A) SEZIONE TOPONOMASTICA SARDA

ICHNÙSA

I Greci ebbero la sorte di tramandare ai posteri molte opere scritte, e mediante esse hanno imposto la propria ragione presso gli studiosi dei moderni atenei, i quali a quei testi restano fideisticamente attaccati come all’unica verità. E così sembra a tutti lapalissiano che i nomi più antichi della Sardegna siano stati, in concorrenza tra loro, i seguenti quattro di tradizione greca: ̉Ιχνοũσσα, Σανδαλιοτίς o Σανδαλώτη, ̉Αργυρόφλεψ, Σαρδώ(Sardinia presso i Romani).

Ma intanto nessuno ha notato che la Sardegna, in tal guisa, ricevette una considerazione immensa nel mondo greco-latino, poiché l’essere chiamata in tanti modi (che in definitiva sono sei) non era indice di scarsa frequentazione dell’isola – com’è lamentela generale – ma il contrario: era segno che tutte le flotte del Mediterraneo conoscevano bene i suoi approdi, e ogni flotta individuava l’Isola con un nome preciso.

A quei tempi mancavano le convenzioni geografiche internazionali, e ogni popolo del bacino greco chiamava l’Isola al modo che le singole marinerie si tramandavano. La tradizione greca riporta tali versioni, che però vengono limitate (consapevolmente) a quelle che circolavano nel bacino d’utenza. Furono omesse quindi le versioni semitiche, per la ragione che la Grecia, nella colonizzazione del Mediterraneo, si trovò sempre in aspra concorrenza coi Fenici, dei quali bisognava occultare e contrastare gli interessi anche su questo piano.

Vediamo per esteso le versioni di parte greca (e conseguentemente di parte romana). Lo Pseudo Aristotele scrive: «Quest’isola, come sembra, una volta veniva chiamata Ichnussa ( ̉Ιχνοũσσα) in quanto il suo perimetro riproduce una figura di molto simile all’impronta di un piede umano». È la prima notizia in assoluto, tramandata nel IV sec. a.e.v. Plinio, N.H. III, scrive: «Sardiniam ipsam Timaeus Sandaliotim appellavit ab effigie soleae, Myrsilus Ichnusam a similitudine vestigii» (i due studiosi citati da Plinio sono del IV sec. a.e.v.). Sallustio, II, scrive nel I sec. a.e.v.: «La Sardegna, situata nel mare Africo, ha la forma di un piede umano».

Da scrittore a scrittore, ̉Ιχνοũσσα (o ̉Ιχνοũσα) e Sandaliotis furono i due coronimi più tramandati, e tutti gli scrittori li riferirono alla ‘impronta di un piede umano’ ( ̉Ιχνοũσα) o a un sandalo (Sandaliotis): vedi Silio Italico, Manilio, Pausania, Aulo Gellio, Solino, Esichio (Σανδαλώτη), Claudiano, Isidoro, Paolo Diacono.

Se ne discosta lo Scolio al Timeo di Platone: «Costui (Tirreno), salpato secondo un vaticinio dalla Lidia, giunse in quei luoghi (= nel mare Tirreno) e da Sardo, moglie di lui (prese nome) sia la città di Sardis nella Lidia, sia l’isola che prima era chiamata Argiròfleps ( ̉Αργυρόφλεψ) e adesso Sardinia (Σαρδώ)».

Non metterebbe conto fare osservare che il greco ̉ίχνος ‘orma, traccia’, originariamente ‘segno, figura’, corrisponde all’akk. šiknum (lat. signum) ‘figura, immagine’, ‘posizionamento’ del piede. Il termine è quindi mediterraneo, non solo greco. Comunque sia, il greco ̉Ιχνοũσα, in quanto ‘Sardegna’, non ha la base in ̉ίχνος (mi spiace deludere quanti ci hanno creduto): è invece una paretimologia. Ciò non toglie che il coronimo, impostosi con la nota semantica e per le ragioni suddette, sia stato creduto il prototipo che racchiude e dimostra tutta la verità. Una verità indiscutibile, a cominciare dall’assurdità che i Greci (o chi, se non loro?) avessero misurato accuratamente la forma dell’isola già qualche millennio prima dell’Era volgare, ossia da quando il coronimo esisteva per suo conto, e quando essi, in quanto popolo, stavano ancora in mente Dei. Per contro, dobbiamo concederci, una volta tanto, la licenza di osservare la questione dal punto dei vista dei Sardi proto-nuragici e dei Sardi nuragici, ai quali possiamo accordare che abbiano abitato l’isola di ̉Ιχνοũσα quando ancora il popolo greco non esisteva, in un’epoca in cui, oltre ad erigere i superbi nuraghi, gli artisti sapevano scolpire le statue di Monti Prama. Ebbene, chiediamocelo: i Sardi o Sardiani (o Shardana: nome caparbiamente rifiutato da chi non vuole comprendere) dovettero veramente aspettare la nascita del genio greco per chiamare ̉Ιχνοũσα la propria isola? O dovettero prima attendere le visite dei Fenici?

̉Ιχνοũσα è proprio una paretimologia. Basterebbe questo a dimostrarlo: quando il coronimo sortì, mancavano quattro secoli al talento matematico di Claudio Tolomeo (circa 150 post e.v.), il primo geografo ad aver descritto l’Europa e la Sardegna con procedimenti ed approssimazioni che saranno resi migliori soltanto dai geografi dell’Età moderna. I geografi greci (e latini) precedenti Tolomeo descrissero l’isola col sistema dei peripli e con misure assai discordanti tra geografo e geografo, comunque imprecise, ingestibili. Nessuno di loro riuscì mai a dimostrare nei fatti ciò che il toponimo ̉Ιχνοũσα pretendeva descrivere: l’impronta d’un piede umano, o di un sandalo (Sandaliotis).

̉Ιχνοũσα, ̉Ιχνοũσσα è una perfetta paretimologia, ed ha la base antichissima nell’akk. iqnû ‘lapislazzuli, turchese’, ‘smalto blu’ + - ‘the X-man’, in composto iqnû- > Iqnusa, che significa ‘l’uomo del Grande Verde’ e parimenti ‘quella (l’isola) del Grande Verde’.

Inutile nascondere l’evidenza: la Sardegna 3000-6000 anni or sono era nota come l’isola dei miracoli per la sua straordinaria feracità, per l’incredibile boscosità, per le numerosissime saline, per essere totalmente circondata da banchi di corallo rosso, per produrre enormi quantità di murici destinati alla porpora, principalmente era nota per le sue miniere. Non è un caso che sia stata chiamata pure ̉Αργυρόφλεψ, che in greco significò ‘dalle vene d’argento’.

La fama di “isola dei miracoli” spaziava specialmente nel bacino semitico, e non fu un caso che poi i Fenici si tennero stretta l’isola. Furono proprio questi, assieme agli Ebrei coi quali navigavano in stretto comparaggio, a dare all’isola un nome più appropriato alla visione del proprio mondo e della propria religione. La chiamarono Kadoššène, (Kadoš-Šēne = ebraico-fenicio ‘Madre Santa’). Precisamente kadoš ebr., qdš fenicio = ‘santo, sacro’; šn’ fenicio ‘maestro’ ma anche un certo tipo di ufficio (sacro). Nel fenicio šn’ sembrerebbe di poter cogliere quella che per gli Ebrei fu la Terra Santa, la Terra Promessa.

Questo termine in Sardegna rimase in uso fino a tutto il ‘700, ossia sino a tre secoli fa, con la pronuncia Cadossène, ed ancora oggi è ricordato, ed usato pure nelle insegne dei negozi (Nuoro).

Con ciò constatiamo che il coronimo indicante la Sardegna ha tre fonti: una sembra venire dal mondo greco, l’altra proviene senz’altro dai Fenici-Ebrei; la terza proviene senz’altro dai pre-Lidi, i quali con tale nome gentile vollero fare omaggio a Sardò, moglie di Tirreno. A ben vedere, Sardinia o Sardò è l’unico coronimo ad essere datato, poiché da Erodoto, I, 94, sappiamo quando i Lidi (pre-Lidi) mossero, guidati da Tirreno, verso il Mediterraneo occidentale.

Dicevo che una delle tre fonti “sembra venire dal mondo greco”. Sembra, ma non è. Ai Greci, mirabili contraffattori di nomi e toponimi altrui, fu facile credere che Ιχνοũσα, Σανδαλιοτίς significasse ‘quella dell’orma’, ‘quella del sandalo’, e rafforzarono tale illusione per il fatto che i naviganti fenici dicevano Kadoššène. Essi sapevano che in semitico -šēn significava pure ‘sandalo’ (così è l’akk. šēnu ‘sandalo’), e sapevano che l’akk. šiknum (lat. signum) ‘figura, immagine’, ‘posizionamento’ del piede, rafforzava la propria intuizione; onde gli fu facile intendere l’akk. iqnû- > Iqnusa come ‘orma del piede’, anziché nel suo vero significato di iqnû ‘lapislazzuli, turchese’, ‘smalto blu’ + - ‘the X-man’, ša ‘colei che’, in composto iqnû-, iqnû-ša > Iqnusa, ossia ‘quella (l’isola) del Grande Verde’.

Così andò la questione nei bacini marinari frequentati dai Greci, e, gravida di tale equivoco, l’autorità dei Greci ebbe presa pure nel mondo romano.

Resta da chiarire perché l’akk. Iqnuša significa ‘Isola del Grande Verde’ (o ‘Quella del Turchese, del Lapislazzuli’). Semplicemente perché in epoca arcaica, quando tutto lo scibile delle antiche civiltà aveva un senso, la Sardegna era nota in tale modo. Isola del Grande Verde era un coronimo antonomastico, poiché l’isola era incastonata al centro del Mediterraneo (chiamato il Grande Verde), lontana da ogni costa, distante ma attrattiva per tutte le sue ricchezze.

Il Grande Verde: così lo chiamavano pure gli Egizi. E quando descrissero i Popoli del Mare, affermarono sempre che provenivano dal Grande Verde, da loro detto Uatch-ur, ‘the Great Green water’, ossia il Mare Mediterraneo. A saperlo interpretare foneticamente, l’egizio Uatch-ur è la base etimologica da cui deriva pure il ted. Wasser e l’anglosassone water. Parola mediterranea e pan-europea, questa, che però non replicava, se non nella semantica, il modo in cui gli Accadi, gli Assiri e i Babilonesi chiamarono per proprio conto il Mediterrraneo: Iqnû- ‘quello (il mare) del Lapislazzuli’.

Per il resto, gli Egizi seppero distinguere bene quando indicarono le varie parti del Mediterraneo. Quindi scrissero pure Uatch ura āa Meḥu, the ‘Very Great Green Water of the North Land’ i.e., the Mediterranean Sea; ma scrissero Uatch ur ḥau nebtiu ‘the Ionian Sea’, con una evidente distinzione.

Dopo questa ampia disamina della questione, ora sappiamo la vera origine di Ichnùsa. Ed abbiamo guadagnato finalmente pure una seconda certezza: che i celebri Shardana, gli invasori del Delta, uno dei Popoli del Grande Verde, non potevano che avere la propria base in Sardegna, a dispetto degli stuoli di archeologi che ancora lo negano a vantaggio della Sardi anatolica.

BONACATTU

È anzitutto un cognome (così sostiene Pittau, ma proprio a Cagliari, luogo da lui citato espressamente, non esiste). È invece un nome personale. In ogni modo, secondo lui, deriva dalla denominazione di Nostra Signora de Bonacattu, venerata a Bonàrcado. Secondo lui, Bonacattu costituisce una etimologia popolare di Bonàrcado, interpretato come bonu accattu ‘buon ritrovamento’, ma che in realtà deriva – sempre secondo Pittau – dal bizantino Panáchrantos ‘immacolata, purissima’. Si sa che questa strampalata etimologia non è farina del sacco di Pittau (egli è solo l’acritico portavoce) e viene da lontano, prodotta da una messe di linguisti i quali, dietro la “intuizione” del primo ricercatore, si sono infilati e intruppati senza più voler rischiare di mettere al lavoro la propria cultura.

Autorevole sistematrice e stabilizzatrice di questa paretimologia è Carla Marcato (Dizionario di Toponomastica 85-86, ed. UTET), la quale, partendo dal fatto che nel condaghe di Bonàrcado il toponimo figura nelle varianti Bonarkanto, Bonarchanto, Bonarckanto, conclude: «Si tratta di un nome di origine greco-bizantina, da Panákhrantos, immacolata, purissima’, attributo della S.Vergine Maria venerata nel citato santuario del luogo. La presenza di b in luogo di p, frequente nei prestiti greco-bizantini, ha favorito la successiva e recente interpretazione del toponimo come Bonacattu ‘buon ritrovato’, in connessione con una leggenda secondo la quale un’immagine che raffigura la Madonna col Bambino sarebbe stata trovata da un cacciatore tra i cespugli che circondano il santuario». Il tramandatore di questa rassicurante favola è il professor Giulio Paulis, noto cattedratico di linguistica sarda, collega della Marcato.

È singolare che i linguisti siano arrivati a sancire una paretimologia addirittura con una favola. Non è la prima volta. A tanto invece non si è spinto il prof. Francesco Cesare Casula, che nel suo Dizionario Storico Sardo si è attenuto esclusivamente al metodo scientifico, scrivendo che «il toponimo [Bonàrcado] potrebbe derivare dal greco-bizantino pan ‘tutto’ e árcados ‘senza macchia’, oppure direttamente da Monarcanto, così come lo troviamo scritto in qualche documento medievale». Rendiamo grazie al Casula per averci dato una quarta forma di rappresentazione del toponimo Bonarcado. Egli non parla affatto di Bonacattu. Ed infatti il condaghe di Bonàrcado non cita Bonacattu tra le varianti che nominano il sito (vedi CSMB, ristampa del testo di Enrico Besta riveduto da Maurizio Virdis), cita semmai Bonarcatu, Vonarcatu e simili.

