DORGALI
E IL SUO TERRITORIO
(toponomastica ed etimologie)
I nostri antichi padri avevano una nozione precisa delle varie contrade della Sardegna, ed è per questo che la vera Barbagia, allora come ora, non inglobava il territorio di Dorgali, dove peraltro passava una strada costruita dagli Shardana, poi riclassificata come romana. Dico subito che Dorgali prende il nome da quel grande itinerario shardana, e significa appunto ‘via, strada’ (come accade ad altri comuni della Sardegna: vedi Bulzi, Gergéi, etc.). Dorgali deriva dall’accadico urħu ‘via, strada’ + l’aggiunta del suffisso aggettivale -li e la trasformazione in -a- della seconda -u-, l’uno e l’altro fenomeno tipicamente sardo (o sardiano, o shardana). La D- iniziale è stata agglutinata nel Medioevo per il bisogno di premettere un segnacaso d’origine, il de. Quindi *De Urhali > Dorgali.
Con la stessa etimologia abbiamo il cognome Urgu, che appunto significa ‘strada’, ed anche Dolcolce, termine palatalizzato come spesso avviene a Baunéi, per *De urħu-like. La formazione è pressoché identica, ed a Baunéi indica ugualmente una strada nuragica, miracolosamente rimasta intatta sino ad oggi. Altro termine pressoché identico è Ùrgua (nel Sulcis), il che fa capire che anticamente in Sardegna l’unità linguistica, come evidenzierò più avanti, era un fatto ovvio. Non fu più ovvio dopo la nascita dei quattro Giudicati, che conflissero a tal punto da determinare il crollo della parlata comune. Nei miei libri Toponomastica Sarda, I Pani della Sardegna e Flora Sardòa (d’imminente pubblicazione) parecchie centinaia di termini attestano che la parlata shardana interessava in modo uguale tutta l’isola, senza distinzione tra mari e monti, tra nord e sud.
Ora debbo giustificarmi per essere entrato nell’argomento senza averlo introdotto né presentato. Così, d’amblée, sto parlando di Accadici, di Shardana in territorio sardo, e non dico chi sono e come ci sono arrivati. Per gli Shardana la faccenda è presto quietanzata. Shardana è un etnico fungibile, cioè utilizzabile in alternanza con Lidi, Tirreni, Sardi, Iolaenses, Diaghesbéi, Barbaricini, Hypsitani, Korakensi e quant’altri. Il popolo sardo delle origini ebbe a un tempo tutti questi nomi dagli scrittori greci e (per gli Shardana) dagli Egizi. Poi altri scrittori e gli stessi Romani andarono a specificare, mettendoci anche Esaronesi, Iliesi, Balari, Corsi, Uddadhaddar e quant’altri: ma questi sono etnici cantonali, interessano certe sub-regioni sarde, non altre.
Poiché sto relazionando di toponimi, il 50% dei quali costituisce lo zoccolo duro preromano e, spesso, anche prefenicio, ecco che d’ora in poi parlerò spesso di lingua shardana.
Nei tre libri su citati ho abbondantemente evidenziato quale fosse la lingua degli Shardana, ma qui mi tocca ribadirlo: aveva per base la parlata accadica, risalente al 2235 a.C. L’Impero di Akkad si dilatò dal centro della Mesopotamia e interessò pressappoco tutto il Vicino Oriente e parte dell’Anatolia. Una volta tramontato, il suo vocabolario rimase in piedi presso gli antichi-neo-Assiri, presso gli antichi-neo-Babilonesi. Era di una tale autorità, l’accadico, che persino i Faraoni trattavano la politica estera in quella lingua, e pure i pre-Fenici. Ed ovviamente la Terra di Canaan (compresa la Fenicia) ne fu plasmata. A tal punto, che l’aramaico, soppiantando l’accadico come lingua cancelleresca dell’Impero persiano, ne contenne ancora circa la metà. Così dicasi del fenicio ed, ovviamente, dell’ebraico.
