CAGLIARI E IL SUO TERRITORIO

(sulla base delle più antiche etimologie)


L’aiuto dato nel II secolo e.v. da Tolomeo per identificare le popolazioni senza città distribuite in Sardegna ha un certo valore storico-geografico, ma i problemi posti da alcuni etnici e dalle supposte dislocazioni restano. I Korakénsioi stavano nell’estremo nord, perché a partire da là sono citati come terzi dopo i Tibulati ed i Corsi; ma è poi difficile capire se stessero sul golfo di Olbia o su quello di Alghero. Meloni (SR 314) non aiuta nelle ipotesi, ma qualche certezza la dà l’etimologia, dal sumero korra ‘porpora’, accad. kurru ‘tanning fluid’ + accadico kinšu ‘capanna rotonda’.

Sembra di capire che il nome di questo populus, al pari di molti altri, sia stato attribuito per una funzione svolta nel territorio. Si trattava di pescatori di porpora abitanti in capanne rotonde. Korakensioi è un buon relitto storico-linguistico, ed è opportuno localizzarlo in un golfo tipo quello di Olbia, che migliaia di anni fa si presentava come un fiordo in riempimento, quindi con bassi fondali in certe parti, adeguato alla pesca dei molluschi da porpora. Viceversa potremmo pensare che Tolomeo non mirasse a un rigoroso elenco nord-sud. In tal caso i Korakénsioi potrebbero essere collocati presso le vaste lagune costiere del Sinis, ricchissime di molluschi da porpora. Così sistemati i Korakénsioi, potremmo dar corpo a una triade occidentale con Kornus (l’antica città presso S.Caterina di Pittinnuri che potrebbe anch’esso avere il nome dalla porpora (korra) ma potrebbe pure avere il nome da accad. qarnu ‘corno’ (sempre con riferimento alla particolare sagoma dei muricidi. Il terzo referente della triade occidentale sarebbe Koracodes, il porto di Kornus, situato presso Putzu Idu (Sinis), che sembra ugualmente legato alla porpora, a meno che non sia legato ai Korakénsioi.

Se Coracódes può essere visto come un classico porto d’imbarco delle prodigiose quantità di porpora raccolte in Sardegna a beneficio dell’industria manifatturiera fenicia, Cagliari può essere visto come un classico porto d’imbarco del corallo: nomen omen. Cagliari infatti ha il nome babilonese del corallo: Karallu, che significa per antonomasia anche ‘gioiello’, ma per astrazione non poteva che significare (sempre in babilonese) anche ‘felice, beata, fortunata, ricca, splendida’, con una semantica identica a quella espressa in greco dalla città di ’Όλβια. Cagliari e Ólbia, dunque, come porti shardanici d’esportazione delle inverosimili quantità di corallo raccolte lungo le coste sarde in ogni tempo, se è vero quanto attestano per la Sardegna tutte le fonti storiche antiche e moderne.

I Romani su Karallu non hanno prodotto alcuna paretimologia, e nemmeno la traduzione. Semplicemente hanno corretto la doppia liquida, poiché consideravano le doppie shardane per quelle che talora erano (specie al sud), ossia un appesantimento fonetico di antiche semplici. Onde Karallu divenne prima Karális, con la liquida semplice e col suffisso latino -is. Poi per legge fonetica latina l’accento fu retrocesso (Kàralis).

Cagliari oggi si presenta come una città senza territorio, considerato che le estensioni di superficie tutt’attorno appartengono ai paesi contermini. Ma Cagliari non ha mai avuto territorio: è come Washington. Ciò è la spia d'una vocazione, che non era agraria visto che i sette colli di Cagliari a quel tempo erano in parte circondati da lagune, ed il più lontano Monte Urpínu, a somiglianza di altre alture dell’isola come il Marganái (da babil. margānum ‘resinous bush; also its resin’), pare avesse la base etimologica nell’accad. uru ‘albero’ + lat. pīnus ‘pino’, col significato di ‘albero di pino’, a indicare una collina abbandonata dove la natura, oltre all’ubiquitaria palma (nana o procéra) sparsa in tutte le coste isolane, favoriva la crescita di boschi di pino. Poiché l’accad. uru significa anche ‘palma’, non è strano che sul colle ci fosse un bosco misto. Peraltro la vocazione territoriale fu sempre curata nei toponimi dei nostri progenitori, e così Molentárgius, che le paretimologie attuali danno come ‘campi per asini’, ha la base accadica in mulûtu ‘dominio’ + arhu ‘vacca’ (> mulût-arhu > *molu(n)t-arxu > molent-argius) col significato sintetico di ‘dominio di vacche’.