Eppure la forma Bonacattu e relative varianti (prevalsa da secoli – o da millenni? – tra i residenti, e rafforzata dai nomi personali di molte persone originarie del luogo) è senz’altro una forma storica, quella che dà più affidamento nella ricerca. Quindi è storico ed affidabile il sintagma Nostra Signora de Bonacattu. Occorre capire, a questo punto, perché i linguisti abbiano messo in relazione Bonacattu con ‘buon ritrovato’, rafforzando il tutto… con una favola. La loro risposta è inappellabile: la favola esiste, e il significato è questo; un fatto corrobora l’altro, non ci sono altre interpretazioni. Il carapace della loro cultura è inespugnabile. Così sentenziano. Siamo all’assurdo kafkiano.

Chi l’ha detto che Bonacattu significhi ‘buon ritrovato’? E nel passato, si è mai tentato di indietreggiare, di immergersi, di sondare? Bonacattu non può essere una paronomasia? Nessuno ha mai riflettuto sul fatto che, alla base delle vestigia del primo tempio bizantino, esistono vestigia più antiche, e che lo stesso Francesco Cesare Casula cita l’ipotesi degli archeologi, secondo la quale il primo santuario fosse quello di san Giorgio?

E, se fosse vera la primazia di san Giorgio, nessuno ha mai riflettuto sul fatto che in Sardegna è stato proprio san Giorgio a sostituire il “santo” precristiano celebrato e venerato ai primi dell’Anno? Insomma, si sa o non si sa che san Giorgio non è altro che il sostituto dell’antico Dio della Natura, quello tanto celebrato nel periodo di Carnevale col nome di Giògli? (vedi alla Sezione dei Carnevali).

Altro che ‘buon ritrovato’! Bonacattu è una paronomasia. In origine fu un composto rituale sardiano, una giaculatoria, il ritornello di un inno sacro, basato sull’akk. būnu ‘bontà d’animo’, ‘espressione’, ‘buone intenzioni’ + kattû(m) ‘che rafforza, corrobora’. Questo è un classico appellativo rivolto al Dio della Natura, ed il suo primo membro (Bonu-, Bona-) è lo stesso che nomina il santuario di Bonu-Ighínu, da tutti incredibilmente tradotto come ‘Buon Vicino’.

Infatti l’etimologia di Bonu Ighínu va cercata partendo dal fatto che il luogo fu considerato sacro fin dall’Età della Pietra. Il mistero dell’etimo sta quindi nella sacralità del sito. Per Bonu abbiamo l’akk. būnu ‘viso’ di Dio, ‘favore, buona intenzione’ di Dio. Per Ighínu abbiamo il composto accadico igû ‘principe, leader’ + innû ‘nostro’ (pronome possessivo). Bonu-Ighinu in origine fu anch’esso una giaculatoria, quindi un epiteto, rivolto al Dio della Natura per impetrare grazie. Da qui divenne tout court un titolo: Bonu-ighinu = ‘principe nostro dalle buone intenzioni’. Un sintagma che esprime né più né meno quanto viene espresso verso tantissimi Santi o Madonne della religione cattolica. Non a caso a Bonarcado s’intende attualmente per Bonacatta ‘Quella del Buon Ritrovo’: un sintagma, insomma.

CAGLIARI

L’aiuto dato nel II secolo e.v. da Tolomeo per identificare le popolazioni senza città distribuite in Sardegna ha un certo valore storico-geografico, ma i problemi posti da alcuni etnici e dalle supposte dislocazioni restano. I Korakénsioi stavano nell’estremo nord, perché a partire da là sono citati come terzi dopo i Tibulati ed i Corsi; ma è poi difficile capire se stessero sul golfo di Olbia o su quello di Alghero. Meloni (SR 314) non aiuta nelle ipotesi, ma qualche certezza la dà l’etimologia, dal sumero korra ‘porpora’, accad. kurru ‘tanning fluid’ + accadico kinšu ‘capanna rotonda’.

Sembra di capire che il nome di questo populus, al pari di molti altri, sia stato attribuito per una funzione svolta nel territorio. Si trattava di pescatori di porpora abitanti in capanne rotonde. Korakensioi è un buon relitto storico-linguistico, ed è opportuno localizzarlo in un golfo tipo quello di Olbia, che migliaia di anni fa si presentava come un fiordo in riempimento, quindi con bassi fondali in certe parti, adeguato alla pesca dei molluschi da porpora. Viceversa potremmo pensare che Tolomeo non mirasse a un rigoroso elenco nord-sud. In tal caso i Korakénsioi potrebbero essere collocati presso le vaste lagune costiere del Sinis, ricchissime di molluschi da porpora. Così sistemati i Korakénsioi, potremmo dar corpo a una triade occidentale con Kornus (l’antica città presso S.Caterina di Pittinnuri che potrebbe anch’esso avere il nome dalla porpora (korra) ma potrebbe pure avere il nome da accad. qarnu ‘corno’ (sempre con riferimento alla particolare sagoma dei muricidi. Il terzo referente della triade occidentale sarebbe Koracodes, il porto di Kornus, situato presso Putzu Idu (Sinis), che sembra ugualmente legato alla porpora, a meno che non sia legato ai Korakénsioi.

Se Coracódes può essere visto come un classico porto d’imbarco delle prodigiose quantità di porpora raccolte in Sardegna a beneficio dell’industria manifatturiera fenicia, Cagliari può essere visto come un classico porto d’imbarco del corallo: nomen omen. Cagliari infatti ha il nome babilonese del corallo: Karallu, che significa per antonomasia anche ‘gioiello’, ma per astrazione non poteva che significare (sempre in babilonese) anche ‘felice, beata, fortunata, ricca, splendida’, con una semantica identica a quella espressa in greco dalla città di ’Όλβια. Cagliari e Ólbia, dunque, come porti shardanici d’esportazione delle inverosimili quantità di corallo raccolte lungo le coste sarde in ogni tempo, se è vero quanto attestano per la Sardegna tutte le fonti storiche antiche e moderne.

I Romani su Karallu non hanno prodotto alcuna paretimologia, e nemmeno la traduzione. Semplicemente hanno corretto la doppia liquida, poiché consideravano le doppie shardane per quelle che talora erano (specie al sud), ossia un appesantimento fonetico di antiche semplici. Onde Karallu divenne prima Karális, con la liquida semplice e col suffisso latino -is. Poi per legge fonetica latina l’accento fu retrocesso (Kàralis).

Cagliari oggi si presenta come una città senza territorio, considerato che le estensioni di superficie tutt’attorno appartengono ai paesi contermini. Ma Cagliari non ha mai avuto territorio: è come Washington. Ciò è la spia d'una vocazione, che non era agraria visto che i sette colli di Cagliari a quel tempo erano in parte circondati da lagune, ed il più lontano Monte Urpínu, a somiglianza di altre alture dell’isola come il Marganái (da babil. margānum ‘resinous bush; also its resin’), pare avesse la base etimologica nell’accad. uru ‘albero’ + lat. pīnus ‘pino’, col significato di ‘albero di pino’, a indicare una collina abbandonata dove la natura, oltre all’ubiquitaria palma (nana o procéra) sparsa in tutte le coste isolane, favoriva la crescita di boschi di pino. Poiché l’accad. uru significa anche ‘palma’, non è strano che sul colle ci fosse un bosco misto. Peraltro la vocazione territoriale fu sempre curata nei toponimi dei nostri progenitori, e così Molentárgius, che le paretimologie attuali danno come ‘campi per asini’, ha la base accadica in mulûtu ‘dominio’ + arḫu ‘vacca’ (> mulût-arḫu > *molu(n)t-arxu > molent-árgius) col significato sintetico di ‘dominio di vacche’.

La vocazione di Karallu era triplice: 1. la lavorazione e l’esportazione del corallo sardo, anzitutto; e dalle immense lagune sortivano altre due vocazioni: 2. is buccònis, un incredibile bottino di murici da porpora il cui guscio, pre-lavorato ed esportato, determinò la fortuna della fenicia Tyros; 3. il sale estratto ad est e ad ovest, sui bordi delle lagune della capitale, vero oro bianco, moneta internazionale di scambio, dollaro ed euro dell’alta antichità.

Karallu era una città commerciale e di prima trasformazione che consentiva ai Fenici di riempire le non capaci stive di merci impreziosite già prima della lavorazione finale compiuta a Tyros.

Ma l’economia di Karallu era triplice per modo di dire. In realtà era molteplice. Dove mettiamo le sardine sotto-sale impacchettate per l’esportazione? Col monopolio delle saline Karallu era in grado di salare e vendere enormi quantità di pesce azzurro, non a caso divenuto celebre col termine assiro sardum ‘pesce impacchettato’ (sottinteso: impacchettato in Sardò, in Sardinia). Le ceste per l’impacchettamento dovevano essere di asfodelo, una pianta che ha mantenuto ancora oggi il nome babilonese ḫarbūtu.

Karallu doveva essere pure esportatrice di tutte le derrate conservabili prodotte nelle colline e nelle montagne vicine, quali vino, lana, pellami grezzi e conciati, formaggi, prosciutti, miele, idromele, cera, arnie; ed in più legna per l’edilizia, legname per costruzioni navali, carri da tiro, scandole, tegole, prodotti della figulina, artigianato del legno, stuoie, fruste, eccetera; ed ancora, animali vivi.

Per accertarsi che la Sardegna fosse celebre per le produzioni montane, basta leggere l’Angius, e si conoscono, ad esempio, le prodigiose quantità di selvaggina (per citare solo merce fresca) trasportate ogni giorno dalle montagne di Uta e di Sìnnai al mercato della capitale. I linguisti non hanno mai dato risalto alle parole d’uso internazionale nate in Sardegna. Oltre alla sardina, al corallo al sale ed altre merci che non cito c’è il Pecorino romano, da tutti ipotizzato, senza criterio, come un pecorino la cui manifattura fu insegnata ai Sardi dai Romani. Qualcuno dovrebbe spiegare perché i Romani fossero stati i bonari maestri elementari dei montanari (gli Ilienses) che in ogni libro di storia appaiono come quella cospicua tribù di Sardi respinta sulle montagne a recitare l’odiosa parte di rompiballe degli eserciti d’occupazione. La contraddizione non lo consente.

In realtà il Pecorino Romano ha la stessa etimologia del paese logudorese di Romana e della collina sassarese detta Rumanedda, che non è un aggettivale riferito ai colonizzatori di 2000 anni fa, ma un aggettivale d’altura, derivato dall’ebraico rōmēm ‘elevato’, rūm ‘altezza, altitudine’. Pecorino Romano significa dunque ‘Pecorino delle montagne’, ‘Pecorino prodotto dai montanari’, da quei rompiballe di Ilienses. E l’etimologia ebraica la dice lunga sulla mescolanza etnica dei montanari, formata in buona parte dai Galilei (Galilla, Galillenses) entrati in Sardegna in una prima ondata assieme ai Fenici, già ai tempi di David e Salomone.

A città importante, porto importante. Il primo porto doveva essere sul bagnasciuga della Scaffa, cordone sabbioso ad ovest dell’abitato. Scaffa è inteso maldestramente come ‘barca piatta’ utilizzata per il trasbordo delle merci dalla spiaggia alle navi o viceversa. Ma questo è un termine seriore, e comunque adatto alle marine dove il pescaggio delle navi non consentiva l’attracco ed erano necessarie le barche da trasbordo. Il termine più antico è dal bab. kuppu ‘cisterna (nel senso di scavo per contenere l’acqua)’.

Ci tornerò. Qui rilevo che Scaffa è già un toponimo seriore rispetto a Santa Gilla. L’esigenza di trascinare certe navi alle placide acque della laguna di Santa Gilla, 100 metri oltre la linea marina, era così forte che, secondo l’uso invalso nel Mediterraneo (vedi l’istmo di Corinto, il tratto tiberino da Ostia a Roma…), s’usarono degli ‘uomini-rimorchiatori’, chiamati in babilonese agīlu; che poi diventò Gilla e poi Santa Gilla (interpretata, incredibilmente, come Cecilia). Agīlu è il primo segno che il porto shardana stava cominciando a industrializzarsi. Scaffa è il segno della seconda industrializzazione, quando si tagliò la duna. Igia è il segno della terza industrializzazione. Anche Igia non fu né donna né santa, come invece pretesero quei furboni di preti bizantini, che nell’evangelizzazione della Sardegna ne fecero di cotte e di crude, beninteso quanto a toponomastica (essi furono veri maestri della paronomasia, come si scoprirà nel libro Toponomastica Sarda: altro che paronomasia degli antichi Greci! Se metà dei toponimi attuali della Sardegna sono corrotti, volutamente corrotti, lo dobbiamo al clero bizantino).

L’accadico īgu ha lo stesso significato del babilonese kuppu (Scaffa) e nel medioevo divenne Igia (poi Santa Igia, confusa a bella posta con Santa Gilla, tanto perché l’intreccio e l’impasto chiudesse la faccenda con una pietra tombale). Igia-īgu denomina proprio il sito dove stavano i fondachi fenici (lo stesso sito dove si reinsediò la Càlaris medievale). Il canale sotteso al nome īgu dovette essere il prolungamento di quello primitivo della Scaffa, e fu quello che conduceva al porto fenicio a noi noto.