Se è vero che gli Shardana furono un popolo attivissimo, e pure bellicosissimo, al punto da invadere la Terra dei Faraoni, va da sé che non furono mai soggiogati, se non dal Faraone. E se i Lidi (o Tirreni che dir si voglia, o Jolaenses) entrarono in Sardegna nel 1250 a.C., lo fecero evidentemente perché gli Shardana, in giro per il Mediterraneo e lontani dal loro popolo, avevano determinato nell’isola un vuoto insediativo; e la conseguenza fu che i nuovi venuti, gli Jolaenses, si fusero con le loro figlie, occupando anzitutto le pianure: ci mancherebbe.
I termini sardiani o shardana (parlo dello zoccolo duro, che nella lingua ancora oggi in uso supera abbondantemente il 50%) attestano a maggioranza lo strato accadico-assiro-babilonese, in minoranza lo strato aramaico-fenicio-ebraico. Non è clamorosa la scoperta che pure gli Ebrei entrarono in Sardegna. C’entrarono, altro che se c’entrarono, in quattro ondate, e la prima avvenne assieme all’ondata fenicia. Ecco perché pure il territorio di Dorgali è interessato da una pletora di toponimi ora accadici, ora fenici, ora aramaici, ora ebraici.
Ma non di solo pre-romano è fatta la toponomastica sarda. Il restante 50% è ripartito in porzioni assai minori tra il sardo attuale, il sardo antico, l’italiano antico, il latino, un po’ di greco-bizantino. Quasi mai c’entra lo spagnolo, contrariamente a quanto molti pensano. Si badi bene che sto parlando di toponomastica, non di lingua. La lingua scorre come un fiume, trascinando idee, mode ed eventi ed attualizzandosi nel parlante. Il toponimo è la parola che s’arresta e si sedimenta al momento della sua creazione, diventando reperto archeologico. La lingua sarda ha parecchi termini latini ed ispanici. La toponomastica no, per il semplice motivo che i toponimi, nel sedimentarsi attraverso i millenni, hanno, per così dire, saturato il territorio, restando attaccati e simbiotici ad esso, a tal punto che lo spazio residuo per dei toponimi prodotti dalle lingue dei nuovi dominatori fu sempre minore, sino a chiudersi. Ecco perché parlo di “zoccolo duro”, che è antichissimo.
Uno dei pochi toponimi dorgalesi appartenenti all’italiano antico è Sòlogo, corruzione di isolocu ‘scirocco’, dai Pisani pronunciato sirocco ed ipercorretto dai sardi con la -l-. Si sa che in questa valle lo Scirocco batte deciso, mentre risulta protetta dagli altri venti.
Ma lo zoccolo duro della toponomastica è semitico. Segno che i toponimi, una volta consolidati, hanno resistito intatti né più né meno come un reperto archeologico, sepolto nel proprio strato che ne qualifica l’età e la provenienza. Il toponimo si è consolidato, mentre la lingua si è evoluta per conto suo. Ciò si deve al fatto che un toponimo, allorché diventa un predicato territoriale e dunque una coordinata territoriale, perde il semantema e diventa puro segno. Se vai a chiedere a uno del posto cos’è Su Tirési, ti dice che è un luogo, una coordinata, situata tra A, B, C, D. Non gli verrà mai in mente di dirti che Su Tiresi ha quel nome perché chi lo forgiò era stato evidentemente colpito da una grande fioritura di Calicotomi, dalla thirìa. Il popolo dette quel nome, e non un altro, per precisare quali erano le qualità del sito, e nel punteggiare il territorio di toponimi faceva opera socialmente ed economicamente vantaggiosa, per sapersi muovere agevolmente tra i siti. Oggi il territorio sardo è sempre più disabitato, e non c’importa di trovare le sue coordinate attraverso i toponimi. Oggi i viaggiatori usano le coordinate geografiche ed il GPS.
Tornando al 50% “moderno” della nostra lingua, occorre precisare che spesso gli stessi termini medievali o moderni lasciano intravedere tra le maglie un adattamento alla lingua romanza di semantiche già appartenute alla zoccolo duro. E se leggiamo sulla carta Nostra Sennòra de Palu Irde, siamo certi che quel ‘palo verde’ non ha alcuna attinenza con la Madonna ma era invece l’unica forma con la quale gli Shardana rappresentavano la Dea Madre dell’Universo, la dea Astarte ed i suoi siti di prostituzione sacra. Il fatto che la Madonna sia subentrata in tutti i siti di prostituzione sacra, lascia intendere con quanto zelo e per quanti secoli il clero cristiano dovette lottare contro le religioni dei nostri padri.