La vocazione di Karallu era triplice: 1. la lavorazione e l’esportazione del corallo sardo, anzitutto; e dalle immense lagune sortivano altre due vocazioni: 2. is buccònis, un incredibile bottino di murici da porpora il cui guscio, pre-lavorato ed esportato, determinò la fortuna della fenicia Tyros; 3. il sale estratto ad est e ad ovest, sui bordi delle lagune della capitale, vero oro bianco, moneta internazionale di scambio, dollaro ed euro dell’alta antichità.

Karallu era una città commerciale e di prima trasformazione che consentiva ai Fenici di riempire le non capaci stive di merci impreziosite già prima della lavorazione finale compiuta a Tyros.

Ma l’economia di Karallu era triplice per modo di dire. In realtà era molteplice. Dove mettiamo le sardine sotto-sale impacchettate per l’esportazione? Col monopolio delle saline Karallu era in grado di salare e vendere enormi quantità di pesce azzurro, non a caso divenuto celebre col termine assiro sardum ‘pesce impacchettato’ (sottinteso: impacchettato in Sardò, in Sardinia). Le ceste per l’impacchettamento dovevano essere di asfodelo, una pianta che ha mantenuto ancora oggi il nome babilonese χarbūtu.

Karallu doveva essere pure esportatrice di tutte le derrate conservabili prodotte nelle colline e nelle montagne vicine, quali vino, lana, pellami grezzi e conciati, formaggi, prosciutti, miele, idromele, cera, arnie; ed in più legna per l’edilizia, legname per costruzioni navali, carri da tiro, scandole, tegole, prodotti della figulina, artigianato del legno, stuoie, fruste, eccetera; ed ancora, animali vivi.

Per accertarsi che la Sardegna fosse celebre per le produzioni montane, basta leggere l’Angius, e si conoscono, ad esempio, le prodigiose quantità di selvaggina (per citare solo merce fresca) trasportate ogni giorno dalle montagne di Uta e di Sìnnai al mercato della capitale. I linguisti non hanno mai dato risalto alle parole d’uso internazionale nate in Sardegna. Oltre alla sardina, al corallo al sale ed altre merci che non cito c’è il Pecorino romano, da tutti ipotizzato, senza criterio, come un pecorino la cui manifattura fu insegnata ai Sardi dai Romani. Qualcuno dovrebbe spiegare perché i Romani fossero stati i bonari maestri elementari dei montanari (gli Ilienses) che in ogni libro di storia appaiono come quella cospicua tribù di Sardi respinta sulle montagne a recitare l’odiosa parte di rompiballe degli eserciti d’occupazione. La contraddizione non lo consente.

In realtà il Pecorino Romano ha la stessa etimologia del paese logudorese di Romana e della collina sassarese detta Rumanedda, che non è un aggettivale riferito ai colonizzatori di 2000 anni fa, ma un aggettivale d’altura, derivato dall’ebraico rōmēm ‘elevato’, rūm ‘altezza, altitudine’. Pecorino Romano significa dunque ‘Pecorino delle montagne’, ‘Pecorino prodotto dai montanari’, da quei rompiballe di Ilienses. E l’etimologia ebraica la dice lunga sulla mescolanza etnica dei montanari, formata in buona parte dai Galilei (Galilla, Galillenses) entrati in Sardegna in una prima ondata assieme ai Fenici, già ai tempi di David e Salomone.

A città importante, porto importante. Il primo porto doveva essere sul bagnasciuga della Scaffa, cordone sabbioso ad ovest dell’abitato. Scaffa è inteso maldestramente come ‘barca piatta’ utilizzata per il trasbordo delle merci dalla spiaggia alle navi o viceversa. Ma questo è un termine seriore, e comunque adatto alle marine dove il pescaggio delle navi non consentiva l’attracco ed erano necessarie le barche da trasbordo. Il termine più antico è dal bab. kuppu ‘cisterna (nel senso di scavo per contenere l’acqua)’.