A porto importante, traffico importante. A Karallu arrivavano navi dell’intero mediterraneo. Le voci ed i rumori dovevano essere vivaci. Non erano i rumori ossessivi che fecero esclamare a Marziale Tota Urbs est ad cubile! nel periodo della costruzione del Colosseo, allorquando i carri carichi di massi, a ritmo infinito, passavano davanti al suo uscio togliendogli il sonno. No, il chiasso di Cagliari era diverso, e per evitare il trambusto era stato creato un sito extra muros, un po’ come facciamo oggi per le discoteche. A gridare erano le prostitute sacre.

Il concetto di creazione nell’antichità era d’una importanza che neppure immaginiamo. La donna sterile era maledetta, pure gli animali sterili, gli alberi sterili. Gesù maledisse un fico sterile. Il concetto di creazione operò una suddivisione storica dalla quale sortirono due civiltà. Ebrei, Greci e Romani si fermarono prima del limite, e non consentirono che loro donne, per onorare la dea della fertilità, si dessero alla prostituzione. Questi tre popoli dettero origine alla cosiddetta Civiltà Occidentale, della quale siamo eredi. Ma i Sardi ne sono eredi adesso, non lo furono nel passato.

I popoli semitici, esclusi gli Ebrei ma inclusi gli Anatolici, ammisero e favorirono la prostituzione, che fu sacralizzata per essere meglio governata. I Sardi o Shardana ammettevano la prostituzione sacra perché, ai tempi dei Popoli del Mare, essi (che erano un Popolo del Mare) si erano mescolati e avevano coabitato con i superstiti di Ugarit, i futuri Fenici. In Sardegna c’erano oltre 17 siti di prostituzione sacra, forse venti. Nel libro Toponomastica Sarda discuto tale quantità, riferita soltanto a 1900 toponimi analizzati, non alle decine di migliaia di toponimi rilevabili. La pletora dei lupanari non fu creata dai Fenici, per quanto anch’essi fossero favorevoli. I lupanari c'erano dappertutto, in Sardegna, e sono proprio i toponimi a fungere da traccia storica per far capire quanto fosse ampia e trafficata la rete stradale degli Shardana, anche nelle montagne. A Cagliari c’erano addirittura tre siti di prostituzione. E non poteva essere diversamente. Erodoto, I, 94 e passim, ricordava che tutte le donne prima del matrimonio dovevano prostituirsi, darsi allo straniero di passaggio. Cagliari, il porto più frequentato dell’isola in epoca fenicia e punica, dislocò tre templi, uno a Capo Sant’Elia, uno a Su Siccu alla base dell’attuale chiesa catalana di Bonaria, uno a Lapola alla base dell’attuale chiesa di Sant’Eulalia. Lapòla deriva dal babilonese labu ‘urlo, belato, richiamo’, e furono certamente i preti bizantini, scandalizzati dalla pubblicità fatta in tal modo all’antico tempio di Astarte, a ordire persino la cancellazione del termine. Che però non riuscì; ma almeno, nell’erigere una chiesa sopra il sito del peccato, vinsero nel dargli il nome greco Eulalia, che il popolo accettò perché anch’essa, come Lapòla, significava ‘ciarliera’. I Catalani poi non fecero altro che migliorare la chiesa, che trovarono già dedicata, senza pretenderlo, alla patrona di Barcellona.

Per quanto attiene a Su Siccu, il sito originario dovette essere l’altura calcarea oggi dominata dalla chiesa catalana di Bonaria (l’attuale sito pianeggiante ai suoi piedi – Piazza dei Centomila e dintorni – è chiamato Su Siccu per estensione, essendo un tratto di mare riempito con le macerie dei bombardamenti della Seconda Guerra mondiale).

L’origine del toponimo dovrebbe essere (come per i toponimi Sicci, Siccaderba e Segossini) dal babilonese sikkum ‘bordo, margine’, da interpretare come ‘molo, linea regolare di battigia (ai piedi del colle)’: non a caso vi approdò la flotta d’invasione iberica nel 1323. Va rammentato che ai tempi dei Fenici questo sito doveva essere poco o punto antropizzato (esclusa forse l’esistenza di un’area cimiteriale). Se attività c’erano, esse erano al servizio della vicina salina, per l’ammasso del sale destinato all’imbarco. In ogni modo lungo il litorale doveva passare una strada che da Karallu (Cagliari) procedeva a sud transitando per Lapola, con capolinea al tempio di Venus Ericina sul Capo S.Elia.

Venus Erycina (la Venere o Astarte di Erice) godette d’un culto molto esteso, tanto ch’era adorata persino a Cartagine, esattamente a Sicca Veneria, borgo fondato dai Siciliani alla sommità d’un rilievo alto 770 m presso la casbah di El Kef, da cui proviene una statua di Venere. «Il culto africano di Venus Erycina è documentato specialmente nella narrazione di Eliano relativa al trasferimento della Dea di Erice per nove giorni ogni anno, in Africa, e del suo ritorno in Sicilia. Valerio Massimo aggiunge la notizia della prostituzione sacra a Sicca Veneria» (Raimondo Zucca 771-779: L’Africa romana VI. Atti del VI convegno di studio, Sassari, 16-18 dicembre 1998 – Edizione Gallizzi, Sassari, 1999). «Anche per la Sardegna dobbiamo ammettere una derivazione siciliana, mediata dai Punici, del culto dell’Erycina, documentato in modo diretto in una iscrizione punica di Carales. Il tempio di Aštart ericina di Carales venne scoperto nel 1870 da Filippo Nissardi alla sommità del promontorio di S.Elia… presso la torre omonima. All’interno [del tempio ridotto alle fondazioni] era applicata una lastra in calcare frammentata, con iscrizione dedicatoria ad Aštart Ericina, in punico». «Le dimensioni ridotte dell’epigrafe denunziano evidentemente il carattere privato del voto, secondo il modulo noto ad esempio nel tempio di S.Nicolò Gerrei (Cagliari) dove un Cleon salari(us) soc(iorum) s(ervus) dedit Aescolapio Merre un altare in bronzo» (Zucca: idem).

Sono grato a Raimondo Zucca delle preziose note, ed altrettanto grato all’archeologa Carmen Locci che me le ha fornite ed illustrate. Ciò mi consente d’ipotizzare, a sud di Karallu, un terzo sito di prostituzione sacra, oltre a quello di Lapòla e di Capo S.Elia, un sito incastonato probabilmente dove fu poi edificata la chiesa catalana di Bonaria. Non dovrebbe meravigliare più di tanto una pletora di lupanari in quel di Karallu, considerato che, intanto, tutte le donne dovevano prostituirsi almeno una volta prima di convolare a nozze (leggi Appendice: Cagliari, Lapola e Semiramide nel volume “Toponomastica Sarda”). Mi è forza insistere sulla tesi del terzo lupanare, non tanto e non solo per la ripetizione in terra sarda di un toponimo (Siccu) pressoché identico a quello del territorio cartaginese (Sicca), ma perché ancora oggi in Sardegna sopravvive un gesto “volgare” chiamato proprio sicca (altrove ficca) o meglio, al plurale, siccas, ficcas. Il gesto si fa infilando il pollice tra l’indice e il medio, stringendo il pugno (anzi i due pugni, per raddoppiare l’effetto) e puntando le siccas contro la persona interessata, o contro il cielo in segno di maledizione.

Per la verità, le siccas non sono sempre dei gesti maledicenti: oggi spesso lo sono, ma ancora più spesso sono apotropaici; un tempo dovevano essere soltanto segni apotropaici. Ciò dimostra che, dopo quasi duemila anni, il popolo, redarguito dal clero cristiano, è ancora indeciso sulla finalità delle siccas. Dobbiamo ricordare che, nella ritualità antico-romana e mediterranea in generale, fare la sicca e toccarsi con essa la fronte (meglio: fronte-bocca-petto, proprio come oggi si fa il triplice segno della croce) era un gesto propiziatorio rivolto – al solito – alla divinità che sovrintende alla fertilità ed alla vita sul pianeta.

Che la sicca indicasse, schematicamente, un organo sessuale, è chiaro. Ma va chiarito quale. La sicca è fatta principalmente dalle donne. Poiché gli uomini – oggi ed anche in epoca romana – usano ed usavano fare lo stesso gesto con altre dita (il medio dritto e tutte le altre dita piegate, in modo che risalti lo schema d’un pene eretto), è chiaro che le donne con la sicca intendevano esprimere la vulva, dove il pollice appena emergente dal pugno indica il clitoride ch’emerge dalle grandi labbra.

Questo stupefacente impasto di gesto, di toponimo, di storia sacra mediterranea è una interessante sopravvivenza che il clero cristiano è riuscito (non del tutto) a cancellare. Sembra ovvio che la Sicca in epoca cartaginese rappresentasse sinteticamente, per tutto il popolo sardo, proprio il culto di Aštart d’Erice. Infatti la sicca/ficca sopravvive ancora oggi in tutta la Sardegna.

Tutto questa disamina non deve far dimenticare che nella Sardegna interna vige ancora oggi, con lo stesso significato, il termine friscas, dove si scorgono dei significati convergenti con quelli qui esaminati, ma in più sembra di poter scorgere le arcaiche fasi del sacrificio dei bambini. La base etimologica è l’accad. per’u ‘germoglio, rampollo, discendente’ + isḫu ‘assegnazione’ di offerta. I due termini accadici, uniti in stato costrutto e soggetti a metatesi, dànno un quadro tenebroso e allucinante per noi moderni, ma sembra che lo stato costrutto per’-isḫu > fr-isca sia da interpretare nell’unico senso consentito, ossia come ‘assegnazione, destinazione del primogenito alla divinità’. Questa è una delle tante dimostrazioni, ottenuta per via linguistica, del fatto che gli antichi Semiti destinavano i primogeniti alla divinità.

Quanto a Mammarrànca, il lunghissimo canale che comincia dal territorio di Monserrato e sbocca nel mare di Cagliari, ha la base nell’accad. māmū ‘acqua’ + arraku ‘molto lunga’ col significato complessivo di ‘(via di) acqua assai lunga’. Era la via d’acqua che da tempo immemorabile, sicuramente dai tempi nuragici, i salinieri praticavano per portare il sale all’imbarco.

CALA MOSCA

È il nome dell’insenatura a sud della città di Cagliari, presso capo S.Elia.

Questa bellissima cala-insenatura, costituita da calcare bianco e spiaggia di sabbia bianca, ha un nome che popolarmente viene interpretato come ‘Cala della mosca’. Il che non ha senso.

In realtà il toponimo è sardiano con base nell'accadico. Sappiamo che kālû indica il 'molo naturale’, la ‘diga naturale' (oltre a quella artificiale), ed è il nome di tutte le cale della Sardegna, costituite da una falesia non troppo alta, l’erosione delle quali dà luogo ad una spiaggia. A sua volta Mosca ha la base nell’akk. muškû ‘mangia-serpenti’, nome di un uccello di rapina. Ovvio immaginare che millenni addietro questa cala, non troppo lontana dalla città, fosse la sede privilegiata, in virtù delle falesie che si alzano vertiginosamente a est e ad ovest, del ‘falco di Eleonora’, valido concorrente dei gabbiani nella caccia ai pesci costieri.

DORGÁLI

DORGÁLI comune della Baronìa-Nuorese. In epoca romana ci passava la strada strategica ancora oggi nota come “Orientale Sarda”. Allora il borgo era chiamato Vinìola ‘la città delle vigne’ e sorgeva a nord dell’attuale paese, nella vallata dello Spirito Santo in regione Golléi. Secondo una tradizione riferita da La Nuova Italia (il dizionario commerciale, amministrativo, statistico del 1901), Dorgáli sarebbe stato fondato da certo Drugal e la sua popolazione sarebbe di origine saracena. Il toponimo è rammentato in RDSard. a. 1341 come Dorgali. Carla Marcato DT imposta sul toponimo la seguente discussione: Il Serra lo attribuirebbe “al greco-bizantino δρυγγάρι(ος) ‘comandante di una squadra dell’esercito’ attraverso *drugari, *durgari, *durgari, durgali e Dorgali con lo scambio di u con o protonica davanti ad r e con l’esito ng > g che avviene in taluni dialetti greci. L’ipotesi si fonderebbe sul fatto che la località sorgeva in zona d’importanza strategica già in epoca romana e perciò in epoca bizantina si può pensare a una stazione militare, ad uno stanziamento di un reparto presieduto da un δρυγγάριος che avrebbe lasciato il nome al borgo stesso. Ma sulla bizantinità di Dorgáli solleva dubbi Paulis 1983, 79; in particolare egli ritiene improbabile un’evoluzione di ng > g che presuppone uno sviluppo parallelo di nt > nd > d che invece non si verifica; ad esempio il greco bizantino κοντάκι(ον) ha dato in sardo condághe… Ed inoltre, se si considera che nel territorio di Urzuléi si trova un idronimo Riu Dorgone forse preromano, appare più plausibile attribuire anche Dorgali ad una base toponimica paleosarda”.

Grato ai tre linguisti d’aver sistemato le ipotesi e, nell’impossibilità di procedere, d’aver fatto un salutare voto prudenziale, cito ora Pittau, che in LSP 76 afferma l’esistenza di due lemmi sardi, turga e túrgalu (anche thurgálu) che significano ‘carne dura o troppo grassa’ ed anche (secondo i paesi) ‘trogolo scavato in un tronco; canale, canalone; spaccatura nel suolo; solco scavato sul terreno dall’acqua piovana; rigagnolo temporaneo; scroscio d’acqua, acquazzone; corrente d’aria’. Interviene anche Sardella LSCN 82 ricordando il toponimo Drugalis in territorio di Ìsili, che rispetto al più noto presenta – afferma ironicamente – solo “il particolare insignificante della metatesi”. Col sopravvento del toponimo del Sardella saltano ovviamente sia la storiella de La Nuova Italia sia il “bizantinismo” del Serra. A Baunéi il lemma significa anche ‘trogolo dell’acqua’ (Wagner), ma lo stesso Wagner diffida tutti dall’accostare il lemma túrgalu, dhurgálu all’italiano ‘trògolo’, perché “già le forme centr. con θ- consigliano di considerare le voci come probm. preromane”.