Una effigie sacra che il clero non demonizzò né mascherò linguisticamente fu quella della dea Iside, perché il suo culto somigliava proprio a quello della Madonna. Ecco perché rimane ancora intatto il toponimo Isalle, da Is-ahl ‘la tenda di Iside’, ossia ‘il tempio di Iside’ (in lingua ugaritica, cioè prefenicia). Sempre ugaritico (ed aramaico) è il termine Motu ‘il dio della Morte’, che il clero lasciò sopravvivere in Motorra, un sito dorgalese con monumenti dolmenici, che significa letteralmente ‘cimitero’. E parimenti sopravvisse Mommoti, il celebre spauracchio dei bambini, derivato anch’esso dall’ugaritico ed aramaico Motu ‘morte’.
Sopravvivono poi, ci mancherebbe, tutti i toponimi che non creano imbarazzo, come Istelotte, località di Dorgali che significa ‘campo di fiordalisi’, da istéli, nuor. ispéliu ‘Plumbago europaea o fiordaliso’, da accad. ištum, išdu(m) ‘base, fondazione’, col significato di ‘(fiore) che sta alla base (dei muri)’; -otte ha confronti con accad. itû,etû,ittû ‘regione, luogo di confine’, lītu(m) ‘provincia amministrativa’, lat. territoriale -etum, -eta (es. olme-tum,pin-eta).
Qua e là nell’agro spunta qualche termine strano come Tulùi, dall’accad. tullû ‘incrostato’ (vedi lat. *tolutum < tabula) che indica i lastroni regolarissimi del monte orientati con pendenza di 40° verso Cala Gonòne); mentre -i è suffisso territoriale ebraico.
Gonòne, Conòne ha forma semitica significante ‘plateau molto alto’, riferito allo strano monte conico che sovrasta il porticciolo, la cui piatta sommità è una giara: da accad. hunnum (un genere di tavola, o tavolato); ma può significare pure ‘monte’, da accad. gennu,ginnu,kinnû ‘montagna’.Mentre il termine cala, per quanto non usuale nel vocabolario dorgalese e quindi “importato” culturalmente da altri Sardi, significa ‘molo, diga’, a indicare il sito di (Cala) Gonòne prima dell’attuale antropizzazione: esso presentava una chilometrica, regolare e bassa scarpata fino a Cala Fùili, alla cui base si era creata una spiaggetta precaria ma sufficiente per salvarsi dalle tempeste e per scampare risalendo sul ‘molo’, sulla cala. Va bene che i Dorgalesi non riconoscano come indigeno il termine cala. Ciò non toglie che il termine sia parimenti antichissimo, appartenendo agli Shardana: non a caso indica, tra l’altro, la tana delle volpi e di altri animali, oltre ad essere presente in parecchi litorali sardi, ad iniziare da Cala Mosca, Cala ‘e Morus e tanti altri. Se è vero che tali aggettivazioni possono farsi risalire ai corallari ponzesi dei secoli scorsi, ciò non toglie che l’arcaico cala sia a un tempo sardo e italiano.
Il tema degli “scavi” e delle “cavità” naturali è molto ricco di spunti. Non tanto perché il territorio di Dorgali è prevalentemente carsico e zeppo di grotte bellissime, quanto perché proprio in quest’area gli antichi progenitori lasciarono una quantità di termini ad esse riferiti. Ispinigòli è la celebre e bella grotta dal “doppio fondo”, ed ha il nome leggibile con l’accad. eṣpu(m) ‘doppio, gemello’ di contenitori + niggulû (qualcosa di molto grande), con stato costrutto *espu-niggulu e significato di ‘(cavità) gemelle assai grandi’. Il tutto fu contaminato pure da accad. īku ‘fossa’: eṣpum-īku ‘fossa gemella’.