Ci tornerò. Qui rilevo che Scaffa è già un toponimo seriore rispetto a Santa Gilla. L’esigenza di trascinare certe navi alle placide acque della laguna di Santa Gilla, 100 metri oltre la linea marina, era così forte che, secondo l’uso invalso nel Mediterraneo (vedi l’istmo di Corinto, il tratto tiberino da Ostia a Roma…), s’usarono degli ‘uomini-rimorchiatori’, chiamati in babilonese agīlu; che poi diventò Gilla e poi Santa Gilla (interpretata, incredibilmente, come Cecilia). Agīlu è il primo segno che il porto shardana stava cominciando a industrializzarsi. Scaffa è il segno della seconda industrializzazione, quando si tagliò la duna. Igia è il segno della terza industrializzazione. Anche Igia non fu né donna né santa, come invece pretesero quei furboni di preti bizantini, che nell’evangelizzazione della Sardegna ne fecero di cotte e di crude, beninteso quanto a toponomastica (essi furono veri maestri della paronomasia, come si scoprirà nel libro Toponomastica Sarda: altro che paronomasia degli antichi Greci! Se metà dei toponimi attuali della Sardegna sono corrotti, volutamente corrotti, lo dobbiamo al clero bizantino).

L’accadico īgu ha lo stesso significato del babilonese kuppu (Scaffa) e nel medioevo divenne Igia (poi Santa Igia, confusa a bella posta con Santa Gilla, tanto perché l’intreccio e l’impasto chiudesse la faccenda con una pietra tombale). Igia-īgu denomina proprio il sito dove stavano i fondachi fenici (lo stesso sito dove si reinsediò la Càlaris medievale). Il canale sotteso al nome īgu dovette essere il prolungamento di quello primitivo della Scaffa, e fu quello che conduceva al porto fenicio a noi noto.

A porto importante, traffico importante. A Karallu arrivavano navi dell’intero mediterraneo. Le voci ed i rumori dovevano essere vivaci. Non erano i rumori ossessivi che fecero esclamare a Marziale Tota Urbs est ad cubile! nel periodo della costruzione del Colosseo, allorquando i carri carichi di massi, a ritmo infinito, passavano davanti al suo uscio togliendogli il sonno. No, il chiasso di Cagliari era diverso, e per evitare il trambusto era stato creato un sito extra muros, un po’ come facciamo oggi per le discoteche. A gridare erano le prostitute sacre.

Il concetto di creazione nell’antichità era d’una importanza che neppure immaginiamo. La donna sterile era maledetta, pure gli animali sterili, gli alberi sterili. Gesù maledisse un fico sterile. Il concetto di creazione operò una suddivisione storica dalla quale sortirono due civiltà. Ebrei, Greci e Romani si fermarono prima del limite, e non consentirono che loro donne, per onorare la dea della fertilità, si dessero alla prostituzione. Questi tre popoli dettero origine alla cosiddetta Civiltà Occidentale, della quale siamo eredi. Ma i Sardi ne sono eredi adesso, non lo furono nel passato.