Mi permetto di oppormi al rigido schema fonetico del Wagner. La mia esperienza mi rende cauto (e paradossalmente libero) nel trattare i nomi ed i toponimi in θ- o -θ, che non vanno considerati in blocco come preromani o protosardi. Infatti questo fonema è uno dei più indefinibili nel sistema fonetico sardo, essendo ancorato non solo alle radici preromane ma anche a modi fonetici sciatti, indecisi od appiattenti, dove spesso la θ- prevale rispetto alla t-, alla -t- o alla -tt- per vezzo paesano o addirittura per vezzo individuale (quando non per totale ignoranza della forma da parte del pronunciante). Il fenomeno s’estende dalla Barbagia al Nuorese, dal Montiferru al Logudoro. La prova sta proprio nello stesso toponimo Durgáli, che non presenta affricate.

Sarebbe confortante (e conclusivo) attribuire il toponimo Durgáli ad un fenomeno meteorico-paesaggistico, riferito proprio al ‘solco scavato dall’acqua che scende sfrenata dal monte’, alla ‘scarificazione’ creata dalle acque libere, ed anche al ‘pantano’ invernale creato da queste acque, che non solo scendevano dal cielo ma scaturivano dalle sorgenti rinvigorite. Dorgáli, come tantissimi altri paesi, nacque accanto all’acqua, dipendeva dalle risorgive presenti alla base delle alture carsiche. In origine, accadeva a molti paesi di avere a che fare con pantani ed allagamenti, male necessario per stare vicino ad un bene prezioso. Il fenomeno degli incomodi dell’acqua è storia di tanti paesi, che non per questo rinunciavano a stare accanto al divino liquido. S.Nicolò Gerrei era chiamato Paùli; Villacidro d’inverno era spesso messo in ginocchio dalla grossa scarificazione che lo divideva in due prevalendo nella sua funzione millenaria di allagare ed inondare, espandendo le sue acque sopra l’immenso ventaglio alluvionale dove giace l’abitato. Eppure qualcosa non quadrerebbe se concludessimo in tal modo quest’indagine etimologica su Dorgáli, che sarebbe in tal guisa l’unico toponimo sardo ad essere riferito, per antonomasia, alla ‘scarificazione’, al dhurgálu.

Un raffronto coi termini accadici dà il seguente apparato: neobab. durgallu che significa ‘corda di canne’ (evidente intreccio d’un tipo di cannuccia che in Sardegna manca, a meno che non s’intrecciassero le sue listarelle, come attualmente avviene per le stuoie); oppure neobab. durgarû ‘sgabello per poltrona o sedia o trono’; oppure ancora durgu ‘parte centrale, la più profonda, di terreno montano, o di fondazione d’un paese, o di origini reali…’. Ultima è la forma akk. urḫu che significa ‘via, strada’. Sembrerebbe più congrua quest’ultima occorrenza, perché Dorgáli stava sulla strada maestra, che un tempo fu romana ma ancora prima fu dei Šardana, onde il termine antonomastico urḫu cui, come succede per i toponimi o per i nomi di paese, fu aggiunto il suffisso territoriale sardiano -li con agglutinazione eufonica di D-.

Fatte tutte le precedenti considerazioni, penso tuttavia che Dorgáli abbia la base sumerica dur ‘insediamento’ + gal ‘big’, col significato di ‘grande insediamento’ (evidentemente relazionato ad altri piccoli o minimi insediamenti un tempo esistenti nel territorio).

NORA

Gr. Nῶρα, lat. Nōra. Esistette pure un castello della Cappadocia, chiamato Nῶρα da Plutarco, Strabone, Diodoro. Vedi anche i toponimi sardi Nurae, Nurri, ed il coronimo Nurra. Sono numerosi i toponimi sardi con questa forma, ed altrettanto numerose le volte che essa entra in composizione (Narbolìa, Norbello, Noragugúme, Nuráminis, Nurallao, ecc.).

Secondo Semerano, Nora richiama la base corrispondente ad accad. narûm, ant.assiro naruā’um ‘stele, segno di limite’, con evidentemente riferimento alla celeberrima stele di Nora, scolpita circa 1000 anni a.e.v. Ma Semerano fantastica. Un toponimo non può prendere nome da una stele, a meno che non vi sia astretto da fattori coagenti.

Nell’avviare la discussione, affermo intanto che Nora ha base simile a quella di nurághe. I loro destini semantici si sono uniti presto. Non così la semantica di Nurra, che s’adattò solo in seguito. Ed è proprio dalla sub-regione della Nurra che comincio il tentativo di capire la questione.

Si dice che il coronimo Nurra derivi da Nurae, antica città romana situata quasi sul mare della Nurra, tra Porto Ferro e il lago di Bárazza. La filiazione mi sembra persino ovvia. Ma chiediamoci intanto perché Nurae, con quel nome, sorse lì e non altrove. Rispondo: perché si trovava beneficiata dalla fortuna di avere a disposizione l’unico lago dolce (e potabile) della Sardegna, originato da risorgive sommerse che emettono dalle falde del sovrastante Monte Timidone e dalle colline viciniori. Non solo, ma la contigua spiaggia di Porto Ferro costituiva un porto naturale che in più era dotato a sua volta di ottime risorgive secondarie scaturenti dalle falde emittenti dello stesso lago Bárazza. (Per Nora invece, ahimè, l’acqua non era così prossima ed abbondante, e fu necessario portarla dalle montagne con un acquedotto, croce-e-delizia dei residenti perché fu proprio tagliando l’acquedotto che i Vandali piegarono la città nel 455-456).

Ma torniamo al Monte Timidone, favoloso tributario d’acque, il quale c’interessa in quanto Nurae gli stava proprio ai piedi. Questo fatto paesaggistico accomuna Nurae a tutti gli altri villaggi che riportano la stessa forma verbale (vedi per tutte la discussione sul lemma Narbolia). Non solo, ma il Monte Timidone è veramente paradigmatico, com’è paradigmatico il Monte Zirra. Sono i prototipi di numerose alture della Nurra che esibiscono con rude evidenza i durissimi strati calcarei. A vederle, quelle colline hanno forma di giganteschi ziqqurath, coi loro spessi lastroni di pietra sovrapposti l’uno all’altro a guisa di “torta nuziale”. In questo territorio è facile capire il processo formativo del toponimo. Da Nurae esso s’allarga per definire il territorio soggetto alla propria autorità, che per sineddoche prende il nome “filiale” di Nurra, la cui concettualizzazione però fu abbinata non solo alla città ma pure a questi enormi “ziqqurath”. Ancora oggi si dice nurra a indicare un ‘mucchio di pietre’.

Ma occorre procedere con ordine. Se Nurae, Nurra, Nur-ake, Nur-ka hanno la stessa base, qual è l’origo prima? Non possiamo più affermare, pilatescamente, che la radice è protosarda e come tale seppellirla per l’ennesima volta, dichiarando non tanto la nostra sconfitta intellettuale quanto una crudele apartheid della Sardegna. Se con i Fenici, se con gli Shardana, se con i Micenei, se con gli Egizi, se con gli Assiri, se con i Ciprioti noi Sardi abbiamo vissuto una civiltà pan-mediterranea antichissima e comune, perché rifiutare la base NUR già proposta dal Sardella e da altri linguisti? NUR attiene al termine accadico nūru(m) ‘luce (del sole)’, numru ‘splendore (del sole, di dio)’ riferito al più alto concetto del sacro, alla ‘luce’, allo ‘splendore’, e quindi al fuoco perenne che risplendeva nelle notti sullo spalto terminale di tutti gli ziqqurat, sullo ziqqurath di Monte d’Accoddi, sulla vetta delle alture a forma di ziqqurath, sulla vetta del Monte Timidone che s’erge alto e venerando sulle spume della costa algherese. In aramaico e ugaritico Nur è la ‘dea della Luce’, ‘quella che illumina’. In fenicio manca il termine ma la Fuentes-Estanol crede possibile che Nora sia espressa in fenicio nel toponimo Ngr. È possibile. Ma forse è più facile rintracciarla nella forma fenicia Nr che indica l’atto di offerta al Dio.

Una volta acquisita la base accadico-aramaica (e fenicia), mi chiedo che c’entri tutto questo con Nora, che sedeva in piano, lontana dai monti, sia pure su un tabulare chersoneso roccioso. C’entra, eccome. Il fuoco sacro splendeva non solo sulle alture più tipiche (di per sé dotate di richiamo magico-religioso), ma anche al centro delle città, le quali di per sé, quando nacquero come segno primario d’uno Stato organizzato, erano considerate sacre per eccellenza. Così fu per Gerusalemme, città sacra agli Ebrei, e lo fu a maggior forza per le prime città della storia universale, ossia quelle della Mesopotamia, che avevano il tempio del Fuoco, il tempio della Luce. La Mesopotamia, regione orba di alberi (la cui privazione fu la molla intima dell’epopea di Gilgameš) ma dotata di prodigiose quantità di nafta, ebbe la materia prima per tenere il Fuoco Perenne sugli ziqqurath, che erano dei tell elevati al cielo dalla mano dell’uomo per congiungere anche visualmente la città alla sede eterea del Dio della Luce. A Roma c’era il tempio di Vesta, e c’era la casta sacerdotale delle Vestali, monache allo stato verginale, deputate a conservare imperituro il fuoco sacro dell’Urbe. L’Urbe, appunto. Fu chiamata così (Urbs) la città per antonomasia, e poco importa se la radice Ur- derivi dall’accadico ‘città’ o dall’accadico ‘aratro’ (quello che servì a delimitare Roma). L’Urbe era la capitale dell’Impero più grande della storia dell’uomo. Era una città, non un pagus. Città fu anche Nora, la prima edificata in una Sardegna totalmente popolata da una miriade di tribù agglomerate in pagi minuscoli e senza ordine costruttivo, le cui capanne però facevano ressa attorno al sacro Nura-ke, la costruzione divina sul cui spalto terminale splendeva un fuoco imperituro. I Fenici (anzi i Sardiani che noi ci intestardiamo a chiamare Fenici) non ebbero altra idea felice, se non di chiamare Luce la loro città, la prima città dell’Occidente, nata prima di Roma e prima di Cartagine. Nora ‘la Luce’, col suo simbolismo ineffabile, aveva un nome derivato, “contagiato”, poiché esso era la forma semplice del composto babilonese nur-aḫedificio del Fuoco’, relativo ai Nuraghi.

Non capiremo mai abbastanza quanto fosse importante il culto uranico per i popoli fenici e per il popolo sardiano. Il fuoco veniva acceso in onore di Ba‛al non solo sulle terrazze dei templi, non solo sulle alture (dove s’erigevano le bāmōth), ma persino sulle terrazze domestiche. I culti sui tetti nel X secolo a.e.v. erano praticati in onore di Ba‛al e di altre divinità astrali in tutto il Vicino Oriente, compresa la Terra di Canaan, per la quale troviamo documentazione a Megiddò, Ekron, Gerusalemme.

Ma che c’entra questo discorso con la nurra intesa come ‘voragine, spaccatura profonda, cavità tenebrosa’? Altro che se c’entra! Questo concetto deriva sicuramente dal tabernacolo del Nurake, cioè la tholos, la camera sacerdotale, il sancta sanctorum impenetrabile e buio, la parte vuota del nuraghe, evidentemente chiamata al femminile Nurra per distinguerla dall’essenza maschile e fallica del Nurake vista dall’esterno come un pieno. Traslare il concetto del vuoto vaginale della tholos (fuso carnalmente con la soda virga del nurake, vuoto-per-pieno, entrambi simbolo dell’unità col Dio della Luce) fu compito dei preti cristiani dell’alto medioevo, che demonizzarono tutto quanto atteneva agli aspetti pagani della santità. E così alle voragini terribili ed imperscrutabili del Supramonte e delle montagne carsiche, simbolo dell’ingresso all’Inferno, fu concettualmente paragonato, traslato ed indirizzato il nome delle thòloi (delle nurre) che divennero i contenitori delle tenebre sataniche ed esecrande dove il Diavolo celebrava i propri riti per propiziarsi il furto delle anime.

Tutto quanto sinora affermato non contrasta affatto con la forma fenicia di Nora, che è Ngr, la quale sembra essere alla base del toponimo Nùgoro/Nugòro. Sembra proprio che tra Nora/Nugòra e Nugòro ci sia una vicinanza morfemica e semantica. Mentre Nora ha per base il fenicio Nr (o Ngr), Nùoro ha certamente per base il fenicio Ngr. Quest’ultima forma sembrerebbe avere a sua volta origine dal babilonese nuḫar ‘tempio elevato, ziqqurat’. Quindi possiamo vedere in Nùoro un ‘sito di celebrazioni solenni’, un’altura dove parecchi cantoni e tribù convergevano periodicamente per delle grandi feste. Non dimentichiamo che presso la fonte d’Istiritta c’era un tempio di prostituzione sacra, e probabilmente era proprio lì che si svolgevano le grandi celebrazioni per la dea Ištar.

Ma va precisato che nuḫar è un riferimento secondario di Nùgoro (Ngr). Nùgoro ha la base diretta da accad. nuwwurum 'intensità (di luce)', con successiva consonantizzazione delle due velari -ww- > -g-. Va precisato, a scanso d'equivoci, che nuwwurum è un epiteto riferito direttamente al nuraghe quale sede luminosa del Dio del fuoco, e che dunque i toponimi Nùgoro (e sass. Nùaru), sorti in virtù di tale epiteto sono sempre riferiti in prima persona al nuraghe, che era il tempio del Sole. Per Nùaru leggi più compiutamente al lemma Nùoro.