Se Gonòne ha radice gon- ‘altura’ o hun- ‘plateau’ ed il suffisso accrescitivo -one tipico dell’antico italiano, così è per Gologòne, reso eufonico dalla -g- intermedia ascitizia ma derivato dall’accadico gullu ‘bacinella, catino’, ebraico gūllā ‘coppa’. E così siamo al secondo termine indicante una “cavità”. Stranamente, in Sardegna abbiamo parecchi altri termini derivati da gullu o gūllā che, attenendosi alla originalità espressiva dell’accadico, indicano certamente la bacinella, la coppa, ma rovesciata, vista nel momento in cui sta nel gocciolatoio. Il primo termine è golléi, la giara dorgalese che sembra proprio un catino rovesciato (il suffisso -i è un territoriale ebraico). Altri termini sono il Monte sa Colla (Escalaplano) e vari altri, che anticamente indicavano il sito dei supplizi, perché il sardo colla, l’ebraico gūllā hanno la stessa radice dell’aramaico gol-gota, appunto ‘il poggio dei teschi, dei condannati a morte’. Può darsi che a Dorgali anticamente i condannati a morte venissero suppliziati proprio in su golléi.
Tornando al concetto di catino, questa volta pronto all’uso, andiamo a curiosare nei giròves (pronuncia di Baunéi). I Dorgalesi si distinguono, usando il termine giròve, anzi ghiròe, per indicare il pieno anziché il vuoto: esattamente è quanto accade per gli stessi golléis. Ghiròe a Dorgali indica infatti, stando al Wagner, una ‘grande groppa montana’; mentre a Baunéi indica la gola tra i rocciai, che in sezione assomiglierebbe alla silhouette di un catino. Il termine deriva dall’accadico kirru ‘grande vaso per liquidi’ + suff. territoriale -i d’origine ebraica (diventato poi -e ed eufonizzato con -v- inorganica): *kirru-i > *kirrò-e > ghirò-e e ghirò-ve.
Il dorgalese ghiròe è una metonimia territoriale, dove si ha il contenuto per il contenitore, nel senso che la sua semantica esprimeva, anticamente, il vuoto, non il pieno. Lo dimostra il termine Iriài, che indica una gola basaltica dalle pareti verticali e sub-verticali, oggi scavalcata da un ponte e sommersa dal lago. Anticamente doveva essere nota come Ghiriài, con forma simile a Ghirovái e ghiròve, col solito suffisso territoriale -i di origine ebraica.
Anche il sardo gùtturu ha origine simile. Non è credibile chi lo fa derivare dal latino guttur ‘gola’, poiché è lo stesso termine latino ad avere il precedente nell’accadico kuttu ‘vaso, contenitore’, che al solito in Sardegna è diventato aggettivale recependo il suffisso -lu, -ru: quindi gùttu-ru.
Il destino semantico di ghiròe e di gùtturu è lo stesso di Guzzùrra, la chilometrica regione di Lula che denomina tutta la zona alla base del Monte Albo, così chiamata perché il monte carsico cede le sue risorgive proprio in quella fascia. Guzzu-rra, da accad. kuttu (formato sul modello di pittu-rra < lat. pectus, limpo-rra ‘cicerbita’ < accad. lipu, Moto-rra da ugar. Motu), significa ‘la regione dei catini, delle brocche’, insomma ‘delle pozze sorgive’.
Códula, a sua volta, indica anch’essa un recipiente. Non deriva infatti dal latino cos, cotis ‘pietra focaia’ come molti vanno dicendo, tanto per tirare a indovinare, senza accorgersi che in Sardegna a “giocare” con le etimologie si finisce “giocando” con una caterva di paronomasie, che portano a caterve di paretimologie (o false etimologie). Códula ha la base nell’assiro-babilonese kūtū ‘brocca, contenitore’. I Babilonesi, vissuti nella pianura alluvionale mesopotamica, non avevano altra idea del vuoto che quello delle loro brocche, dei loro catini, dei loro silos incannicciati. Ecco perché tutti i nostri siti con baratri hanno quelle strane etimologie. Così è pure per la Punta Cucùthos, che s’erge vertiginosa sulla Gola di Gorropu coi suoi 800 metri: non è il ‘cappuccio d’orbace del pastore’, come si potrebbe intendere, indicando invece proprio quel vuoto pauroso, espresso sempre con kūtū ‘brocca, contenitore’, raddoppiato alla moda semitica, ku-kutu, per dargli un valore superlativo. E lo stesso Gorrópu, che anche in Campidano indica una concavità, uno scavo naturale profondo, deriva dal babilonese uruppum, aruppum (le due forme paritetiche sono ripetute anche in sardo: gorropu, garropu) e significa ‘ascella’.