I popoli semitici, esclusi gli Ebrei ma inclusi gli Anatolici, ammisero e favorirono la prostituzione, che fu sacralizzata per essere meglio governata. I Sardi o Shardana ammettevano la prostituzione sacra perché, ai tempi dei Popoli del Mare, essi (che erano un Popolo del Mare) si erano mescolati e avevano coabitato con i superstiti di Ugarit, i futuri Fenici. In Sardegna c’erano oltre 17 siti di prostituzione sacra, forse venti. Nel libro Toponomastica Sarda discuto tale quantità, riferita soltanto a 1900 toponimi analizzati, non alle decine di migliaia di toponimi rilevabili. La pletora dei lupanari non fu creata dai Fenici, per quanto anch’essi fossero favorevoli. I lupanari c'erano dappertutto, in Sardegna, e sono proprio i toponimi a fungere da traccia storica per far capire quanto fosse ampia e trafficata la rete stradale degli Shardana, anche nelle montagne. A Cagliari c’erano addirittura tre siti di prostituzione. E non poteva essere diversamente. Erodoto, I, 94 e passim, ricordava che tutte le donne prima del matrimonio dovevano prostituirsi, darsi allo straniero di passaggio. Cagliari, il porto più frequentato dell’isola in epoca fenicia e punica, dislocò tre templi, uno a Capo Sant’Elia, uno a Su Siccu alla base dell’attuale chiesa catalana di Bonaria, uno a Lapola alla base dell’attuale chiesa di Sant’Eulalia. Lapòla deriva dal babilonese labu ‘urlo, belato, richiamo’, e furono certamente i preti bizantini, scandalizzati dalla pubblicità fatta in tal modo all’antico tempio di Astarte, a ordire persino la cancellazione del termine. Che però non riuscì; ma almeno, nell’erigere una chiesa sopra il sito del peccato, vinsero nel dargli il nome greco Eulalia, che il popolo accettò perché anch’essa, come Lapòla, significava ‘ciarliera’. I Catalani poi non fecero altro che migliorare la chiesa, che trovarono già dedicata, senza pretenderlo, alla patrona di Barcellona.

Per quanto attiene a Su Siccu, il sito originario dovette essere l’altura calcarea oggi dominata dalla chiesa catalana di Bonaria (l’attuale sito pianeggiante ai suoi piedi – Piazza dei Centomila e dintorni – è chiamato Su Siccu per estensione, essendo un tratto di mare riempito con le macerie dei bombardamenti della Seconda Guerra mondiale).

L’origine del toponimo dovrebbe essere (come per i toponimi Sicci, Siccaderba e Segossini) dal babilonese sikkum ‘bordo, margine’, da interpretare come ‘molo, linea regolare di battigia (ai piedi del colle)’: non a caso vi approdò la flotta d’invasione iberica nel 1323. Va rammentato che ai tempi dei Fenici questo sito doveva essere poco o punto antropizzato (esclusa forse l’esistenza di un’area cimiteriale). Se attività c’erano, esse erano al servizio della vicina salina, per l’ammasso del sale destinato all’imbarco. In ogni modo lungo il litorale doveva passare una strada che da Karallu (Cagliari) procedeva a sud transitando per Lapola, con capolinea al tempio di Venus Ericina sul Capo S.Elia.

Venus Erycina (la Venere o Astarte di Erice) godette d’un culto molto esteso, tanto ch’era adorata persino a Cartagine, esattamente a Sicca Veneria, borgo fondato dai Siciliani alla sommità d’un rilievo alto 770 m presso la casbah di El Kef, da cui proviene una statua di Venere. «Il culto africano di Venus Erycina è documentato specialmente nella narrazione di Eliano relativa al trasferimento della Dea di Erice per nove giorni ogni anno, in Africa, e del suo ritorno in Sicilia. Valerio Massimo aggiunge la notizia della prostituzione sacra a Sicca Veneria» (Raimondo Zucca 771-779: L’Africa romana VI. Atti del VI convegno di studio, Sassari, 16-18 dicembre 1998 – Edizione Gallizzi, Sassari, 1999). «Anche per la Sardegna dobbiamo ammettere una derivazione siciliana, mediata dai Punici, del culto dell’Erycina, documentato in modo diretto in una iscrizione punica di Carales. Il tempio di Aštart ericina di Carales venne scoperto nel 1870 da Filippo Nissardi alla sommità del promontorio di S.Elia… presso la torre omonima. All’interno [del tempio ridotto alle fondazioni] era applicata una lastra in calcare frammentata, con iscrizione dedicatoria ad Aštart Ericina, in punico». «Le dimensioni ridotte dell’epigrafe denunziano evidentemente il carattere privato del voto, secondo il modulo noto ad esempio nel tempio di S.Nicolò Gerrei (Cagliari) dove un Cleon salari(us) soc(iorum) s(ervus) dedit Aescolapio Merre un altare in bronzo» (Zucca: idem).