Nella persistenza millenaria delle due pronunce Nùgoro e Nùaru rientra a pieno titolo anche la parentela semantica esistente tra 'intensità di luce' (nuwwurum riferito alla sacralità del nuraghe quale altare del fuoco)' e 'nuraghe' (nuḫar), che portò all'immedesimazione della "torre" col suo epiteto e persino alla fusione dei due termini. Nel Nuorese prevalse la lettura toponomastica riferita alla brillantezza del nuraghe quale altare del fuoco, che è nuwwurum.

NORÁCE

Secondo Sallustio (II, 6-7) è figlio di Hermes e di Eritìa figlia a sua volta di Geriòne. Sappiamo che Geriòne stava in agguato sull'isola di Eritìa (sull'Atlantico, forse alle foci del Guadalquivir), pronto all'eterna lotta serale contro il Sole soccombente.

Secondo Pausania X 17,5, gli Ìberi, dopo Aristéo, si trasferirono in Sardegna sotto la guida di Norace/Norake (Νῶραξ, Νώρακος) e da essi fu fondata la città di Nora. Solino 4,1 ricorda: «Non importa dunque narrare come Sardo, nato da Ercole, Norace da Mercurio, l’uno dall’Africa e l’altro da Tartesso della Spagna, arrivassero sino a quest’isola, e da Sardo abbia preso il nome la regione, e da Norace la città di Nora…».

Giovanni Ugas 24-28 porta una serie di argomenti a favore della parentela succennata, ma poi non riesce a convincere, non fosse altro perchè Nora risale al 1000 a.e.v. (750 a.e.v. secondo Ugas), mentre Noráce risale (secondo Ugas) all'Età del Vaso Campaniforme ossia al 2100 a.e.v. Allora dobbiamo affermare che questo mito sulla fondazione di Nora, sortito dalla febbrile immaginazione greca, pare nato per la casuale parentela fonetico-semantica tra Nor-ace e Nora.

Noráce (o Nòrace) è in realtà un classico stato-costrutto accadico, formulato a prescindere dall'esistenza di Nora. Ha un etimo accadico, risalente proprio al III millennio a.e.v.: da nūru 'luce' + aḫu 'strumento': nūr-aḫu. Come dire, 'strumento della luce', classico appellativo rivolto a un eroe che si suppone provenisse dalle ombre del Tramonto verso la luce d'Oriente. Anche nuraghe/nurake sembra avere la stessa etimologia, avendo esattamente la stessa forma di Norace (Nurace = nurake). Infatti il monumento è stato così denominato proprio per essere l'altare del dio Sole (‘strumento della luce’). Per quanto, a mio avviso, la base etimologica di nuraghe sia ancora più arcaica, avente le basi nel sum. nu-ra-gu: nu ‘creatore’, ‘sperma (divino)’ + ra ‘puro’, ‘ fulgido’, ‘splendente’ (vedi egizio Ra ‘Sole che splende’) + gu ‘forza’, ‘complesso’, ‘interezza (di edificio)’. Il composto nu-ra-gu significò quindi ‘complesso edilizio di Dio Fulgido Creatore’, ‘Chiesa del Fulgido Creatore’. Era, insomma, l’edificio sacro eretto a magnificare il Sommo Dio dell’Universo, raffigurato anche come Dio-Sole.

Appalesata l'identità Norace = nurake mediante la lingua accadica, non resta che ringraziare i Greci (Pausania) ed i Romani (Sallustio) per aver tramandato il nome Norace ed averlo legato (nel giusto o nell’incerto) a Nora. La cupidigia dei Greci nei confronti di una Sardegna (e di un Occidente) da cui erano tagliati fuori in virtù della talassocrazia sardiano-fenicia, li fece fantasticare assai sulla questione. Ma c’è un fatto singolare, sul quale mai nessun linguista ha riflettuto, ed è che i Greci sono stati i primi nella storia ad aver prodotto il nome del nuraghe (sia pure attraverso il mito di Norace: infatti dal sumerico il nome è soltanto dedotto (da me), mentre in babilonese, come sappiamo, l’altare-torre sopra lo ziqqurath era detto nuḫar). In tutto ciò i Greci ebbero la veste di mediatori – pratica nella quale erano maestri – tra la civiltà accadico-babilonese e quella mediterranea.

Tutta l’etimologia che precede su Norace lascia la questione a “bocce ferme”, nel senso che appare opportuno attenersi alla tradizione greco-romana ed accettare che Norace provenisse dall’Iberia, forse nell’epoca del vaso campaniforme.

NÙORO

Attestato dal 1341 come de Nuor othonensis diocesis (era un vicus dipendente dalla cittadina di Otthana), il toponimo lascia aperta inizialmente più d’una ipotesi. Il Pittau fa una proposta semplicistica nell’avvicinare il toponimo ad altri simili della penisola italiana evocanti la noce, come Nogara, Nogaredo, Nogarole, dal lat. *nucaria ‘(il luogo) dei noci’ (da nux ‘noce’). Cfr. il veneto nogàra, noghèra ‘noce (albero)’. E nel proporre ciò, da buon nuorese non dimentica l’accento alquanto ondivago di Nùoro, dagli indigeni chiamata talora Nùgoro ed altra Nugòro (a parte gli esiti nella rima poetica). E questo, se vogliamo, è il destino di altri toponimi quali Ussassài/Ussàssai e Ulassài/Ulàssai, i cui esiti lasciano indifferenti gl’indigeni. Se la radice provenisse dal lat. nux, ci renderemmo pure conto della pronuncia non più piana ma sdrucciola dei nuoresi, essendo tipico degli indigeni del Nuorese e della Barbagia di Ollollai pronunciare molti nomi sul tipo càmpana anzichè campàna, etc.

Ma per non titubare e indugiare più del dovuto su nux, ricorderei, solo en passant, che i nomi locali sardi in -or, -ir richiamano spesso l’accadico ūru ‘città’, ugaritico ‘r, ebr. ‘ir. Però questo aspetto sarebbe del tutto trascurabile, se non ce lo avesse ricordato il Semerano, che vede in Nùoro una commistione (o confusione) tra la base Nu- di nu-rake + l’accad. uru, come dire ‘la città dei nuraghi’. Certo l’antica Nùoro nacque imbozzolandosi attorno ad alcuni nuraghi e infine smantellandoli (oggidì se ne trova qualcuno soltanto in periferia). Ma questo processo riguarda la maggior parte dei paesi della Sardegna, e non può servire come suggerimento di un appellativo, essendo una illazione azzardata e pure banale.

Senza andare per funambolismi, e ritornando all’analisi del Pittau, tenendo ferma la radice nux e giustapponendo ad essa la voce italiana (ma pure europea e persino accadica) goro ‘altura’ (vedi lo slavo Gori-zia), potremmo tradurre Nùoro (Nù-goro) come ‘l’altura delle noci’, mettendola alla pari di altri paesi sardi dal nome italianizzato per influsso pisano (?), come Nughédu S.Vittoria e Nughédu S.Nicolò.

Eppure qualcosa non torna nella questione, anche perchè i due paesi chiamati Nughédu non hanno attinenza con le noci (vedi lemmi); e qui spiace mettere in mora il Pittau, che senza indugi traduce Nùoro come ‘noceto’. La radice Ngr è già presente nella lingua fenicia (c’è persino nella Stele di Nora!, anzi è il nome della stessa Nora), ed essa può essere vocalizzata benissimo anche come Nùgoro o Nugòro. L’ambivalenza può essere spiegata.

Ma nel contempo è tutta la questione a complicarsi, poichè a questo punto occorre evidenziare che in Logudoro Nùoro (Nùgoro) è chiamata Nùaru. Quest'ultimo termine a prima vista sembra ripetere proprio il nome antico del 'nuraghe' (nuḫar, con affievolimento e successiva caduta del --). Ma a ben vedere, il log. Nùaru ha la base nell'ant.accad. nawāru(m) 'essere brillante, splendere' > agg. nawru(m), nauru(m) 'brillante, scintillante' (di corpi celesti, come epiteto divino), incrociato con nuwwurum 'intensità (di luce)'.

Nùgoro pertanto ha la base diretta da nuwwurum, con successiva consonantizzazione delle due velari -ww- > -g-. Ma va precisato, a scanso d'equivoci, che nuwwurum è un epiteto riferito direttamente al nuraghe quale sede luminosa del Dio del fuoco, e che dunque i toponimi Nùgoro e Nùaru sorti in virtù di tale epiteto sono sempre riferiti in prima persona al nuraghe, che era il tempio del Sole.

Nella persistenza millenaria delle due pronunce Nùgoro e Nùaru rientra a pieno titolo anche la parentela semantica esistente tra 'intensità di luce' (nuwwurum riferito alla sacralità del nuraghe quale altare del fuoco)' e 'nuraghe' (nuḫar), che portò all'immedesimazione della "torre sacra" col suo epiteto e persino alla fusione dei due termini. Nel Nuorese prevalse la lettura toponomastica riferita alla brillantezza del nuraghe quale altare del fuoco, che è nuwwurum > *Nuggurum > Nùgoro.

Quanto a Nora, presso i fenicio-parlanti prevalse la consonantizzazione dell'accadico -ww- di nuwwurum, ed ecco perché il suo nome viene scritto come Ngr nella celebre stele, giusta l'intuizione della Fuentes Estanol; tra i Sardo-parlanti invece prevalse, col passare dei secoli, l'affievolimento e la successiva caduta di -ww-, onde nuwwurum >Nu(wwu)ra > Nora.

Per tornare a Nùoro e capire il processo fonetico che portò a Nùgoro, possiamo partire, alternativamente, anche dall'agg. nawru(m), nauru(m) 'brillante, scintillante' (di corpi celesti, come epiteto divino). A questo riguardo entra in gioco la legge della semplificazione del dittonghi protosemitici (riguardante l'antico accadico), che dalla base naurum produsse (w)rum; l'antica semiconsonante debole (w) fu assimilata poi alla /g/ che è la velare sonora più vicina alla /w/. Quest'ultima, sparita nel toponimo Nora [< (wwu)rum], è rimasta nel toponimo Nùgoro [(wwu)rum].

NURDÒLE

Nuraghe in agro di Oráni. Dolores Turchi (GESMFRP 66) informa che al suo interno c’è una grande vasca, secondo lei con funzioni lustrali. Collegandosi al fatto che in agro di Dorgáli esiste un nuraghe detto Prugatóriu ‘Purgatorio’, e legando questo toponimo a tanti altri esistenti in Sardegna con pari nome, ipotizza logicamente che in Sardegna in età pre-cristiana ci fossero parecchi siti destinati alla purificazione, più che altro legata, secondo lei, al culto di Dioniso ed ai Misteri Eleusini.

Elemento centrale di tale intuizione è il toponimo-idronimo Masilòghi (GESMFRP 60 sgg), alla cui voce rimando per l’analisi linguistica.

La Turchi (p. 66-67) suppone che Masilòghi, situato all’ingresso del paese di Olièna, fosse anticamente una fonte sacra. La sua certezza, che condivido, è dovuta al fatto che nel passato attorno ed in funzione di tale fonte si svolgevano delle feste notturne la cui azione centrale era la costruzione, l’annegamento e la successiva arsione di un mamuthòne (fantoccio). Tali feste costituivano la parte finale ed eclatante di una “novena” attuata presso le fonti di Su Gologòne da parte dei reduci di azioni guerresche contro i Musulmani. Erano delle tipiche “feste di rientro”, tipiche di tante novene campestri celebrate un po’ in tutta la Sardegna.

A parte il suo riferirsi ai Misteri Eleusini anzichè a quelli siro-fenici di Adone, l’interpretazione della Turchi è giusta. Masilòghi è un composto sardiano con base nell’akk. masûm ‘detergersi, ripulirsi, purificarsi’ + lugû ‘porta, ingresso’ (stato costrutto masi-lugû), col significato sintetico di ‘Porta della Purificazione’.

Quanto a Nurdòle, per esso è da supporre un composto sardiano con base nell’accad. nūru ‘luce, splendore (del Sole, ossia di Dio)’ + dulû ‘secchiello’ (nel senso di contenitore d’acqua). Il composto (stato costrutto nūr-dulû) indicò in origine il ‘nuraghe della purificazione’.

QUARTU, QUARTUCCIU, SELARGIUS

Quartùcciu, comune della provincia di Cagliari, è contiguo a Quartu sant’Elena ed è alquanto più piccolo. Ma la diversa dimensione è un fatto recente e non è la ragione del toponimo, inteso impropriamente come ‘Quartu piccolo’. Nel medioevo Quartùcciu era grande come Quartu, aveva lo stesso nome di oggi, ed era chiamato, alla spagnola, Quartocho, Quarto tocho, inteso dagli occupanti come ‘Quarto grossolano, villano, zotico’.

In ogni periodo i toponimi esistenti vengono adattati ad orecchio, per paronomasia, e gli Spagnoli li adattarono senza peraltro voler dare connotati spregiativi. Non sapevano intendere in altro modo uno strano Quartucciu per un borgo già da allora nientaffatto minore di Quartu, consci che i campidanesi, se avessero voluto sottolinearne la piccolezza, avrebbero preferito un Piccìu (del tipo Sia-Piccìa).

La storia ha sempre unito Quartu e Quartucciu. Nel passato costituivano assieme a Selárgius una triade di villaggi paritetici e contigui, per quanto distinti. Secoli addietro Quártu e Quartùcciu erano chiamati, in modo più congruo, Quartu josso e Quartu susu. Ma entrambi, ahimè, con dei nomi ignoti e obnubilati dalla caligine dell’indifferenza, al pari del nome Selargius.