Invece non significa ‘ascella’, anzi ‘grande ascella’, Su Suercòne (l’immensa dolina accanto a Donianìgoro), che sembra un nome latinizzato da subhircus ‘ascella’, con solito accrescitivo antico-italiano in -one. Ebbene, non è così. Anzitutto avverto di non confonderlo col toponimo Su Ercone a sud del Monte Albo di Lula, che significa ‘bosco di lecci’ < sardo elicone < élighe ‘elce’. Per Suercone/Sercone la base etimologica non sta nel latino ma nell’accadico serhu ‘suolo eroso, svuotato’.
I Babilonesi non avevano alcun concetto astratto per esprimere le vacuità, gli sprofondamenti. I Romani invece esprimevano il vuoto con vacuum. In barbaricino baccu significa ‘valle’ (Desulo); ‘forra, dirupo’ (Ogliastra), ‘sella tra due montagne’ (Tonara), ‘forra, gola di montagna’ (campid.). È termine frequente nella toponomastica. Nonostante che la maggioranza dei linguisti propenda a trovare la base etimologica nel lat. vacuum ‘vuoto’, Wagner non crede a tale derivazione e pensa semmai ad un termine preromano. Ed intuisce bene. Infatti la base appartiene all’ebraico bakah ‘canalone infossato’, ugaritico bq‛ ‘scindere in due, to split’, ‘spaccare in due’, ‘solcare’, arabo beqā ‘parte valliva (di un fiume)’.
Insomma, qualunque cavità, qualunque vacuo nella montagna, in semitico ha povertà di referenti, quasi tutti relegati ai manufatti domestici, tipo il sardo òrriu. Ma al riguardo notiamo che Serra Òrrios non è il ‘sito dei cocci frantumati’, dessos òrrios crapìdos, ma il sito dei ‘buchi che trattengono l’acqua’, come chiunque può constatare, talchè il villaggio nuragico fu creato proprio attorno alla piscina più spaziosa, originata nelle argille basaltiche. Su òrriu in sardo è un contenitore per acqua, olio o cibi, ma ha la base nell’accadico ħurru ‘buco, tana, cava, miniera, cavità orale’.
In Sardegna, specie nelle terre difficili del Supramonte e dintorni, quasi ogni toponimo ha referenti con gli antichissimi nomi sardiano-mesopotamici, come Sos Carros, da tutti inteso, per ingenua paronomasia, come ‘i carri’ e riferito al villaggio della prima Età del ferro in agro di Oliena, sul bordo di Lanaittho. I semiti dicevano ħarru per indicare il ‘corso d’acqua’ (ed è proprio dal termine, poi giustapposto al lat. rivus, che deriva il nostro arrìu, da *harr-ri(v)u). E guarda un po’, proprio sotto il villaggetto post-nuragico stanno due corsi d’acqua, originati uno dal Troccu sos corròjos, l’altro dalla Grutta dessa Oche. Oggi le loro portate sono pressoché inesistenti, se non durante un fortunale, ma 3000 anni fa, quando il Supramonte era tutto una foresta d’alberi altissimi con tanto di humus, dovevano scorrere bene.
I disboscamenti hanno ridotto male il Supramonte, e l’ordine dato dal Cavour di deforestare la Sardegna non risparmiò affatto questa plaga, già provata dall’epoca romana, come vedremo. Infatti al tempo dei Romani si creò la prima zona desertica. E per parlarvene, considerata la vicinanza con Sos Carros, dovrei introdurre l’etimologia di Tiscali. Il nome del monte Tìscali, se non è dal babil. tišqāru ‘esaltato, prominente’ (come epiteto della divinità), dovrebbe essere un aggettivale latino. Ma ne parlerò tra poco.
