:  bt (il tempio)   (principale)   š (di)   ngr (Nora)   š (che)   h’ (egli)   bšrdn (in Sardegna)   šlm (ha visitato in segno di pace).   h’ (Chi)   šlm (augura pace)   Sb’ (*) (è Sb’: leggi Saba, nome proprio di origine berbera che si ritrova tra i Punici, ma è pure di origine cananea)   mlktnbn (figlio di Milkaton)   š (il quale)   bn (edificò)   ngr (Nora)   lpny (davanti all’isola).

  Nella Stele di Nora non s’inferisce alcunché circa guerre, eserciti contrapposti che depongono momentaneamente le armi, come sostengono il Cross e l’infingardo Barreca. Šlm (Šalom in ebraico) è un classico motto di pietà, di mitezza e pace innata, poco adatto a generali che invadono terre altrui ed entrano, per conto d’un supposto re Pigmalione, nei santuari a violare religioni straniere. Ai tempi della Stele di Nora i Fenici erano veramente di casa in Sardegna, almeno da uno-due secoli, e sino ad oggi non c’è stato alcuno storico che abbia osato arguire che vi siano entrati  con l’impeto e la violenza d’un esercito conquistatore. Si è sempre detto e scritto l’opposto, in armonia con quanto sappiamo da tutti gli storici greci. Saba pose la stele sul tophet – chiamato, secondo l’uso fenicio e cartaginese, “tempio principale” nonostante che fosse un santuario non costruito, un santuario uranico  – e sul tophet fece un sacrificio, un olocausto. Così recita la stele. Šlm infatti non significa soltanto ‘augurare pace’ ma anche ‘compiere un atto pacifico’, ‘compiere un gesto rituale solenne e pio’ quale è appunto l’olocausto. Che poi l’olocausto sia stato operato sgozzando animali o bambini, resta materia d’interpretazione.

  Avverto che il testo fenicio da me proposto ha tre lettere diverse rispetto al testo presentato dal Rassu (il quale a sua volta va meglio di molti altri). Le prime due lettere riguardano entrambe il nome di Nora (Ngr): nella riga 2 ho sostituito – com’era giusto secondo l’analisi critica prima addotta – N a W; nella riga 7 ho preferito R a D (causa la grafia della stele poco perspicua). Alla riga 8 ho preferito N ad M (causa il supposto ipercorrettismo del lapicida). Le tre lettere fenicie da me scelte sono molto simili a quelle neglette e consentono – ecco l’importante – di avere dei riscontri nel Dizionario della Fuentes Estanol. Peraltro è la stessa Fuentes Estanol a dare questo esempio, nel proprio Dizionario, proponendo spesso delle sostituzioni a causa di evidenti errori dei testi, forse causati dalla scarsa conoscenza della lingua o dell’alfabeto da parte dei lapicidi.

  In ogni modo, mi corre l’obbligo di giustificare l’identità Ngr = Nora. Preciso che è la stessa Fuentes Estanol a proporre questa soluzione. Convengo che il fatto può sembrare clamoroso. Ma anche per questo c’è la giusta spiegazione, che viene addotta nel mio Vocabolario  alle voci Nora e Nùoro. Anche per Sb’ (*) c’è la giusta spiegazione. Il nome era noto agli Ebrei già in 1Re 10,1-10.13; 2Cr 9,1-9.12; Gb 1,15; Is 43,3; 45,14; Gen 10,7; famoso tra tutti è il regno di Saba e la sua celebre regina.