Per rendere finalmente chiara la questione, parto da Quartu josso, oggi chiamato Quartu sant’Elena. Il nome Quartu viene riferito al quarto miglio della strada romana diretta da Cagliari ad Olbia, ma questo riferimento è una elucubrazione dotta fatta a freddo, poi divenuta patrimonio del popolo. Di etimologie popolari sono lastricate le vie dell’Inferno.

Ma ci sono anche uomini di buona volontà. C’è chi pone il discorso su buona carreggiata, supponendo che Quartu non derivi dal romano quartus o quartum ma dal punico qart ‘città’. Ad altri invece sembra difficile accedere a tale ipotesi, per una serie di considerazioni negative. Primamente ricordano che Quartu si trova in felice compagnia, non solo in Sardegna, in qualità di villaggio sorto accanto al miliario d’una strada romana. La felice compagnia sarda sarebbe costituita da Sestu, Settimo, Ottava (tra Portotorres e Sassari), Decimo. Ma tutti questi toponimi sono paronomasie che sottendono toponimi un tempo significanti qualcos’altro.

Quartu ha la base nel semitico qart, termine usato dai Fenici (qrt ‘città’), dagli Ugaritici (qrt ‘città’) e dagli Aramei (qiryā ‘città’, קִרְיָה), ed in pari tempo dagli Assiri (qrītā ‘città). A Babilonia s’usava lo stesso radicale (qarītu) per ‘granaio’: la qual cosa non è di poco conto, perché nell’epoca dei Grandi Imperi i granai erano di rigorosa proprietà statale e – per ragioni strategiche – non potevano stare in aperta campagna o in un luogo qualsiasi, ma dentro una città presidiata dalla truppa. Quindi se supponiamo Quartu < qart dobbiamo ammettere ch’essa, già in epoca šardana, ebbe la sua rilevante importanza, considerato che un radicale tipo qart non arrivò in Sardegna coi Fenici ma preesistette già con gli Šardana medesimi, poiché questi parlavano una lingua che aveva la base entro il vasto paniere della parlata accadica, imperante nel Mediterraneo dal 2000 a.C.

Ma – ed ora spaziamo nella geografia ambientale – perché mai i Fenici (o i precursori Šardana) avrebbero avuto l’idea di costruire una città in un sito discosto dalle spiagge e dai porti, precluso dalla grande laguna oggi chiamata Saline di Quartu? È debole l’argomento che la laguna era facilmente aggirabile approdando alla spiaggia dell’attuale Margine Rosso (presso la quale sta infatti una lunga sopraelevata d’epoca romana). Seconda obiezione: quali ragioni postulavano la nascita di due città, Cagliari e Quartu-Quartucciu, vicine l’un l’altra quattro-cinque miglia? Circa la vocazione al grano suggerita dal citato lemma babilonese, è senz’altro possibile pensare che in queste vaste campagne si coltivasse (in epoca punica lo si coltivava certamente) il grano. Ma intanto va detto che la vocazione riguardò principalmente Quartucciu (= Quarto Tocho che nel suo aggettivo ‘rozzo, zotico, agreste’, così voluto dal senso pratico degli Spagnoli, tradisce il concetto di ‘vocato all’agricoltura’). Ma nella vocazione al grano era implicata anche Selárgius, come vedremo. Eppoi quello del grano era fenomeno piuttosto comune, essendo tipico, ad esempio, della Trexenta e della Marmilla, che però, notoriamente, non conservavano il grano in loco ma lo trasferivano rapidamente ai granai custoditi dentro le robuste mura della città di Cagliari. Per Quartu occorre pure riflettere sul fatto che i vari pagi, in cui si suddividevano i fruitori del territorio, non avevano da pensare al solo grano ma anche alle saline, da cui traevano un valore aggiunto maggiore. Non si può fare a meno d’immaginare che gli indigeni di Quarto Josso da tempo immemorabile, magari aiutati da quelli di Quarto Tocho e di Selargius, abbiano trasportato su chiatte il sale sino a Su Siccu per l’imbarco, navigando nella grande laguna. Non a caso Mammarranca indica quel lunghissimo canale navigabile collegante le Saline a Su Siccu (Cagliari), che in termini semitici significa ‘lunga via d’acqua’.

In questa faccenda c’è da dare, francamente, un colpo all’incudine ed uno al martello. E qui torno a difendere l’interpretazione di Quartu = Qart ‘città’. Difendo con più vigore la definizione di ‘città’ per tre motivi. Primo: si deve immaginare che la dunosa spiaggia del Poetto fosse stata tagliata all’altezza dell’Ospedale marino o della “Bussola”, e che dunque le navi onerarie passassero tranquillamente collegandosi dritto a Quartu josso (esattamente come fecero i Fenici a Giorgino per raggiungere il loro porto di S.Igia). Secondo: il fatto che tre popolose borgate fin dall’estrema antichità si siano trovate sempre unite, è la dimostrazione provata che tale conurbazione fosse chiamata veramente Qart ‘città’, in quanto nell’estrema antichità le città nascevano quasi sempre dall’incontro e dalla fusione di vari pagi contigui, costituiti ognuno da un singolo gruppo patriarcale avente dei connotati che si preferiva tenere distinti. Il terzo motivo si nutre d’aritmetica: va ricordato che il miglio romano (m 1478) moltiplicato per quattro (quartu) fa m 5912, che non sono proprio i 7400 m che dividono i due capisaldi attuali (piazza Jenne e piazza S.Elena di Quartu). La differenza di 1,5 chilometri non si colma affatto supponendo una più corta direttrice impressa all’itinerario diretto ad Olbia. La direttrice era già cortissima: partiva dal foro romano (piazza Carmine) e transitava a un dipresso sotto l’attuale via San Giovanni (verosimilmente per gran parte della via Garibaldi), tirando poi diritta lungo il bordo settentrionale della laguna di Molentargius per segnare il quarto miglio molto prima di Quartu Josso. I conti sono chiari.

Ma torniamo all’agglomerato dei tre villaggi uniti e distinti. Se di porto e di città dobbiamo parlare, dobbiamo capire che l’economia cittadina, oltrechè salaria e porporaria (poi parleremo di ciò), era principalmente agraria, e dunque Qart era necessitata a smerciare le proprie derrate. I tre villaggi hanno un retroterra territoriale immenso. Quartu spazia ad est in una ampia fascia pedemontana e marina, Quartucciu e Selargius spaziano a nord per campagne prima piatte poi ondulate, adatte (allora ed oggi) alla migliore agricoltura. Certo, Quartu josso nel medioevo subì l’onta della corvée per la raccolta del sale. Ma aveva enormi estensioni anche per le coltivazioni, e viene dalle sue campagne la prova delle prime vigne della storia sarda. Ma andiamo con ordine.

Se accettiamo per la conurbazione di Quartu-Quartucciu-Selargius il nome di ‘città’, dobbiamo pure chiarire l’origine di Qart-Ucciu. Né il latino né il greco hanno referenti di tale forma. Ed è chiaro il perché: se qart è semitico, anche il secondo membro -ùču deve esserlo. Infatti in accadico troviamo ugû, col significato di ‘madre’. Eccoci dunque a Quartùcciu ‘Città Madre’, termine completo e bello.

SASSARI preromana. Colonizzazione della Nurra e della Romangia

Per carenza d’interpretazione e di momenti intuitivi, gli studiosi che hanno tentato di evidenziare l’origine di Sassari e del suo nome non sono arrivati neppure allo strato bizantino, si sono fermati ai primi anni bui del Giudicato di Torres. Tale iniziativa è rimasta in mano agli storici del Medioevo, la cui competenza è notoriamente ferma a certe date, oltre le quali non si sentono d’andare. Ma anche il Meloni, che pure conosceva la storia romana, non andò lontano nella protostoria sarda, fermandosi al 238 a.C. e sbagliando persino l’inquadramento del primo arrivo dei Punici. Più in là nessuno si è mai spinto, neppure Barreca, il quale era l’esperto dei Fenici.

In Sardegna gli specialisti delle antichità, ossia storici, archeologi, linguisti, si sono scaricati a vicenda l’onere della ricerca delle origini; di ciò ha sofferto anzitutto la toponomastica. Illuminare le vere origini non interessa a nessuno, e se qualcuno ci tenta, gli strumenti esclusivi a sua disposizione sono grecismi e latinismi, con i quali si percorre poca strada.

Pittau (OPSE 236) non affronta la complessa questione dell’etimologia di Sàssari, limitandosi a ricordare un parallelo tra Sàssari, Sàssara (Tonara) e l’etrusco Sàssera (isola d’Elba).

In verità, il lemma Ṣàṣṣari contiene la base sumerica sar ‘giardino, orto; rete di orti’, reduplicata (e semplificata) per legge fonetica, a indicare la totalità: sa-sar- (+ lat. -is > Sà-sar-is); in origine significò ‘immensa rete di orti’. Stando alle teorie sulla lingua sumera, che era lingua pan-mediterranea, il termine dovrebbe risalire almeno a 11.000 anni fa.

Sàssari è chiamata pure Thàthari: la città quindi ha due nomi, caso unico in Sardegna. Thàthari è anch’essa reduplicata secondo la legge sumerica e accadica: Tha-thar- (+ -is).

Ha dunque radice Thar- ed è affratellata al toponimo Tharr-os: entrambi con pronuncia dura: Ṭar- per Tharros, Ṭa-ṭarr- per Thàthari. Sono due termini relativi a città poste su tavolati calcarei miocenici, i quali producono terre molto feraci, come appunto quello di Sassari e quello del Sinis.

Per capire il legame di Tharr-os con Tha-thar-i, preciso che ambo i toponimi sono fenicio-cananei ed hanno origine da Tyros, la principale città fenicia, detta in fenicio or, ebraico Ṣôr (cfr. sardo Villa-Ṣor), accadico Ṣurrum (vedi cognome sardo Zurru). Ṣûr, Ṣôr significa ‘roccia’, perché Tyros stava su un grande scoglio calcareo, e il termine è affine all’akk. ṣeru ‘dorsale, territorio elevato’, ṣūrrum ‘esaltare’, aram. tur ‘monte’ (vedi il monte Tur-usèle nel Supramonte), da collegare al babilonese ṣīru ‘augusto, eccellente, di rango primario’ (v. ingl. sir, it. sire).

Sgombriamo il campo dall’ipotesi che Sassari sia antica quanto Tharros o pressapoco. Il punto non è questo, anzi dai dati storici e archeologici disponibili viene fatto di pensare che la piazzetta medievale di Pozzu di Biḍḍa (il nucleo originario della città di Thàthari) sia nata inizialmente come modestissimo agglomerato di laure bizantine, quanto bastava ai monaci per il ricovero personale (una capanna a testa), mentre poco più in alto fu eretta un’umile chiesetta dedicata a san Nicola di Bari (anzi a Nicola di Mira, città che stava in territorio bizantino classico, poi occupato dai musulmani). Ma intanto sappiamo bene che a un chilometro dal Pozzu di Bìḍḍa stava il celebre villaggio chiamato Silki (col suo bravo nome sumerico: sil ‘’remoto’ + ki ‘luogo, sito, terreno’, col significato di ‘terra lontana, ossia ‘terra distaccata’: da Thàthari), e che a metà strada tra Silki e questa fonte stava la nota dragunàja delle Conce ed in più la fontana di Santa Maria. Era ricchissima d’acque, questa conca dove vivevano masse di agricoltori che da millenni parlavano il sumero-fenicio-accadico. Tragunàja, 'corrente d'acqua sotterranea', 'grossa vena d'acqua nascosta', ha la base nell'akk. turku-nāru: turku 'tenebroso' + nāru 'fiume'. Significava e significa 'fiume sotterraneo, fiume delle tenebre'.

Cominciamo a capire che la Sardegna è letteralmente zeppa di toponimi sumeri, fenici, accadici, e che tale pletora collide con le “certezze” degli archeologi, i quali restringono la presenza dei navigatori fenici nell’isola, relegandoli quasi sempre lungo le coste. In mano loro la “questione fenicia” è diventata uno dei più grossi imbrogli della storia sarda. Conosciamo l’approssimazione degli archeologi nel riconoscere come fenici certi manufatti, e non altri. In quest’ottica, non hanno pudore a sostenere che l’enorme quantità di scarabei e altro materiale “egittizzante” trovato a Tharros sia tutto d’importazione, anziché nostro, ossia di creazione sardiana.

Viene posta una barriera invalicabile tra Sardi e Fenici, che li mostra come popoli antagonisti, mentre le ricerche biologiche sugli aplotipi e le ricerche linguistiche fanno riconoscere i due gruppi come un solo popolo. I Tyrr-eni erano gli abitanti di Tyrr-is (Libysonis), e dettero il nome al Mare Tyrr-enus. Guarda caso, erano gli stessi abitanti di Tyr-os. I quali, poi, non erano altri che gli Shardana (uno dei Popoli del Mare) i quali, avendo annientato la civiltà ugaritica ed avendo ricreato al suo posto quella tìria, ripartirono proprio da Tyros per ritornare nella propria patria di origine. Di qui il ricorrere della radice tyrr- in Sardegna.

Il toponimo Porto Torres ha la base in Tyrris Libysonis, come sappiamo. Fu da questa colonia romana che originò nell’alto medioevo la nascita della vicina città di Sássari (Tháthari). Ma non si trattò di fondazione. In un primo momento è da supporre lo spontaneo agglomerarsi di pellegrini, poi di commercianti, infine di artigiani ed agricoltori (provenienti dall’intero territorio della Románia o Romángia), che costruirono delle dimore presso l’insediamento di laure bizantine nate attorno a Pozzu di Biḍḍa. Al primo assembramento comunitario s’aggiunsero poi le ondate di fuggiaschi turresi sospinti dalle incursioni arabe. Thàthari era avviata a crescita lenta, perchè anch’essa era facile preda degli incursori, tanto che la capitale turrese era stata trasferita nella lontana Àrdara.