Sos Carros invece era termine shardana. E tutt’attorno al Monte Tìscali, grazie alle sue intatte foreste, doveva essere meno terribile di oggi viverci, poiché non è solo Sos Carros a indicare l’antica presenza d’acqua ma pure Lanaittho, la valle che porta al Monte Tìscali.
Lanaittho significa, letteralmente, ‘il territorio delle sorgenti’. Infatti il lemma va diviso in làcana + ittho. Làcana (là‛na) in sardo significa ‘confine di un campo, di un territorio comunale e simili’. Deriva dall’assiro laqû (da cui il cognome sardo Laccu) che significa lo ‘stabilirsi in un territorio, lo stanziamento’. Ittho produsse anch’esso un cognome, Izzo, e deriva dall’aramaico ittza ‘scaturigine’ e dal fenicio iṣ’ (izza) ‘idem’ (vedi l’allotropo mitza, derivato dal fenicio mṣ’ (mitza) ‘uscita, scaturigine’. E questa è un’altra prova che in Sardegna prima dei Giudicati si parlava una lingua unica, o quasi: oggi abbiamo izza o izze o izzo nel centro-isola, mitza nel sud. Gli Shardana, se non avessero avuto tra i piedi quei tiranni e ladri di Cartaginesi ed i depopulatori Romani, gente che aveva il genocidio facile, avrebbero lasciato una memoria bucolica di questo Supramonte dorgalese e olianese. Ma questa bella visione ci è preclusa da Tiscali, da Doloverre, da Sùrtana.
La valle di Sùrtana, che conduce a Dolovèrre, è così chiamata dalla sua lineare bellezza simile ad una valle glaciale. Il nome ha base nell’assiro ṣurtu ‘disegno lineare’ (+ il solito suffisso aggettivale), e nacque nel periodo pre-cartaginese, quando la Sardegna aveva in mano il proprio destino e riusciva a viverlo nel migliore dei modi, inventando anche dei termini poetici. Anche Dolovèrre sembra poetico, e invece nasconde la tragedia. Era un piccolo prato sub-pianeggiante ai piedi del Monte Tìscali, e significa ‘erbaio seminato ad orzo o farro’. Essendo d’origine latina, come Tiscali, indica chiaramente la funzione di soccorso, di sopravvivenza che il prato svolse dopo che le tribù barbaricine erano state relegate nel Supramonte. Doloverre deriva da tola ‘aia, orticello’ e simili + farre ‘farro’ e simili (vedi il sardo erráine, farráine ‘erbaio seminato a foraggio o ad orzo’). Il termine nacque allorché gli Shardana, oramai divisi a gruppi e relegati in singoli cantoni montuosi, cominciarono a perdere persino la nozione di popolo ed ogni gruppo si auto-riconobbe come tribù. Tiscali sta a dimostrarlo.
Le vicende recentissime di questo nome così tanto “commercializzato” hanno messo la sordina al fatto che esso è un coronimo, non un toponimo. Il villaggio nuragico attualmente noto come Tìscali era sino a ieri senza nome (almeno sulle carte), perché il nome apparteneva (ed appartiene) al monte che lo contiene, mentre il villaggio sta annicchiato nello scenografico grottone dal tetto semicrollato, che i Sardi nel medioevo nominarono alla spagnola curtigia (cortilla), ‘cortile’. Il monte, alto appena 518 metri, è una autentica roccaforte naturale, asperrima e bellissima, incastonata in un luogo originariamente tra i più selvaggi del Supramonte, ma nel contempo tra i più strategici, essendo collegato a Dorgali e ad Oliena da due valli (Doloverre-Súrtana la prima, Lanaittho-Sa Oche la seconda). Questa seconda valle venne fulmineamente occupata dai Romani allorché fu costruita o migliorata la strada che da Dorgali procedeva verso Nuoro passando per le strategiche fonti di Su Gologòne. La costruzione della famigerata strada e la conseguente occupazione del territorio agricolo di Olièna (vedi lemma in T.S.) fu per i Nuragici (gli Jolaenses) una catastrofe umana di proporzioni inimmaginabili. I superstiti s’arroccarono sulle aspre pendici del Supramonte, tenendosi ben stretti ai tre villaggi degli alti-pascoli: Sòvana, Duavidda e Tìscali.