Sono grato a Raimondo Zucca delle preziose note, ed altrettanto grato all’archeologa Carmen Locci che me le ha fornite ed illustrate. Ciò mi consente d’ipotizzare, a sud di Karallu, un terzo sito di prostituzione sacra, oltre a quello di Lapòla e di Capo S.Elia, un sito incastonato probabilmente dove fu poi edificata la chiesa catalana di Bonaria. Non dovrebbe meravigliare più di tanto una pletora di lupanari in quel di Karallu, considerato che, intanto, tutte le donne dovevano prostituirsi almeno una volta prima di convolare a nozze (leggi Appendice: Cagliari, Lapola e Semiramide nel volume “Toponomastica Sarda”). Mi è forza insistere sulla tesi del terzo lupanare, non tanto e non solo per la ripetizione in terra sarda di un toponimo (Siccu) pressoché identico a quello del territorio cartaginese (Sicca), ma perché ancora oggi in Sardegna sopravvive un gesto “volgare” chiamato proprio sicca (altrove ficca) o meglio, al plurale, siccas, ficcas. Il gesto si fa infilando il pollice tra l’indice e il medio, stringendo il pugno (anzi i due pugni, per raddoppiare l’effetto) e puntando le siccas contro la persona interessata, o contro il cielo in segno di maledizione.

Per la verità, le siccas non sono sempre dei gesti maledicenti: oggi spesso lo sono, ma ancora più spesso sono apotropaici; un tempo dovevano essere soltanto segni apotropaici. Ciò dimostra che, dopo quasi duemila anni, il popolo, redarguito dal clero cristiano, è ancora indeciso sulla finalità delle siccas. Dobbiamo ricordare che, nella ritualità antico-romana e mediterranea in generale, fare la sicca e toccarsi con essa la fronte (meglio: fronte-bocca-petto, proprio come oggi si fa il triplice segno della croce) era un gesto propiziatorio rivolto – al solito – alla divinità che sovrintende alla fertilità ed alla vita sul pianeta.

Che la sicca indicasse, schematicamente, un organo sessuale, è chiaro. Ma va chiarito quale. La sicca è fatta principalmente dalle donne. Poiché gli uomini – oggi ed anche in epoca romana – usano ed usavano fare lo stesso gesto con altre dita (il medio dritto e tutte le altre dita piegate, in modo che risalti lo schema d’un pene eretto), è chiaro che le donne con la sicca intendevano esprimere la vulva, dove il pollice appena emergente dal pugno indica il clitoride ch’emerge dalle grandi labbra.

Questo stupefacente impasto di gesto, di toponimo, di storia sacra mediterranea è una interessante sopravvivenza che il clero cristiano è riuscito (non del tutto) a cancellare. Sembra ovvio che la Sicca in epoca cartaginese rappresentasse sinteticamente, per tutto il popolo sardo, proprio il culto di Aštart d’Erice. Infatti la sicca/ficca sopravvive ancora oggi in tutta la Sardegna.

Tutto questa disamina non deve far dimenticare che nella Sardegna interna vige ancora oggi, con lo stesso significato, il termine friscas, dove si scorgono dei significati convergenti con quelli qui esaminati, ma in più sembra di poter scorgere le arcaiche fasi del sacrificio dei bambini. La base etimologica è l’accad. per’u ‘germoglio, rampollo, discendente’ + ishu ‘assegnazione’ di offerta. I due termini accadici, uniti in stato costrutto e soggetti a metatesi, dànno un quadro tenebroso e allucinante per noi moderni, ma sembra che lo stato costrutto per’-ishu > fr-isca sia da interpretare nell’unico senso consentito, ossia come ‘assegnazione, destinazione del primogenito alla divinità’. Questa è una delle tante dimostrazioni, ottenuta per via linguistica, del fatto che gli antichi Semiti destinavano i primogeniti alla divinità.

Quanto a Mammarrànca, il lunghissimo canale che comincia dal territorio di Monserrato e sbocca nel mare di Cagliari, ha la base nell’accad. māmū ‘acqua’ + arraku ‘molto lunga’ col significato complessivo di ‘(via di) acqua assai lunga’. Era la via d’acqua che da tempo immemorabile, sicuramente dai tempi nuragici, i salinieri praticavano per portare il sale all’imbarco.