Tyrris Libysonis fu certamente fondata dai Romani, e gli scavi archeologici non dànno appigli sicuri a quanti, immaginando dietro l’aggettivo Liby- una prefondazione punica, pensano di tradurre il toponimo come ‘Torre libica, ossia cartaginese’ (i Cartaginesi erano spesso chiamati Libici). Ammesso che ci fosse stato un precedente sito punico, perché i subentranti romani avrebbero dovuto dare al porto-estuario sul rio Mannu il nome della peggiore nemica? Dobbiamo consentire che la volontà difettava, e tuttavia Turris Libysonis era stato proprio un fondaco punico. Se gli archeologi non hanno trovato prove materiali concrete, lo ammettiamo con la prova linguistica, poiché se allo storico per pronunciarsi serve una fonte storiografica del passato, se all’archeologo per pronunciarsi serve un manufatto del passato, a noi linguisti-etimologi per pronunciarci serve la parola del passato. Quando le pietre rimangono mute, le parole continuano a parlare.

La radice Tyr- non s’addice ad alcuna ‘torre’ ma alla città fenicia Tyr-os. E una volta ammesso Tyrr-is < Tyr-os, dobbiamo ridiscutere pure il nome Tyrrhēnói ‘Tirreni’. Essi non furono i ‘costruttori di torri (nuragiche)’ come sostiene Pittau, ma i Tyr-ii, la cui egemonia navale diede persino il nome al Mare Tirreno.

Libyson-is (suff. lat. -is) ha la base etimologica nell’egizio Rebu, Lebu (Libya ossia Africa del nord), cfr. ebr. לוּב sūnu(m) ‘seno, grembo’, ‘fianchi’ della donna in termini sessuali (anche come posto per ricevere, accogliere), cfr. lat. sīnŭs, oltrechè ug. sn che però è di etimo incerto; Turris Libysonis ebbe il significato di ‘grembo accogliente dei Libii di Tiro’, ossia dei Punici, originari di Tiro; il poetico ‘grembo’ è riferito alla foce del fiume dove stava il fondaco.

Le póleis senza territorio sono un’invenzione. Figuriamoci Turris, che non era pólis ma colonia. Non è facile, oggi, capire come si scompartiva minutamente la vocazione orticola di Turris e hinterland. La ricchezza del retroterra che chiamarono Romània era incredibile, capace di dare tanto grano, fatta salva la vocazione orticola di Sassari, della quale, sono certo, trasse vantaggio l’Urbe, visti i rapidi movimenti del naviglio per Ostia.

E laddove s’insediarono i Romani di Turris, lì si parlò latino. Ancora oggi le sacche fondative che delimitano l’antica Romània o Romàngia sono le stesse: Sassari, Sorso, Porto Torres, Stintino, La Nurra. Oltre questi confini, finiva il latino dei Turrenses, finisce il dialetto sassarese, e finiscono gli orti.

Gli abitanti di Sorso, da akk. šuršu ‘fondazione, insediamento’, sono detti Sorsinchi da sempre: -íncu sumerico inku ‘chi sta e vive in un preciso sito’, lat. incŏla. I Romani li chiamarono però Sossinates (Strabone V, 1-7), ma prima dei Romani, e poi dopo, fino ad oggi, essi si sono sempre detti Sussinchi: in ciò c’è l’indice di una resistenza culturale contro l’occupazione romana, e pur stando dirimpetto ai Sinnarési, che erano pastori, non credo che la boria degli occupanti romani avesse aizzato troppo i Sorsinchi contro i Sinnarési. “Do ut des”. Sènnori (accadico ṣen-urû ‘ovili di pecore’: ṣenu ‘greggi, pecore’ + urû ‘stalla, ovile’) dovette essere tributario di prodotti pastorali per Sorso e Thàthari. Comunque la separazione storica alla quale assistiamo oggi – Sorso sassarese, Sénnori logudorese – fa capire che i Sorsinchi, al pari dei Thatharesi, pur essendo abitatori da tempi immemorabili, subirono ad opera dei Romani un repentino e radicale soppianto.

La spocchia dei Sassarési verso li biḍḍìncuri risale a quando i Romani, colonizzando la Romània e spin¬gendo indietro i Còrsi e i Bàlares (relegati a un destino di pastori sulle alture), determinarono pure la diffe¬renza dialettale. Sassari, dopo il declino di Turris a causa degli Arabi, visse un destino di città-capitale, e governò la Romània imponendo la parlata latina (espansa appunto a Sorso, Turris, Stintino, la Nurra, S’Alighèra), e lasciando che le disprezzate (o temute?) popolazioni delle colline (li biḍḍíncuri, dal lat. villae + incŏlae ‘abitanti dei villaggi’) parlassero l’antico sumero-accadico-fenicio-ebraico e vivessero un destino di tributari dei prodotti che la Romània non aveva (legname, cera, maiali, prosciutti, salsicce, buoi da lavoro, cavalli, pecore, formaggi, latte, carne, lana, pelli, corna, vino, olio, cestini). Il destino di S’Alighèra in seguito deviò ad opera dei Catalani.

Ad ogni modo, la divisione dell’economia aveva fruttato ai Sassarési, da parte di li biḍḍíncuri di lingua semitica, il primo epiteto: Thatharésu magna cáura, sintagma integralmente semitico: Thatharésu, lo sappiamo; cáula è da akk. ka’’ulu(m); magnà da akk. mânu ‘fornire di cibo’, vedi ant.fr. manger, parola mediterranea (il logud. mandigáre ha diversa ricostruzione, dallo stato costrutto mân-dêq, ‘mangiare cose propizie’: mânu + dêq, damāqu ‘esser propizio’, cfr. lat. manducare).

Dovevano essere burloni, questi biḍḍíncuri, perché forgiarono pure un secondo epiteto: méngu. La stanzialità esasperata nel tavolato sassarese fu osservata da li biḍḍíncuri con divertita spocchia, e méngu, dallo stato costrutto accadico men-ḫū’u ‘amanti dei gufi’ (menû ‘amare’ + ḫū’u ‘civetta, gufo’), era il minimo che sos Thatharésos meritassero per l’esasperata vocazione a fare la guardia, a turno, ai propri orti anche di notte, al fine d’impedire gli sconfinamenti e i danneggiamenti delle greggi. Questa guardiania è nota persino dalla Carta De Logu. Méngu era d’uso mediterraneo, e infatti il cognome Mengo proviene dalla penisola: interpretato come vezzeggiativo aferetico di Menico, Domenico (così Pittau e De Felice) ha invece origine nel fenomeno suddetto, quello dei Romani coltivatori stanziali, che fu osservato da tutti i popoli prelatini (parlanti il substrato semitico). In tal guisa ci accorgiamo che ormai in Logudoro si stavano delineando due aree distinte, due lingue contrapposte. I Romani nel bassopiano sassarese e, sospinti sulle colline, gli “ex”, i Sassaresi in ciábi, da akk. qabû 'nome, chiamata (per nome); designare, nominare'. Sassarésu in ciábi significò 'Sassarese per definizione, Sassarese di nome (e di fatto)'.

I nuovi “Sassaresi”, ossia i Romani, rispondevano agli epiteti semitici con la maledizione tardo-latina la crozi mara!, che in latino ciceroniano fa malam crucem! Il mio professore di glottologia all’Università rimase di stucco a sapere che la terribile maledizione romana, rivolta ai non-romani (giuridicamente diversi), è ancora viva a Sassari. Segno che la catastrofe linguistica in questo territorio fu radicale.

E così ci fu pure il crollo della tradizione giuridica dei precedenti abitatori. Lo notiamo da questo: i Romani lanciavano la maledizione La crozi mara!, li Biḍḍíncuri rispondevano con l’epiteto “Tatharésu impicca-babbu”, sintagma interamente semitico: babbu è dal bab. abu ‘padre’, impicca è dal bab. pīqu ‘strangolare’. E così veniamo a sapere che dal padre ci si liberava strangolandolo. Il parricidio era un uso prettamente romano, per il fatto che il peculium della famiglia rimaneva sempre in potere del paterfamilias, ed i filii-familias maggiorenni e sposati, non potendo accedere a mutui di alcun tipo, erano spesso indotti al parricidio per subentrare nella disponibilità del peculium. Fu necessario il “senatoconsulto Macedoniano”, espresso sotto Vespasiano (69-79), per impedire che i parricidî continuassero, o almeno fossero meno numerosi. Ma intanto li Biḍḍìncuri, di lingua e diritto semitico, avevano già preso le loro vendette contro gli occupanti, e la nomea dura ancora.

E quando abbiamo accertato che Sassari e Silki (sum. ‘Terra lontana, separata’: sil ‘’remoto’ + ki ‘luogo, terreno’) hanno nome sumerico, che Porto-Torres ha nome sardo-fenicio, che Sorso e Sénnori hanno nome accadico, siamo già al centro d’una scoperta gigantesca, siamo al centro di quel famoso 50% di lemmi sardo-semitici da me conclamato. Il territorio sassarese ne è zeppo e, fatto salvo qualche toponimo latino (quale Ischàra di la ciògga, dal latino cochlea ‘lumachina’, oppure La Crucca, ugualmente dal latino cochlea, ciogga minuda, oppure ancora S.Michele di Plaiano dal latifondista latino Plarianus), per il resto ci troviamo in mezzo ad una lingua certamente fenicia, anzi sardiana, più antica del fenicio, una lingua shardana tout court.

Wagner sbagliò a scartare dai suoi studi la parlata sassarese in quanto ritenuta una costola dell’italiano antico. Parimenti ha sbagliato il Comitato che ha imposto sa Limba Sarda Unificada. Sassari conserva certamente una buona porzione d’italiano antico, nella misura in cui fu ripopolata da plebe gallurese in occasione delle due grandi pesti, ma resta intrisa delle parlate prelatine e prefenicie, né più né meno come le restanti popolazioni che chiamiamo biddíncuri. Il pre-latino è quello zoccolo duro dei Sassaresi che li accomuna a tutti i Sardi. Ma in più, ecco il punto, Sassari è maggiormente intrisa di latino, per avere origini direttamente urbane. L’origine romana dei cittadini di Tyrris e quindi di Thàthari si legge in filigrana ancora oggi nella iattanza e nel ridicolo orgoglio di essere cittadini contrapposti ai villani, complesso di superiorità duro a morire perché nacque come “marchio di fabbrica” della potenza imperiale. Ma gli studiosi di lingua sarda avrebbero dovuto vedere queste particolarità come una ricchezza della lingua sarda, anziché una conventio ad excludendum, una auto-denegazione di sardità, talchè trattano i Sassaresi come gli Algheresi che parlano catalano puro, escludendoli entrambi.

Ma torniamo al ricco dialetto sassarese. Quando si dice a uno Chi ti fària un ràju non s’intende che cada l’osso appuntito usato per lavorare l’asfodelo (dal latino radius) ma che gli cada un fulmine (dall’accadico raḫium ‘fulmine’, cui attinge anche lo spagnolo rayo!). Quando si nomina la cannaguru non s’intende, all’italiana, la volgare ‘canna del culo’. Il termine deriva dal babilonese ḫanāqu (+ suffisso sardiano -ru) che significa ‘strozzare, stringere, circondare in modo soffocante, uccidere strozzando’; indica insomma lo ‘sfintere’. È tipico dei Sassaresi mandare al diavolo uno dicendogli Escimìnni dall’iłtàmpa manna di lu curu, che è tutto un auspicio, mirato non solo a liberarsi del peso della persona molesta ma di vederla strozzata nell’uscire dall’intestino.

Ma l’invocazione più sconvolgente è senz’altro quella per cui i Sassaresi vanno famosi. E nel sentirgli spesso quell’espressione in bocca, l’estraneo li bolla come maleducati. Se qualcuno andasse in Marocco ed in tutto il mondo arabo, sentirebbe i musulmani, che pure non possono nominare il nome di Dio invano, ripetere ad ogni frase: Insciallàh, che significa ‘se Dio lo vuole’. Così è per i Sassaresi. Perché questo termine venerando, da noi esportato persino nel resto d’Italia al tempo dei Pisani, non è altro che una invocazione all’effige del Dio onnipotente. Le donne non la dicono più, perché quei pervasivi dei Gesuiti spagnoli le convinsero ad invocare la Madonna, ed ancora oggi, per ogni motto di paura o di dolore, la donna logudorese dice Soberana! ossia ‘Sovrana!’. Mentre l’uomo dice ancora Cazzu! che significa, letteralmente, ‘Dio mio!’, ed è riferito alla ‘immagine di Dio’, derivando dal babilonese kattu. Il termine è molto simile a quello dei cagliaritani, che nei momenti di sorpresa o di dolore dicono Tadannu!, dall’accadico Dandannu, che è appunto una invocazione al Dio onnipotente.

Il territorio sassarese è zeppo di termini shardana, come Serra Secca, il cui etimo sembra sin troppo facile ma denuncia una sovrapposizione di concetti antico/moderni che però vale la pena esaminare. Quartiere cittadino, che a metà ‘900 era ancora campagna, Serra non è dallo spagnolo sierra ‘cresta seghettata aspra e arida’, neppure Secca significa ‘arida’. Serra ha la base nell’ugaritico ṭrr (pronunciato tzerra) ‘ricco d’acqua’; Secca è dall’accadico šīḫu ‘insediamento di fattorie’: Serra Secca significò ‘insediamento di fattorie irrigue’. Serra Secca è simile al toponimo campidanese Serramanna, paese perfettamente pianeggiante al centro della grande pianura del Campidano, posto alla confluenza dei due fiumi maggiori; prima delle canalizzazioni dell’Ente Flumendosa era l’unica area irrigua del meridione. La base etimologica è l’ugaritico ṭrr ‘ricca d’acqua, bene irrigata’ + sum. maḫ ‘grande, potente’ (da cui lat. mag-nus). Altri invece traducono come ‘grande dorsale montagnosa’, lasciandosi inviluppare dalla paronomasia e coprendosi di ridicolo.