I Romani, evidentemente, continuarono a subire per decenni le sanguinose bardane degli Jolaenses, che gl’impedivano un uso economico della strada e delle coltivazioni negli orti usurpati a Olìana, a Olièna. Fu così che realizzarono uno dei più vergognosi misfatti della loro occupazione, l’incendio sistematico del Supramonte di Jolìana, in modo da sospingere le greggi degli Jolaenses (che dobbiamo imparare a correggere in Joliaènses, quelli di Jolìana, Olìana) tre chilometri più addietro, tra le foreste che oggi appartengono al Supramonte di Orgosolo. Nessun naturalista si è mai chiesto che cosa significhi quella landa desertica e fascinosa, d’un candore abbacinante, che dalle creste di Ortu Camminu, Sos Nidos e Cusidore avanza a quota 1000, per chilometri, sulla roccia levigata verso sud, sino alla Punta Corrasi, sino all’antichissimo villaggio di Sòvana, sino alle foreste di Orgosolo che s’ergono di colpo, come una frontiera, di fronte al deserto olianese. Nessun naturalista ha mai messo in evidenza che il fenomeno dei bonsai, frequentissimo in tutte le lande predesertiche della Sardegna, segno d’incendi epocali e di centenari sovrapascolamenti, nel Supramonte di Oliena non esiste neppure. Ad Oliena c’è il deserto assoluto, un perfetto vuoto biologico che nessuno ha mai indagato. A saper leggere geograficamente questo fenomeno, non servono affatto i documenti cartacei. Il deserto è lì: corre parallelo alla strada romana. È evidente come poi i Romani fossero giunti a chiamare il Supramonte di Oliana Tesca Loca (Tesqua Loca), e poi Tesca (con o senza loca), a indicare dei 'luoghi sterili, aspri, incolti, lontani dai consorzi civili, lande, steppe, deserti' (vedi Cicerone e altri). Orazio parlò di Tesca deserta et hinospita. Il nome al singolare fa tescum, ed il suo incrocio con testa ‘vaso di terracotta’ ha prodotto l’italiano teschio. L’aggettivale generale di Tesca rimase col tempo (per sineddoche inversa) al solo Monte Tìsca-li, al cui originario Tesca/Tisca gli Joliaenses aggiunsero il normale suffisso sardiano -li. Tìscali dunque significa ‘altura sterile’, ‘territorio sterile’. Ci fa piacere leggere in Pittau (UNS 182) come anch'egli supponga operata in Sardegna, da parte dei Romani, la tattica della "terra bruciata" e del "genocidio". Se egli fosse venuto a piedi nel Supramonte, non avrebbe avuto bisogno di mettere le virgolette a questi concetti.
È chiaro che, dovunque passasse un’importante strada romano-shardana, s’insediarono proprio i Romani. La bella valle di Oddoène ha infatti nome latino, sembra sia appartenuta ad un solo latifondista, un tale Otto (‘Ottone’), chiamato in sardo Oddo. Nel toponimo attuale potremmo vedere un composto possessivo significante ‘le sorgenti di Oddo’, dal plurale sardo ene ‘sorgenti’ (così dette a Baunei), considerato che in questa valle le sorgenti non mancano (meglio, non mancavano).
Coi Romani i tempi delle dominazioni erano ormai scanditi, ed ogni ulteriore toponimo poteva ricevere l’impronta dei nuovi padroni, almeno dove si creava il latifondo. Sarà accaduto così pure al Monte Oddéu? Tale toponimo (in questo caso è oronimo) viene abbinato dai linguisti indoeuropeisti al lat. collegium (vedi Paulis e altri): in tal caso significherebbe ‘luogo di raduno del bestiame versato per la decima’. Chiaramente il luogo di pagamento delle decime doveva stare sul Monte Oddéu, esattamente al vicino Campu Doinanícoro, una pianura carsica coltivata, contenente alcuni inghiottitoi, la quale nel primo membro del composto (Doina-) potrebbe adombrare proprio una corruzione di deghina (‘la decima’). Ma ho una salutare repulsione all’idea che i vincitori stabilissero i propri latifondi persino sulle giogaie calcio-magnesiache (come pretende Pittau nel suo Ulisse e Nausicaa). Se i Romani non erano del tutto dissennati, dovevano pur lasciare qualche lembo di pascolo ai pastori indigeni, a quelli non-integrati. Peraltro con essi poteva essere vantaggioso instaurare rapporti commerciali alla pari.
Guarda caso, ci fosse o no un latifondo a Donanícoro, c’è un etimo che calza perfettamente, ed è l’accad. dunnu ‘compendio agrario fortificato’ + nehlu ‘setacciamento, colamento’. Donanícoro significa dunque ‘campo fortificato con gli sgrondi’.
Ma insomma, Oddéu significa o no collegium ossia ‘luogo di raduno’? Ma no. Oddéu ha la base nel babil. uddu indicante un ‘tronco d’albero’ + suff. aggett. sardiano-ebraico -éu. Significa quindi ‘Monte dei tronchi d’albero’, ossia indicava il monte dove si andava a cogliere i fusti più belli, un tempo utilizzati addirittura per fabbricare le flotte. Dobbiamo immaginarci un Monte tenebroso di bellissime foreste, almeno 3000 anni fa, quando l’humus faticosamente generato dalla natura in milioni d’anni ricopriva ancora la roccia dolomitica, rendendo la montagna un bene sfruttabile economicamente per vari usi. Da questo punto di vista, l’oronimo ha gli equivalenti un po’ in tutta la Sardegna, come il cognome Rattu, che significa ‘braccio’ nel senso di ‘tronco d’albero’, o Monte Nái ‘il monte dei tronchi d’albero’ (nái < lat. nāvĭs, gr. ναυς indica per antonomasia il bosco dove si prelevano i tronchi per costruire la flotta); e vedi pure Monte Marga-nái ‘idem’ (dove margu è in babil. una designazione topografica, a meno che l’intero monte non derivi dal babil. margānum ‘bosco di conifere’).
Ma veniamo all’acqua. Noi non sappiamo come gli Shardana chiamassero i corsi d’acqua dorgalesi. Il Fluminéḍḍu oggi ha un nome sardo-latino (flūmĕn), che indubbiamente ha sostituito quello antico. Il Cedrino, il più grande dei tre perenni, ha invece il nome originario, che non è imparentato coi limoni ma coi rospi e le raganelle. Il babilonese kiturru infatti significa ‘rospo, rana’; īnu sappiamo indicare la sorgente ed i corsi d’acqua, onde avevamo kiturrinu ‘il rivo delle rane’. Anche gli Shardana avevano fantasia poetica.
Il fiume della códula d’Ilune – fiume senza nome – è quello più intrigante, anzitutto perché dopo Teletottes, dove il fiume viene inghiottito, doveva esserci un tempio di Astarte. La località si chiama oggi Su Palu (e siamo allo stesso fenomeno già visto per Palu Irde). La celebre grutta dessu Palu, forse la più lunga d’Italia, non era un richiamo per i fedeli. Lo era invece il fenomeno della sparizione del fiume, chiarissimo esempio dello sperma divino che penetra nella vagina della Madre Terra rigeneratrice. La strada nuragica della codula è sempre esistita, e fu infine usata anche dai carbonari dell’800. Sulla spiaggia d’Ilune dovevano approdare delle barche, delle navi, delle flotte, e la magia del luogo doveva essere sufficiente a dedicare il sito al Dio Supremo, ad Ilu. Ilune è infatti uno dei mille aggettivali sardi in -ne, che stavolta scomoda addirittura il Dio Supremo dei semiti occidentali. Esso fa il paio con la rupe più celebre della Sardegna, sa Perda Iliana, dedicata ugualmente ad Ilu.
Il territorio dorgalese ha numerosi altri toponimi interessanti, ma questa presentazione basta a far comprendere tante cose della storia più antica del territorio dorgalese, chiarendo nel contempo un garbuglio che nessun linguista è mai riuscito a districare: quello della presenza fenicia. Anch’io mi unisco al coro di quanti affermano una presenza fenicia in questo territorio. Basta far notare che la lingua shardana era già intrisa per conto proprio di certe parole. E questo è sufficiente a placare polemiche e illazioni.