Serra Secca era pure la via dei disperati, perché una variante viaria, l’antica strada nuragica poi diventata romana ed infine nota come l’ex “Carlo Felice”, conduceva direttamente alla Rocca di Chighizu, la rupe dei suicìdi, declassata a innocua falesia soltanto dopo che Mussolini ebbe fabbricato un surrogato cittadino per i suicidî, il Ponte di Rosello. Chighizu ha la base nell’akk. kikkišu ‘recinzione, palizzata’ (in Mesopotamia non esistono né monti né baratri: le verticalità erano espresse da mastodontici incannicciati riempiti di fango), e in Sardegna indica le falesie di calcare bianco.

E se La Landrigga, ‘il salto dei porcari, il ghiandatico’ ha un tipico nome latino (da glans, glandis ‘ghianda’, onde *glandicola > *landiricola > Landrigga), il selvaggio Monte Alváro nella Nurra di Campanedda non ha origine spagnola né italiana ma babilonese e significa ‘aspro e selvaggio, non coltivabile’, come i numerosi monti Alvu, Arbu o Albo della Sardegna e come la stessa Barbàgia, che i Romani per paronomasia ritennero riferita ai barbari e la chiamarono Barbaria mentre per gli Shardana, che la chiamavano *Arbaria, significava soltanto ‘territorio non adatto all’agricoltura’, dall’akk. arbu ‘incolto, selvatico’.

La Valle di Giòscari ha le basi semantiche nell’aramaico-cananeo Ziw ‘(Mese della) fioritura’ + akk. ḫārru ‘canale, corso d’acqua’. Giòscari (da Ziw-ḫārru) significa ‘il rivo della primavera’. Buḍḍi-Buḍḍi a sua volta significa ‘la valle dei canneti’, dall’assiro budduru ‘fascio di canne’. La Sardegna è piena di toponimi riferiti alla canna ed ai suoi manufatti, segno che la canna serviva molto, non solo per le launèḍḍas, il cui nome composto significa ‘gote gonfiate’, dal babilonese laḫu ‘bocca, gote’ e nīlu ‘ingolfare, inondare’, che produsse un *laḫunellas > launèḍḍas.

Sulla storia della canna in Sardegna, i toponimi narrano tutto. Ma ciò accade anche per la palma nana, che un tempo doveva essere produttiva, visto che in Sardegna abbiamo una autentica pletora di toponimi a lei riferiti, nonchè il cognome Talu. Dal nome comune ebraico tâlu ‘giovane palma da datteri’ abbiamo parecchie varianti, tutte riferite a vere e proprie foreste di palme (di cui la Sardegna allora era zeppa). Tratalìas è una di queste varianti, che per l’importanza della foresta subì persino il raddoppio fonetico: *Tal-tal-ìas (che poi per la metatesi e la rotacizzazione tipica del sud Sardegna divenne Tra-Tal-ìas.

SÌNNAI

Questo nome di un comune del Campidano di Càgliari è ebraico. Appare in RDSard. a. 1341 come Sinay ma la più antica apparizione è nella Carta sarda di S.Vittore di Marsiglia, scritta in caratteri greco-bizantini per ragioni di privatezza ma per il resto è in lingua sarda schietta. La sua grafia è Σίνναη (ricostruzione di Pilinski-Wescher), da leggere Sìnnai.

Nella Bibbia il termine appare spesso a nominare il celeberrimo Monte Sìnai (Esodo 16,1; 19, 1-2; Numeri 10,12; e passim). La forma ebraica era scritta anticamente con la -i- lunga ma talora breve, ossia Sīnai e Sināi (סִינָי e סִנַי, pronuncia Sìnai e Sinái). Oggi gli Ebrei, che sono i più attenti filologi del proprio testo sacro, traducono con la -i- breve e la -a- lunga, pronunciando quindi Sinái. Naturalmente nella Vulgata di san Girolamo il nome non poteva che essere scritto alla latina, con la -ī- lunga, che in italiano produce l’accentazione sdrucciola (Sìnai). Non è un caso quindi se ancora oggi, dopo quasi due millenni, la pronuncia del toponimo in provincia di Cagliari rispecchia l’ambigua accentazione dell’uso antico. Nei testi sardi prevale l’accentazione alla latina: Sìn(n)ai, ma gli abitanti giurano che un tempo si pronunciava Sinnái, termine che l’etimologia popolare riporta impropriamente alla “segnatura” del bestiame. Anzi, va detto che volgarmente il toponimo è pronunciato dal popolo anche Sínnia (ancora una volta riferito, per etimologia popolare, alla segnatura del bestiame). Non c’è male come indifferenza filologica. In realtà, i Sinnaesi non si rendono conto che Sínnia è un aggettivale riferito a

Sîn 'Dea Luna' (in ebraico, aramaico, accadico, ugaritico) + akk. -ni 'di noi, nostra' (suff. genit. plur.): Sînni = Nostra Signora. + suff. (paragogica femm. ebr.) -ah: Sìn-ni-ah.



In ogni modo questo toponimo non è il solo in Sardegna. Abbiamo anche Sini, villaggio situato sulle basse falde della Giara di Gésturi, attestato in RDSard. aa. 1346-1350 come Silli, poi Cilli e poi ancora Cini. Queste grafie antiche sono martoriate ed occorre molta acribia per proporre un toponimo “ripulito” ed enucleare una traduzione. Anche qui, come per numerosi altri villaggi sardi, la prima o le prime apparizioni del nome, avvenute per fini esclusivamente fiscali, sono la spia d’una forte resistenza degl’indigeni alla “schedatura”, talchè scaturivano nomi che solo col passare degli anni venivano aggiustati dall’occhiutissimo sistema di dominio (sia spagnolo sia clericale). È verosimile dunque che soltanto il terzo toponimo, Cini (da scrivere sicuramente Çini), sia quello giusto, essendo peraltro lo stesso che poi si è tramandato sino ad oggi. Esiste anche un cognome Sini, indicante gli individui originari del villaggio.


Così ricostruito, Sini va raffrontato con Senis (comune che si trova all’altro lato della Giara), del quale è un allotropo, e richiama anche il toponimo Sìnnai. In Sardegna (lo deduciamo da molti toponimi che lo nominano) era fortemente adorato il Dio Luna (essenza semitica maschile), l'accadico Sîn che si assimila alle antiche forme tradizionali sumeriche di analoghe divinità, soprattutto Nanna di Ur, e diviene un dio dai caratteri universali, largamente venerato anche al di fuori della Mesopotamia. Anche in aramaico il Dio-Luna è Sîn. Tornando a Sìnnai (antico Sìnai), alcuni glottologi fanno derivare per lo più il coronimo-oronimo Sìnai proprio dal nome del dio Sîn. E comunque, è proprio in aramaico che sono attestati anche dei nomi di luogo: Sinna, Sīnī, che i linguisti hanno qualificato come nomen populi, da cui l’attuale pronuncia del toponimo Sìnnai, che il popolo chiama Sìnnia.


È probabile che il toponimo Sìnnai sia una rara sopravvivenza documentale dell’insediamento di una parte, sia pure esigua, dei 4000 Ebrei trasferiti in Sardegna nel 19 da Tiberio per combattere gli Ilienses. Questo reperto documentale è tutt’altro che peregrino, ed ha probabilmente avuto origine da ragioni insieme strategiche e geografiche. Strategiche, in quanto è immaginabile che quei giovani semiti, trasferiti a forza per ragioni di ordine pubblico, non fossero lasciati da soli ma fossero inquadrati, per questioni di disciplina, di arte marziale e di efficienza tattica, assieme ad altre unità insediative e combattenti più “lealiste” (occorre supporre al riguardo che la parte lealista fosse già insediata nel contiguo villaggio dominante di Segossìni: vedi al lemma). Non solo, ma proprio sul villaggio di Sìnnai (e di Segossìni), e per riflesso sulla vicina Karalli (Karallu) gravava la pressione dei montanari Ilienses viventi sull’acrocoro che occupa tutto il corno sud-orientale dell’isola (vedi al riguardo la discussione sui lemmi Gregòrio e Sa Lilla).


Questo villaggio – unito al contiguo Segossìni – doveva essere dunque la base di partenza per ogni attacco (o contrattacco) avverso i montanari che insidiavano il vasto territorio coltivato attorno a Karalis, ed era di importanza strategica. Che fosse chiamato Sìnai può avere le sue ragioni proprio nella strategia militare, a connotare etnicamente il sito ebraico dov’era insediato il nerbo dei difensori del limes. Ma quel nome potè essere stato facilitato dal contiguo toponimo Segossìni (vedi), anch’esso epiteto del Dio Luna.

Si deve ammettere che tali ebrei, essendo stati assoggettati alla leva, dei militari avevano pure lo stato giuridico, che non era di poco conto. La libertà di dare il nome più adatto al proprio villaggio-caserma era un atto dovuto come contropartita dell’esilio; non solo, essi dovettero poi essere trattati con le gratificazioni che furono tipiche di ogni leva di veterani (attribuzioni di terre), anzi con le gratificazioni che poi ritroviamo presso i kabaḍḍaris, i cavalieri bizantini insediati nei limites sardi con attribuzione di ampie proprietà terriere come garanzia reciproca della fissità dell’insediamento.


Ci sono ragioni geografiche che suffragano quanto sinora detto. Nel 1861, con l’Unità d’Italia, Sìnnai (da tempo unificata a Segossìni) risultò essere il comune sardo con maggiore superficie territoriale (in proporzione agli abitanti): possedeva nientemeno che l’intero corno sud-orientale della Sardegna, un territorio immenso. Non c’è altra spiegazione a ciò, se non che fu proprio e soltanto Sìnnai (rafforzata dagl’indigeni di Segossìni) ad avere avuto l’incarico di controllare, già da epoca romana, quell’immensa estensione priva d’insediamenti. È immaginabile che col passare dei secoli i semiti divenissero maggioritari rispetto ai Segossinati. E che fossero semiti lo dimostrerebbe pure l’oronimo Bruncu su Gattu (sui Sette Fratelli), per il quale va seguita la discussione circa il lemma Cazzu. Che poi questi semiti fossero a maggioranza ebrei sembrerebbe dimostrarlo il Monte Sette Fratelli, il cui nome la diceria popolare (seguita pedissequamente dagli eruditi) deriva dalle “sette punte”. Stantia storiella ripresa persino dal Lamarmora, il quale dimostra di non averle mai raggiunte (peraltro la vetta più alta può essere raggiunta solo con acrobazie alpinistiche, quindi era impossibile metterci il punto trigonometrico). Egli evidentemente ascese il Monte (assieme al professor Mori) lungo la strada romana, dove ai primi del Settecento il Padre Salvatore Vidal di Maracalagònis aveva fatto erigere un convento.


Dall’epoca del Vidal le dicerie erano divenute due: sette punte e setti fradis, che fanno ‘sette fratelli’: c’era l’imbarazzo della scelta. In realtà, i frati non erano sette e neppure le punte sono sette. Altra caratteristica del Monte è che alla base delle punte non c’è mai passato nessuno, almeno dal Medioevo. Le stesse carbonaie di fine ‘800 si fermano prima delle vette. Manca ogni e qualsiasi segno antropico di carattere diacronico. È stato il Club Alpino Italiano ad averle fatte conoscere tracciandoci il “Sentiero Italia” sul finire del XX secolo. La prova della loro intangibilità viene anche da un’altra rupe del Monte, chiamata S’Eremígu Mannu ‘il Grande Nemico’: ossia il Diavolo; nonché il vicino sito chiamato Poni Fogu ‘attizza fuoco’. Entrambi sono nomi attribuiti con tutta evidenza ad opera dei preti bizantini, che avevano buone ragioni per rendere fosca ed impraticabile questa montagna, che prima di loro veniva ascesa per la sacralità positiva. Poni Fogu doveva essere il sito sacro del Fuoco Perenne, S’Eremigu Mannu doveva essere il vicino sito dove stazionavano i celebranti del Fuoco Sacro. Bruncu su Gattu (dove c’è un nurághe) potè restare col proprio attuale significato (ossia quello di ‘gatto’), oramai lontano dal vero significato che indicava l’effigie di un dio del pantheon assiro-cananeo. Ma è principalmente quel fatidico Sette ad essere inconfondibile: era il numero sacro degli Ebrei, trasferito alla Montagna Sacra che stava al centro dei loro vastissimi possedimenti. La pervicacia del nuovo clero riuscì a sopprimere questo grumo di religione ebraica.


Non possiamo chiudere questa discussione senza addurre un’altra etimologia, stavolta etrusca ma quasi identica a quella proponibile per Sini, quella di Sîn ‘luna’. Semerano (OCE 895) ricorda che «gli Etruschi, nel chiamare il giorno tin, cioè Sin ‘luna’ inducono a ricordare che questa è la base del calendario paleo-mesopotamico e semitico in genere: il giorno ha inizio dalla sera, al calar del sole. La Luna, una delle più grandi divinità, più importante del Sole nel culto dei primitivi, è auspice della fecondità delle piante come degli uomini al culmine dei suoi nove cicli; è ordinatrice perenne nella sfera fugace del tempo. Ordinariamente in mesopotamico, in fenicio ed in aramaico la Luna era un dio maschile, ed era chiamato proprio Sîn.

   We can not close this discussion without giving another etymology, Etruscan, but almost identical to that proposed for Sini



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